La conciliazione silenziosa (1959)


“Il Resto del Carlino”, 11 febbraio 1959; poi in G. Spadolini, “Il Tevere più largo. Da Porta Pia ad oggi”, Longanesi, Milano 1970, pp. 121-128.


Quando Giovanni Giolitti morì nel luglio del 1928, i Patti Lateranensi non erano stati ancora suggellati e le trattative fa Italia e Vaticano, già aperte da due anni, conoscevano ostacoli e difficoltà non trascurabili. È probabile che, se il grande statista dell’Italia prefascista fosse arrivato al ’29, il suo voto contrario si sarebbe associato a quello dei grandi spiriti liberali che ancora sopravvivevano nelle aule ormai “sorde e grigie” dei due rami del Parlamento italiano, da Croce a Ruffini.
Ma l’opposizione di Giolitti si sarebbe probabilmente appellata a ragioni ideali e storiche del tutto diverse da quelle avanzate dall’anticlericalismo di maniera – un anticlericalismo nel quale il vecchio Presidente non si sarebbe riconosciuto mai. Lo statista di Dronero avrebbe probabilmente eccepito che la conciliazione formale aveva un’importanza secondaria e del tutto strumentale rispetto all’altra, alla conciliazione delle anime e delle coscienze, che era stata realizzata nel primo ventennio del Novecento e che era la sola importante, la sola valida, sia dal punto di vista del cattolicesimo che da quello dello Stato.
Nelle “Memorie” di Giolitti – un vero monumento di sobrietà letteraria pari solo alla consapevolezza interiore – non si trova mai la parola “conciliazione” così come non si trovano mai citati, neppure per caso, neppure per errore, i quattro Pontefici che accompagnarono la sua lunga e feconda stagione politica, da Leone XIII a Pio X, da Benedetto XV a Pio XI. Eppure il “ralliement” fra Roma vaticana e Roma italiana rappresentò la costante del suo periodo di governo, nel pieno rispetto dell’integrità dello Stato moderno, nella assoluta difesa dei valori della libertà di coscienza.
Perché non parlare di “conciliazione silenziosa”? Tutti i problemi che avevano turbato le relazioni fra Quirinale e Vaticano, nell’età di Depretis e di Crispi, nell’età dell’assalto alla salma di Pio IX e dell’inaugurazione del monumento a Giordano Bruno, trovarono nell’epoca di Giolitti quel principio di risoluzione che solo consentì l’incontro delle trincee nel ’15-’18, che solo consentì l’innesto fra cattolicesimo e democrazia con la nascita del partito popolare nel ’19. “Dormiente” ormai la questione romana, dopo le punte aspre del periodo crispino, dopo la illusoria e velleitaria politica del cardinal Rampolla, dopo il grande sogno di “révanche” di Papa Pecci. Inquadrate le masse guelfe – la riserva dell’antica opposizione sanfedista e reazionaria – nella logica dello Stato italiano; sottoposta l’iniziativa politica dei cattolici alla ferrea disciplina delle gerarchie ecclesiastiche. Superato, sia pure virtualmente, il veto del “non expedit”; aperte le urne ai cattolici deputati in attesa che maturassero i tempo dei “deputati cattolici”; bloccata la legislazione eversiva, e fermata in tempo ogni legge che urtasse gli interessi cattolici; nuove coincidenze fra la politica estera italiana e quella vaticana ritrovate in campo coloniale e suggellate dalla guerra di Libia. Rotte le separazioni, e le preclusioni, del positivismo; riavvicinate cultura laica e vita religiosa; compenetrate le sfere del pensiero critico e della fede. La coscienza del credente non più opposta a quella del cittadino; la patria celeste non più contrapposta a quella terrena.
Distensione degli animi, placamento degli spiriti, apertura alla “conciliazione” psicologica e spirituale che ebbe però sempre un limite, un limite invalicabile: il rispetto della “legge delle guarentigie”, lo statu quo nei rapporti fra Italia e papato, la salvaguardia delle tavole storiche e giuridiche del Risorgimento. Su questo punto Giolitti, l’uomo delle alleanze eterico-moderate, l’uomo del “Patto Gentiloni”, non fu in nulla diverso dai suoi predecessori del post-Risorgimento.
E si spiega. Esponente della Destra nel senso piemontese e cavourriano della parola (di una Destra quindi riformatrice e progressista, di una Destra da novello “Connubio”, che presto si configurerà come Sinistra giovane), Giolitti vedeva nella legge di Visconti-Venosta e di Bonghi il “non plus ultra” della perfezione giuridica, il massimo dell’equilibrio e del realismo: uno strumento che consentiva di evitare ritorni clericali come ondate anticlericali, che arginava le correnti del giacobinismo come frenava gli impulsi di una controffensiva “ultra” tale da minacciare le basi dello Stato. Legge, quella delle guarentigie, che rispecchiava il senso del liberalismo da cui Giolitti era animato, il senso concreto e operoso della storia come paziente ricerca di compromessi non come antologia di conquiste, della storia saggia e canuta dove un anno vuoto vale più di un anno di sciagure, dove un nodo sciolto vale più di un’imposizione forzosa, dove un onesto incontro a mezza strada prevale su un’ostentata e malsicura vittoria.
Guarentigie e non concordati. Da un accordo in senso giuridico, da una pace formale e solenne fra Italia e Vaticano, Giolitti resterà sempre alieno, sempre lontano. Non sarà possibile con lui un caso Tosti (con quel fervore di passioni suscitate, con quell’attesa quasi messianica e millenaristica), non sarà possibile neppure un caso Mocenni (con quel sottinteso di potenza così gradito al Papa e a Crispi, con quel primo e confuso presentimento di un incontro fatale fra Italia e Santa Sede sui campi dell’Africa e sulle rive del Mediterraneo orientale).
Problema – quello dei “do ut des” giuridici o territoriali – che non lo tormenta, che non lo appassiona; tanto sente che la storia l’ha risolto con la sua suprema saggezza, con una saggezza su cui nulla hanno potuto errori e deviazioni di uomini. Problema che non lo porta neppure a concepire misure preventive verso la controparte, ad assicurarsi garanzie o pegni. Nel 1904 penserà per un momento di annullare il “veto” dell’Italia all’inclusione della Santa Sede nella conferenza dell’Aja; all’inizio della grande guerra non avrebbe mai pensato di far escludere il Vaticano dalle trattative di pace (un’idea tipicamente sonniniana: ultimo residuo di una Destra che non c’era più).
Agli occhi del Giolitti del nuovo secolo, la questione romana si riduceva alla presenza oltre Tevere di un efficiente commissario di Borgo, che agisse bene e tutelasse severamente l’ordine pubblico, consentendo alla Santa Sede il pacifico e tranquillo esercizio di tutte le libertà (ed erano molte) riconosciute dalle guarentigie. Una volta che nel 1902 confessò questo suo proposito a un giornalista cattolico, l’altro ne rimase scandalizzato: la questione romana ridotta a una “faccenda di polizia!” Eppure, ai suoi occhi, l’equilibrio conquistato era così prezioso, così perfetto, che non conveniva intaccarlo. C’è un documento inedito che è venuto in questi giorni sotto le nostre mani, un documento suggestivo, quasi patetico, che illumina questa realtà: il commissario di Borgo, il fedele e devoto ambasciatore di Giolitti, Cesare Bertini, teme una violenta manifestazione anticlericale (siamo nel settembre del ’13) in relazione all’agitazione per il corteo ginnastico cattolico, schiera quattrocento uomini di truppa in modo da bloccare la sede della “Giordano Bruno” e i soci colà radunati, dispone infine che una compagnia di bersaglieri si spieghi di fronte al palazzo abitato dal Pontefice e dal Segretario di Stato, “perché da quelle finestre si vedesse come le autorità italiane avessero ben provveduto, e ad esuberanza, alla tutela di quei luoghi”.
Metodo giolittiano che si prolungherà in tutti i campi, che si trasmetterà ai successori. Se le trattative di Orlando – l’antico Guardasigilli di Giolitti – fallirono nella Parigi del ’19, ciò avvenne perché la classe dirigente liberale, legata – diversamente da quella fascista – alla morale del Risorgimento, non avrebbe mai consentito alla restituzione di una sovranità territoriale al Pontefice, neppure nei limiti simbolici consacrati dal Trattato del ’29. Per i liberali del vecchio mondo, lo scudo della libertà religiosa avrebbe dovuto essere ben più sicuro e più efficace della Città del Vaticano e delle convenzioni giuridiche sottoscritte da un qualsiasi regime; la difesa della coscienza collettiva – pacificata con la Chiesa e con Roma – avrebbe dovuto valere infinitamente più di tutte le garanzie del potere politico, sempre effimero e mutevole.
Non è un’eredità perenta. I valori della Conciliazione vivono solo in quanto si radichino nell’anima popolare e coincidano con lo spirito di libertà. La formula dei “Concordati” nacque sempre, per la Chiesa, da esigenze difensive, contro assalti esterni, contro insidie altrimenti invincibili. Non a caso essa fu adottata soprattutto di fronte ai regimi dittatoriali; non a caso essa rappresentò, da Napoleone a Hitler, l’estremo usbergo, l’ultima difesa, spesso illusoria, contro l’autoritarismo di Stato deciso a penetrare nel foro delle convinzioni interiori. Ma nei regimi di libertà il valore di tutti gli accorgimenti e di tutti gli strumenti giuridici è più apparente che reale. Nei regimi di libertà l’ossequio delle anime conta più dell’omaggio dei potenti: il fervore dei sentimenti prevale sul fasto degli apparati.
L’art. 7, qui, non c’entra. L’incontro fra lo spirito di religione e lo spirito di libertà – l’incontro realizzato nella lotta contro il totalitarismo e la statolatria – costituisce una garanzia più importante, e più definitiva, di tutte le canonizzazioni costituzionali. Ce lo ricorda, con la forza di un magistero intrepido, la parola postuma di Pio XI che Giovanni XXIII ha voluto farci sentire oggi, proprio trent’anni dopo i Patti Lateranensi, quasi ad ammonirci – col vigore di una religiosità adamantina – sulla perennità dei valori di fede rispetto alla contingenza delle situazioni storiche.
“Profetate, ossa apostoliche, l’ordine, la tranquillità, la pace… profetate la prosperità, l’onore, soprattutto l’onore, di un popolo cosciente della sua dignità e responsabilità umana e cristiana”. Di un popolo dove la parola del Papa non sia soffocata, dove i vescovi non siano contrapposti ai vescovi, dove le spie non si affianchino agli onesti, dove non si confonda fra civiltà e persecuzioni, dove la Croce di Cristo non sia oscurata da altre Croci nemiche di Cristo. Grati estote.

Giovanni Spadolini


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