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Risultati da 1 a 2 di 2
  1. #1
    Roderigo
    Ospite

    Predefinito La deglobalizzazione

    Una proposta per un diverso governo dell'economia nei paesi in via di sviluppo
    La deglobalizzazione


    E' con il termine «deglobalizzazione» che Walden Bello riassume i punti principali delle proposte di sviluppo per i paesi del terzo Mondo. Nata dal lavoro di ricerca e di analisi di cui Bello è direttore - il "Focus of the Global South" - la piattaforma per la crescita degli Stati più colpiti dalla globalizzazione capitalistica è incentrata sull'idea di un diverso governo dell'economia. La deglobalizzazione non significa «ritirarsi dall'economia mondiale: l'idea è quella di orientare diversamente l'attività produttiva dei paesi in via di sviluppo, non più verso le esportazioni, ma verso il mercato locale». Negli ultimi due decenni è aumentata a dismisura il grado di dipendenza dei paesi poveri dalle economie dei paesi capitalistici avanzati, dagli investimenti e dai mercati finanziari stranieri. E' sufficiente la caduta dei prezzi delle materie esportate per gettare sul lastrico le economie dei paesi poveri. Nel volume "Il futuro incerto" Walden Bello allude a un modello di produzione e scambio sottoposto al controllo della società civile, nel quale cooperative, privati e settore pubblico darebbero luogo a un sistema misto. In questo modo si sposterebbe il luogo in cui si prendono le decisioni strategiche dal mercato alla società civile. Al criterio puramente quantitativo della crescita verrebbe sostituito quello dell'equità e della giustizia sociale.


    Liberazione 17 settembre 2002
    http://www.liberazione.it

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  2. #2
    Roderigo
    Ospite

    Predefinito

    Intervista all'economista Walden Bello, direttore del "Focus of the Global South", istituto di ricerca sulle politiche del Terzo Mondo
    Lo Stato debole dei poveri


    Tonino Bucci

    L'amministrazione Reagan «si proponeva non solo di far arretrare il comunismo, ma anche di educare il Terzo Mondo. Ciò che andò svelandosi nei successivi quattro anni fu una strategia a due strade mirata allo smatellamento del sistema del "capitalismo assistito dallo Stato", che veniva considerato come la base interna delle élite del capitalismo nazionale del Sud, e al drastico indebolimento delle Nazioni Unite in qualità di strumento e di luogo di discussione delle problematiche economiche del Sud». Così scrive l'economista filippino Walden Bello nel suo ultimo volume, Il futuro incerto (edizioni Baldini&Castoldi, pp. 364 pagine, euro 15,80), in Italia pubblicato da pochi mesi.
    Della globalizzazione il direttore del Focus on the Global South - un istituto di ricerca e analisi con sede a Bangkok - offre una lettura insolita, lontana dagli schemi più divulgativi come la fine dello Stato nazionale e l'esistenza di un astratto comando capitalistico. Primato degli Stati Uniti, crisi economica, prospettive di sviluppo dei Paesi del Sud del mondo sono alcuni degli aspetti approfonditi durante l'incontro con Walden Bello a Milano.


    In generale, gli studi sulla globalizzazione mettono in risalto soprattutto gli aspetti finanziari dell'economia mondiale. Le disuguaglianze nella distribuzione della ricchezza planetaria sono ricondotte alle tre principali istituzioni: il Fondo monetario internazionale, la Banca mondiale e l'Organizzazione mondiale per il commercio. Lei accenna a due momenti dell'evoluzione storica di questi soggetti. Può spiegare le cause del passaggio da una prima fase - a partire da Bretton Wood -, caratterizzata da una politica illuminata, a quella attuale?

    E' un processo molto lungo che possiamo riassumere per sommi capi. Il Fmi e la Banca mondiale sono istituzioni nate nel 1944. Gli Usa furono il paese principale e più potente a spingere verso la loro creazione. Tuttavia queste organizzazioni, oltre a promuovere l'egemonia politica ed economica degli Stati Uniti, rimanevano delle istituzioni di stampo keynesiano, con un indirizzo di politica di sviluppo sociale, illuminata dal punto di vista economico anche riguardo ai paesi in via di sviluppo. Questa situazione è durata fino alla fine degli anni '70. Con l'avvento di Reagan negli Usa e della Thacher in Inghilterra queste istituzioni hanno abbandonato il compito originario di sorvegliare e controllare attentamente il mercato. Lo scopo principale, da quel momento, è stato quello di indebolire il potere dei governi. Invece di controllare il mercato, proteggevano l'egemonia del mercato rispetto a qualunque altra istanza o potere di controllo della società su di esso - soprattutto da parte dei governi dei paesi del Sud del mondo. Fmi e Banca mondiale si sono trasformati di fatto in strumenti nelle mani delle multinazionali, a sostegno degli interessi del mercato, creando disuguaglianze a scapito dei potere dei governi e della loro possibilità di controllo sulle economie nazionali.

    Con l'amministrazione Reagan è cambiata anche la politica degli Stati Uniti all'interno di queste istituzioni finanziarie era duplice. Nella fase precedente, oltre a disciplinare in qualche modo i paesi del Terzo mondo, promuovevano anche una limitata forma di sviluppo. La difesa dei propri interessi nazionali ed economici si coniugava cioè con il relativo sviluppo degli altri paesi. Gli Stati del Terzo mondo o in via di sviluppo non venivano valutati soltanto in base a criteri strettamente economici, non si guardava alla partecipazione o meno dello Stato nell'economia e nel processo produttivo, ma si guardava essenzialmente se un paese era anticomunista o procomunista. Con l'avvento dell'amministrazione Reagan e, soprattutto, con il crollo dell'Urss, cambia tutto. Il centro della politica statunitense diventa lo smantellamento del potere degli stati di controllare e indirizzare lo sviluppo. Si guarda negativamente alla partecipazione dello stato all'economia nazionale, come qualcosa da distruggere per sostenere gli interessi del mercato statunitense e delle multinazionali.


    Queste due circostanze, l'abbandono del modello keynesiano - ruolo pubblico nell'economia - e lo smantellamento degli stati soprattutto nei paesi decolonizzati, hanno fatto sostenere a tanti economisti e studiosi la tesi della fine dello Stato nazionale e l'egemonia realizzata del libero mercato. Concorda con questa tesi?
    Oppure l'economia del libero scambio è in realtà un mito che nasconde il dominio degli Usa?


    Sono molto scettico riguardo a questa tesi che vedrebbe gli stati deboli nei confronti del libero mercato. Questo di sicuro non è successo negli Usa nel senso che oggi gli Stati Uniti sono, dal punto di vista dell'apparato statale, più forti di quanto fossero prima dell'avvento dell'amministrazione Reagan. In secondo luogo, c'è un maggior potere di controllo interno sulla classe lavoratrice e sulle minoranze rispetto agli anni '60 e '70. In quei decenni lo Stato americano era costretto a costruire una sorta di compromesso sociale tra gruppi capitalistici e classe lavoratrice. Una scelta necessaria per sostenere la competizione con l'Urss e vincere la Guerra fredda. Con il crollo dell'Urss è venuta meno la necessità del compromesso sociale. Lo stato americano esercita ora un maggiore potere di restrizione nei confronti delle classi lavoratrici e delle minoranze. Terzo punto: a pensarci bene, gli Usa non sono il classico mercato libero, uno stato con un free markt. Se all'economia americana conviene, allora si parla di libero mercato e libero scambio. Ma se in altre circostanze non è più vantaggioso parlarne e praticarle, diventa uno Stato molto protezionista, con dei meccanismi molto rigidi di protezione del loro mercato. Il potere statale invece di diminuire, è aumentato nel corso dell'ultimo decennio.

    Anche per quel che riguarda l'Europa è difficile sostenere che lo stato nazionale non abbia più importanza. L'organismo dell'Unione Europea è stato creato perché potesse fungere da controaltare al crescente potere dello stato nazionale degli Usa. Ma questo non ha portato a un indebolimento dei singoli Stati europei: semplicemente si sono uniti in una entità sovrastatale per contrastare il potere economico americano. Naturalmente ci sono degli attriti, delle proteste sui meccanismi non perfettamente equi di distribuzione del potere, sul modo di interagire dell'Ue con i poteri dei singoli stati membri. L'Unione sembra più una tecnocrazia che non una democrazia.

    E nei paesi decolonizzati del Sud del mondo?

    L'unico posto in cui realmente c'è stato questo effetto di indebolimento del potere statale per opera del libero mercato sono i paesi in via di sviluppo. Qui lo stato nazionale e la sua possibilità di incrementare lo sviluppo del paese, è stato indebolito dagli Usa attraverso il Fmi e il Wto. L'interesse dei gruppi di potere e delle organizzazioni capitalistiche degli Stati del nord è quello di indebolire gli stati dei paesi in via di sviluppo, la capacità dei governi di promuovere uno sviluppo interno e proporsi come centri di competizione nel mercato. E' l'unico esempio visibile di indebolimento dello stato nazionale.

    C'è una questione qui non solo teorica ma anche politica. In questi paesi del sud del mondo dove si è verificata l'erosione dello stato nazionale, quali possono essere le strategie di resistenza?

    Lo Stato ha un duplice ruolo: sostenere, da un lato, l'interesse dei cittadini e, dall'altro, eliminare le disuguaglianze create dal mercato. E' importante che si torni all'idea di uno Stato che si prenda cura di questi due aspetti. Però deve essere chiaro che non è possibile tornare allo Stato degli anni Settanta, in Asia o nei paesi in via di sviluppo, perché abbiamo imparato che quelle forme di governo, pur promuovendo un reale sviluppo per il paese, creavano disuguglianze nella popolazione, problemi all'ambiente e all'agricoltura. La sfida oggi è come portare un nuovo attore sociale all'interno di questo quadro. Questo attore può essere la società civile che può esercitare un controllo sia sul mercato che sullo Stato stesso. La società civile come una sorta di partner dello Stato e, al tempo stesso, come strumento di controllo affinché non si ricada negli errori del passato. La mancanza di questo tipo di società civile in Asia e nei paesi in via di sviluppo è il problema principale.

    La sua proposta è la deglobalizzazione, la riorganizzazione delle economie nel sud del mondo non più verso l'esportazione - che crea dipendenza dalla domanda dei paesi del nord - ma rivolta verso la soddisfazione dei bisogni interni. Rilanciare il ruolo pubblico dello Stato, avviare misure di protezionismo sono battaglie residuali del passato o rappresentano anche prospettive valide per il futuro?

    E' vero che un modello economico e sociale basato sulle esportazioni non funziona più. Occorre promuovere un "mercato domestico" e non destinare la produzione all'esportazione. Con dei meccanismi di equità all'interno dei paesi. Una soluzione potrebbe essere la creazione di "blocchi regionali", di alleanze fra diverse aree. Penso a mercati regionali protetti all'interno dei quali possano svilupparsi associazioni e cooperazioni miste, nel segno di una crescita economica e tecnologica interno a quelle regioni. Associazioni e intese di questo tipo esistono già nei paesi in via di sviluppo, ma non funzionano oppure sono funzionali al mercato globale, quindi non mirate alle caratteristiche locali.

    Come interpreta la crisi finanziaria ed economica che attraversa gli Usa, come una recessione oppure una crisi di sovrapproduzione?

    A mio parere è una crisi più strutturale che di congiuntura, cioè legata alla sovrapproduzione. Il problema della sovrapproduzione è la questione più urgente a partire dalla fine degli anni '70. In risposta alla perdita di profittabilità, alla minore accumulazione di profitti dell'industria manifatturiera, i capitali sono andati in maniera sempre più crescente verso il settore finanziario - al punto che negli anni '90 questo ha assorbito la quota principale degli investimenti negli Stati Uniti. La situazione è stata portata agli estremi fino al crollo di Wall Street e dell'economia argentina - due effetti della stessa crisi.

    La guerra è una risposta a questa difficoltà?

    Per quanto riguarda la guerra ci si è chiesti: è possibile che una sorta di militarismo keynesiano possa essere la risposta a questa crisi economica? E' difficile. Non credo che il principale motivo degli Usa sia quello di rilanciare o stabilizzare l'economia attraverso la guerra, bensì quello di rafforzare un'egemonia strategica. Ci sono almeno tre motivi per affermare questa tesi. Il primo è che con un investimento massiccio nel settore militare avrebbe l'effetto di rilanciare l'inflazione - come accadde con la guerra del Vietnam. Significherebbe investire capitali per produrre beni che non possono essere reimmessi in circolazione. Il secondo motivo è che, mentre nell'amministrazione Reagan grandi capitali accorrevano dall'estero, soprattutto dal Giappone, per essere investiti nella corsa agli armamenti, oggi, nella situazione attuale dell'economia americana, non c'è più questo enorme afflusso. Terzo punto, dal momento che non c'è grande disponibilità di capitali e gli investitori fuggono dagli Stati Uniti, l'unica soluzione per finanziare gli armamenti sarebbe aumentare le tasse. Ma questo creerebbe enormi problemi interni di opposizione, incontrando il dissenso della classe media e dei lavoratori. Nascerebbero dinamiche sociali esplosive all'interno del paese. La politica militare, credo, sia perciò finalizzata al rafforzamento di posizioni strategiche nell'area asiatica. Non bisogna sopravvalutare gli Stati Uniti e la loro capacità di tenuta. C'è una ipertensione dell'egemonia americana in Asia. Con la guerra si potrebbe arrivare alla rottura.


    Liberazione 17 settembre 2002
    http://www.liberazione.it

 

 

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