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Discussione: Giovanni Spadolini (Firenze, 1925 - Roma, 1994)

  1. #201
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    Predefinito Re: Giovanni Spadolini (Firenze, 1925 - Roma, 1994)

    Ultimo intervento di Giovanni Spadolini al Senato – Sulle comunicazioni del Governo (1994)


    Senato della Repubblica, seduta pomeridiana del 17 maggio 1994


    Il Presidente del Consiglio Berlusconi espose il programma del I Governo da lui presieduto nella seduta del 16 maggio 1994, ottenendo la fiducia al Senato nella seduta pomeridiana del 18 maggio. Il Governo rimase in carica dal 10 maggio 1994 al 16 gennaio 1995.

    SPADOLINI. Signor Presidente del Senato[1], signor Presidente del Consiglio, onorevoli colleghi, un autentico privilegio del Presidente del Senato è quello di non votare. E mai come nel momento attuale rimpiango questa regola, che mi ha accompagnato per tutti gli anni della mia Presidenza, anni in cui mi sono ispirato ai princìpi dell’arbitrato e della mediazione super partes, connessi alla stessa istituzione presidenziale, istituzione che cancella, o dovrebbe cancellare, le stesse origini politiche del titolare dell’ufficio, imponendogli tutte le necessarie cautele e tutte le necessari rinunce.
    Mi richiamo a questo lungo periodo di Presidenza del Senato per dirle, signor Presidente del Consiglio, che non potendo accordarle la fiducia, ma tenendo conto della mia esperienza al vertice di Palazzo Madama per tanti anni, mi asterrò dal voto.
    Nel suo programma, che è un vasto e composito programma, frutto di un’alleanza vasta e composita, che non si era presentata come tale ed in modo definito all’elettorato italiano (altro che svolta maggioritaria!) ci sono elementi accettabili, ma ci sono anche elementi che debbono essere rifiutati o rettificati o reinterpretati. Ci sono speranze condivise da tutti gli italiani – la lotta per la maggiore occupazione, in primo luogo – mescolate a trasformazioni, talora confuse, che richiederebbero anni o decenni.
    Noi non vogliamo impedirle di mettere alla prova quel che deve essere messo alla prova, di sottoporre al giudizio delle Assemblee, sia di questa sia della Camera, quelle misure da cui possa emergere un consenso parlamentare più vasto di quello su cui si regge la sua coalizione di Governo, solcata da dissensi che hanno riempito le cronache di queste settimane e confermato posizioni fortemente divaricanti e, in taluni casi, dilaceranti.
    Ma c’è soprattutto un elemento dal quale, forti della nostra lunga esperienza parlamentare, noi vorremmo metterla in guardia con spirito di amicizia: quello di ritenere che col suo Governo cominci una nuova storia, che il nuovo di sovrapponga meccanicamente e insieme impetuosamente al vecchio, che tutto il vecchio (la costruzione della Repubblica attraverso la lotta di Liberazione, la scelta atlantica ed europeistica degli anni Cinquanta, il salto dall’Italia silvo-pastorale all’Italia industriale, la mediazione, in vari periodi feconda, tra forze laiche e forze cattoliche) sia da respingere o da abbandonare. E che il nuovo – e quale nuovo! – sia da esaltare in modo indiscriminato ed acritico, in omaggio ad una fiducia nel futuro che sembra prescindere dalla gravità dei problemi aperti (penso solo al debito pubblico), delle difficoltà da superare, delle eredità negative che dobbiamo cancellare, aggravate dai fenomeni corrosivi che hanno colpito e degradato le istituzioni.
    Rispetto alle invadenze e alle sopraffazioni della partitocrazia (una parola che noi conosciamo bene fin dalle sue origini, all’alba degli anni Cinquanta, e che non abbiamo tardato ad impiegare negli ultimi anni e decenni) non c’è stato un solo segnale di novità, un solo elemento di svincolo da quella che era, con le conseguenze che tutti abbiamo pagato, la sovrapposizione insolente dei partiti e dei relativi apparati sulla vita delle istituzioni. E il fenomeno riguarda anche partiti appena nati o addirittura neanche nati come tali, come il movimento da lei capeggiato ed animato.
    Chiudiamo dunque per sempre questo capitolo, riconoscendo che la storia di una nazione abbraccia in sé tutte le esperienze che è chiamata a percorrere.
    Anche lei, signor Presidente del Consiglio, di cui sono ben note le benemerenze imprenditoriali, potrà dare un contributo a questa storia, a patto che s’accinga con umiltà ad un’opera cui non è chiamato da nessuna Provvidenza o da nessun destino; ad un’opera che è indicata dal corpo elettorale, ma che si iscrive nel solco delle generazioni che si succedono, portatrici di successi e di fallimenti, di traguardi e di sconfitte, di conquiste e di delusioni.
    Quando faremo fino in fondo la storia di Tangentopoli e della corruzione, vedremo che le responsabilità sono assai più larghe di quelle che una propaganda sommaria ha tentato di definire e che la corruzione, questa maledizione contro la quale ci siamo sempre battuti fin dai tempi della P2 che ne fu una delle prime e più sconcertanti manifestazioni, investe tutta una realtà politica e sociale dalla quale nessuno può considerarsi esente. E noi abbiamo sempre posto la questione morale, anche in anni lontani, quando ci toccarono responsabilità di Governo analoghe alle sue, al centro della nostra azione e del nostro impegno, quali che fossero i rischi da correre o i sacrifici da affrontare.
    Storia che continua, dunque, non storia che comincia. La nostra è la storia di una nazione che si è costruita gradualmente, in base ad una identità di lingua e di cultura che ha preceduto di secoli la formazione dello Stato, in un processo che appare miracoloso, ma che in realtà è stato faticoso, contraddittorio, spesso paradossale, pieno di sacrifici e in gran parte deludente (“Risorgimento senza eroi”, come avrebbe detto il nostro Gobetti).
    Ecco perché tutto nella storia italiana è stato pagato a così caro prezzo; nulla ci è venuto mai gratis. Cominciando dalla faticosa ricostruzione post-bellica, dall’avvio dell’epoca repubblicana, dalle recenti – e quanto faticate – vittorie contro il terrorismo e contro l’inflazione.
    Guardiamoci intorno. Così come non ho prestato troppo ascolto alla cosiddetta teoria della “fine della storia”, elaborata all’indomani del crollo del muro di Berlino, mi lasci dire che potrei difficilmente accettare l’idea di “nuovo inizio della storia” solo perché un Governo è succeduto ad un altro, dopo una crisi che ha registrato contraddizioni e condizionamenti e in attesa di un chiarimento definitivo circa sfera privata e sfera pubblica nello stesso ambito delle sue personali attività imprenditoriali (la televisione, per intenderci).
    Rispetto delle regole, trasparenza, moralità. Tutto questo fa parte della fisiologia delle democrazia. In democrazia si va al governo, non si va al potere; la parola “potere” è stata introdotta nel mondo moderno dalle ideologie dittatoriali o dalle giunte militari; non si va al potere, si va al governo e sempre con le valigie pronte. (Applausi dal Gruppo Misto e dai Gruppi del Partito popolare italiano, Progressisti-Federativo, Progressisti-Verdi-La Rete, di Rifondazione comunista-Progressisti e del senatore Stanzani Ghedini). Ricordiamo quella fase del Moro bicolore (un Esecutivo del quale, io sì, mi onoro di aver fatto parte vent’anni fa esatti, nel 1974-75): “Ogni giorno dobbiamo viverlo indifferentemente come il primo o l’ultimo della nostra fatica”. (Applausi dal Gruppo del Partito popolare italiano).
    Oggi di fronte a lei c’è un Paese impegnato a riscoprire, in una fase di profondo travaglio e di profondissimo disorientamento, la propria identità. E non sono certamente scomparsi gli squilibri che per tanta parte hanno caratterizzato le vicende multiformi e tormentate del nostro popolo, squilibri aggravatisi negli ultimi anni e squilibri che, se lei otterrà la fiducia delle Camere, toccherà anche a lei tentare di rimuovere.
    Ma nonostante tutte le contraddizioni l’Italia è una democrazia che ha riconquistato a duro prezzo un posto nel consesso delle nazioni civili, una democrazia che attraverso il superamento dei confini ha saputo guardare all’Europa e spingersi anche al di là dell’Ottocento atlantico.
    Noi dobbiamo sempre fare i conti con i nostri alleati e partner dell’Europa comunitaria, cui ci unisce la comune lotta contro il totalitarismo, in tutte le forme in cui si è espresso in questo secolo. E quando dico totalitarismo dico razzismo (Vicenza insegni), dico antisemitismo, dico xenofobia, dico sopraffazione e violenza, dico anche localismi a sfondo tribalistico (quelli che ci hanno portato all’Europa frantumata: la sindrome jugoslava, per intenderci).
    Né sapremmo concepire il mondo moderno senza la grande lezione di civiltà, di serietà, di scienza e di amore per l’Europa che ha dato la democrazia nordamericana anche nella lotta contro il nazifascismo.
    Il rischio è piuttosto un altro. L’isolazionismo che sorge dal Pacifico e che potrebbe spingere gli americani a separarsi dell’Europa, da un’Europa che in questo momento appare incerta e disorientata come non mai e rispetto alla quale deve essere definita una linea di governo assai più precisa e rigorosa di quella che appare nei sommari, necessariamente sommari, accenni del suo discorso. Non meno del terzaforzismo europeo, con qualche venatura di nazionalismo e di nazionalpopulismo, due virus mai completamente debellati che potrebbero tendere a staccarsi dal vincolo euroatlantico. La vera rivoluzione è stata quella atlantica, che ha assorbito insieme la rivoluzione francese e la rivoluzione americana, creando un nuovo diritto umano che è compito nostro perfezionare e adeguare ad un mondo che cambia.
    E già che stiamo parlando di diritto e di trasformazioni, mi lasci soffermare per un attimo sulla questione delle riforme istituzionali, termine che va usato con tutta la prudenza, la sagacia e l’accortezza del caso, al di fuori di ogni facile dilettantismo di tipo goliardico e senza dimenticare l’indispensabile riforma elettorale, con l’auspicata introduzione del doppio turno.
    Dobbiamo rivedere la Costituzione, dobbiamo adeguarla alle esigenze di una democrazia funzionante, di una democrazia dell’alternanza ancora tutta da costruire. Parlamento forte vuol dire Governo forte. Ma dobbiamo farlo al di fuori di ogni tentazione di sovvertimento, di sconvolgimento dei princìpi che hanno presieduto alla costruzione della Repubblica, sul fondamento di legittimità del patto nazionale, punto di incontro tra primo e secondo Risorgimento.
    Non è con i colpi di teatro che si affronta una materia delicata ed essenziale come questa; ricordiamoci che una cosa è la forma di governo, tutt’altra cosa è la forma di Stato. Mi torna alla mente una frase di Musil ne L’uomo senza qualità: “Ogni generazione intenta a distruggere i buoni risultati di un’epoca precedente è convinta di migliorarli”.
    I polveroni sollevati dal “movimentismo” istituzionale (che ha caratterizzato gli ultimi anni della vita italiana, non senza complicità anche nostre, dei partiti storici, vecchi, della democrazia italiana, che ora sono in via di superamento e di trasformazione nel nuovo quadro del sistema maggioritario, che per ora è soltanto tendenzialmente maggioritario) allontanano le riforme possibili; certo, non le avvicinano. Riformismo non è movimentismo. Essere “partito riformatore” non vuol dire in nessun caso essere partito “ginnastico”. Guai a contrapporre la piazza al Parlamento. Guai a contrapporre i fondamenti della Costituzione, sugli inviolabili diritti umani, ad una presunta radice plebiscitaria, contestatrice degli ordinamenti dello Stato.
    So bene cosa significa portare la responsabilità della guida di un Governo, signor Presidente del Consiglio, e so che ogni consiglio può essere utile. Il imo consiglio a lei, signor Presidente, non è di procedura, ma di sostanza in questo caso. Qualunque schema di modifica dei lineamenti costituzionali del Paese, entri quei limiti insuperabili che ho tracciato, dovrà necessariamente essere il frutto di un dibattito da non confinare all’interno dell’angusto perimetro di una maggioranza. La Costituzione rappresenta un bene comune dell’intero Paese, della maggioranza non meno che dell’opposizione. Per questo auspico vivamente che le forze componenti il suo Governo, con angolazioni e origini così diverse, si rendano conto che il terreno ideale sul quale far maturare le riforme istituzionali è uno solo: il terreno parlamentare.
    Esiste l’articolo 138 della Carta Costituzionale. È alle procedure e alle regole indicate in quell’articolo che bisogna rimanere fedeli, con la consapevolezza che i princìpi supremi fissati dalla Costituzione, fra i quali l’indipendenza della magistratura e il mantenimento della suprema garanzia costituita dalla Corte costituzionale, non possono cedere di fronte ad alcuna altra fonte di diritto, plebiscitaria o di altra natura.
    Alle forze politiche che invocano la tutela e il potenziamento delle peculiarità regionali e locali – che sono tanta parte della complessa storia d’Italia – rispondo che si tratta di un’aspirazione legittima nell’ambito di quella che Piero Calmandrei chiamava la repubblica delle autonomie, che come tale è stata configurata, anche se non sempre nel corso di questi decenni attuata ed anche se in certi casi tradita.
    La valorizzazione di questo patrimonio culturale e spirituale, ricchissimo e variegato, deve passare attraverso un potenziamento degli enti territoriali che tenga conto degli errori compiuti in questa prima fase della Repubblica, cominciando dal terreno fiscale. Ma il tutto in un quadro unitario, perché l’Italia è una e indivisibile. Il che esclude compromessi di tipo confederale o frammentazioni di stampo centro-europeo che sono al di fuori della storia. E senza dimenticare mai che l’unità nazionale si è realizzata nel post-Risorgimento e successivamente con la Repubblica, attraverso forme dirette e indirette di solidarietà delle regioni più ricche a favore delle regioni più povere (guai ad ogni forma di antimeridionalismo: io riaffermo qui la mia fede assoluta nel Mezzogiorno) e delle categorie forti a favore delle categorie deboli. (Applausi dai Gruppi Misto, Progressisti-Federativo, Progressista-PSI, Progressisti-Verdi-La Rete, di Rifondazione comunista-Progressisti, del Partito popolare italiano, Forza Italia e del Centro Cristiano democratico).
    Questa è l’Italia; noi portiamo, avrebbero detto i nostri vecchi, un amore secolare all’Italia. Senza distinzione fra Busto Arsizio e Battipaglia. (Vivi, generali applausi. Molte congratulazioni).


    Da G. Spadolini, “Discorsi parlamentari”, con un saggio di C. Ceccuti, Il Mulino, Bologna, 2002, pp. 331-336.


    https://www.facebook.com/notes/giova...9383061819957/



    [1] Era Presidente del Senato Carlo Luigi Scognamiglio Pasini.
    Il mio stile è vecchio...come la casa di Tiziano a Pieve di Cadore...

    …bisogna uscire dall’egoismo individuale e creare una società per tutti gli italiani, e non per gli italiani più furbi, più forti o più spregiudicati. Ugo La Malfa

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  2. #202
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    Predefinito Re: Giovanni Spadolini (Firenze, 1925 - Roma, 1994)

    Un patto per l’Europa (1992)


    “Il Messaggero”, 20 marzo 1992


    L’Italia vive in queste ore una campagna elettorale difficile, enigmatica, aspra, macchiata anche dal sangue di delitti che ci riportano al clima degli anni del terrorismo. Con un assalto della criminalità organizzata che dopo avere tutto inquinato tenta addirittura di esercitare un qualche condizionamento sulla libera espressione del voto.
    Mai come in questo momento è indispensabile uno sforzo supplementare. Occorre pensare al dopo 6 aprile, a quello che ci attende nella seconda parte dell’anno.
    Un patto per l’Europa si impone fra le forze politiche italiane, al di là delle visioni e delle lacerazioni di oggi. Nessuno può cullarsi o esaurirsi nella nicchia dei Dodici. Non c’è una “fortezza Europa” da contrapporre ai paesi sottosviluppati del mondo e ai popoli dell’Est europeo. Non c’è un’isola privilegiata del capitalismo da difendere dagli assalti della miseria e della fame, o dal rischio di un arrivo di grandi masse capaci di rievocare i ritmi delle invasioni barbariche di una volta.
    Da un lato c’è da realizzare, nell’ambito dei Dodici, un ordine europeo – un ordine economico, finanziario, istituzionale – in grado di affrontare il necessario allargamento dell’Europa ai paesi dell’Est, dalla Polonia alla Cecoslovacchia all’Ungheria, per poi tendere una mano di soccorso autentico e di aiuto integrale alla Russia, che della tradizione e dell’equilibrio europeo è parte essenziale.
    Dall’altro lato c’è da preparare l’Italia all’Europa. È di alcuni giorni fa il monito del commissario CEE Leon Brittan che ha richiamato l’esigenza di ricondurre entro binari accettabili il deficit pubblico e di operare entro le norme della concorrenza del mercato unico. Così come non possono essere sottovalutati gli appelli del mondo dell’economia, affinché l’Italia si attrezzi con tutte quelle infrastrutture – dai trasporti alle comunicazioni e alle telecomunicazioni – necessarie per fronteggiare la concorrenza internazionale.
    Occorre un patto per l’Europa volto a riattivare il circuito economico e a contrastare una filosofia improvvida, superficiale e approssimativa che non ha nulla in comune, è bene rilevarlo, con l’etica severa e frugale, animata da uno spirito religioso, che Max Weber individuava nel capitalismo nascente. Perché noi conosciamo i torti del capitalismo non meno dei benefici immensi che il libero dispiegarsi delle energie imprenditoriali ha portato al nostro paese.
    Un patto per l’Europa fondato sulla consapevolezza della complessità della nostra storia e della nostra cultura, figlie insieme della civiltà cristiana e della civiltà dell’illuminismo.
    Nessuno potrebbe pensare di realizzare i grandi valori dello spirito europeo senza il concorso delle forze di ispirazione laica e delle forze di ispirazione cattolica, nelle forme che saranno possibili e secondo il profondo rinnovamento che ormai si è reso indilazionabile sia per le istituzioni sia per i gruppi politici che le animano.
    Quattro mesi fa, a Maastricht, l’Europa ha inaugurato un nuovo capitolo della sua storia. In un certo senso si è compiuto integralmente il cammino iniziato nel 1957 con la nascita del Mercato Comune, quando i fondatori dissero che l’obiettivo era molto più grande di un’unione doganale. Un processo che in prospettiva avrebbe dovuto condurre ad una moneta unica e ad una forma di unità politica.
    Il vertice in terra olandese, con le decisioni irrevocabili che sono state assunte e con il preciso calendario che indica le scadenze dell’integrazione da oggi fino alla fine del millennio, ha sancito l’irreversibilità di una scelta impensabile nel 1945: quando gli eserciti europei erano ancora schierati l’uno contro l’altro sulle pianure continentali.
    Maastricht, dunque, non è stato un punto di arrivo. Ha rappresentato, al contrario, un punto di partenza perché nei decenni che hanno seguito il Trattato di Roma l’Europa stessa è cambiata. E le trasformazioni sono state tanto vaste da investire anche quella parte dell’Europa che si estendeva oltre i limes della Comunità. Con la conseguenza che il crollo dei regimi comunisti della parte centrale e orientale del continente imporrà in misura crescente agli europei di rafforzare se stessi per poter essere un patto di riferimento e, domani, di aggregazione per i paesi usciti in condizioni disastrose dal socialismo reale.
    Mentre i Dodici stabiliscono di voler progredire sulla strada dell’unione, con una moneta unica, con l’obiettivo di strumenti di difesa comune, con l’assunzione di posizioni coordinate in politica estera, perfino con la creazione di una “cittadinanza europea”, la Comunità si apre all’esterno, secondo l’itinerario tracciato dal presidente della Commissione CEE, Delors, credente in una Comunità capace di svolgere un ruolo di polo d’attrazione su scala globale.
    Ma se dobbiamo constatare con soddisfazione che gli europei non vogliono più sfuggire alle responsabilità cui la storia li pone di fronte, dobbiamo anche tenere conto dei grandi problemi che gravano sui nostri paesi.
    Problemi in larga misura comuni a tutta l’Europa industrializzata. In primo luogo il problema dell’economia e della disoccupazione, responsabile dei mille squilibri sociale che ancora ci affliggono.
    È inutile illudersi: in mancanza di soluzioni alla crisi economica – che fu annunciata come breve e non profonda, ma che non si è rivelata tale -, la costruzione comunitaria è destinata a logorarsi e a perdere occasioni favorevoli. In questo caso non dovremmo sorprenderci se gli Stati membri, nell’impossibilità di dar vita ad un’efficace strategia comune, finissero per arroccarsi nella difesa dei propri specifici interessi nazionali oppure – rischio non minore! – prendessero la decisione dolorosa di lasciare indietro coloro che non riescono a tenere il passo del risanamento.
    La recessione e la disoccupazione sono due mostri: un termine che forse non piacerà a qualche economista, ma che dà interamente il senso, con un’immagine visiva, delle conseguenze sociali drammatiche del fenomeno. Pensiamo alla criminalità organizzata che per tanta parte attinge la propria manovalanza nelle frange dell’emarginazione economica.
    Il secondo nemico da abbattere è il razzismo risorgente. Un razzismo che ha cambiato le proprie sembianze ma non è per questo meno insidioso.
    Dagli affronti ai cimiteri israeliti, alle manifestazioni in cui sono risuonati slogans sinistri che credevamo dimenticati per sempre, dall’avanzata delle teorie “negazioniste” che rimettono in discussione perfino l’esistenza dei lager alla pubblicazione di libri antisemiti, dalla violenza verso gli immigrati all’odio verso coloro che sono portatori di culture e valori diversi: nessun paese europeo si sottrae a questa suggestione della anti-Europa, a questa nuova barbarie che non ha risparmiato la Francia, né la Germania, né la Spagna, né i civilissimi Paesi Bassi. Una spirale che ha investito anche il nostro paese con episodi che hanno offeso tutte le coscienze democratiche.
    Un razzismo strisciante eppure potente, fino al punto da estendersi nell’Europa dell’Est, in Polonia come in Russia, dove il socialismo reale ha spesso ripreso i temi più sinistri dell’antisemitismo dell’epoca zarista.
    Infine, la terza grande minaccia: le ventate nazionalistiche e il tribalismo che tendono alla balcanizzazione dell’intero continente. Né si creda che l’esplosione delle antiche, ancestrali rivalità fra popoli e religioni diverse, si arresti sulle soglie della Comunità. I casi dell’Irlanda, delle Fiandre e del Brabante, della Corsica e del Paese Basco, dimostrano il contrario. E lambiscono pericolosamente l’Italia proponendo divisioni che sono fuori dalla storia e dal buonsenso, facendo risalire la nostra identità ad una presunta ed inesistente realtà pre-unitaria.
    Queste sono le contraddizioni dell’Europa, tesa ad accelerare i tempi di attuazione dell’unione economica e politica e non ancora svincolata dai fantasmi delle antiche divisioni. L’unità europea è la sola risposta a tutti i frammentarismi e particolarismi, da cui nessuno è immune.


    Giovanni Spadolini



    https://www.facebook.com/notes/giova...2118185546444/
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  3. #203
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    Predefinito Re: Giovanni Spadolini (Firenze, 1925 - Roma, 1994)

    Il cammino delle riforme istituzionali (1991)


    “La Stampa”, 9 marzo 1991 – Intervista curata da Fabio Martini


    D. – Malessere istituzionale, scontentezza verso i partiti, ansia di riforme che non vengono. Dovremmo rassegnarci ad una “seconda Repubblica”?
    R. – No. Direi piuttosto che dobbiamo passare ad una seconda fase dell’età repubblicana, non ad una seconda Repubblica. La nostra legittimazione resterà identica, su tre pilastri: la lotta di Liberazione, il referendum del 1946, la scelta di campo occidentale. Né possiamo rinnegare il processo di omogeneizzazione, di progressiva aggregazione politica che, almeno dieci anni prima degli eventi del 1989, ha permesso di ritenere conclusa la lunga fase di consolidamento della democrazia in Italia. Questa è stata, nei suoi elementi già consegnati alla storia, la prima fase del regime repubblicano in Italia. Ed ecco perché ho sempre ritenuto un grave errore politico contestare la legittimità, la linearità democratica di quel processo, di quella evoluzione dal centrismo, al centrosinistra, alla “solidarietà nazionale”, al pentapartito, ancora attuale, che mi toccò di inaugurare dieci anni fa. La seconda fase della Repubblica dovrà permettere perciò di modificare i meccanismi costituzionali, di rafforzare l’istituto governo, di rafforzare l’istituto Parlamento, di ricollegare base elettorale e rappresentanza popolare (oggi assai scollegate), in maniera da mettere a fuoco tutto questo patrimonio, questo “consolidato democratico”. Senza la prima fase, non vi sarebbe stata la seconda. Dobbiamo combattere la degenerazione dei partiti, senza dimenticare quel che i partiti sono stati ed hanno fatto per questa Repubblica.
    D. – Lei è il primo presidente del Consiglio che abbia risolto una crisi di governo con un programma istituzionale. Risaliamo all’agosto 1982. Ci può dire, a nove anni di distanza, cosa è successo del famoso decalogo?
    R. – È quasi integralmente realizzato. E il merito principale va a questa legislatura, principale “imputata” di certi processi sconsiderati e chiassosi. Facciamo un po’ di conti. La riforma della presidenza del Consiglio è legge. È legge la riforma delle autonomie locali. È legge la riforma della giustizia politica, cioè l’abbandono del medievale foro speciale per i politici, una specie di foro ecclesiastico del Piemonte cavouriano. È legge la responsabilità civile dei giudici (già impostata allora, e senza traumi referendari). Come non ricordare poi la disciplina del voto segreto, causa non ultima di tante crisi? Nel decalogo chiedevo poi per il governo strumenti efficienti per realizzare il programma. La sessione di bilancio e la corsia preferenziale sono due punti fondamentali, già acquisiti, in questo itinerario.
    D. – La riforma del bicameralismo non era compresa. A che punto siamo adesso sul piano parlamentare?
    R. – Dopo un dibattito appassionato in commissione ed in aula Palazzo Madama ha licenziato nel giugno scorso, e sia pure a maggioranza, una propria proposta, ora all’esame attento della Camera dei deputati. Il testo deliberato dal Senato – è la prima volta che un ramo del Parlamento approva una modifica delle proprie attribuzioni – elimina alcune delle ragioni più diffuse di critica al sistema bicamerale. La doppia approvazione da parte delle due Camere è riservata ormai ad un numero definito di materie. Per le altre è sufficiente la deliberazione di una sola Camera, salvo un potere di richiamo da parte dell’altra, a condizioni e limiti precisi. Se a queste norme aggiungiamo quelle sulla delegificazione, che riservano finalmente al governo la disciplina di tutte le materie che ingolfavano l’attività del Parlamento, si vede come il lavoro fatto dal Senato rivesta – nelle attuali condizioni – un’importanza singolare. Alla Camera dei deputati si è manifestata l’esigenza di affrontare anche la questione di un ruolo più ampio e responsabile per le autonomie locali, quella regionale in primo luogo. Non per inseguire le leghe: che sarebbe, è chiaro, l’ultimo errore. Ma per ripagare guasti ed errori remoti e recenti. È un tema che merita grandissima attenzione. Nel rispetto dei princìpi di bicameralismo paritario, fissato dalla nostra Carta costituzionale.
    D. – E quanti punti non sono ancora stati attuati?
    R. – I punti non attuati – che riguardano il potere di autonoma proposta dei ministri da parte del presidente del Consiglio e modifiche alle leggi sul referendum – sono al centro del dibattito politico-costituzionale: la questione del ruolo del presidente del Consiglio e i confini degli istituti di democrazia diretta sono due temi che hanno visto le forze politiche impegnate nella ricerca di convergenze non occasionali, e per ora assai lontane. Aggiungo che nella crisi di governo del novembre 1982 fu posto un altro problema. Non risoluto: quello della revoca dei ministri. Pertini respinse le dimissioni di un governo per richiamare la drammatica questione all’attenzione dei partiti e delle Camere. La questione è aperta.
    D. – Mi specifichi i particolari del nuovo regolamento del Senato che tende a neutralizzare la piaga dei decreti-legge, vecchio tema di contrasto fra Parlamento e governo?
    R. – Il Senato ha stabilito poche norme assai precise: se un decreto-legge è presentato a palazzo Madama, bisogna votarlo entro trenta giorni dall’assegnazione. Se è trasmesso alla Camera il voto deve avvenire, in ogni caso, entro i sessanta giorni costituzionali di scadenza. In questo modo nessun alibi viene dato al governo per la reiterazione. Positivo o negativo il voto interviene sempre entro i sessanta giorni previsti dalla Costituzione. È il principio di una riforma importante.
    D. – Si parla tanto di lentocrazia parlamentare. Di chi è la colpa?
    R. – Non delle istituzioni e neanche del sistema elettorale, cui si vorrebbero imputare tutte le responsabilità. Esiste un grado di litigiosità nei partiti, e di fragilità nella coalizione che rallenta tutto, che complica tutto. Penso al caso clamoroso del decreto-legge sulla fiscalizzazione, reiterato ben dodici volte (una “straordinaria necessità ed urgenza” che dura da quasi due anni!) e che non viene mai approvato per contrasti infiniti fra le forze politiche e con il governo. Penso ai tanti progetti di riforma dell’università che solo in questa legislatura hanno finalmente trovato un punto di raccordo nella legge sull’autonomia. Penso alle tante occasioni mancate per una legge sui suoli. Penso alla legge sulla violenza sessuale, su cui esiste da tempo un testo elaborato dal Senato…
    D. – Se il bilancio di questa legislatura è tutt’altro che negativo, perché cresce nel paese questa insofferenza verso le istituzioni?
    R. – L’insofferenza è contro i partiti. Il successo delle leghe – che non va sottovalutato – è antipartitico. Le insufficienze e le contraddizioni delle strutture pubbliche si riflettono nel “j’accuse” alle lottizzazioni aberranti fra i partiti, alle incursioni sfrenate che essi compiono nella sfera della società civile. I partiti debbono tornare a produrre idee sulle maniere di fare le cose da fare. Esaurita la spinta propulsiva delle ideologie di nascita, smarrita l’identità di classe nei grandi sommovimenti di questi anni, i partiti dovrebbero inseguire la gente, quella immensa classe non classe, come direbbe Colletti, che viceversa piega alle leghe, ai verdi, a tutti i fenomeni di protesta e di dissenso. È l’autoriforma dei partiti che invoco da anni.
    D. – Allora secondo lei riforma morale e riforma istituzionale si identificano?
    R. – Credo che questione morale e questione istituzionale siano le due facce di una stessa medaglia. Non possiamo sperare di vivere in un paese di santi ma dobbiamo fare in modo che sia sempre più rischioso rinunciare al piacere dell’onestà quando si abbia il governo delle cose pubbliche. Perciò le garanzie che circondano e preservano le istituzioni debbono essere più puntuali, più moderne, più comprensibili alla gente. La “trasparenza” si conquista con procedure istituzionali e non con la speranza che ci sia qualcuno, spontaneamente, ad assicurarcela. Essa non giungerà in ogni caso, come un paniere dal cielo. In politica non c’è nulla che arrivi gratis.
    D. – Da qualche tempo si confonde fra riforma elettorale e riforma istituzionale. Qual è il suo giudizio sulla questione elettorale?
    R. – La questione elettorale è cosa diversa da quella istituzionale. È questione che va risolta nelle sedi proprie, nel Parlamento. L’esperienza delle altre democrazie può senz’altro facilitare la ricerca di norme che – pur nella salvaguardia degli aspetti di rappresentanza politica proporzionale, peculiari nella nostra storia “complessa e complicata” come avrebbe detto Croce – sappiano rispondere all’esigenza di maggiore chiarezza nel momento della scelta elettorale, di più stretto raccordo fra elettori ed eletti, di più puntuale identificazione degli schieramenti, da più parti avanzata.
    D. – Secondo Lei è possibile elaborare una legge che eviti il referendum su una sola preferenza, il solo referendum che è stato ammesso dalla Corte costituzionale?
    R. – C’è molto poco tempo. È indispensabile che le forze politiche fin dalle prossime settimane elaborino una loro proposta. Solo con una chiara intesa sarà possibile eliminare il referendum che, ricordo, deve aver luogo, imprescindibilmente entro metà giugno. Ma non c’è tempo da perdere.
    D. – Quali passi avanti hanno fatto le due Camere per adeguarsi all’appuntamento europeo del gennaio 1993?
    R. – È stato finalmente creato, due anni fa, uno strumento normativo – la legge comunitaria – che consente di dare pronta esecuzione alle direttive europee che in Italia venivano finora adottate con ritardi incomprensibili ai nostri partners. E la prima legge annuale di attuazione di tali direttive è entrata in vigore poche settimane fa. Anche quest’anno occorrerà procedere in tal senso. Ma è fuor di dubbio che ritardi, anche significativi, permangono sul piano della legislazione economica e sociale. Ritardi che vanno colmati al più presto. Il rispetto della scadenza naturale della legislatura, che auspico fortemente, consentirebbe di uniformare in molti punti la legislazione nazionale a quella europea. Se non vogliamo correre il rischio denunciato da Maurice Duverger: entrare nell’Europa dell’impotenza.



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    Predefinito Re: Giovanni Spadolini (Firenze, 1925 - Roma, 1994)

    La crisi della Repubblica e la crisi delle istituzioni (1992)


    Intervista a Giovanni Spadolini per “La Repubblica”, pubblicata il 16 febbraio 1992


    D. – Presidente Spadolini: nei giorni scorsi, proprio all’indomani della decisione di sciogliere il Parlamento, lei ha definito “sfortunato” il termine “seconda Repubblica”, ricordando l’infelice precedente di Napoleone III in Francia. È solo una questione storica oppure non giudica né maturo né opportuno un rinnovamento istituzionale nel nostro paese?
    R. – Sono da sempre per il rinnovamento istituzionale, non per lo sconvolgimento della Costituzione. L’Italia deve rivedere, e ove necessario ammodernare le sue istituzioni, secondo i modelli di efficienza democratica europea. Ma deve farlo senza prendere a calci la sua storia. Una cosa è certa: non si parte da zero.
    D. – La legislatura che si chiude era stata indicata alla nascita come la legislatura delle riforme ma il bilancio non è rassicurante. Perché i partiti sono incapaci di realizzare esigenze sulle quali pure tutti concordano?
    R. – Per la verità non ho mai detto che la decima sarebbe stata la legislatura delle riforme. Ho sempre detto che sarebbe stata la legislatura chiamata a fissare le regole per riformare: senza regole non si riforma nulla. Possono esserci state insufficienze e lacune, e tutti ne conosciamo le cause. Ma Senato e Camera hanno aggiornato i loro regolamenti (e talvolta radicalmente, come a Palazzo Madama), hanno modificato la disciplina del voto segreto, hanno avviato una seria discussione sulle possibili correzioni del bicameralismo perfetto, hanno impostato la riforma regionale. Il che rappresenta già un’utile base per il lavoro della prossima legislatura. Se non è stato possibile fare di più, ciò va imputato non alle istituzioni, ma ai contrasti spesso paralizzanti, fra i partiti. I partiti si sono allontanati dalla concezione parlamentare che era dominante ai tempi della Costituente. Hanno occupato troppi spazi nella società civile. E hanno, conseguentemente, bloccato iniziative o possibilità correttrici del Parlamento. Ecco perché ci vuole un “no” coraggioso alla partitocrazia e una revisione profonda dei rapporti fra partiti e Parlamento: con limiti istituzionalmente insuperabili per le inframmettenze dei partiti. È la sola strada per neutralizzare la protesta, che dilaga da tutte le parti.
    D. – Lei si è richiamato anche alle regole già previste per modificare la Costituzione. Non crede che la particolare procedura dell’art. 138 sia superata e rappresenti ormai una gabbia per la vita politica italiana?
    R. – Credo che il consenso parlamentare necessario per modificare l’art. 138 – garanzia delle garanzie della Costituzione – possa essere meglio utilizzato andando subito alle riforme istituzionali o, almeno, a quella parte di esse non conflittuale: fin dall’inizio della prossima legislatura che non potrà non avere carattere, almeno parzialmente, “costituente”. Credo anche che, snellendo la procedura di revisione, laddove essa è disciplinata dai regolamenti parlamentari, si possano raggiungere risultati importanti. Infine, non sarei tanto severo con chi inventò quell’art. 138, che fu Tommaso Perassi, il grande democratico della scuola repubblicana. Le garanzie servono a tutti, magari in momenti diversi.
    D. – Da più parti, si ritiene necessaria una riforma elettorale che favorisca alleanze stabili e governi efficienti, anche attraverso uno sbarramento del 5 per cento. Come giudica questa prospettiva?
    R. – Gli sbarramenti elettorali non bastano. Si impone una riforma elettorale organica, che tutti chiedono anche se con accenti diversi (e talvolta opposti). Sarà il banco di prova della prossima legislatura. E in quella materia, rimessa a legge ordinaria, non sono invocabili ritardi collegati a regole o a meccanismi di procedura o di garanzia, previsti per le leggi costituzionali. La volontà politica, in questo campo, è la sola che conta. Nessuno vorrebbe rimettersi alla pseudo-ingegneria costituzionale, sempre fallita alla prova, come tutte le soluzioni cosiddette “tecniche”.
    D. – Quando lei paventa svolte autoritarie, pensa all’ipotesi della Repubblica presidenziale, sostenuta in particolare dai socialisti?
    R. – No. Non ho mai demonizzato la Repubblica presidenziale, non foss’altro in omaggio a quel filone del partito d’azione e del partito repubblicano che si schierò per quella soluzione, alternativa alle degenerazioni del parlamentarismo pre-fascista. Come segretario del PRI, fui io a riammettere Pacciardi nelle file del partito dell’edera. E andando al fondo del problema si può dire che non esiste forma di governo che sia di per sé connessa ad involuzioni autoritarie; né forma di governo che ne sia al riparo. La riflessione sulla leadership (e io preferirei parlare piuttosto di premiership) come esigenza moderna della democrazia è comune ormai a tutti i sistemi politici e ha compiuto grandi passi anche in Italia. Non si dimentichi quanto si è fatto dal 1981 in avanti!
    D. – Molti ritengono che i partiti abbiano esaurito la loro funzione. A suo parere, il cosiddetto fronte referendario può costituire una piattaforma di lungo respiro?
    R. – Guardi, senza i partiti non c’è la Repubblica. Tocca ai partiti correggersi al loro interno e la riforma del sistema elettorale può essere in questo senso decisiva. Non dimentichiamo che i referendum servono soprattutto nelle democrazia rappresentative, come integrazione della rappresentanza ma non come suo rovesciamento. È importante che i vari referendum servano di stimolo alle forze politiche affinché si attivino in Parlamento al fine di dare risposte concrete e non demagogiche. In Parlamento: perché il Parlamento deve rimanere la sede della rappresentanza e della concreta proposta politica, stimolata, non c’è dubbio, ed anche richiamata con forza dai cittadini. In quest’ottica è senz’altro possibile e comprensibile che parlamentari di diverso orientamento possano trovare puntuali convergenze su temi oggetto di referendum. Ma intese delimitate e specifiche. La corsa al movimentismo non servirebbe a niente. Attraverso i referendum occorre costruire, ed ecco perché la materia va trattata con tutto il rispetto e anche la prudenza che merita.
    D. – Lei ha spesso evocato il rapporto fra laici e cattolici come essenziale per la vita della Repubblica. L’attuale linea di opposizione del PRI è in contrasto con questo dialogo?
    R. – Il dialogo fra laici e cattolici è una cosa: la collaborazione parlamentare dei partiti, e anche il loro passaggio all’opposizione, un’altra. Il segretario del PRI è stato il primo a riconoscere che il dialogo fra laici e cattolici deve continuare, via via adeguandosi alle esigenze nuove della vita italiana e anche alle trasformazioni istituzionali che ormai tutti i partiti auspicano. E che non mancheranno di riflettersi nella loro vita, nelle stesse possibili aggregazioni di domani. Quanto alla democrazia cristiana vera e propria, non ho mai ritenuto che il partito dei cattolici democratici – le cui radici sono profondissime e lontane – costituisca un incidente di percorso nella storia italiana. E tanto meno che possa essere confinato tutto sulla destra, in un immaginario bipolarismo nazionale. “La nostra storia è complessa e complicata”: diceva Croce.
    D. – Quale è la più grave minaccia che il leghismo rappresenta per l’Italia?
    R. – Di colpire a morte quello che è il nostro fondamento di legittimità morale e civile, comune al primo e al secondo Risorgimento: l’idea dell’Italia che si identifica, fin da Mazzini, con l’idea d’Europa, e attraverso l’Europa con l’intera umanità. Il nostro è il solo grande paese d’Europa che sia nato su una precedente identità di cultura e di lingua, realizzata fin dai tempi di Dante ma incapace di trovare il suo sbocco statuale. Ci sono voluti cinque secoli per costruire lo Stato, lo Stato nazionale che non a caso Giovanni Amendola considerava la massima scoperta rivoluzionaria della nostra storia. Ma il vantaggio, per l’Italia, è di essersi così sottratta a verifiche o contrapposizione etniche. L’unità culturale e linguistica ha preceduto l’unità politica. E non saranno talune improvvise riabilitazioni di dialetti – anche in forza del disegno di legge – a cambiare una storia che è la storia stessa del paese, anzi la sua anima. Il paradosso sarebbe che l’Italia, il paese più europeista del vecchio continente, si allontanasse dall’Europa proprio nel momento in cui si realizza l’unità economica europea, base di quella politica. A proposito: in Europa bisogna restarci. Non basta starci.
    D. – Non c’è il rischio che il PRI si muova sul piano della concorrenza alle leghe?
    R. – Rispondo come presidente del Senato, al di sopra dei partiti e anche del mio stesso partito. È un pericolo che non vedo. Tutti coloro, a cominciare dal PRI, che riusciranno a canalizzare i fermenti della protesta e del dissenso, inserendoli in sicuri alvei costituzionali, renderanno un servizio all’intera democrazia italiana. Sottoposta a un’offensiva che non risparmia nulla e nessuno. Dopo la balcanizzazione dell’URSS, dopo la ribalcanizzazione dei Balcani, nessuno potrebbe augurarsi la balcanizzazione del sistema politico italiano.
    D. – A suo parere, quali possono essere le conseguenze del crollo del comunismo internazionale e soprattutto della fine del PCI in Italia?
    R. – Qui bisogna essere chiari. La partita storica a sinistra, quella aperta dal congresso di Livorno del gennaio 1921, è stata vinta dai socialisti e perduta dai comunisti. Il che non vuol dire che non sia possibile avviare una storia diversa, ricomponendo le antiche fratture, unificando l’area socialista. Ma trattare con gli eredi del PCI, scavalcando i socialisti, è un errore che la vecchia scuola democratica ammonì sempre a non compiere. Il confronto di domani non sarà più ideologico o addirittura mitologico, ma sarà sui problemi e sui programmi concreti. A cominciare da quelli dell’economia e del necessario, non più prorogabile, risanamento finanziario.
    D. – Qual è la sua opinione sull’appello di Mons. Ruini sull’unità politica dei cattolici? Può portare voti alla DC?
    R. – Non faccio pronostici. Ricordo solo che i valori della libertà religiosa sono ormai comuni al mondo laico e al mondo cattolico. Con tutte le conseguenze sulla libertà di voto. E ricordo la prudenza di Papa Benedetto XV che distinse fra partito cattolico e partito di cattolici, allorché autorizzò per la prima volta, nel 1919, l’ingresso dei cattolici in forze nelle urne politiche dell’Italia post-prima guerra mondiale (attraverso il partito popolare). È un insegnamento che non va dimenticato.
    D. – Ma la svolta del pontificato di Giovanni Paolo II in quale senso ha operato finora e in quale senso opererà domani?
    R. – Il pontificato di Giovanni Paolo II apre una storia nuova e per tanti aspetti inedita anche e soprattutto per l’Italia. Sono nati, sotto l’ispirazione di Papa Wojtyla, movimenti e organizzazioni del laicato cattolico o della gioventù cattolica che non hanno niente in comune con quelli che hanno caratterizzato l’Italia degasperiana e post-degasperiana: una maggiore intransigenza religiosa, una minore disponibilità al confronto, il controllo di interi settori della società civile. È tutto un fermento che ha creato spesso momenti di contrasto fra il laicato cattolico o larga parte di esso e l’elettorato della DC, una volta portato a identificarsi nello stesso laicato cattolico tout court. Sullo sfondo vedo un “Tevere più largo”.
    D. – Nel referendum del 9 giugno sulla preferenza unica, il mondo cattolico ha manifestato una diffusa insofferenza verso questo sistema di potere. Crede che ciò potrà avere effetto anche sui prossimi risultati elettorali?
    R. – Anche qui non faccio pronostici. Ma gli effetti della preferenza unica si estenderanno a tutte le forze politiche. Ecco perché gli equilibri del post-5 aprile richiederanno il concorso di tutte le parti politiche. E il rinnovamento sarà tanto più profondo quanto più investirà le forze tradizionali, cui dobbiamo la crescita dell’Italia, pure con tutti gli infiniti problemi di coerenza e di sviluppo che ci sovrastano.
    D. – Lei è tornato in questi giorni da Leningrado (che ora si chiama San Pietroburgo). Con quali impressioni?
    R. – Lei conosce la mia tesi: la Russia è Europa. E all’Università di San Pietroburgo ho citato Dostoevskij: “Noi russi abbiamo due patrie, la nostra Russia e l’Europa”. Guai se l’Europa se ne dimenticasse.



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    Predefinito Re: Giovanni Spadolini (Firenze, 1925 - Roma, 1994)

    L’idea federale fu sconfitta nel 1848 (1991)


    “Corriere della Sera”, 25 ottobre 1991


    Fu un quesito che mi tormentò fin da ragazzo. Perché Risorgimento? Come poteva risorgere nell’Ottocento uno Stato italiano unitario che non era mai esistito? Fiorentino, capivo il perché del termine “Rinascimento”. La cultura classica presa a modello, imitata e rivissuta nei suoi archetipi fondamentali. A Firenze, perfino, l’Accademia neoplatonica. Un passato che risorgeva, una storia – quella della cultura greco-romana – che veniva assunta a simbolo di una stagione della vita italiana ed europea.
    Ma perché quella parola “Risorgimento”, che già irrompeva negli anni ’30 e ’40 dell’altro secolo? Ero lettore di Machiavelli, ma non potevo scambiare Cesare Borgia per il protagonista dell’unificazione. Né nei secoli precedenti Arduino d’Ivrea o il Veltro dantesco. In realtà risorgeva non lo Stato italiano, che non era mai nato, ma un’idea dell’Italia, dell’Italia come comunità di lingua e di cultura, con piena coscienza di se stessa, fiorita dopo l’avvento del volgare con il contributo decisivo di Dante.
    L’Italia nazione, come la sognò per primo Mazzini, è figlia di quell’idea (“l’amor patrio di Dante” è non a caso il primo saggio che il giovanissimo avvocato genovese indirizzò, alla metà degli anni ’20, all’ “Antologia” di Vieusseux che non poté pubblicarlo per l’intervento occhiuto della censura). Non è un filone che si ricolleghi a un primato di razza o di stirpe, motivo che fu del tutto estraneo al nostro Risorgimento (come qualunque razzismo è stato estraneo alla storia italiana). È un principio civile e morale, quello che differenzia la rinascita italiana dalla rinascita nazionale tedesca, e rende il Risorgimento un “quid novum” nella storia europea.
    Le dominazioni straniere della penisola, dopo la fine del Quattrocento, non avevano annullato i lineamenti di quella civiltà e cultura italiana che si era mantenuta nella letteratura, innalzata nella scienza, conservata nelle arti: il risveglio illuministico del secolo XVIII si innestò direttamente sul filone dei Comuni e delle democrazie medievali, cioè sul filone di quell’Italia che aveva avuto un ruolo decisivo in Europa fra il Duecento e il Trecento. E il Risorgimento ci permise anche di risolvere il problema che aveva ostacolato o ritardato l’unificazione della penisola, quello della sopravvivenza del potere temporale dei Papi (in cui Machiavelli aveva visto l’ostacolo maggiore al sogno del suo Principe). La libertà religiosa permetteva di sostituire, e in meglio, le garanzie ormai incerte e precarie del temporalismo ecclesiastico.
    Si riparla da qualche tempo di Italia federale. Ma l’Italia federale ci fu e fu sconfitta esattamente il 29 aprile 1848. Il federalismo coincise col neoguelfismo, la più grande febbre del popolo italiano nell’Ottocento: il sogno di una confederazione di Stati indipendenti e sovrani, col Papa presidente. E il Pontefice Pio IX manderà le sue truppe a combattere sui piani lombardi, accanto ai soldati di Carlo Alberto, ai toscani e ai napoletani per qualche settimana.
    Finché la minaccia di scisma dei cattolici austriaci e tedeschi fermerà la mano del Pontefice del “benedite Gran Dio l’Italia” e trasformerà il Papa liberale e illuminato nel protettore della “Civiltà cattolica” e del “Sillabo”.
    Le piccole patrie con la loro civiltà, con la loro storia e le loro differenziazioni sono sopravvissute tutte nella nazione italiana. Il “localismo” non è stato mai contrapposto al patriottismo (altro sarebbe il discorso delle deviazioni nazionaliste della nostra storia). I dialetti sono sopravvissuti nell’unità di una lingua nazionale, che si è formata dopo l’unificazione grazie alla scuola pubblica e alla leva militare (e i cinque anni di capitale a Firenze furono, sotto questo profilo, decisivi). Non a caso l’Italia è il solo paese in cui il moto nazionale proceda di pari passo col moto europeo, in cui la nazione – mazzinianamente intesa – si fonda con l’umanità. Nel 1831 Mazzini fonda la “Giovine Italia”; nel 1834 la “Giovine Europa”. E noi siamo federalisti per l’Europa proprio perché siamo unitari per la “piccola patria” italiana.

    Giovanni Spadolini



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    Predefinito Re: Giovanni Spadolini (Firenze, 1925 - Roma, 1994)

    Occorre ridare ai cittadini fiducia nelle istituzioni (1992)


    Intervista concessa a Claudio Rizza del “Messaggero” di Roma il 7 giugno 1992


    “Lei ha tenuto per un mese la Presidenza provvisoria della Repubblica con grande saggezza e con grande sobrietà”. È stato l’unanime riconoscimento di Palazzo Madama nella seduta del 29 maggio in cui Spadolini è tornato sul seggio di Presidente del Senato. Flaminio Piccoli, nella sua prima uscita come senatore ha detto: “Le dico che siamo contenti di averla qui fra di noi e che sarebbe stato un motivo di profondo rammarico non avere un Presidente come lei”.
    Spadolini ha rafforzato i suoi legami con il Senato: dai tempi in cui fu giudice ai concorsi negli anni ’50 al senatore eletto negli ultimi vent’anni, quasi una vita. Senatore a vita dal maggio 1991, è stato riconfermato alla guida di Palazzo Madama con una maggioranza autonoma e autosufficiente dai vecchi partiti democratici (ad eccezione del PDS). E durante la supplenza a Palazzo Giustiniani ha adempiuto a tutti i doveri con scrupolo e con estrema attenzione.
    “Non sono mai stato candidato al Quirinale né di parte né di bandiera”: ci dice ricevendoci nello studio della Costituzione. E aggiunge: “Il Presidente supplente della Repubblica non può essere candidato se non come extrema ratio dell’Assemblea. A questo punto, in verità, non siamo arrivati”.

    D. – Nel discorso pronunciato a Palazzo Madama in occasione della sua rielezione a Presidente del Senato, lei ha ribadito il carattere “costituente” di questa legislatura. Le è però certamente noto che non emerge ancora con chiarezza una posizione unitaria delle forze politiche sugli strumenti con cui affrontare i temi di riforma istituzionale. Quale strada lei suggerisce?
    R. – L’ho già detto fin dal marzo scorso: ed è una proposta che mi sembra abbia trovato consenso presso forze politiche diverse. Si tratta di costituire immediatamente una Commissione parlamentare, di senatori e deputati, che abbia compiti di vera e propria redazione normativa. Voglio essere chiaro: non c’è alcun bisogno di riformare le norme sulla revisione della Costituzione, per poi riformare, in base alle norme nuove, la Costituzione stessa. Occorrerebbero anni. Camera e Senato, con atto non legislativo, possono benissimo, in base ai Regolamenti attuali, procedere immediatamente a formare questo organismo congiunto. Ed è questo, in parte, l’iter seguito per istituire la Commissione Bozzi.
    D. – Ma attraverso quali strade si potrebbe arrivare, partendo da questa Commissione, ai risultati concreti di riforma? Che tipo di Commissione, cioè, lei immagina?
    R. – Vedo questa Commissione, formata in numero eguale da deputati e senatori, predisporre, in tempi definiti, i testi da sottoporre poi all’ordinario iter costituzionale previsto dalla Costituzione e dai Regolamenti parlamentari. Compito della Commissione sarebbe quello di sciogliere, in un dibattito approfondito, i nodi politici su tutte le questioni che sono state negli ultimi mesi al centro del dibattito istituzionale: proponendo quindi al Parlamento un progetto articolato sui vari punti in discussione redatto in articoli su cui sia già stata verificata la più ampia convergenza possibile.
    D. – Ci sono dei temi che lei ritiene la Commissione debba esaminare in via prioritaria?
    R. – La risposta è nelle cose. Esiste una questione del bicameralismo su cui il Senato e la Camera dei deputati hanno già espresso posizioni che hanno portato a proposte concrete. E non si tratta, si badi bene, soltanto dei rapporti fra le due Camere, bensì anche della più rilevante questione del rapporto fra le Camere e quei poteri regionali e locali che la Costituzione tutela e garantisce. È un tema, questo, che deve essere affrontato proprio per meglio rispondere a quella prospettiva di unificazione europea, che sarà la sfida dei prossimi anni e che dovrà valorizzare – in una cornice unitaria – le diverse realtà regionali. Vi è poi la sollecitazione referendaria in materia elettorale: il Parlamento non solo può, ma deve dare risposta in tempi brevi. Non può essere lasciata ad un incastro casuale di norme abrogate la disciplina di uno dei passaggi essenziali della vita democratica. Il sistema elettorale deve fondarsi su norme scelte con meditazione e completezza, frutto di un dibattito parlamentare approfondito. Qualunque sia la soluzione che si vuole adottare. Ancora, quel tema della delegificazione che, una volta risolto, libererebbe il Parlamento da tante incombenze certamente meno qualificanti.
    D. – Come vede possibile intrecciare questo progetto di riforma istituzionale con la risposta da dare alle emergenze che il nuovo Governo deve affrontare?
    R. – Due sono per me le emergenze che il futuro Governo si troverà davanti: entrambe ineludibili. Una crisi economica e dei conti dello Stato di proporzioni drammatiche e, forse ancora più grave, quella questione morale che, come dice Norberto Bobbio, è la più grande questione politica. Come si può allora pensare che fra le riforme istituzionali non debba porsi in primo luogo quella riforma del governo dell’economia che contribuisca a risanare i conti pubblici? Occorre dare al Governo strumenti capaci di assumere con prontezza quelle decisioni in materia economica che – anche nella prospettiva di Maastricht – non sono più rinviabili. Certo, con piena assunzione di responsabilità e nel pieno diritto del Parlamento di accoglierle o meno. Come non intervenire poi sull’articolo 81 della Costituzione? Basta, con la querelle sterile ed accidiosa sul fatto se sia il Governo con le sue proposte o il Parlamento con le sue modifiche a provocare le voragini maggiori nei conti pubblici! Occorre identificare norme, anche a livello costituzionale, che consentano al Governo di fare, con piena assunzione di responsabilità, le proprie proposte in campo economico ed al Parlamento di pronunciarsi con chiarezza, senza ricorso a compromessi o patteggiamenti. Un procedimento di esame dei documenti finanziari come quello attuale, a tutto serve fuorché alla chiarezza e al rigore.
    D. – Tutto questo è chiaro. Ma per quanto riguarda l’altra questione, la crisi morale, non le sembra forse “illuministico” il voler intervenire con riforme di livello costituzionale?
    R. – Tutt’altro, non fu “illuministico” prevedere un ruolo definito dei partiti nella nostra Carta costituzionale. E non sarebbe “illuministica” una disciplina che riconducesse i partiti, con norme di rango costituzionale o non al loro ruolo originario. Ruolo che, non dimentichiamolo, era quello di contribuire a determinare, con metodo democratico, la politica nazionale: la politica, non certo l’economia, la cultura, l’informazione. Ciò per ridare ai cittadini la fiducia in quegli organismi di partecipazione, che sono invece oggi visti come grandi occupatori di potere, causa fra le principali della corruzione della vita pubblica.
    D. – Non ritiene però che attendere l’iter certamente condivisibile, ma non breve, da lei proposto possa accentuare l’insoddisfazione dei cittadini?
    R. – Non c’è dubbio che alcuni segnali vadano già dati. Fin da questi giorni. L’esigenza di un esecutivo capace di governare è fra le più sentite, come sentita è la necessità di un ruolo del Presidente del Consiglio svincolato dalla logica imposta dai governi di coalizione. Ed allora – dieci anni fa quasi esatti -, nel decalogo dell’agosto 1982 che servì da piattaforma alla Commissione Bozzi, inserii il rispetto dell’articolo 92 della Costituzione come condizione per il rafforzamento dell’istituto Governo. È esattamente l’articolo che ratifica il diritto di scelta da parte del Presidente del Consiglio in base ai requisiti congiunti di competenza e moralità. Libero dai condizionamenti di parte e, vorrei dire, dagli inquinamenti di parte. Sono i partiti che devono tirarsi indietro: cominciando dalle segreterie.
    D. – Il tema dell’Europa è un punto ricorrente nelle sue riflessioni: alla luce dei risultati del referendum danese come vede le prospettive europee nell’immediato futuro e quale deve essere l’azione del nuovo Governo sui temi europei?
    R. – L’esito del referendum danese sul trattato di Maastricht conferma la gravità della minaccia che tutti i fenomeni di localismo e municipalismo, serpeggianti in forme diverse, proiettano sul processo di integrazione europea. È però più che mai indispensabile, in un momento così difficile, riaffermare la nostra fede nella solidarietà che lega i paesi del continente, condizione della loro sopravvivenza nello sviluppo. Per questo, più forte è la necessità di un Governo che governi: di un Governo costituente per l’Europa, che intorno all’idea di Europa sappia coinvolgere tutte le energie, vive nel paese, di un progetto di risanamento e di riscossa morale.
    D. – Presidente, lei crede che il Parlamento dell’XI legislatura sarà all’altezza dei suoi compiti?
    R. – Ho molta fiducia in questo Parlamento. Io credo che, mai come ora, si tratta di Camere sensibilissime alle grandi correnti di opinione del paese. E capaci di registrare quell’ansia di purificazione dei partiti che nasce dal profondo dell’opinione pubblica, manifestandosi anche in forme scomposte e magari contradditorie. Occorre partire di lì, anche nella soluzione della crisi di Governo.
    D. – E a proposito di crisi di Governo, in che direzione pensa bisognerà andare per risolverla?
    R. – Come ho detto al Senato, nel mio discorso di investitura, i fatti nuovi costringono tutti noi a ricercare punti di equilibrio diversi, con un’attenzione diversa per le ragioni degli altri, in un momento in cui nessuno è più portatore di verità intoccabili e definitive.
    D. – E cosa ci dice sul futuro governo?
    R. – Ci vuole uno stile nuovo, e insieme un largo consenso.



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    Predefinito Re: Giovanni Spadolini (Firenze, 1925 - Roma, 1994)

    Il 14 luglio di duecento anni fa (1989)


    Intervista a Giovanni Spadolini sulle celebrazioni della Rivoluzione francese – “La Voce Repubblicana”, 14 luglio 1989


    D. – Presidente ricorre oggi il bicentenario della presa della Bastiglia un evento di entità trascurabile nella sua accezione pratica ma che ha certamente rappresentato per il suo significato ideale una tappa fondamentale nella costruzione del mondo moderno e nella liberazione dell’uomo. Nel 1889 come si pose l’Italia unita di fronte al I centenario della grande Rivoluzione?
    R. – Quando si arrivò al primo centenario della grande Rivoluzione, in quel lontano 1889, lo schema prevalente nei libri di testo dell’Italia unita era esattamente questo: un Risorgimento separato dalla Rivoluzione francese, e in qualche misura ad essa contrapposto. Di qui l’assenza di grandi celebrazioni ufficiali. Di qui un moto di rigetto burocratico, che attingerà anche la sfera delle idee. Di qui il silenzio del Parlamento e la prudenza della monarchia, sempre sospesa fra la sua origine popolare e l’antica investitura legittimista del diritto divino. Di qui il “no”, che nasceva dalla politica filogermanica e filo-bismarckiana di Crispi, pervaso da una vena polemica e astiosa verso la Francia repubblicana, alla partecipazione italiana fin dal 1887 alla Esposizione universale di Parigi, volta a celebrare i fasti del 1789 proprio per l’estate 1889. Quel contrattacco culturale e politico ebbe il suo acme nell’aprile 1889, con la pubblicazione a Milano dell’inedito di Alessandro Manzoni sulla Rivoluzione francese del 1789 e la rivoluzione italiana del 1859. È il ’59 contrapposto come momento di legalità e di libertà all’89, come apertura di una fase destinata a culminare nel terrore e nella violenza: tesi estremamente gracile sia sul piano storiografico sia sul piano speculativo. Occorre avere il coraggio di riconoscere che la pubblicazione nell’inedito manzoniano ebbe un’eco estremamente scarsa, un’eco che non uscì dalla cerchia degli eruditi, non dirò degli storici. E nonostante la grandezza dell’autore che aveva simboleggiato la conciliazione tra coscienza cattolica e coscienza laica col suo voto nel parlamento di Torino per Roma capitale.
    D. – Com’è mutato nel tempo questo atteggiamento?
    R. – La rinnovata riflessione sulla grande Rivoluzione portò verso la metà dell’ultimo decennio del secolo al nuovo inquadramento dei tempi risorgimentali che fu opera di Giosue Carducci. Egli sostituì al Risorgimento chiuso nella corazza dei confini cronologici 1818-70 un Risorgimento articolato in tre fasi: una di preparazione – 1748-1789 – attraverso le riforme dei princìpi illuminati e lo scoppio del moto rivoluzionario, una di impostazione realizzatrice, - 1789-1830 – attraverso l’esperienza novatrice della rivoluzione e la stabilizzazione napoleonica unita al fallimento dei primi moti unitari, e una di conclusione e di “risolvimento”, - 1830-1870 – coincidente col processo unitario italiano. Tesi che sarà poi ripresa dalla storiografia nazionalista e fascista, tendente a parlare di un risorgimento autonomo attraverso riforme principesche sufficienti a realizzare i presupposti alla nuova Italia senza passare nel fuoco della esperienza rivoluzionaria e senza pagare il pedaggio delle sofferenze e delle contraddizioni sempre connesse ad una rivoluzione.
    D. – In Francia, Furet e la sua scuola sono intenti ad un riesame globale della Rivoluzione francese ma in Italia la storiografia degli inizi del secolo aveva già operato in questo senso?
    R. – Dieci anni dopo le Letture del Risorgimento di Carducci, che rompevano gli schemi della geografia patriottica, usciva il primo libro di vigore e di impianto storico in Italia sulla rivoluzione, il volume di Gaetano Salvemini. C’era l’influenza della scuola economico-giuridica che Salvemini aveva respirato a Firenze, allievo come era stato di Pasquale Villari. E c’era una forte coscienza di radicalismo politico, vagheggiante una democrazia libertaria ad autonomistica, che cercava nei prodromi dell’89 gli elementi per una lettura sociale, ma non socialista, degli ultimi decenni del secolo decimottavo. Nulla di comune in ogni caso con gli strumenti del marxismo ortodosso. La concretezza di Salvemini, il suo rifuggire dalla metafisica di certe pagine di Jaurès, così come dal lirismo romantico di Michelet, permisero l’abbozzo, sia pure in forma divulgativa, di un approccio moderno al problema rivoluzionario, fuori da tutte le pregiudiziali mitologhe. Organizzazione del potere, limiti culturali, abiti mentali, trasformazioni economiche erano i protagonisti che si accalcavano sulla scena allestita da Gaetano Salvemini. Molti e diversi a testimonianza delle mille sfaccettature nella realtà storica complessa: complessa almeno quanto quella che l’Italia giolittiana si trovava a vivere in quel 1905.
    D. – Qual era il debito che l’Italia aveva contratto con la Francia rispetto alla grande Rivoluzione?
    R. – In Italia la Rivoluzione francese oppose una diversa idea di repubblica e di democrazia. La Repubblica francese era il “concentrato originale” di tre esperienze determinanti che la cultura illuministica aveva contribuito a diffondere:
    1) l’idea neo-classica dello Stato democratico, frutto della “rivisitazione” dei governi popolari dell’antichità.
    2) Lo svolgimento della vicenda americana, ormai conclusa alla vigilia dell’89.
    3) La tradizione burocratica e amministrativa dell’ “ancien régime”, perfezionata nel corso del Settecento dalle monarchie assolute.
    Anche la parola “democrazia”, legata al mondo classico e all’umanesimo dei Comuni, acquistò un nuovo spessore con la esperienza della repubblica rivoluzionaria. Essa si identificò all’inizio, almeno in Italia, con il termine di “giacobinismo”. Ma fra il 1832 e il 1833 la “Giovine Italia” e “Veri italiani”, ossia mazziniani e buonarrotiani, strinsero un patto federativo. Si consumò così in Italia il definitivo trapasso dell’iniziativa dai giacobini ai democratici, o meglio ai democratici repubblicani. Se Buonarroti insisteva, nei suoi bollettini segreti, sulla necessità dell’educazione alla virtù “robespierrista”, l’accento posto da Mazzini sul problema politico-istituzionali, sulla struttura del potere in un governo popolare indicava con precisione il punto in cui il ramo dei patrioti italiani si staccava dal tronco della tradizione rivoluzionaria francese.
    Dalla riflessione proprio sul fallimento ideologico del primo repubblicanesimo italiano, a causa della pesante tutela francese, cominciò a nascere l’idea di un movimento per l’indipendenza nazionale svincolato dalle direttive di Parigi.
    La dittatura rivoluzionaria, le leggi agrarie, i princìpi delle iniziative francesi erano per Mazzini idee troppo astratte e sofisticate per attecchire in un’Italia rurale e pre-industriale, nella quale le già enormi differenze sociali erano ulteriormente esasperate dalla frammentazione politica. Da allora l’apostolo avrebbe continuato a prendere le distanze dalla grande Rivoluzione. Avrebbe perfino dimenticato il suo giovanile robespierrismo, quando dopo il 1848 il movimento socialista cominciò a riconoscere nei giacobini i propri precursori. Sarebbe giunto, all’indomani della Comune parigina, a scagliarsi contro la nuova dottrina della lotta di classe cui indulgeva Garibaldi.
    Fu la suprema cesura fra Marx e Mazzini.
    Lo studio e l’amore della grande Rivoluzione, pure nei suoi paradossi e negli errori, diventerà lo spartiacque fra destra e sinistra, fra moderati e progressisti, e l’Italia che piega alla violenza del fascismo nel ’25, è un’Italia in cui i princìpi della grande Rivoluzione sono ormai tornati a ragioni di vita e di speranza.
    Illuminismo, si intitola l’articolo di fondo con cui Piero Gobetti, animatore della rivoluzione liberale, e prossima vittima della dittatura, apre la sua nuova rivista culturale alla fine del ’24, “Il Baretti”.
    E i richiami dell’89 sono costanti nel pensiero di Carlo Rosselli, fondatore del liberal-socialismo fra Firenze, Milano e Parigi.
    C’è un Italia che piangerà alla notizia della dichiarazione di guerra di Mussolini alla Repubblica francese agonizzante. Quell’Italia dentro e fuori i confini della patria è l’Italia formata allo spirito del Risorgimento democratico, l’Italia che ha coltivato le due idee destinate a realizzarsi pienamente e compiutamente solo col dopoguerra, negli anni fra il ’46 e il ’48. La repubblica e la democrazia.



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  8. #208
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    Predefinito Re: Giovanni Spadolini (Firenze, 1925 - Roma, 1994)

    Le insolenze estive sul Risorgimento (1990)


    “Corriere della Sera”, 1 settembre 1990


    L’attacco delle Leghe al Risorgimento è una cosa. L’attacco dei cattolici di Comunione e Liberazione, o dei loro ideologi, all’unità nazionale è un’altra cosa. Suscettibile di creare diversi e più complessi problemi. Il federalismo balbettato come protesta contro talune obiettive insufficienze dello Stato, o della classe dirigente, può essere riassorbito da una politica seria; la rottura sulle basi di legittimità dello Stato con una frazione non irrilevante di cattolici avrebbe tutt’altro segno e, diciamolo pure, tutt’altre conseguenze.
    Lasciamo da parte Norimberga, e le penose precisazioni sull’uso aberrante del termine, come riferimento – con o senza bambole – al moto di riscatto liberalnazionale.
    Lasciamo stare il “truce” Garibaldi e l’aborrito Mazzini: l’unico animatore di una religiosità laica nell’Ottocento, “ruscello” – diceva Jemolo – di una fede nell’uomo che sola seppe affiancarsi, nella sua autonomia e peculiarità, al fiume cattolico.
    Lasciamo da parte anche i riferimenti abusivi e deformanti a una “guerra civile” che fu in realtà riconquista di un’ideale dell’Italia legata alla storia della cultura e della lingua (l’Italia che, non avendo mai costruito uno Stato, “risorgeva” come comunità nazionale, cementata, dopo Dante e San Francesco, da sette secoli di unità morale e linguistica).
    Fermiamoci su tre punti della insensata “requisitoria”, accompagnata da uno stile che non ha neanche le impennate dell’Action française e decade nella trivialità di un “anti-Risorgimento” quale non fu sconosciuto alla generazione precedente alla nostra.
    1) I primi moti risorgimentali di Napoli e di Torino, nel 1820-21, nascono con la larga partecipazione del clero. L’idea di patria non è affatto incompatibile con la fede dei padri: non dico per Manzoni ma neanche per Santorre di Santarosa o per Guglielmo Pepe. Sono molti i sacerdoti carbonari (cioè, si direbbe nel linguaggio di Rimini, “massoni”). E la storia della massoneria, storia, direbbe Croce, “complessa e complicata”, si intreccia per molte parti con la storia della tradizione cattolica e dei movimenti cristiani (come era già avvenuto nelle repubbliche giacobine di fine Settecento, che oggi si vorrebbero infangare a vantaggio della Vandea o del “Viva Maria”). Si pensi a Pellico.
    Il Risorgimento è fortemente influenzato e fino al 1848 dominato dal cattolicesimo liberale, nella tipica variante italiana del neoguelfismo. Di fatto variante illusoria. Chi la respinge è il Vaticano, il 2 aprile 1848. La compatibilità del Vaticano con la confederazione italiana – oggi evocata, in sintonia da ciellini e leghisti – è rifiutata dalla Santa Sede, che avrebbe altrimenti subito lo scisma dei cattolici tedeschi ed austriaci.
    2) La lotta al cattolicesimo, di cui fantasticano i ciellini, auspicando un processo postumo senza limiti e senza garanzie di difesa, è in realtà, dopo il 1849, la lotta al potere temporale. Il quale potere temporale è riconosciuto, oggi, dagli stessi cattolici, come un peso e un limite grave all’universalismo cattolico. Non a caso la data del 20 settembre 1870 ha finito per assumere un carattere “provvidenziale”, per le due Rome, nel linguaggio di un Papa come Paolo VI.
    3) I difetti e le contraddizioni dello Stato liberale italiano, a cominciare dal suffragio ristretto, furono gli stessi degli Stati europei che vantavano anzianità tanto maggiori. Le lotte sociali – a parte l’aggravamento delle condizioni del Sud – avevano respiro e cadenze europee. E l’analfabetismo fu maggiore solo per l’eredità assolutista e sanfedista ricevuta.
    E questo Stato liberale, arrivato dopo il 1900 a dimensioni liberal-democratiche (altro che i borghesi impegnati a “ingravidare le servette”!), realizzò col Vaticano quella che ho chiamato la conciliazione silenziosa, la conciliazione giolittiana: che ebbe maggior valore politico della conciliazione protocollare e di potenza, utilizzata così largamente da Mussolini per i suoi fini, volti ad avvalersi del cattolicesimo come “instrumentum regni”.
    E le storie della civiltà laica e della civiltà cristiana tornano a intrecciarsi nel Novecento, come già si erano intrecciate nel Settecento. Ne rimane fuori l’educazione scolastica nei seminari, almeno fino al Concilio Vaticano II.
    Quando si delinea all’orizzonte Papa Giovanni XXIII che benedice il Risorgimento, è legittimo parlare di “Tevere più largo”. Se prevalessero le volgarità e le insolenze di Rimini, non solo il Tevere si restringerebbe, ma l’intero equilibrio fra laici e cattolici sarebbe messo in discussione (è una riflessione che interessa anche la gerarchia ecclesiastica).
    Doppio colpo all’Europa federata, dove l’Italia deve inserirsi come paese politicamente unito e spiritualmente ancorato a taluni punti di riferimento validi per tutti. La tolleranza, in primo luogo, e la compresenza di fedi diverse.

    Giovanni Spadolini


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  9. #209
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    Socialismo e garibaldinismo nel Risorgimento italiano (1992)


    “Il Giorno”, 22 settembre 1992


    Tutta la sinistra, diciamo così, proto-socialista nel Risorgimento ha origini insieme mazziniane e garibaldine.
    Il punto più alto di questa sintesi è rappresentato da Carlo Pisacane, seguace del mazzinianesimo e capo di stato maggiore di Garibaldi nella Repubblica romana che nel ’49 vede insieme per la prima volta Mazzini e Garibaldi combattere per lo stesso ideale repubblicano di emancipazione dell’Italia.
    Quasi vent’anni dopo, nel 1870, il destino si divide fra i due patrioti del Risorgimento: Garibaldi è a favore della Comune, dell’esperienza socialista, va a combattere con i francesi, per la Repubblica francese. Mazzini arretra sgomento di fronte alle ceneri della Comune parigina e a quella che è la prima esperienza di comunismo che egli giudica legata al socialismo, ma contraddittoria al suo ideale di redenzione umana non classista e non internazionalista.
    Mazzini aveva subito all’inizio l’influenza del socialismo umanitario di Saint-Simon e nel clima di crisi delle ideologie degli anni 1830-31 aveva fondato la “Giovine Italia”. Ma nel corso dello stesso decennio che va dal 1830 al 1840 si era gradualmente distaccato da ogni ideologia socialista soprattutto in quanto internazionalista e aveva impostato il suo movimento che si fondava sulla sintesi fra patria e umanità, col riscatto delle plebi – secondo il dettato de “I doveri dell’uomo” contrapposto al catastrofismo e al millenarismo marxista. Non a caso Mazzini era stato il primo promotore di quell’Internazionale dei lavoratori che nel 1864 a Londra deviò dalle sue direttive e si tramutò nello strumento del rivoluzionarismo marxista. Laddove era stata concepita come una forma di raggruppamento in nome degli ideali umanitari e democratici.
    Tutt’altra la parabola di Garibaldi che si schiera per l’esperienza dei comunardi e aderisce poi, con “il sol dell’avvenire”, agli schemi dell’Internazionale marxista proprio mentre in Italia Mazzini, ormai vicino al congedo dalla vita, lancia i “patti di fratellanza”: ultima forma di iniziativa sociale del mazzinianesimo.
    Dopo il 1872, cioè dopo la scomparsa di Mazzini, Garibaldi indirizza la sua azione politica verso un partito della democrazia, un fascio della democrazia, quello che sarà poi il partito radicale. È un’azione tutta volta anche ad affiancare i primi fermenti e movimenti di socialismo utopistico, sentimentale, democratico, non marxista. Perché Marx e Garibaldi hanno poco in comune. Anzi quando Garibaldi va nel ’64 a Londra per il viaggio trionfale ritmato dagli applausi del proletariato della capitale britannica, Marx non partecipa ai saluti verso di lui. Lo tiene lontano, salvo riconoscere anni dopo la sua gratitudine per l’appoggio all’Internazionale in funzione anti-mazziniana.
    L’influenza di Mazzini si esercitò in tutt’altra direzione. Attraverso i “patti di fratellanza” egli influenzò quelle forme di socialismo e di associazionismo che si richiamano agli ideali fabiani e che furono alla base del movimento laburista in Inghilterra. Il filone cioè di socialismo associazionistico che non guardava al collettivismo, rifiutava la lotta di classe e puntava alla collaborazione fra capitale e lavoro.
    Fra il ’70 e il ’90 mazziniani a internazionalisti si divideranno. Garibaldi fiancheggia quei movimenti internazionalisti o proto-socialisti ai quali apporta il contributo della sua fede democratica e della sua passione verso l’umanità.
    Quello che anima Garibaldi è un socialismo non critico, non marxista, ma istintivo, volontaristico e del cuore. Quel socialismo che porta tanti garibaldini ad aderirvi quando nel ’92 si forma il partito nella Sala Sivori a Genova.
    Un punto è certo. Non ci sarebbe stata esperienza socialista in Italia senza i presupposti del Risorgimento e della tradizione repubblicana e rivoluzionaria che caratterizza la prima metà del secolo.

    Giovanni Spadolini


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    Predefinito Re: Giovanni Spadolini (Firenze, 1925 - Roma, 1994)

    Il manifesto di Sturzo (1959)


    “Il Resto del Carlino”, 17 gennaio 1959


    Guglielmo Ferrero scrisse una volta che l’arrivo dei cento deputati popolari nel Parlamento del ’19 rappresentò un “colpo di fulmine” per la borghesia italiana, una sorpresa che disorientò tutti, fedeli, simpatizzanti, amici ed avversari. La verità è che l’affermazione popolare seguiva a un lungo e travagliato periodo di preparazione, sotterranea od aperta, a un’opera di raccolta e di organizzazione dei cattolici italiani che era passata attraverso le fasi più diverse, il ribellismo, l’astensione, la partecipazione condizionata alle urne, l’abrogazione del “non expedit”, la guerra. Gli intellettuali dell’Italia liberale (e nonostante il suo radicalismo e filosocialismo, Guglielmo Ferrero non faceva eccezione) non erano stati mai capaci di valutare nella sua importanza il fenomeno cattolico, di tenere nella giusta considerazione gli esponenti qualificati di quella larga parte dell’opinione pubblica italiana che si appellava ancora “cattolica”, a malgrado delle intransigenze e delle repressioni del Regno.
    In generale si era abituati a dividere i cattolici in due categorie dominanti: i “clericali” puri e semplici, i legittimisti, i papalini, i borbonici, i “laudatores temporis acti”, i membri dell’aristocrazia e della borghesia nera, coloro che chiudevano i portoni il 20 settembre e inalberavano le insegne del lutto, coloro che veneravano in casa l’immagine di Pio IX e ostentavano la loro obbedienza al Vaticano, e gli altri, i “cattolici inseriti”, i conciliatoristi, i “collaborazionisti” in pectore, i “ralliés” alle istituzioni monarchiche, i moderati che riuscivano ad unire, nel segreto della coscienza, la devozione al Re con l’ossequio alla religione, coloro che vagheggiavano l’intesa fra Trono e Altare, coloro che costituivano in un certo senso le truppe di riserva del liberalismo, gli alleati di tutte le cause dell’ordine, i provvidenziali “gentilonizzati” di domani. A nessun liberale di destra o di sinistra, sonniniano o giolittiano, radicale o radico-socialista, veniva in mente che il cattolicesimo politico potesse presentarsi una volta con le proprie schiere, con i propri programmi, con le proprie bandiere, potesse scendere sul campo delle forze organizzate con tutto il peso della propria autorità e delle proprie tradizioni.
    Il primo esperimento di “democrazia cristiana” sembrava confermare quelle valutazioni. Romolo Murri si era proposto di fondare un partito cattolico, di articolare un’azione politica dei cattolici al di fuori degli schemi tradizionali del clericalismo temporalista, del legittimismo “protestatario”; ma si era scontrato nella resistenza insuperabile delle gerarchie ecclesiastiche e del Papa. Eppure, non vi era nulla di più ingannevole. I quaranta o cinquant’anni di iniziativa cattolica a margine della politica, dal Congresso di Venezia nel 1874 allo scioglimento dell’Opera dei Congressi, dall’Unione elettorale all’Azione cattolica vera e propria, erano stati decisivi, avevano elaborato una coscienza di autonomia e di responsabilità, avevano addestrato e temprato le nuove “équipes” dirigenti, i quadri disposti a tutto osare, nello sforzo di affermare i propri princìpi, di attuare le proprie rivendicazioni. Pur con tutte le sue pregiudiziali guelfe, medievaleggianti e corporativistiche, il prete marchigiano portava nel suo movimento un’aria nuova, uno spirito nuovo di audacia e di coraggio, una volontà di trasformare le strutture esistenti, di compenetrarle con gli ideali cristiani, di cambiare l’asse del paese, attraverso la “rentrée” delle antiche masse sanfediste e reazionarie nello Stato; solo qualche socialista, come Turati, capì l’importanza di quel disegno, ne intravvide i possibili sbocchi, le conseguenze lontane.
    Nella sua lotta col vecchio mondo dell’ “Opera dei Congressi”, nella polemica aspra e spietata col conte Paganuzzi, Romolo Murri anticipava quello che sarebbe stato il passaggio obbligato dei popolari, poneva l’accento sul programma riformatore, istituzionale ed “organico” di un partito cattolico, che non si limitasse alla carità e alla beneficenza. Se la Chiesa sconfessò l’inquieto apostolo delle “Battaglie d’oggi”, se Pio X condannò la sua “Lega democratica nazionale” e disperse gli integralisti ante litteram, ciò avvenne perché il Murri rischiava di confondere i due termini necessariamente distinti, l’azione cattolica e l’azione dei cattolici, l’impegno religioso del credente e la vocazione sociale del militante, la sfera della Chiesa e quella dello Stato, commettendo, a rovescio, lo stesso errore dei laicisti estremi. Ma Luigi Sturzo, nel momento stesso, nello storico momento in cui si accingeva a lanciare il suo appello ai liberi e ai forti il 19 gennaio del ’19, utilizzava tutte le esperienze, positive e negative, del suo predecessore. È un legame di continuità, che è stato ormai riconosciuto e consacrato, e proprio da entrambi i protagonisti, dagli avversari di ieri riconciliati e riuniti nel giudizio della storia.
    Sono, oggi, quarant’anni esatti. Ma quanta storia è passata dal giorno in cui Luigi Sturzo lanciò quel manifesto, il 19 gennaio del 1919? Un piccolo albergo della capitale, là vicino al Pantheon, nella Roma di più stretta e tenace osservanza cattolica, fra memorie e glorie papali, fra negozi di immagini sacre e librerie di opere devozionali e agiografiche, all’ombra dell’antico Collegio Romano: il “Santa Chiara”. Poche le personalità presenti, nella stanza oscura scelta a sede della storica riunione: ma ognuna rappresentativa di un determinato indirizzo del movimento cattolico, ognuna interprete di un mondo, di una tradizione, di un certo ambiente.
    Cavazzoni clerico-moderato lombardo, con tutte le chiusure, e le intransigenze della sua terra, con un patrimonio di esperienze amministrative maturate nei consigli comunali, nella lunga lotta per la riconquista dell’ “Italia reale”; Rodinò portavoce dei ceti cattolici meridionali, che non avevano mai aderito al “non expedit”, che non avevano mai rotto con lo Stato liberale, che avevano salvaguardato i ponti con la Monarchia pur nel periodo del travaglio giacobino e del dilaceramento delle coscienze; Santucci, esponente caratteristico e compiuto del movimento cattolico nella capitale, di quel filone romano che dalla “Federazione piana” si era spinto fino alle affermazioni e alle conquiste dell’ “Opera dei Congressi” passando attraverso l’esperienza del “Conservatore” di Stuart, sempre in equilibrio fra intransigenza e moderazione, sempre in bilico fra le due Rome e in fondo deciso a non approfondire i contrasti, a non allargare le ferite (spirito di distensione e di collaborazione che aveva trovato il suo perfetto simbolo in Filippo Crispolti).
    Accanto ai nomi di pace, di concordia, altri nomi che rievocavano battaglie aspre e difficili di un passato non lontano; il conte Grosoli, per esempio, che era stato l’ultimo presidente dell’ “Opera” prima della grande ventata dello scioglimento partita dalla Curia di Pio X, l’aristocratico paziente e comprensivo che aveva assecondato i fermenti dei giovani, che avrebbe voluto evitare la scissione di Murri, che sperava di contenere le inquietudini del modernismo nell’ambito dell’ortodossia. Nome che aveva suscitato tante speranze, alimentato tante polemiche, dieci o quindici anni prima; nome che aveva simboleggiato i fremiti di autonomia dalle direttive di Papa Sarto ai tempi della famosa “avvertenza” ai giornali cattolici nel 1912; ma che ora rientrava nella lotta politica con discrezione, quasi in punta di piedi, in attesa che Giolitti, un anno dopo, lo facesse senatore e, incontrando Crispolti per i corridoi di Palazzo Madama, si felicitasse per l’ingresso dell’antico notabile clericale e intransigente nella roccaforte della monarchia, nel palladio delle istituzioni.
    Assente un cattolico che molto aveva contribuito alla conciliazione con lo Stato, il cattolico “giolittiano” per eccellenza, Filippo Meda; ma rappresentato al “Santa Chiara”, almeno idealmente, da un antico compagno di lotte nella democrazia cristiana lombarda, da un vecchio adepto della “Chiesa albertariana” già passato, come la maggioranza degli antichi militanti ambrosiani, alle tesi del possibilismo istituzionale e del moderatismo politico, Angelo Mauri. Riflesso e compendio, in quel momento, di una generazione che molto aveva lavorato per superare lo steccato fra Chiesa e Stato, che da Milano aveva intrecciato i primi fili della collaborazione silenziosa, che fin dal 1901 aveva brindato all’unità d’Italia, alle “pagine gloriose” del nostro Risorgimento (si ricordi l’episodio di Paolo Arcari).
    Presenti anche le regioni che minor impulso e minor contributo avevano dato al vecchio movimento cattolico, come Toscana ed Emilia insieme rappresentate, e quasi simboleggiate, da Giovanni Bertini, senese di nascita e bolognese d’adozione; il Piemonte pur chiuso nel suo lealismo dinastico, il Piemonte di Don Margotti e di Stefano Scala e dell’Italia reale, incarnato da un professionista di successo nella vita locale, da un avvocato del Cuneese che conosceva tutti i misteri della politica giolittiana, da Giovanni Battista Bertone; il vecchio Veneto fedelissimo, il Veneto che aveva dato le gemme più splendide al movimento cattolico, il Veneto che aveva ospitato per decenni la presidenza dell’ “Opera dei Congressi”, impersonato da un più giovane avvocato che aveva fatto le sue prove nelle file dell’Unione popolare, da Umberto Merlin.
    E accanto ai professionisti, agli avvocati, ai luminari del foro – a coloro che costituivano già il tessuto di una nuova borghesia cattolica – un agitatore sindacale, un animatore delle lotte sociali, un antico operaio tipografo che aveva speso tutta la sua vita – una vita retta ed intensa – nell’organizzazione di cooperative e di sindacati confessionali, i soli consentiti dal pontificato di Pio X, il comasco Achille Grandi: uomo di equilibrio, di grande buon senso, pronto ad opporsi agli estremismi e agli utopismi che più tardi si infiltreranno nello stesso popolarismo, che favoriranno dissensi e lacerazioni.
    I filoni più diversi confluivano così nel novo partito popolare, nel partito che sorgeva, quarant’anni fa, nelle stanze dimesse del “Santa Chiara”: tutti cementati e vivificati da un uomo solo, da un sacerdote che non aveva mai disperato neppure nelle ore della grande repressione anti-leoniana, da un amico di Romolo Murri che non aveva seguito l’inquieto sacerdote marchigiano sulla via dell’eresia, da un cattolico attento ai problemi concreti che portava nella milizia politica tutte le insoddisfazioni e le inquietudini del suo Mezzogiorno, da un combattente che aveva alzato fin dall’alba del secolo la bandiera della “democrazia cristiana” e non l’aveva mai ammainata, neppure ai tempi del Patto Gentiloni: da Don Luigi Sturzo.
    Oggi Sturzo è il solo sopravvissuto dei convenuti al “Santa Chiara”, insieme con due anziani senatori dell’attuale D.C., Bertone e Merlin: egli che non è neppure iscritto alla D.C., che è senatore a vita per nomina presidenziale, che è critico acerbo e pungente della nuova generazione democristiana, che è distaccato da lotte di corrente e non di corrente, del partito e della stessa Chiesa.
    Eppure non è difficile immaginare quale commozione, quale eco, questa data suscita nel cuore del grande vegliardo intrepido. Sturzo ricorderà il “colpo di fulmine” che tanto aveva impressionato Guglielmo Ferrero; quello stupore incredulo delle vecchie classi liberali pari solo all’aspettazione messianica degli antichi ceti cattolici sempre rimasti fedeli alla bandiera crociata. Cattolicesimo politico e cattolicesimo sociale, Chiesa e democrazia, autonomia dei cattolici nella vita pubblica e poteri del magistero pontificio: tutti problemi di allora, che sono, a quarant’anni di distanza, in una prospettiva tanto mutata, ancora problemi di oggi. Quasi a ricordarci il significato e il valore di questa data. Ma anche i suoi limiti.

    Giovanni Spadolini


    https://www.facebook.com/notes/giova...0047803420147/
    Il mio stile è vecchio...come la casa di Tiziano a Pieve di Cadore...

    …bisogna uscire dall’egoismo individuale e creare una società per tutti gli italiani, e non per gli italiani più furbi, più forti o più spregiudicati. Ugo La Malfa

 

 
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