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    Talking Chicche anni '90:Giorgio Bocca

    Il partito meridionale

    Giorgio Bocca

    IL PARTITO meridionale ci ha fatto sapere che noi italiani, noi Stato, siamo in debito con il Mezzogiorno, gli diamo pochi soldi, pochi aiuti. Ce lo ha fatto sapere attraverso la Corte dei Conti, questa mirabile istituzione che nessuno sa cosa ci stia a far visto che la dissipazione del denaro pubblico e il pubblico indebitamento sono arrivati a profondità abissali.

    Intendo per partito meridionale non solo e non tanto il partito di quelli che vivono e lavorano nel meridione, ma di quanti, in tutte le regioni italiane, in tutte le città, massime nella capitale, non vogliono perdere questa immensa mangiatoia di voti, clientele, truffe nei lavori pubblici e nei sussidi della Comunità europea, economia malavitosa, complicità con l'economia malavitosa formatasi nelle tre più grandi regioni del profondo sud. Ne fanno parte ad honorem le grandi e piccole imprese del Nord e del Centro che hanno derubato lo Stato mandando nel Sud macchinari obsoleti, industrie già decotte; i funzionari in gran parte non meridionali delle varie Casse per il Mezzogiorno; i partiti che hanno usato il voto del Sud per allargare la loro appropriazione dello Stato; i grandi finanzieri milanesi che hanno accolto nel salotto buono i parvenus mafiosi dell'edilizia e delle assicurazioni e tutti gli altri che riciclano il denaro sporco.

    Da noi manca solo uno Shevardnadze che dia le dimissioni, ma il resto c'è tutto come nell'Urss della bancarotta, c'è l'alleanza fra i carrozzoni pubblici, la nomenclatura vorace, le organizzazioni mafiose, l'informazione servile per impedire che la perestrojka e la glasnost, il buon governo e la chiarezza abbiano il sopravvento. In primis c'è la paura fottuta che i partiti e la loro stampa hanno della reazione degli italiani onesti di ogni regione, dei montanti fenomeni localistici. "La Corte dei Conti smentisce Bossi" ha titolato con grande rilievo il magno organo lombardo che è il Corriere della Sera. Per me la Corte dei conti assomiglia al sindaco di Avellino che mi ha inviato l'altro giorno una cortese lettera per dirmi che manco di obiettività e di correttezza in ciò che scrivo della sua città e dell'Irpinia e mi ha invitato a passare nell'Irpinia, segno di solidarietà, le feste natalizie. Ringrazio per l'invito ma questa mi sembra la tecnica collaudatissima di ricominciare a piagnucolare e a voltar le carte in tavola sempre dal principio finché un italiano normale non ne può più e dice: ma andate a farvi benedire.

    C'E' UNA commissione parlamentare di inchiesta che ha fatto quaranta sedute, centinaia di audizioni, migliaia di ricognizioni per arrivare alla certezza - e non ci voleva molto - che i sessantamila miliardi spesi per la ricostruzione sono stati lì spesi malissimo. Prova ne sia che a dieci anni dal terremoto la ricostruzione non è ancora compiuta. Io ho usato quei dati, ho scritto ciò che tutti vedono e sanno, ma il sindaco di Avellino mi rimprovera di pregiudizi e false informazioni.

    C'è una commissione parlamentare antimafia che in anni di lavoro ha messo assieme una pila di relazioni, che chiunque può leggere e in cui si descrive dettagliatamente la situazione catastrofica delle tre grandi regioni e i pericoli che incombono sul resto d'Italia. Ci sono studi precisi e dettagliati dell'episcopato, della Banca d'Italia, dello Svimez, del Censis, del ministero della Giustizia. Perfino l'Antonio Gava ministro dell'Interno ha ammesso che in quelle regioni la mafia regna sovrana ma ci sono sempre le anime belle del meridionalismo piagnone e scroccone che fingono sdegno e commozione sulle cifre truccate, politicamente, economicamente truccate dalla Corte dei Conti, dal ministero per il Mezzogiorno, dalle varie confraternite parassitarie del turismo, della salute, delle superstrade, delle pensioni false, dei poli di sviluppo.

    Non basta la realtà economica, sociale, e quella che ognuno può andarsi a vedere prendendo un treno o un aereo? Non bastano le cifre dell'esportazione e dell'importazione? Perché la Corte dei Conti che si intende di cifre non ci racconta che cosa viene prodotto ed esportato in quelle tre regioni e che cosa è importato e consumato a spese dello Stato? Non bastano le cronache quotidiane dei morti ammazzati (due terzi del totale italiano), dei minorenni assassini (novanta su cento), delle spese assistenziali (quaranta per cento) eccetera eccetera. No, non bastano, il partito meridionale, fatto da italiani di tutte le regioni e di tutte le città, trova che così va bene come il partito del sovietismo eterno trova in Russia che vanno bene un'amministrazione, un'agricoltura, un'industria che hanno ridotto il paese alla disperazione e alla fame.

    IL PARTITO meridionale ci lascia inveire, accusare, protestare e poi burocraticamente procede, il suo superministro Cirino Pomicino se ne infischia della commissione parlamentare d'inchiesta, dell'opinione pubblica, della stampa e favorisce l'invio di altre centinaia di miliardi per le superstrade inutili della valle del Sele. C'è sempre un terremoto o un'alluvione in arrivo per continuare l'economia dell'emergenza continua. Se poi finirà in fame, sangue e secessioni, non importa, il partito meridionale ci ha provato fino alla fine. C'è un'Italia che crede di essere una democrazia mentre è una propaggine mediterranea del sovietismo. La parvenza democratica dei partiti non ha impedito a questa Italia di uscire in pratica dalla legalità e dal mercato europei. Abbiamo un'idea minima di quello che ci costerà recuperare quelle regioni alla media europea? E come è possibile che in questa tragedia la Corte dei Conti, il ministero del Mezzogiorno e tutti gli altri menatorrone continuino nei loro giochi irresponsabili?

    © La Repubblica 27 dicembre 1990

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  2. #2
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    Talking Altra chicca

    L'Italia a pezzi

    Corrado Augias



    Tra le varie voci, nel bilancio dell'anno che passa, bisogna mettere anche la "questione meridionale ormai derubricata in questione criminale". Così ha detto il ministro Formica, intervistato qualche giorno fa da Mino Fuccillo. Il ministro ha ragione: il 76 per cento degli omicidi italiani sono commessi nel Sud. Ogni giorno di più il meridione d'Italia si trasforma per l'opinione pubblica in una questione di faide e peculati, rapimenti ed omicidi. Insomma una parte del paese dove il "benessere senza sviluppo", come lo definisce il Censis, ha sostituito, comprese le sue ramificazioni criminali, la miseria di secoli. Oggi al Sud i soldi circolano, comunque siano stati fatti, eppure le cose non sono cambiate. Anzi peggiorano. Colpa di chi?

    E' stato ripetuto cento volte di chi sono le colpe. L'inerzia dello Stato, col suo intreccio di inefficienza e di loschi interessi. I partiti di potere che alla criminalità organizzata si sono mescolati: questione di clientela, voti chiesti e dati per mantenere il controllo, anche al di fuori ormai di ogni parvenza democratica. Singoli uomini politici meridionali che sottovalutano il risentimento che monta nel paese dando, nelle piccole come nelle grandi cose, esempi di arroganza sudamericana: si tratti di far aprire una sede Rai per ospitare gli amici o di finanziare opere inutili col denaro di tutti.

    Nessuno sa bene quale sarà il potenziale politico delle Leghe dopo le prossime elezioni. Fin d'ora però si vedono i profondi cambiamenti di costume che queste colpe hanno provocato e di cui le Leghe rappresentano solo l'aspetto più visibile. Una volta lo si sarebbe detto razzismo, epiteto grossolano. Il sociologo Luigi Manconi ha coniato un'espressione più adeguata "antimeridionalismo democratico".

    Infatti, leghe a parte, l'altro aspetto, meno discusso, ma forse più importante, è che oggi in Italia si danno sul Mezzogiorno, e sui meridionali, giudizi che ancora pochi anni fa venivano al massimo sussurrati in privato.

    La legittimazione a questo cambiamento di tono scende dall'alto, dal filosofo Norberto Bobbio, uno dei padri del pensiero "liberal". E' stato lui a scrivere che "la questione meridionale è soprattutto una questione dei meridionali". Non si poteva esprimere con minor numero di parole e con maggiore delicatezza il senso di ribellione e di sazietà che le notizie quotidiane sui delitti commessi nel Mezzogiorno procurano.

    LA CALABRIA, da sola, mette insieme una media di omicidi dieci volte superiore a quella nazionale. Totalizza, da sola, l'80 per cento dei sequestri di persona, il più odioso dei reati, più ripugnante dell'omicidio di impeto, perché il sequestro vuole una lunga preparazione e un'altrettanto lunga detenzione dell'ostaggio in condizioni rispetto alle quali quelle dei reclusi nei campi nazisti possono definirsi tollerabili. Una esplosione di barbarie senza precedenti in Italia e senza paragone in Europa.

    Ma non fanno minore impressione i 420 miliardi che i comuni siciliani hanno speso nell'89 per "feste, convegni, manifestazioni di piazza", mentre i terremotati di vent'anni fa sono ancora nelle baracche. E' stato Craxi a denunciarlo, indignato dal fatto che quella cifra supera perfino quella spesa in un anno, in tutto il paese, per la lotta alla droga.

    Gianni Brera intervistato qualche giorno fa dalla Stampa si è dichiarato contrario alla divisione della penisola perché, dice: "Preferisco fare l'italiano del Nord che si sente superiore ai meridionali, che non il terrone rispetto ai tedeschi". Ironia, certo, quell'ironia di vena padana di cui Brera è maestro. Ma sotto l'ironia il malcontento traspare, e si sente.

    Sul Corriere della Sera Giuliano Zincone ha dovuto ammettere "la verità molto amara è che la mafia gode in Sicilia di vasti consensi popolari". Mentre il direttore dell'Europeo Vittorio Feltri ha scritto addirittura che se i carabinieri facessero il loro dovere fino in fondo, in certe zone della Sicilia la popolazione in libertà si dimezzerebbe. Pasquale Nonno, direttore de Il Mattino sentito da Roberto Brusadelli di Panorama, ha colto la connotazione ideologica del fenomeno dicendo che una volta il meridionalismo si identificava con le posizioni progressiste mentre oggi: "Meridionalismo significa voler continuare a finanziare la camorra".

    Numerosi sociologi, tra i quali Luciano Gallino, hanno ripetuto che, in vista del '93, la cultura paleoeconomica del Sud sarà per l'intero paese un peso forse insopportabile. Mentre Luigi Manconi, per illustrare il suo punto di vista, ha scritto: "Non è vero che gli amministratori napoletani sono tutti camorristi. E' vero invece che tutti i camorristi sono amministratori". Ernesto Galli Della Loggia, pensatore "liberal", ha chiesto per certe zone del Sud la sospensione delle garanzie costituzionali, unica strada per combattere davvero la criminalità. Opinione del resto largamente condivisa.

    NON c'è giorno senza che sulla stampa di ogni tendenza e colore appaiano valutazioni di questo tipo. E non sono soltanto i commentatori e i sociologi ad esprimerle. Due mesi fa il questore di Napoli si è augurato che per fermare il massacro delle bande in guerra, là dove la polizia non può fare più niente, si decidessero a scendere finalmente in campo i veri boss, i grandi capi della camorra. Il procuratore della Repubblica di Palmi ha annunciato che nel territorio di sua competenza si stava per giungere "alla forzata immobilizzazione dell'azione penale che, tuttavia, è ancora obbligatoria, finché lo Stato non rinuncerà formalmente alla propria potestà punitiva, rendendola facoltativa". Brera fa dell'ironia, il magistrato di Palmi usa il sarcasmo per frustare un'intera classe politica.

    Questi giudizi sono soltanto una sintesi, autorevole ed elegante, dei giudizi che milioni di italiani quotidianamente si scambiano in ogni osteria, in ogni scompartimento di treno, in ogni coda davanti a uno sportello.

    Possiamo discutere finché vogliamo sul progetto federalista delle Leghe. Nei fatti l'Italia come collettività di comune sentire, di identità nazionale certa, è già a pezzi. Vale la pena di ripetere che vi ha contribuito la micidiale mistura di inefficienza e complicità, arroganza e cinismo, di un'intera classe dirigente?

    © La Repubblica 2 gennaio 1991

  3. #3
    PADANIA LIBERA!
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    Predefinito

    eheheheh,com'è che le chiama Bossi?Troie di regime?
    Posta quegli articoli anche sugli altri forum,vediamo quali scuse tirano fuori per salvare i due scrittori sopra!
    Saluti Padani

 

 

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