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Discussione: Giovanni Spadolini (Firenze, 1925 - Roma, 1994)

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    Predefinito Re: Giovanni Spadolini (Firenze, 1925 - Roma, 1994)

    La conciliazione silenziosa (1959)


    “Il Resto del Carlino”, 11 febbraio 1959; poi in G. Spadolini, “Il Tevere più largo. Da Porta Pia ad oggi”, Longanesi, Milano 1970, pp. 121-128.


    Quando Giovanni Giolitti morì nel luglio del 1928, i Patti Lateranensi non erano stati ancora suggellati e le trattative fa Italia e Vaticano, già aperte da due anni, conoscevano ostacoli e difficoltà non trascurabili. È probabile che, se il grande statista dell’Italia prefascista fosse arrivato al ’29, il suo voto contrario si sarebbe associato a quello dei grandi spiriti liberali che ancora sopravvivevano nelle aule ormai “sorde e grigie” dei due rami del Parlamento italiano, da Croce a Ruffini.
    Ma l’opposizione di Giolitti si sarebbe probabilmente appellata a ragioni ideali e storiche del tutto diverse da quelle avanzate dall’anticlericalismo di maniera – un anticlericalismo nel quale il vecchio Presidente non si sarebbe riconosciuto mai. Lo statista di Dronero avrebbe probabilmente eccepito che la conciliazione formale aveva un’importanza secondaria e del tutto strumentale rispetto all’altra, alla conciliazione delle anime e delle coscienze, che era stata realizzata nel primo ventennio del Novecento e che era la sola importante, la sola valida, sia dal punto di vista del cattolicesimo che da quello dello Stato.
    Nelle “Memorie” di Giolitti – un vero monumento di sobrietà letteraria pari solo alla consapevolezza interiore – non si trova mai la parola “conciliazione” così come non si trovano mai citati, neppure per caso, neppure per errore, i quattro Pontefici che accompagnarono la sua lunga e feconda stagione politica, da Leone XIII a Pio X, da Benedetto XV a Pio XI. Eppure il “ralliement” fra Roma vaticana e Roma italiana rappresentò la costante del suo periodo di governo, nel pieno rispetto dell’integrità dello Stato moderno, nella assoluta difesa dei valori della libertà di coscienza.
    Perché non parlare di “conciliazione silenziosa”? Tutti i problemi che avevano turbato le relazioni fra Quirinale e Vaticano, nell’età di Depretis e di Crispi, nell’età dell’assalto alla salma di Pio IX e dell’inaugurazione del monumento a Giordano Bruno, trovarono nell’epoca di Giolitti quel principio di risoluzione che solo consentì l’incontro delle trincee nel ’15-’18, che solo consentì l’innesto fra cattolicesimo e democrazia con la nascita del partito popolare nel ’19. “Dormiente” ormai la questione romana, dopo le punte aspre del periodo crispino, dopo la illusoria e velleitaria politica del cardinal Rampolla, dopo il grande sogno di “révanche” di Papa Pecci. Inquadrate le masse guelfe – la riserva dell’antica opposizione sanfedista e reazionaria – nella logica dello Stato italiano; sottoposta l’iniziativa politica dei cattolici alla ferrea disciplina delle gerarchie ecclesiastiche. Superato, sia pure virtualmente, il veto del “non expedit”; aperte le urne ai cattolici deputati in attesa che maturassero i tempo dei “deputati cattolici”; bloccata la legislazione eversiva, e fermata in tempo ogni legge che urtasse gli interessi cattolici; nuove coincidenze fra la politica estera italiana e quella vaticana ritrovate in campo coloniale e suggellate dalla guerra di Libia. Rotte le separazioni, e le preclusioni, del positivismo; riavvicinate cultura laica e vita religiosa; compenetrate le sfere del pensiero critico e della fede. La coscienza del credente non più opposta a quella del cittadino; la patria celeste non più contrapposta a quella terrena.
    Distensione degli animi, placamento degli spiriti, apertura alla “conciliazione” psicologica e spirituale che ebbe però sempre un limite, un limite invalicabile: il rispetto della “legge delle guarentigie”, lo statu quo nei rapporti fra Italia e papato, la salvaguardia delle tavole storiche e giuridiche del Risorgimento. Su questo punto Giolitti, l’uomo delle alleanze eterico-moderate, l’uomo del “Patto Gentiloni”, non fu in nulla diverso dai suoi predecessori del post-Risorgimento.
    E si spiega. Esponente della Destra nel senso piemontese e cavourriano della parola (di una Destra quindi riformatrice e progressista, di una Destra da novello “Connubio”, che presto si configurerà come Sinistra giovane), Giolitti vedeva nella legge di Visconti-Venosta e di Bonghi il “non plus ultra” della perfezione giuridica, il massimo dell’equilibrio e del realismo: uno strumento che consentiva di evitare ritorni clericali come ondate anticlericali, che arginava le correnti del giacobinismo come frenava gli impulsi di una controffensiva “ultra” tale da minacciare le basi dello Stato. Legge, quella delle guarentigie, che rispecchiava il senso del liberalismo da cui Giolitti era animato, il senso concreto e operoso della storia come paziente ricerca di compromessi non come antologia di conquiste, della storia saggia e canuta dove un anno vuoto vale più di un anno di sciagure, dove un nodo sciolto vale più di un’imposizione forzosa, dove un onesto incontro a mezza strada prevale su un’ostentata e malsicura vittoria.
    Guarentigie e non concordati. Da un accordo in senso giuridico, da una pace formale e solenne fra Italia e Vaticano, Giolitti resterà sempre alieno, sempre lontano. Non sarà possibile con lui un caso Tosti (con quel fervore di passioni suscitate, con quell’attesa quasi messianica e millenaristica), non sarà possibile neppure un caso Mocenni (con quel sottinteso di potenza così gradito al Papa e a Crispi, con quel primo e confuso presentimento di un incontro fatale fra Italia e Santa Sede sui campi dell’Africa e sulle rive del Mediterraneo orientale).
    Problema – quello dei “do ut des” giuridici o territoriali – che non lo tormenta, che non lo appassiona; tanto sente che la storia l’ha risolto con la sua suprema saggezza, con una saggezza su cui nulla hanno potuto errori e deviazioni di uomini. Problema che non lo porta neppure a concepire misure preventive verso la controparte, ad assicurarsi garanzie o pegni. Nel 1904 penserà per un momento di annullare il “veto” dell’Italia all’inclusione della Santa Sede nella conferenza dell’Aja; all’inizio della grande guerra non avrebbe mai pensato di far escludere il Vaticano dalle trattative di pace (un’idea tipicamente sonniniana: ultimo residuo di una Destra che non c’era più).
    Agli occhi del Giolitti del nuovo secolo, la questione romana si riduceva alla presenza oltre Tevere di un efficiente commissario di Borgo, che agisse bene e tutelasse severamente l’ordine pubblico, consentendo alla Santa Sede il pacifico e tranquillo esercizio di tutte le libertà (ed erano molte) riconosciute dalle guarentigie. Una volta che nel 1902 confessò questo suo proposito a un giornalista cattolico, l’altro ne rimase scandalizzato: la questione romana ridotta a una “faccenda di polizia!” Eppure, ai suoi occhi, l’equilibrio conquistato era così prezioso, così perfetto, che non conveniva intaccarlo. C’è un documento inedito che è venuto in questi giorni sotto le nostre mani, un documento suggestivo, quasi patetico, che illumina questa realtà: il commissario di Borgo, il fedele e devoto ambasciatore di Giolitti, Cesare Bertini, teme una violenta manifestazione anticlericale (siamo nel settembre del ’13) in relazione all’agitazione per il corteo ginnastico cattolico, schiera quattrocento uomini di truppa in modo da bloccare la sede della “Giordano Bruno” e i soci colà radunati, dispone infine che una compagnia di bersaglieri si spieghi di fronte al palazzo abitato dal Pontefice e dal Segretario di Stato, “perché da quelle finestre si vedesse come le autorità italiane avessero ben provveduto, e ad esuberanza, alla tutela di quei luoghi”.
    Metodo giolittiano che si prolungherà in tutti i campi, che si trasmetterà ai successori. Se le trattative di Orlando – l’antico Guardasigilli di Giolitti – fallirono nella Parigi del ’19, ciò avvenne perché la classe dirigente liberale, legata – diversamente da quella fascista – alla morale del Risorgimento, non avrebbe mai consentito alla restituzione di una sovranità territoriale al Pontefice, neppure nei limiti simbolici consacrati dal Trattato del ’29. Per i liberali del vecchio mondo, lo scudo della libertà religiosa avrebbe dovuto essere ben più sicuro e più efficace della Città del Vaticano e delle convenzioni giuridiche sottoscritte da un qualsiasi regime; la difesa della coscienza collettiva – pacificata con la Chiesa e con Roma – avrebbe dovuto valere infinitamente più di tutte le garanzie del potere politico, sempre effimero e mutevole.
    Non è un’eredità perenta. I valori della Conciliazione vivono solo in quanto si radichino nell’anima popolare e coincidano con lo spirito di libertà. La formula dei “Concordati” nacque sempre, per la Chiesa, da esigenze difensive, contro assalti esterni, contro insidie altrimenti invincibili. Non a caso essa fu adottata soprattutto di fronte ai regimi dittatoriali; non a caso essa rappresentò, da Napoleone a Hitler, l’estremo usbergo, l’ultima difesa, spesso illusoria, contro l’autoritarismo di Stato deciso a penetrare nel foro delle convinzioni interiori. Ma nei regimi di libertà il valore di tutti gli accorgimenti e di tutti gli strumenti giuridici è più apparente che reale. Nei regimi di libertà l’ossequio delle anime conta più dell’omaggio dei potenti: il fervore dei sentimenti prevale sul fasto degli apparati.
    L’art. 7, qui, non c’entra. L’incontro fra lo spirito di religione e lo spirito di libertà – l’incontro realizzato nella lotta contro il totalitarismo e la statolatria – costituisce una garanzia più importante, e più definitiva, di tutte le canonizzazioni costituzionali. Ce lo ricorda, con la forza di un magistero intrepido, la parola postuma di Pio XI che Giovanni XXIII ha voluto farci sentire oggi, proprio trent’anni dopo i Patti Lateranensi, quasi ad ammonirci – col vigore di una religiosità adamantina – sulla perennità dei valori di fede rispetto alla contingenza delle situazioni storiche.
    “Profetate, ossa apostoliche, l’ordine, la tranquillità, la pace… profetate la prosperità, l’onore, soprattutto l’onore, di un popolo cosciente della sua dignità e responsabilità umana e cristiana”. Di un popolo dove la parola del Papa non sia soffocata, dove i vescovi non siano contrapposti ai vescovi, dove le spie non si affianchino agli onesti, dove non si confonda fra civiltà e persecuzioni, dove la Croce di Cristo non sia oscurata da altre Croci nemiche di Cristo. Grati estote.

    Giovanni Spadolini


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    Predefinito Re: Giovanni Spadolini (Firenze, 1925 - Roma, 1994)

    Un pensiero per Francesco Compagna (1989)


    “Nuova Antologia”, a. CXXIV, fasc. 2169, gennaio-marzo 1989, Le Monnier, Firenze, pp. 373-375.


    Meridionalismo liberale. Così Francesco Compagna intitolò nel 1975 un’antologia di scritti curata per l’editore Ricciardi, con quei caratteri, quella copertina, quello stile, quasi nella continuazione del culto crociano in cui l’indimenticabile amico si era formato. Erano duecentotrentasei pagine precedute da una lunga introduzione. Avevo incoraggiato il vecchio compagno di battaglia a quella silloge che assume oggi, a questi sette anni dalla sua morte, il valore di una suprema testimonianza autobiografica.
    Il titolo di quel libro è stato adottato anche per un’antologia di scritti inseriti nella collezione di studi meridionali che fu fondata e diretta da Umberto Zanotti-Bianco. E siamo contenti per la diffusione che ne seguirà degli scritti di Compagna; anche se avremmo preferito che fosse ristampato in anastatica quell’antico volume programmatico nella sua secchezza, nella sua essenzialità e nella sua autenticità. E proprio in coincidenza con questa antologia degli scritti, curata da Giuseppe Ciranna e Ernesto Mazzetti, e che ha visto anche interventi di uomini lontanissimi dal paesaggio culturale e civile di Compagna, noi preferiamo in questa occasione ristampare tale e quale lo scritto che il 25 luglio del 1975, sulle colonne della “Stampa” di Torino, dedicammo alla lunga battaglia di Compagna e al suo “civile impegno meridionalista”. Nel solco di un’amicizia che durò una vita e che si concluse nella comune responsabilità di governo, egli mio più diretto collaboratore come sottosegretario alla Presidenza che funzionava da vice-presidente del Consiglio, io impegnato in quella lotta senza quartiere contro gli infiniti ostacoli che si posero al primo pentapartito, a cominciare dal terrorismo.
    Sia questo il mio saluto all’amico di sempre.

    27 febbraio 1955. Ero direttore del “Resto del Carlino” da appena una settimana. Per allargare il respiro del giornale, per immergerlo nel vivo del dibattito civile e culturale che si era inasprito con la crisi del centrismo, senza alternative a portata di mano, avevo deciso di aprire il ‘fondo’ ad autorevoli esponenti delle forze politiche, o della coalizione di governo che reggeva il paese (erano gli ultimi mesi del quadripartito S. S., Scelba-Saragat, secondo l’infamante ed ingiusta accusa del comunismo di quei tempi, così solcato da vene staliniane).
    Niente distici, niente corsivi di spiegazione o di limitazione. Sola differenza coi collaboratori regolari e qualificati del giornale, un corpo in cui era entrato da pochi giorni Alberto Ronchey; sola differenza, dicevo, il titolo del parlamentare o del ministro, in corpo di nota, sotto la firma. Il primo uomo politico che rispose all’appello fu Ugo La Malfa, non ancora leader del PRI ma già ricco delle esperienze di governo nei gabinetti Parri e De Gasperi, già impegnato in un ruolo essenziale di mediazione culturale e politica fra le forze della sinistra laica e non socialista.
    Ricordo il titolo di quel fondo di La Malfa sul “Carlino”: La penetrazione comunista nel Mezzogiorno. E ricordo che l’articolo, secco e incisivo come La Malfa sa essere, una colonna e un quarto scarsa, finiva con un elogio fervido al gruppo di “Nord e Sud”, la rivista che Francesco Compagna aveva inaugurato due mesi prima, alla fine del ’54, e che avrebbe rappresentato nel corso di oltre un ventennio la voce più autorevole e inconfondibile del meridionalismo democratico, di radice insieme crociana e salveminiana; “esile barriera”, notava La Malfa, ma da potenziare e arricchire ad ogni costo.
    Leggendo o rileggendo le belle e suggestive e talvolta malinconiche pagine sparse che Compagna ha adesso riunito sotto il titolo Meridionalismo liberale – un titolo fermo e coraggioso come fermo e coraggioso fu sempre l’impegno civile di questo vero intellettuale del Mezzogiorno – trovo un episodio inedito, dei rapporti dell’autore con Salvemini, che giustificava quell’aggettivo “esile”, poi fortunatamente smentito o almeno rettificato dal successo e dalla costanza di un fecondo ventennio. Salvemini, sempre curioso e perfino ingenuo nella sua curiosità, domanda a Compagna, alla fine del ’55, quanti abbonamenti avesse raccolto il neonato “Nord e Sud” nel Mezzogiorno. E il giovane direttore risponde “duecento”. Gesto di meraviglia e di lieto stupore del vecchio grande meridionalista: l’ “ ‘Unità’, in tutto il Sud, ne raggiunse sette”.
    Si capisce che Compagna, nella sua lunga e coerente battaglia meridionalista, ha sempre guardato a quei sette, o ai figli di quei sette lontani abbonati e sostenitori dell’impopolare e anticipatore periodico di Gaetano Salvemini. Pochi uomini di cultura, del filone laico e liberale di sinistra o repubblicano, hanno avuto come Compagna la ossessione della demagogia, l’insofferenza, quasi costituzionale e fisica, per le genericità e il pressapochismo, anche se mascherati sotto le sembianze progressiste o utopiste.
    Il suo meridionalismo, quale appare da questo volume essenzialmente autobiografico, si è nutrito di studi severi. È partito da Croce, e da una lettura decisiva di Croce (cui non a caso è dedicato il primo e fondamentale saggio, attuale e illuminante nonostante i venti e più anni che denuncia nell’anagrafe: quanti scrittori politici possono ristamparsi, rinunciando a correzioni o aggiunte, vent’anni dopo?). Ha incontrato Salvemini, senza sfuggire al confronto con Giustino Fortunato. Su una matrice storicista, ha inserito i fermenti di una cultura democratica avanzata con forte vibrazione illuminista: la cultura che si rispecchiò nell’esperienza del “Mondo”, di cui Compagna è stato uno degli interpreti più significativi e più conseguenti (lo riconosce anche Paolo Bonetti, in un libro per certi aspetti polemico o risentito, quale Il Mondo – 1949-1966 – Ragione e illusione borghese, edito di recente da Laterza).
    Queste pagine di Meridionalismo liberale sono cosparse di incontri e ormai di memorie: un Renato Giordano, un Vittorio De Caprariis, un Mario Pannunzio. C’è, in qualche momento, una vena elegiaica, un’inflessione patetica, una nota di rimpianto del “mondo perduto”, l’Italia einaudiana e degasperiana in cui Compagna si formò, avviò la sua milizia politica e quella scientifica, destinata a concludersi più tardi nell’approdo universitario della cattedra di geografia politica ed economica (anche questa una scelta rigorosa, scarna e anti-mistificatoria, preannuncio del “no” alla sbornia sociologica).
    Credo di avere avuto una qualche influenza sul vecchio amico e collega, nella decisione di raccogliere queste pagine sparse di oltre un ventennio, con analoga raccolta mia di scritti e frammenti storici dal titolo Autunno del Risorgimento. Ma non vorrei che le conclusioni fossero altrettanto pessimiste e sconsolate. Nella vigorosa introduzione a questo libro, intitolata non a caso “Senso dello Stato e senso della realtà”, Compagna squarcia i veli del futuro con maggiore fiducia di quanto, non ritenessi di fare io, delineando l’abbandono crescente degli ideali e della morale del Risorgimento, la fuga nell’irrazionale.
    E forse la battaglia meridionalista di questi democratici autentici, ostili sempre a ogni “meridionalismi di potere”, ha qualche maggiore possibilità di proiettarsi nell’incerto futuro del nostro paese se in un dibattito parlamentare, non a caso rievocato da Compagna, Giorgio Amendola ha potuto interrompere l’esponente repubblicano con queste parole: “Sento, invecchiando, il fascino del moralismo salveminiano…, che vedo convalidato dall’attuale quadro desolante”. Non vorremmo che per bocca sua parlasse solo il figlio memore e fedele di Giovanni Amendola.

    Giovanni Spadolini


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    Predefinito Re: Giovanni Spadolini (Firenze, 1925 - Roma, 1994)

    Legge elettorale e polo laico riformista (1993)


    “Il Messaggero”, 20 maggio 1993



    La storia dell’Italia unita è una storia travagliata in materia elettorale. Non è vero che il collegio uninominale abbia rappresentato il punto di riferimento inalterabile del giovane Stato italiano che nasceva un secolo e mezzo fa dal guscio piemontese e si muoveva nell’ambito e nei limiti ferrei dello Statuto albertino.
    No: non è vero. Il collegio uninominale rispecchiò l’adolescenza della nazione, quell’Italia quasi infantile in cui su una popolazione sfiorante i trenta milioni di abitanti solo 600 mila avevano diritto al volo per la sola Camera – in virtù dell’educazione e del censo – e solo 300 mila partecipavano al voto stesso. Dopo la liberazione di Roma, nel 1870, toccammo il record dell’assenteismo, scendendo al 45.5 per cento di votanti.
    Eppure: bastò che le frontiere, già così sottili, della destra e della sinistra si dissolvessero con la rivoluzione parlamentare del 1876 e si allargasse il respiro della lotta politica con l’avvento della sinistra al potere perché, proprio all’alba degli anni ottanta, l’esigenza dello scrutinio di lista e di una tendenziale forma di proporzionale si imponesse al paese. Ecco la riforma elettorale del 1882, ideata da Depretis che non era certo un uomo né imprudente né impaziente: riforma elettorale che allargava a due milioni gli aventi diritto al voto (ma mai più di un milione superò la media dei votanti fino al suffragio universale maschile, cioè fino al 1913) e che durò appena dieci anni. Contestata, contrastata, discussa come era stato discusso il collegio uninominale e come sarà discusso negli anni successivi.
    Nel 1892, alle soglie dell’età giolittiana e proprio alla vigilia del primo ministero Giolitti – quello di diretta emanazione della Corona -, l’Italia tornò al collegio uninominale. La seconda adolescenza della nazione fu accompagnata dal sistema che il demiurgo Giolitti arrivò a controllare con mano anche spregiudicata e tagliente, fino ad attirarsi gli strali di “ministro della malavita” da parte di Gaetano Salvemini e fino ad alimentare una letteratura antiparlamentare capace di rivaleggiare con quella che aveva infuriato nell’ultimo ventennio del secolo precedente.
    Ci volle il 1919 e ci volle l’avvento sulla scena politica dei grandi partiti di massa, socialisti e cattolici popolari, perché la proporzionale caratterizzasse il nuovo breve corso della libertà italiana fra il ’19 e il ’22. Nettamente osteggiata da Giolitti; combattuta dalla vecchia classe dirigente liberale che non sapeva muoversi al di fuori dell’aspirazione maggioritaria; ma in ogni caso tale – Gobetti lo capì meglio di ogni altro – da alimentare un minimo di dialettica nei partiti, quella dialettica che poi riesploderà vigorosa e trasformatrice all’indomani della lunga parentesi fascista, nel clima della liberazione.
    La legislazione elettorale in Italia, quindi, ha sempre assecondato e seguito la lotta politica. La mancanza di un’alternativa netta – quella che ha impedito il bipolarismo di tipo anglosassone sia durante l’età depretisiana e giolittiana sia durante l’età degasperiana e morotea – quella mancanza di alternative non fu certo interrotta dal ritorno al collegio uninominale nel 1892 e dalla sua permanenza per oltre un ventennio.
    Ora che siamo di fronte ad una nuova svolta importante nella storia italiana dobbiamo ricordare che il sistema maggioritario, scelto dal popolo italiano in via referendaria per il Senato e, indirettamente, per la Camera, è qualcosa che non può esaurirsi nella meccanica della riforma ma deve estendersi ad una riarticolazione e ricostruzione dei partiti. Secondo uno schema capace di realizzare grandi aggregazioni e di nutrire una dialettica politica per il futuro della nazione del tutto diversa da quella che ha retto il passato, in funzione anti-partitocratica. Maggioranza netta; opposizione netta. Stabilità del governo, e massima autorità del Parlamento. Bisogna avere il coraggio di riconoscerlo. Il sistema delle coalizioni che ha rappresentato la grandezza dell’Italia degasperiana e il tormento dell’Italia morotea è ormai finito da alcuni anni. Si era consumato e logorato in una costante incapacità di creare le condizioni di una democrazia fondata sul ricambio, un fallimento altrettanto costante della rottura – da tutti auspicata a parole ma mai realizzata nei fatti – del cosiddetto consociativismo (un termine al quale noi ricorriamo pochissimo perché se ne è fatto uso ed abuso, al di là del lecito).
    L’unico che aveva capito la necessità dell’alternanza e che pagò questa intuizione con la vita fu Aldo Moro. Inserendo i comunisti di allora, già impegnati nel profondo processo di trasformazione impostato da Berlinguer, nella maggioranza parlamentare, e sottilmente distinguendo la maggioranza parlamentare da quella di governo, Moro aveva avviato un processo di ricomposizione delle forze politiche che le Brigate rosse riuscirono a spezzare (non si saprà mai con quali complicità e con quali adesioni, anche di segno opposto).
    Gli anni dopo Moro costituiscono gli anni della ricerca di un punto di equilibrio fra l’emergenza che perdurava e la solidarietà che non c’era più. Emergenza senza solidarietà: come la chiamai io all’inizio degli anni ottanta, in coincidenza con uno di quegli esperimenti di governo.
    E il logorio della formula di coalizione e la sua interna disgregazione aggravarono i mali che già avevano caratterizzato gli anni successivi al 1970: l’elefantiasi dei partiti, il loro sconfinamento nella vita civile, la vasta mappa della corruzione che per tanta parte coincide con gli ultimi dieci anni, e forse meno.
    L’istanza della riforma del sistema elettorale, espressa nei referendum, è nata dal “no” a tale processo degenerativo e dalla certezza che il mutamento del sistema elettorale servisse al mutamento del sistema politico e creasse le condizioni per l’alternanza. Cioè per un sistema bipolare o tripolare o comunque tale da consentire il ricambio fra governo ed opposizione, fra forze moderate e forze di sinistra.
    Oggi è tutto più difficile perché la parola destra e la parola sinistra non hanno più il valore che avevano una volta e non segnano neanche più nettamente i confini. E c’è un affollamento a sinistra che rischia di lasciare sguarnito il centro.
    È un tema delicato che si pone all’attenzione di tutti i partiti. Nessuno può restare quello che era prima. Ma la verifica del cambiamento è legata ad un’impostazione programmatica e ideale che non può essere disponibilità a tutto, che deve tenere fermi alcuni convincimenti e alcuni princìpi. Le confluenze referendarie non bastano, di fronte alle scelte politiche.
    Le aree sono quelle che sono: i cattolici, il Pds, la Lega. Ma c’è tutta un’area di democrazia laica e riformista che non si è potuta mai esprimere compiutamente nel regime proporzionale del dopoguerra per le correzioni o per i freni che le emergenze internazionali hanno via via apportato all’esplicazione globale del proprio pensiero. Oggi si tratta di individuare un punto che consenta a quelli che erano i seguaci della terza forza di una volta di ritrovarsi nel segno del nuovo, col sistema maggioritario, in uno schieramento che possa determinare i futuri equilibri del sistema parlamentare corretto.
    Una volta parlai di “partito della democrazia”. Le formule cui si guarda adesso non sono troppo lontane.

    Giovanni Spadolini


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