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Discussione: Giovanni Spadolini (Firenze, 1925 - Roma, 1994)

  1. #111
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    Predefinito Re: Giovanni Spadolini

    Il sogno di una grande sinistra democratica

    di Giovanni Spadolini - (“Cultura e politica nel Novecento italiano”, Le Monnier, Firenze 1994)

    Occorrerà la nascita del Partito d’azione, agli albori del secondo Risorgimento, per vedere apparire nello lotta politica italiana un partito che si professerà insieme rosselliano e gobettiano.
    Sarà il momento in cui la tesi crociana della inconciliabilità fra liberalismo e socialismo tramonterà proprio in quel mondo culturale che si era formato in una originaria fedeltà all’insegnamento del filosofo abruzzese. Sarà il momento in cui grandi studiosi di formazione crociana, voglio ricordare solo Omodeo e De Ruggiero, aderiranno alla nuova formazione politica volta a raccogliere l’eredità di Giustizia e Libertà.
    Ricordo una tavola rotonda del 26 marzo 1981 a Roma, in memoria di Ugo La Malfa, due anni dopo la morte: cioè del leader politico che, alla testa di una forza di minoranza, più si era battuto, nel corso di oltre un trentennio, per “disideologizzare” la sinistra italiana, per affrancarla dai complessi atavici e ancestrali dei pregiudizialismi millenaristici o delle soluzioni messianiche e palingenetiche. Non a caso quel dibattito era dedicato al tema: “La crisi delle ideologie e la sinistra italiana”.
    L’analisi risalì al primissimo dopoguerra, alle speranze e ai fantasmi della liberazione. E fu soprattutto l’amico Giuliano Amato ad insistere sull’occasione perduta di una grande forza laica e socialista, alternativa sia all’incipiente egemonia democristiana sia alla prevedibile chiusura comunista, quale La Malfa aveva proposto a Nenni alla fine del 1944, senza riuscire a superare una certa tentazione isolazionista del Partito socialista in quegli anni.
    “C’è una contiguità, quella fra socialisti e repubblicani – disse allora Amato – che è sempre decisiva, nel bene e nel male, nella storia italiana”.
    Ecco: Carlo e Nello Rosselli avevano consumato il proprio comune martirio a Bagnoles de l’Orne, dopo essere giunti alla conclusione che mazzinianesimo e socialismo dovessero incontrarsi. Per aprire la via a quella “nuova Italia” che i due fratelli non riuscirono a vedere realizzata; un’Italia profondamente rinnovata, che potesse favorire la costituente europea di ascendenze risorgimentali e mazziniane.
    Ed è su questo punto dell’Europa, che voglio concludere per ricordare che nella resistenza antifascista, l’europeismo è essenzialmente “giellino” (Giustizia e Libertà) e repubblicano. Il manifesto di Ventotene si muove nel quadro di esperienze azioniste ai confini del socialismo. La battaglia per l’integrazione europea è fatta propria, in forme dichiarate e non diplomatiche, solo dal Partito d’azione, nei programmi che nascono fra il ’42 e il ’43.
    La “Giovine Europa” di Mazzini rimane sempre sullo sfondo della cospirazione repubblicana anche quando essa si sviluppa al di fuori dei comitati di liberazione, in quella disdegnosa solitudine che rifiutava ogni mano tesa verso la monarchia.
    Europa. Europa dei popoli contrapposta ai governi. Europa come soluzione unica ai problemi dei nazionalismi e dei razzismi selvaggi.
    Ecco i motivi della cultura democratico-repubblicana che caratterizzano fortemente le esperienze del movimento antifascista e investono in pieno il fronte socialista. Trovando singolari echi di consenso in quel mondo cattolico antifascista in cui l’ideale europeo resisteva con l’immagine della “Res publica christiana”, quasi come vocazione alla supernazionalità magari appoggiata sull’universalismo papale.
    Quello che è avvenuto negli ultimi mesi ed anni nell’Europa orientale porta tutti i caratteri – abbiamo il coraggio di dirlo – dell’europeismo di Giustizia e Libertà. Che ne fa rivivere le speranze, i motivi, le tensioni, le vibrazioni.
    Di recente Aldo Rosselli mi dava notizia che esiste in Unione Sovietica un’edizione di Socialismo liberale.
    L’identità fra Europa e libertà è ormai comune a tutte le esperienze, anche a quelle di “Solidarnosc” che nascono dal profondo della coscienza e della tradizione cattolica.
    Quando il Partito comunista ungherese abbandona il vecchio nome e sceglie quello di “socialista”, il socialismo cui guarda è più quello rosselliano che quello marxista.
    La stessa disputa sulla parola “comunismo” ci riporta alle polemiche aspre e memorabili fra Giustizia e Libertà e il PCI negli anni dell’esilio e particolarmente nel ’32.
    Difficile prevedere quale sarà il loro sbocco; ma un punto è certo: il ruolo di una sinistra democratica in Italia non può non essere un ruolo europeo, di avanguardia europea.
    E quel ruolo europeo ha due punti di partenza, due componenti storiche che hanno pesato in modo decisivo nel loro vario atteggiarsi, nel loro incontrarsi, nel loro scontrarsi, nella loro perpetua dialettica, la componente repubblicana e la componente socialista.
    Non c’è avvenire per l’Italia che non sia un avvenire europeo: quella patria più grande, legata all’idea di Giustizia e Libertà, che brillò nell’insegnamento dell’ultimo Mazzini e alimentò il trapasso dal mazzinianesimo al socialismo, sorreggendo le nobili fedi della lotta per l’emancipazione operaia in tutte le sue forme.
    Proprio quei principi raccolti nelle Rime carducciane che tanto commossero Carlo Rosselli:

    Solo nel mondo regnino
    giustizia e libertade.


    Giovanni Spadolini
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    …bisogna uscire dall’egoismo individuale e creare una società per tutti gli italiani, e non per gli italiani più furbi, più forti o più spregiudicati. Ugo La Malfa

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  2. #112
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    Predefinito Re: Giovanni Spadolini (Firenze, 1925 - Roma, 1994)

    90 anni fa nasceva a Firenze Giovanni Spadolini

    Italiani - Giovanni Spadolini - Rai Storia
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  3. #113
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    Predefinito Re: Giovanni Spadolini (Firenze, 1925 - Roma, 1994)

    Difendere la libertà

    “Corriere della Sera”, 13 dicembre 1969


    Il seme della violenza ha dato i suoi frutti avvelenati. L’orrendo attentato di piazza Fontana rappresenta – come ha sottolineato giustamente Saragat nel suo telegramma al presidente del Consiglio – l’ultimo anello di una tragica catena di atti terroristici che deve essere spezzata ad ogni costo per salvaguardare la vita e la libertà dei cittadini. Non sono possibili termini di confronto; non basta nessun richiamo o parallelo storico, con la sola eccezione della strage del “Diana”, nella Milano infuocata dell’altro dopoguerra. Assistiamo alla totale dissoluzione dei princìpi di convivenza, su cui non può non reggersi l’ordine democratico; assistiamo alla sfida selvaggia e criminale contro i valori di tolleranza, di mutuo rispetto, in una parola di civiltà.
    La contemporaneità con gli altri attentati, per fortuna meno sanguinosi, di Roma, esclude un’iniziativa isolata, folle ma isolata. Gli ideatori e gli esecutori della mostruosa strage – a qualunque gruppo appartengano, di qualunque fanatismo siano seguaci – hanno operato con lucida consapevolezza omicida, nella volontà di sconvolgere le tavole di valori della nostra vita associata, di precipitare il paese nel caos, di colpire a morte, come si usa dire con linguaggio orecchiato, “il sistema”, egualmente combattuto dagli opposti totalitarismi. La scelta del bersaglio: una banca. La scelta dell’ora: l’ora di maggiore affollamento dei correntisti, piccola e media borghesia, ceto minuto di agricoltori che a fine settimana consegnano i loro risparmi o ritirano i loro depositi, espressione di un mondo di valori ordinati e stabili che si vuole ferire e rovesciare, in base alla mistica demenziale dell’eversione. La scelta dei collegamenti simultanei: un’altra banca a Roma, con altri feriti e uguale tecnica.
    La democrazia deve difendersi: con leggi democratiche, nel rispetto dell’ordine democratico, ultimo e non sostituibile riparo contro la violenza e la follia. Non è il momento degli stati d’assedio; non è il momento delle leggi marziali. Esistono, nella legislazione repubblicana, tutti gli strumenti atti a isolare i terroristi, sufficienti a punire i delinquenti. “Tocca alle forze dell’ordine democratico – ripetiamo col presidente della Repubblica, che ha interpretato lo sgomento del paese, da vecchio socialista e democratico che ha conosciuto gli orrori della violenza e le conseguenze funeste di attentati analoghi tipo Diana – tocca all’autorità giudiziaria, innanzi alla quale giacciono numerose denunce per istigazione ad atti di terrorismo, restituire alla legge voluta dal popolo la sua sovranità”.
    Tutti i nuclei estremisti, di qualunque colore, comunque camuffati, debbono essere messi in condizione di non nuocere: la libertà, necessaria e irrinunciabile, della propaganda e dell’opinione non può e non deve essere confusa con la libertà del delitto. Non parliamo, per carità, di “contestazione”, un fenomeno complesso ed anche drammatico che ha radici nella cultura moderna, che si ripete in forme diverse ad ogni generazione. Oggi siamo di fronte ad un rigalleggiamento di violenza omicida, di furia selvaggia, di ansia distruggitrice. Non è la stanchezza di vecchi valori; non è la ricerca di nuovi orizzonti. Sono quei nuclei estremisti e irrazionali – seguaci della violenza per la violenza, teorici della sopraffazione per la sopraffazione – che sempre hanno accompagnato le fasi di crescenza delle democrazie, ma che le democrazie hanno sempre avuto la forza di respingere dal loro seno.
    Le tolleranze o le debolezze dei pubblici poteri non potrebbero continuare senza gravissime e forse irreparabili conseguenze per quello che rimane dell’ordine democratico. Giustamente il presidente del Consiglio, Rumor, che governa in condizioni di tanto tragica impotenza politica per colpa delle indecifrabili lotte dei partiti e dei sottopartiti, ha preso solenne impegno col paese che nulla sarà lasciato d’intentato per scoprire chi ha distrutto vite umane e gettato un’intera città, una città come Milano, nella desolazione e nel dolore: a venti giorni dall’eccidio del povero agente Annarumma. Le misure preannunciate dal governo, e invocate chiaramente dal Quirinale, dovranno corrispondere agli impegni assunti: nel più rigoroso rispetto della legalità, nella calma necessaria alla gravità dell’ora, senza isterismi colpevoli, ma senza colpevoli debolezze o negligenze o pigrizie.
    Occorre assolutamente evitare che il paese si senta indifeso, che la pubblica opinione ripieghi sulle suicide suggestioni della tutela privata o di gruppo, quelle suggestioni che ci regalarono cinquant’anni fa la dittatura. Occorre salvare la libertà con la libertà. È l’impresa più difficile; ma è la sola per cui valga la pena di battersi, fino in fondo e con ferma coscienza.

    Giovanni Spadolini
    Ultima modifica di Frescobaldi; 24-07-15 alle 22:56
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    …bisogna uscire dall’egoismo individuale e creare una società per tutti gli italiani, e non per gli italiani più furbi, più forti o più spregiudicati. Ugo La Malfa

  4. #114
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    Predefinito Re: Giovanni Spadolini (Firenze, 1925 - Roma, 1994)

    Grazie

  5. #115
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    Predefinito Re: Giovanni Spadolini (Firenze, 1925 - Roma, 1994)

    Palazzo Filomarino



    Benedetto Croce (Pescasseroli, 1866 - Napoli, 1952)


    * Nuova Antologia
    , anno 110°, giugno 1975, n. 2094, poi in G. Spadolini, L’Italia della ragione. Lotta politica e cultura nel Novecento, Le Monnier, Firenze 1978.



    25 aprile 1975. Non risalivo le scale di palazzo Filomarino da almeno nove anni. Ero venuto l’ultima volta all’istituto storico Croce – l’istituto collocato nelle stanze intatte del filosofo, coi suoi libri, i suoi tavoli, i suoi ricordi – insieme con Saragat, nei giorni del centenario crociano, febbraio 1966; allorché l’allora Presidente della Repubblica si era impegnato con particolare e personale fervore nella celebrazione del maestro e aveva lungamente riletto i suoi libri e curato le citazioni e dosato i giudizi per il discorso che proprio al San Carlo di Napoli doveva pronunciare, un discorso destinato quasi a riassumere l’ispirazione laica della sua presidenza. Un Saragat intento a integrare l’eredità del neopositivismo austriaco, inseparabile dal socialismo degli anni trenta, quello che aveva respirato nel primo esilio, con la grande lezione dello storicismo crociano, risentita e riofferta nel periodo di Parigi con particolare acutezza, con incisività mai appannata.
    Nulla, o quasi, è modificato da allora. Solo più sgombro il tavolo, che era stato fino al 1960 di Federico Chabod: un tavolo incredibilmente ordinato oggi, per volontà di Pugliese Carratelli, così come era incredibilmente disordinato quindici o sedici anni or sono, con le riviste che si accumulavano, gli estratti che si sovrapponevano, i libri vecchi e nuovi che si davano la mano, nel misterioso disordine-ordine che era proprio dell’uomo. Ulteriori accessioni di opere; perfettamente organizzata, per volontà della signora Dora Beth Marra, la raccolta dei periodici, che spazia in tutte le lingue e in tutti i rami delle scienza storiche.
    Sempre larga, e policroma, la rappresentanza dei borsisti stranieri: parecchi anni fa ricordo di aver incontrato all’istituto Croce un giapponese che conosceva Mazzini al punto da poter sostenere con dignità una ipotetica conversazione con Tramarollo. Aggiunta qualche altra borsa, alle molte create dalla munificenza di Raffaele Mattioli – un altro spirito eletto di cui sentiamo la pungente mancanza, nella sciatteria che avanza, nelle superstizioni che si espandono, in un certo irresistibile irrazionalismo che dilaga intorno a noi – : in particolare, cara ai miei ricordi di giovanissimo collaboratore del Mondo, la borsa intitolata, per tenace volontà del caro Libonati, a Mario Pannunzio, un crociano fermissimo nel rigore dei princìpi quanto aperto nella ricchezza di un’interiore problematica (e la sera stessa a Napoli, presentando nella biblioteca nazionale di palazzo Reale, sede pure essa di scelta e di rimembranze crociane, un nuovo libro dell’amico Galasso, Da Mazzini e Salvemini, ricorderò che solo Pannunzio era riuscito nel miracolo di far scrivere sulle stesse pagine, appunto quelle del primo indimenticabile Mondo, Croce e Salvemini).
    Riuniti, nella sala strettissima che precede la biblioteca, in fondo al grande corridoio di ingresso, pochi, selezionati superstiti della religione crociana. È una manifestazione a inviti, dove il primo titolare di un ministero che nella sua discrezione sarebbe piaciuto a Croce (“beni culturali” e non “cultura”) si incontra con gli animatori e allievi dell’istituto, ma al di fuori di ogni pompa, di ogni ufficialità. Col tono di una seduta universitaria, l’unico tono che piace alla figlia Alda, la gelosa custode delle stanze crociane, l’ordinatrice accorta e attenta del suo epistolario: arricchito di recente dal volume delle Lettere di Antonio Labriola a Croce, spazianti nel ventennio 1885-1904.
    C’è il figlio di Mattioli, Maurizio, impegnato a salvaguardare l’eredità paterna; c’è naturalmente, il direttore dell’istituto, il collega Pugliese Carratelli, il continuatore di Chabod, l’uomo che ha occupato il posto che invano Croce aveva riservato nel lontano ’46 a Adolfo Omodeo (“la sorte, commentò allora don Benedetto, ha disposto al contrario del mio ardente desiderio ed egli inaspettatamente si è dipartito da noi, i quali guardiamo con ammirazione e con tristezza gli impareggiabili lavori che egli ha compiuto”). Ci sono i pochi filosofi che ancora alzano bandiera crociana, senza riparo di vessilli corsari, nell’università italiana, come un Raffaello Franchini; non manca l’instancabile Alfredo Parente, che dalla Rivista di studi crociani continua, con povertà artigianale di mezzi pari solo al fervore della fede, l’opera di un proselitismo crociano quasi missionario e spesso sub hostili dominatione. Nel treno che mi riporta da Napoli a Roma incontro un “adepto” di questa chiesa, un impiegato fiorentino, che a sue spese è venuto a Napoli, per un piccolo convegno su filosofia e storia promosso dagli amici della rivista, quasi nella solitudine di un chiostro laico.
    È giunto da Firenze Ernesto Sestan, in cui rivive, come in Pannunzio, il perfetto equilibrio fra Croce e Salvemini; e non manca – quasi eco del “non possiamo non dirci cristiani” – un fedelissimo storico di salde radici cattoliche, Ernesto Pontieri, pari a Croce nella devozione alla “napoletana società di storia patria”, un sodalizio inesauribile nonostante la carenza di mezzi, nella fedeltà a un certo modello culturale, un modello che fa di Napoli ancora, nonostante tutto, una capitale morale. E tanti vuoti intorno a noi: da Gino Doria a Vittorio De Caprariis, vuoti di antichi maestri non meno che di indimenticabili allievi.
    Ripenso ai ventotto anni passati dalla fondazione dell’istituto. Quando Croce lanciò la premessa allo statuto del centro – qualcosa come il febbraio del ’46 – l’università italiana riprendeva il suo cammino con grande slancio di propositi rinnovatori, sulla scia della Liberazione. Sembrava che la cultura dovesse tornare tutta, e riassumersi tutta, nelle strutture dell’università: la lezione di Croce, il meno universitario dei nostri maestri, il solo che aveva sempre rifiutato una cattedra, che non aveva neanche conseguito la laurea, aveva preservato intere facoltà, lettere, filosofia, anche giurisprudenza, dalle contaminazioni del fascismo, aveva assicurato le premesse di una ripresa e di un ulteriore avanzamento dei nostri studi, mai interrotti – basti pensare alla storia – neanche durante gli anni della dittatura.
    I vecchi atenei, certo, sembravano angusti rispetto alla realtà di un paese che si avviava a radicali trasformazioni, morali prima che strutturali: ma i dati dell’autonomia universitaria, sopravvissuti al tentativo di livellamento statalistico e centralistico, garantivano tutti, anche le forze di opposizione, il blasone universitario superava la pur aspra diatriba dei partiti. E l’istituto Croce appariva in quella prospettiva solo come un organismo di specializzazione post-universitaria, un luogo di ricerca monografica. Uno fra gli altri…
    Ventotto anni dopo… Cosa rimane di quelle certezze o di quelle speranze? L’università di oggi ha bruciato gli orgogli della tradizione senza sostituirli alle intuizioni o alle premesse di un domani migliore. La cultura non si riassume più tutta nell’università; la ricerca scientifica vera e propria, anzi, si allontana sempre più dalle aule universitarie, avviate a una inesorabile licealizzazione, si disloca in nuovi organismi, che seguono l’università, l’affiancano o dovrebbero affiancarla: nel suo stress di adeguamento a una società smisuratamente cresciuta, e incredibilmente mutata.
    L’istituto Croce assume tutta una nuova attualità, su questo sfondo. E quella che sembrava, per Croce, la conclusione di una lunga giornata potrebbe diventare l’anticipazione di una giornata nuova, in un rapporto diverso fra università-liceo e centri di ricerca post-universitaria, fra gli atenei, nel loro svolgersi caotico, e l’esigenze di un approfondimento umanistico, da sottrarre al nozionismo livellatore. E non è senza significato che un progetto di legge, presentato alla Camera, e con firme che vanno da Giorgio Amendola a Francesco Compagna, il mio amico da trent’anni, domandi all’università italiana il prestito, in comando presso l’istituto Croce, di taluni suoi professori: un’iniziativa da favorire in tutti i modi, proprio per agevolare il nuovo raccordo fra il superstite statalismo accademico e gli apporti spontanei della società civile.
    Uscendo da palazzo Filomarino, mi tornano in mente le parole di Croce in quella pagina “un angolo di Napoli”: “Vico ebbe a tenere private conferenze per l’appunto nella casa dei Filomarino, innanzi a un circolo di nobili giovinetti e di gravi personaggi”. La storia, idealmente, si ricompone a unità, scandita dal ritmo dei secoli. Nelle società di massa, la cultura superiore trasmigra, idealmente, nelle accademie e negli istituti specializzati, i santuari laici che soli possono elaborare i dati del sapere volti al ricambio delle generazioni. Per conoscere, soprattutto, la sola cosa che l’uomo deve conoscere, citiamo ancora Croce: “la storia sua, perché l’ha fatta lui, l’uomo, e in ciò egli è simile a Dio, che conosce il mondo naturale per averlo creato”.

    Giovanni Spadolini
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    Predefinito Re: Giovanni Spadolini (Firenze, 1925 - Roma, 1994)

    L’ombra della spartizione*

    *“La Stampa”, 9 settembre 1972


    C’è un senso di disorientamento e di incertezza che si allarga nel paese. Il distacco fra i partiti e l’elettorato è profondo; la crisi economica, sempre più grave, sempre più acuta, minaccia le basi dei superstiti ceti medi – risparmiatori, percettori di redditi fissi, titolari di piccole imprese – che possono offrire ancora un riparo e un fondamento allo Stato di diritto.
    La polemica, oscura, allusiva e spesso contraddittoria su centrismo e centro-sinistra è superata e quasi vanificata da nodi ben gravi, difesa dell’occupazione, stabilità della lira, raccordo con l’Europa (non è stato forse “Le Monde” a definirci un paese associato al Mec?); il sistema “bistandard” introdotto di soppiatto per la televisione a colori ha aggravato tutto il complesso e drammatico problema della Rai-tv come “Stato nello Stato” (e le sagge decisioni di Andreotti in Consiglio dei ministra hanno dimostrato quanto fossero fondate le preoccupazioni di La Malfa e di Saragat).
    Nel travaglio dei partiti, nella paralisi delle Regioni, nelle divisioni – sempre più profonde – della magistratura e degli altri corpi organici dello Stato, c’era un punto che resisteva ancora: l’alta burocrazia che colmava alla meglio, e spesso con gravissimi sacrifici, i vuoti della classe politica, i “grands commis” dell’Amministrazione che mandavano avanti la macchina, pure inceppata e affannante, dello Stato. La decisione della Corte dei conti di bloccare i recenti aumenti decisi dal governo – pur formalmente ineccepibile – getta un’ombra allarmante sulla tenuta di una categoria, comunque indispensabile al potere politico, rischia di mettere la dirigenza statale alla testa dell’autunno caldo: proprio quello che mancava!
    In tali condizioni le dispute di schieramento assumono un valore astratto e quasi bizantino. Che senso ha perdere tutto il tempo a pronunciarsi pro o contro il governo Andreotti? La dissociazione del centro-sinsitra nell’ultima legislatura non è stata inventata da Andreotti; l’avanzata dell’estrema destra monarco-missina non può essere imputata alla coalizione attuale.
    Ci vuole un esame di coscienza che risalga alle radici della crisi odierna, che vada oltre la cronaca. Esiste un equilibrio fondamentale nella vita italiana, quello fra cattolici e laici democratici, che potrebbe presto entrare in crisi: e in una crisi ben più irreparabile di quella di un governo o di una formula di governo.
    L’ombra del “bipartitismo” – la spartizione di potere fra le due grandi forze di massa, democristiani e comunisti – si estende inquietante sull’Italia. Quel po’ che il Parlamento riesce ad approvare, in aula o in commissione, discende dalle intese di fatto, e magari sottobando, fra dc e pci. Il ruolo delle forze intermedie minaccia di assottigliarsi inesorabilmente.
    C’è qualcuno che avverte il pericolo? Nell’epoca centrista, che fu la grande epoca di De Gasperi, l’equilibrio fra laici e cattolici fu garantito dalla logica, e dalla tecnica stessa, delle coalizioni. Socialdemocratici e repubblicani da un lato, liberali dall’altro offrivano una contrappeso necessario alla dc, un aiuto indispensabile a frenare ogni tentazione integralista. Nessuno ha dimenticato come fu bloccata l’operazione Sturzo nel ’52, nessuno ha dimenticato come fu arrestata la tendenza dei gesuiti al sorgere di un doppio partito cattolico, strumento per la creazione di un blocco d’ordine senza confini a destra. Le stessa legge elettorale maggioritaria, fallita il 7 giugno ’53, nacque da una precisa volontà di salvaguardare il dialogo fra le correnti laiche e i cattolici democratici, contro ogni chiusura clericale o restauratrice.
    Anche il centro-sinistra partì da un’esigenza analoga, aggiornata alle mutate condizioni, in primo luogo strutturali, della società italiana. L’unificazione fra psi e psdi, da Pralognan al Congresso di Roma del ’66 – dieci anni! -, doveva servire a gettare le basi di una forza di democrazia socialista equilibratrice della democrazia cristiana e tendenzialmente alternativa a quella. Con un peso maggiore dei partiti “minori” divisi ai tempi di De Gasperi; ma senza togliere spazio alle forze di democrazia laica e riformatrice ma non socialista come i repubblicani e ai gruppi chiamati a un essenziale ruolo di opposizione costituzionale come i liberali.
    Un quadro, purtroppo, astratto che corrispose soltanto a pochi momenti di realtà viva, e travagliata, nel ciclo dei governo Moro, in specie fra ’66 e ’68. Di fatto l’unificazione socialista rimase progetto più che realtà; le ipotesi di laboratorio furono smentite e lacerate, l’una dietro l’altra, dall’approfondirsi del contrasto fra le due anime del socialismo, culminato nella scissione.
    La storia, tormentosa, infeconda e frammentaria della quinta legislatura repubblicana è appena dietro di noi per ricordarci il naufragio di tante speranze, il disperdersi di tante illusioni. Bisogna ricominciare da capo. Qualcuno guarda in prospettiva a una federazione delle forze laiche; qualche altro punta a patti di non aggressione fra i partiti che si riconoscono nella comune ispirazione risorgimentale.
    Una cosa è certa: la via del massimalismo socialista non serve né alla causa democratica né alla causa laica. Mancini, in polemica con De Martino, parla di “risultati largamente positivi” del triennio successivo a quella scissione, cui egli non fu di certo estraneo. Ma quali? Mai il prestigio delle forze socialiste fu così basso. Mai il peso e l’attrazione della massa comunista furono così grandi: e sullo stesso elettorato della sinistra socialista, come insegna il psiup. Mai il rischio di una radicalizzazione della lotta, di tipo cileno, si distese così allarmante e pressante sul panorama della vita italiana, solcata dal rigurgito della violenza.
    Tutto è in discussione: formule e luoghi comuni, pregiudiziali ostinate non meno che calcoli di sottogoverno. Oltre la cronaca, ci sono taluni essenziali valori da difendere, certi fondamentali princìpi da salvaguardare, nell’intreccio fra democrazia laica e cattolica. Il discorso interessa i socialisti non meno dei repubblicani, i socialdemocratici non meno dei liberali. È un equilibrio delicato e irrinunciabile che non potrebbe essere sostituito certo da un incontro o da una mezzadria di potere fra cattolici e comunisti. La repubblica conciliare, in ogni caso, è già invecchiata.

    Giovanni Spadolini
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    Predefinito Re: Giovanni Spadolini (Firenze, 1925 - Roma, 1994)


    * “La Stampa”, 17 aprile 1983


    È stato Norberto Bobbio, su queste colonne, a denunciare anche di recente, in occasioni appropriate, “il problema della ingovernabilità delle democrazie”. Non solo dal lato del cosiddetto “sovraccarico delle domande” che in una società libera e complessa, capace di numerosi centri di potere, partono dal basso e si dirigono in un flusso continuo e incalzante verso il governo. Anche e soprattutto dal lato delle maggiori difficoltà nelle risposte rapide e adeguate che un regime democratico si trova a dover dare – “nei confronti del regime autoritario” – rispetto alle domande sempre più fitte e insistenti che partono da un mondo che cambia, da una società in constante ebollizione.
    È il caso dell’Italia dopo il varo della Costituzione repubblicana del 1948. Una pressione, ma anche una trasformazione, delle strutture sociali che non sempre si è incanalata nei binari segnati dalla Costituzione; domande più complesse, corrispondenti a un grado di evoluzione che non si è riusciti “né a prevedere né a incanalare”.
    Da più di dieci anni, almeno, un senso di “malessere istituzionale”, che si è trasferito nel rafforzamento anche eccessivo di certi poteri – pensiamo al potere sindacale – nell’indebolimento di certi altri – pensiamo al potere esecutivo. Taluni istituti costituzionali, come le regioni, attuati tardi e in modi insufficienti e contraddittori. Sovrapposti vecchi ordinamenti a nuovi ordinamenti. Non saldati i pezzi del vecchio e del nuovo Stato: il mondo delle autonomie ne costituisce un esempio. Accentuato pericolosamente il fenomeno della occupazione degli spazi della società civile da parte dei partiti, ben oltre la loro sfera istituzionale. La Commissione per il ripensamento della Costituzione, che sarà costituita a giorni, dopo il voto congiunto di Palazzo Madama e di Montecitorio, costituisce di per sé un elemento di grande importanza; l’unico segnale di novità in un’area in cui tutto stagnava; essa nasce dai dieci punti stipulati nell’agosto 1982 nel programma che consentì di superare la crisi di governo: la prima volta in cui un ministero nasceva su una precisa scelta istituzionale, non certo compromissoria né di comodo.
    Potremo osservare che il documento-base, la mozione su cui si è votato sia al Senato sia alla Camera, è troppo vasto, troppo prolisso, troppo onnicomprensivo, quasi un indice di buon testo costituzionale. Occorrerebbe una capacità di scelta e di concentrazione, che è volutamente mancata.
    Si è fatto il possibile, dalle parti più diverse, per ridurre il significato di quello che è un avvio di autoriforma del sistema. Si è messo tutto, e il contrario di tutto, nell’ordine del giorno. Ma una scelta di priorità si impone, e finirà per imporsi nella realtà dei fatti. Ci vuole soprattutto la garanzia del potere di decisione pubblica. Siamo in uno Stato in cui al potere della decisione si è sostituito il potere di veto. Veti delle segreterie dei partiti; veti dei sindacati; veti incrociati fra apparati centrali e autonomie locali; veti in Parlamento attraverso l’ostruzionismo; veti delle corporazioni; veti di gruppi di franchi tiratori. Capacità di decisione del governo e del Parlamento, attraverso strumenti conformi. Che investono la sfera della Costituzione ma anche l’area dei regolamenti parlamentari e delle convenzioni fra le forze politiche.
    C’è poi il problema-base dei rapporti fra partiti e istituzioni. Qui la questione morale finisce per identificarsi con la questione istituzionale. Non basta l’autorevisione dei partiti; dobbiamo garantire agli uomini e alle istituzioni misure di indipendenza e di garanzia che oggettivamente, al di là della loro stessa volontà, li rendano insensibili alle pressioni dei partiti. Ecco perché si impone un sistema di nuovi equilibri, di contropoteri, di fasce di rispetto, di mezzi e di strumenti attraverso i quali possa contenersi e rompersi la logica espansiva di occupazione della partitocrazia. A cominciare da quei meccanismi antifeudali, che devono funzionare in tutti gli organi collegiali, dal Consiglio dei ministri ai consigli comunali.
    La terza priorità è la questione del governo dell’economia. Da quando si è eclissata, con il centro-sinistra, l’idea di programmazione, noi paghiamo costi elevati di diseconomie per l’assenza di una seria organizzazione di istituti di decisione economica. Le alterne vicende della lotta all’inflazione e alla recessione ci richiamano alla necessità assoluta di attuare una riforma anche in questo settore. Soprattutto dopo l’ingresso delle parti sociali nella dialettica istituzionale del paese.
    La fedeltà alla Costituzione è il presupposto di tutto. Ma Piero Calamandrei, uno dei grandi artefici del patto costituzionale, ci ammoniva che “nella Costituzione ci sono purtroppo alcuni articoli rimasti calvi”. “Come a quel libertino di mezza età – così scriveva Calamandrei – che aveva i capelli grigi e due amanti, una giovane e una vecchia; la giovane gli strappava i capelli bianchi e la vecchia quelli neri; e lui rimase calvo”. C’è tempo per riparare.

    Giovanni Spadolini
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    Predefinito Re: Giovanni Spadolini (Firenze, 1925 - Roma, 1994)

    Al servizio del libro

    “La Stampa”, 28 maggio 1978

    Trent’anni fa la recensione di un libro costituiva un “favore” o un “privilegio”. Alla fine degli anni quaranta, ottenere un articolo sul “Corriere” o sulla “Stampa” rappresentava un’autentica impresa riservata ai celeberrimi o ai favoriti. I quotidiani uscivano a quattro o al massimo a sei pagine, e la classica “terza” stentava a riaffiorare.
    Verso il 1948, Mario Missiroli, che dirigeva “Il Messaggero”, un giornale tradizionalmente sordo ai problemi culturali, un foglio di estrazione popolare e di diffusione popolana (lo chiamavano il quotidiano dei portieri, una categoria foltissima allora a Roma), arrivò a concepire un “Notiziario letterario” che veniva pubblicato con una certa regolarità in terza, composto da un inquadrato corsivo destinato a un libro importante e affiancato da tante notizie minuscole, incorniciate da due foto di autori (ricercatissime). Lo curai per due anni e debbo dire che tale fu l’effetto di quella rubrica povera, artigianale, che ricevetti in omaggio un numero di libri, per i tempi ancora magri, assolutamente eccezionale. A proposito: non è, sia chiaro, la radice prima né principale della mia biblioteca, e con pari franchezza debbo aggiungere che la liberalità degli autori non è mai fedeltà a un nome, ma solo a una carica.
    Quando Montanelli recensì il mio Papato socialista, agli inizi degli anni cinquanta, con un elzeviro del “Corriere” richiamante quel titolo, il colpo fu grandissimo. Non c’era la televisione, la radio era avara e parca nella segnalazione delle opere, tutte filtrate dall’occhio attento e diffidente del povero Picone Stella. Si stampavano meno libri, la cerchia dei lettori rifletteva ancora le misure oligarchiche ed “elitarie” dell’Italia tradizionale, prefascista. Le librerie conservavano il carattere accigliato e selettivo di una volta; il giudizio del libraio era pregiudiziale per il successo di un libro (ricordarsi Branduani).
    A Venezia si è tentato un bilancio: il convegno della Fondazione Cini sull’informazione al servizio del libro. Il paesaggio di questi trent’anni; a cosa hanno servito le pagine librarie, introdotte dopo il ’60 più o meno in tutti i quotidiani, con resistenze fortissime delle amministrazioni, con diffidenza ostentate dei vecchi giornalisti “tuttofare”: a cosa hanno servito le rubriche di recensione radiofonica e poi i servizi televisivi, se la tv ha messo in scacco il libro – come pensa Parise – o se viceversa la forza della parola scritta conserva la sua presa, contro l’attrazione dell’immagine, contro la semplificazione del messaggio visivo, immediato, fondato su economia di sforzi, e su rinuncia alla decifrazione.
    Un panorama di luci e ombre, con cadenze di pessimismo e vene di tenace fiducia. Prevalenti, nel complesso, le ombre sulle luci: almeno nel convegno di Venezia, inquadrato nelle “Settimane del libro” che nacquero un anno e mezzo fa – sotto lo stimolo di Carlo Casalegno – nel convegno indetto alla Biblioteca nazionale di Roma, e col concorso dell’amministrazione dei Beni culturali, dal settimanale “Tuttolibri” l’ultimo nobile erede dell’ “Italia che scrive” di Formiggini.
    Ebbene: non neghiamo i problemi aperti, le strozzature da riparare, nella distribuzione del libro, nella stessa informazione. Ma non tutto ci sembra scuro, nel bilancio abbozzato a Venezia. In Italia si stampano (dato 1975) 16.651 titoli annui, quasi dieci volte più del periodo della guerra. Quasi ottomila titoli: nuove edizioni. Percentuale di libri scolastici: solo 23,9 per cento. Grande impulso alle collezioni universali, di livello europeo e più che europeo: gli “Oscar”, i “Pinguini”, i “Pocket”.
    Si dice: la televisione. È un rapporto dialettico, che non è stato ancora sfruttato per l’appoggio che potrebbe dare, se intelligentemente indirizzato, all’espansione del libro. Bacchelli mi raccontava una volta che Il mulino del Po era stato venduto, dopo la riduzione televisiva, in un numero di copie superiore in pochi mesi a tutti gli anni, anzi decenni, precedenti. Diciamo che Bacchelli era il solo che lo confessava.

    Giovanni Spadolini

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    Predefinito Re: Giovanni Spadolini (Firenze, 1925 - Roma, 1994)


    Al festival del PSI *


    * “La Stampa”, 30 ottobre 1977


    Festival dell’alternativa socialista, al vecchio, immalinconito giardino del Parterre a Firenze (un luogo adatto alle patetiche mostre dell’artigianato, con cortei ufficiali di macchine ministeriali). Niente di simile coi grandi festival comunisti delle Cascine: un’intera fetta della città monopolizzata, i vecchi giardini umbertini e giolittiani trasformati in veicoli delle moderne suggestioni collettive raccordate alle comunicazioni di massa. Un’aria, tutto sommato, birichina e divertita: aperta alle “forme creative” della contestazione, in quella linea di indulgenza un po’ ammiccante che caratterizza il PSI, collettore di fermenti di rabbia, di protesta e di iconoclastia di taluni settori del mondo giovanile.
    Un’intera, immensa parete riserbata ai segni grafici spontanei: chiunque può disegnare, qualunque immagine, o satira, o evasione è ammessa. Quasi una “zona franca” destinata agli extraparlamentari, con una loro vena scherzosa e goliardica, per molti aspetti simile al 1968. Tema centrale delle ironie o dei sarcasmi: la lettera di Berlinguer a monsignor Bettazzi, al “signor vescovo di Ivrea”, la mano tesa del PCI al Vaticano (potete immaginare l’uso insistito della rima scurrile di Vaticano!) C’è un tono di anticlericalismo crepitante, da vecchi tempi, quasi una podrecca. Non a caso, nei tanti stands librari, occhieggiano i disegni di Galantara o dello stesso Podrecca.
    Gli artigiani, che non possono vendere i loro prodotti al Ponte Vecchio, hanno invaso i giardini del Parterre, coperti dalla benevolenza socialista. Non è l’alternativa di Mitterrand, calcolata e intellettualistica, raffinatamente radicale, come il suo leader; è un’alternativa all’italiana, un po’ dialettale, molto anticompromesso storico, ricca di fermenti libertari e di capricci volontaristici, sfiorante un certo irrazionalismo (epidermico, ma sempre pericoloso: i socialisti debbono guardarsene!).
    In questo clima, che non dispiacerebbe a Pannella (ma i socialisti vogliono togliere spazio ai radicali), è previsto un dibattito a tre voci sull’ultima raccolta di scritti di Pietro Nenni, La battaglia socialista contro il fascismo. Un libro edito da Sugar, curato da quell’innamorato di Nenni che è Domenico Zucàro: sa tutto, è un archivio vivente del nennismo. Accanto a Gaetano Arfè, prefatore del libro, devotissimo a Nenni, e a chi scrive, dovrebbe esserci Giuliano Pajetta: un comunista che dice sempre quello che pensa e che tante volte ha manifestato il suo dissenso dal pensiero e dall’azione di Nenni.
    Avevo preparato alcune domande a Pajetta: tutto l’interesse del dibattito si fondava sulla sua presenza (Arfè ed io siamo troppo amici). Avevo tratto fuori dalla raccolta due articoli, uno sul Concordato (il perché dell’articolo); uno sulla “bomba Ercoli” (la prima frattura fra socialisti e comunisti, nell’Italia di Salerno, sul tema della monarchia). È un giorno di scioperi ferroviari, tanto per cambiare, ma Pajetta ha assicurato comunque il suo intervento. Aspettiamo una mezz’ora dietro l’altra, ma l’interlocutore-concorrente non arriva.
    Bobbio non è presente a questo festival (lo incontrerò a Milano per il convegno del Club Turati su cultura e politica). Ma il suo giudizio sull’intellettuale, che non può essere consigliere del principe, che deve restare contestatore e critico del potere, sarebbe qui largamente condiviso. C’è un’ansia di spazi liberi, liberi anche dalla politica. Bobbio direbbe: “La politicizzazione integrale dell’uomo è la quintessenza del totalitarismo”. Anche per questi giovani, come per noi quasi vecchi, la storia è sempre incompiuta.


    Giovanni Spadolini


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    Predefinito Re: Giovanni Spadolini (Firenze, 1925 - Roma, 1994)


    Tutto Foscolo per cinque lire


    Da Giovanni Spadolini, “La mia Firenze. Frammenti dell’età favolosa”, Le Monnier, Firenze 1995


    Quando entro oggi in una libreria – sempre ammirato e quasi sconcertato dalla grande ricchezza e varietà dei titoli, dall’abbondanza perfino irritante del mercato – ripenso alle librerie della mia infanzia o della mia adolescenza. Ritorno con la memoria ai negozi molto più spogli, molto più dimessi di oggi: anche quelli ispirati alle testate tradizionali della Firenze risorgimentale o post-risorgimentale, la libreria Bemporad in via Martelli o la libreria Le Monnier in via San Gallo.
    E ripenso alle timidezze del giovane studente di ginnasio che non aveva neanche il coraggio di entrare in quelle librerie per il timore che il commesso gli domandasse cosa voleva, che cosa cercava: quando il suo desiderio era di curiosare, di spaziare nelle varie bacheche, di “scoprire” uno a uno i volumi. Libertà che egli si poteva prendere solo in certe librerie minori, non di prima ma di seconda vendita, tipo la libreria Giorni, sempre in via Martelli, che mi consentì l’incontro con Gobetti. Oppure la libreria Cappellini in corso de’ Tintori, oppure le librerie del mercato o di borgo La Croce, là vicino a Porta Beccaria, dove ho consumato tanti pomeriggi negli anni fra il ’35 e il ’40.
    Allora i mezzi di cui disponevo per l’acquisto di libri erano molto modesti. Solo dopo la terza ginnasio, nel 1938, cominciai a ricevere una somma settimanale da mio padre per le piccole spese che partì da due lire e cinquanta per arrivare poi, negli anni della guerra, a cinque lire.
    La mia primissima attività editoriale, fra il ’37 e il ’38, nacque proprio dalla necessità di assicurare le piccole risorse necessarie all’acquisto di qualche libro, senza aspettare né il compleanno né l’onomastico né le feste natalizie o pasquali in cui era d’uso ricevere qualche dono dai nonni, dagli zii e dai genitori. Immaginai quindi una serie di profili – li ho conservati integri, una ventina -, tutti autografi, ma rilegati con un filo d’oro, in carta protocollo, che fossero dedicati alternativamente ai nonni, o agli zii, o ai genitori, in coincidenza con qualche festa, in modo da riceverne un dono supplementare. Che non mi veniva mai negato e talvolta sfiorava le punte della generosità

    ***

    Sono stati i miei primi guadagni d’autore. Con una forma curiosa di diritto d’autore, quasi sempre coincidente col Natale o la Pasqua, in quanto il dono consisteva nell’offerta del fascicolo che essendo quasi sempre in copia unica e autografa dopo qualche giorno doveva tornare a me. Sono nato raccoglitore così testardo e così cocciuto che non immaginavo neanche allora di regalare il fascicolo, che pure in qualche modo mi veniva compensato.
    In quegli anni – gli anni che si potrebbero chiamare dell’ “età favolosa”, per evocare uno scrittore fiorentino, proprio di quel periodo e di quel mondo, Bruno Cicognani – si colloca il mio primo incontro con la testata “Adriano Salani”. Non certo per i libri di Carolina Invernizio, della quale scoprii solo la stroncatura ancora oggi felicissima di Giovanni Papini (stroncatura che era poi apparsa all’autrice quasi un’esaltazione, tanto era il doppio fondo che l’animava) e tantomeno per i romanzi rosa, i romanzi per giovinette e giovinetti dai quali la mia natura burbera e scontrosa di intellettuale fuori tempo mi allontanava con un senso di fastidio e di irritazione. No: la sola memoria precisa che ho delle edizioni di Salani è quella dei Classici, dei “Classici italiani del Giglio” per il lindore dell’edizione e per la modestia del prezzo.

    ***

    Cinque lire: tutto Ariosto, tutto Machiavelli, tutto De Sanctis, tutti i classici della letteratura italiana. E in edizioni corrette, agghindate, perfino con una punta di eleganza. Cinque lire che rimasero tali anche nel finale della guerra quando il ritmo dell’inflazione cominciò a scuotere le basi dell’economia neghittosa, imbavagliata e paralizzata quale era quella dell’Italia sotto il fascismo.
    Bisogna intendersi sulle cinque lire negli anni ’35-40 o poco dopo. Il libro medio, quello che oggi costa da venti a trentamila lire, costava allora dalle dodici alle quindici lire. Per arrivare a metà prezzo nelle bancarelle o nei negozi minori, occorreva sempre un anno e talvolta di più. I libri che affioravano a metà prezzo nelle bancarelle a distanza di pochi mesi, indicavano già in quel segno il naufragio, il fallimento dell’impresa. Quando un libro era a venti-venticinque lire diventava assolutamente inaccessibile per me.

    ***

    Conservo come due “monumenti” nella mia collezione di ragazzo il Giuseppe Garibaldi comprato a venticinque lire da mio padre alla Fiera del libro il 19 maggio del ’33, la biografia illustrata di Epaminonda Probaglio, uscita prima a dispense e poi raccolta in volume dalla Nerbini: il primo con la dedica. “A Giovanni piccolo storico”.
    Un’opera che respirava nel clima del repubblicanesimo popolaresco e democratico – connaturato al lungo cursus della casa Nerbini – e per di più intrecciato con un fondo di tenace e persistente anti-clericalismo.
    E conservo egualmente, questa volta datato 21 giugno 1934, il volume O patria mia… di Vamba, il grande Luigi Bertelli che l’aveva scritto per i ragazzi nel cinquantenario del regno, nel 1911, e quindi in un clima completamente sottratto alle seduzioni o alle cadenze del nazionalismo fascista. E che costava, anche quello, venticinque lire.

    ***

    Per dare l’idea dei prezzi in quel periodo, posso annotare un altro ricordo, pure testimoniato da un’altra dedica di mio padre: un Tutto Foscolo. Cioè un’edizione popolare, napoletana, di Lubrano, ma completa degli scritti del grande poeta, dal grande animatore del riscatto civile italiano, comprata nell’aprile 1938 – nella prima asta cui intervenni nella libreria Gonnelli, in via Ricasoli, accompagnando mio padre – per la somma di cinque lire. Ricordo come fosse ora la gioia mia quando il battitore, partito da tre lire, si fermò a cinque dopo alcuni interventi che erano sulla mezza lire l’uno.
    Senonché questo episodio legato alla libreria Gonnelli (e anche allo studio Rosadi: perché il volume apparteneva alla collezione del grande avvocato-umanista che era stato inquilino di casa nostra in via Cavour 35) non deve farci dimenticare il fatto fondamentale. Che cinque lire erano poche anche in quegli anni. E che quindi tenere una collana di classici decorosa, pulita, composta, discreta e rigorosa al prezzo di cinque lire era un atto di coraggio imprenditoriale che aveva le sue radici nella concezione di un’editoria – quella appunto di Salani – fondata sui consumi popolari di massa, in un’epoca in cui i consumi non erano né popolari né di massa. Passato remoto, ma non tanto

    ***

    Ho letto i Promessi Sposi al completo in un’edizione molto vecchia e molto povera che avevo sottratto clandestinamente a mio padre nella sua bella e varia biblioteca (lo facevo spesso in quei tempi). L’editore era “Serafino Muggiani & Co.” di Milano, la data di pubblicazione coincideva con gli anni 1872-1873. Editore cattolico o addirittura “clericale”, se nel retro della copertina portava la pubblicità delle opere “complete” del padre Antonio Bresciani.
    È la primavera del 1938: frequentavo la terza ginnasio del vecchio “Galileo” di Firenze, un istituto fra i più accreditati della città. Fui colpito da una lunga malattia, che mi durò due mesi – vigilante mia madre, col suo occhio premuroso che a me pareva infallibile – nella villa di Pian dei Giullari, la vecchia villa che non è la stessa della Fondazione odierna, nata su un poggio tutto popolato di cipressi.
    Decisi di leggere tutto Manzoni, scontento delle antologie scolastiche spesso manierate o fuorvianti. Superai la fatica dei caratteri piccoli e delle pagine ingiallite. Fui attratto dal ritmo caldo e solenne del romanzo: dedicando anche, al libro celebre, talune ore notturne.
    Ne ricavai una grande lezione, l’essenzialità dello stile. La classicità di quell’italiano, che si opponeva allo stile ridondante o retorico dei testi del primo Risorgimento che avevo già assaporato.
    Fu – debbo dirlo – una lezione definitiva.

    Giovanni Spadolini – Dicembre 1987


    https://www.facebook.com/notes/giova...64?pnref=story
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