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  1. #261
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    Predefinito Re: Giovanni Spadolini (Firenze, 1925 - Roma, 1994)

    L’omaggio di Croce (1964)

    di Giovanni Spadolini - «Il Resto del Carlino», 18 agosto 1964


    https://musicaestoria.wordpress.com/...di-croce-1964/
    Il mio stile è vecchio...come la casa di Tiziano a Pieve di Cadore...

    …bisogna uscire dall’egoismo individuale e creare una società per tutti gli italiani, e non per gli italiani più furbi, più forti o più spregiudicati. Ugo La Malfa

  2. #262
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    Predefinito Re: Giovanni Spadolini (Firenze, 1925 - Roma, 1994)

    Un maestro [Chabod] (1960)

    di Giovanni Spadolini – «Il Resto del Carlino», 16 luglio 1960


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  3. #263
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    Predefinito Re: Giovanni Spadolini (Firenze, 1925 - Roma, 1994)

    Introduzione a “Questa Repubblica” di Arturo Carlo Jemolo (1978)

    di Giovanni Spadolini – In A. C. Jemolo, “Questa Repubblica”, Le Monnier, Firenze 1978, pp. V-XXV.


    https://musicaestoria.wordpress.com/...o-jemolo-1978/
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  4. #264
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    Predefinito Re: Giovanni Spadolini (Firenze, 1925 - Roma, 1994)

    Visita a casa Croce (1975)

    di Giovanni Spadolini – In “Beni culturali. Diario, interventi, leggi”, Vallecchi, Firenze 1976, pp. 74-77.


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  5. #265
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    Predefinito Re: Giovanni Spadolini (Firenze, 1925 - Roma, 1994)

    Giovanni Spadolini - Prefazione a “Il Papato socialista”, Longanesi, Milano 1982

    «‘Prestate senza speranza di riavere’, ammonisce il Vangelo di Luca. Nessuna speranza di profitto, di speculazione o di ricchezza: importa solo la ‘condizione eguale’ testimoniata da san Paolo, l’‘eguaglianza’ che deriva dal sacrificio dei ricchi e dall’elevazione dei poveri. L’unica dottrina economica, presupposta dal cristianesimo, è quella della privazione: rinunziare al superfluo. La ‘comunione dei beni’ serve non per provare il valore delle ricchezze, che non esiste, ma solo per testimoniare la fratellanza nella povertà, l’amore nel sacrificio, la solidarietà nel dolore. Il socialismo dei credenti si potrebbe definire essenzialmente come la coscienza del peccato sul piano della vita sociale».
    Ecco uno dei brani più esplosivi di questo libro «esplosivo» per i tempi in cui fu scritto, per gli anni in cui uscì e in cui suscitò polemiche asperrime, comuni alla sponda cattolica e laica. Trentatré anni fa: concepito agli inizi del 1949, anticipato da un articolo sul primo numero del ‘Mondo’ (cara e indimenticabile ombra di Mario Pannunzio, l’amico e il direttore cui questa nuova edizione è idealmente dedicata), scritto di getto e di impeto, con tutta la mancanza di freni e di limiti propria dei giovanissimi autori innamorati delle proprie tesi, nell’estate del ’49, là sulle verdi colline di Santa Margherita a Montici, dalla torre vecchia della villa di Pian dei Giullari cara alle nostre memorie e alle nostre fantastiche evasioni di adolescente.

    Non è un brano che ho scelto a caso, per riproporre ai lettori una nuova edizione (l’ottava) del volume tanto fortunato e tanto discusso. No: a quella citazione di san Luca, «prestate senza speranza di riavere», è legata una delle più singolari e rivelatrici polemiche che l’uscita del ‘Papato socialista’ abbia provocato nel mondo cattolico, chiuso, arcigno e diffidente, degli anni ’50: una polemica che da sola testimonia l’immensità del cammino percorso da allora, le differenze, perfino incredibili e vertiginose, di tono, di accento, di ‘animus’ coi tempi attuali. Parliamo pure di ‘gaffe’ clamorosa da parte dell’‘Osservatore romano’, l’organo ufficioso della Santa Sede, il tutore geloso e puntiglioso dell’ortodossia cattolica; ma è comunque una ‘gaffe’ che da sola rivela l’imbarazzo con cui questo libro, per molti aspetti sovvertitore degli schemi taciti e dei tabù convenzionali, fu accolto, il fastidio che suscitò, il turbamento che determinò.

    «Prestate senza speranza di riavere»: è il famoso versetto del Vangelo di Luca (VI, 35) che mette in discussione, quasi alle radici, l’economia moderna, l’economia del profitto e della speculazione, fondamento e presupposto del neocapitalismo contemporaneo (altro che le ironie marcusiane – piccolo artigianato intellettuale – contro la società dei consumi!). «Mutuum date nihil inde sperantes»: si tratta dell’antico monito evangelico che è stato più o meno uniformemente tradotto in «prestate senza speranza di riavere», «prestate non isperando nulla», «prestate senza speranza di utile».

    Eppure l’‘Osservatore romano’, per la penna di un uomo colto e avvertito – intrepido superstite del mondo di Pio X – qual era il vecchio gentiluomo Giuseppe Dalla Torre, arrivò a negare l’esistenza del versetto, ci attaccò con quella sufficienza non priva di acrimonia in cui si manifestava tutta la diffidenza per il titolo – provocatorio e polemico – prima ancora che per il volume in sé e per sé, in cui si riassumeva l’insofferenza di un mondo cattolico inquadrato e vorremmo dire adagiato in schemi che sembravano intangibili e sacri. In data 11 marzo 1950 (il libro era uscito da appena un mese), un corsivo dell’autorevole foglio vaticano diceva testualmente: «Per ritrovare questa citazione abbiamo riletto il Vangelo di san Luca. Fatica sempre benedetta e gioiosa; fu detto e giustamente che, anche a prescindere dall’ispirazione divina, questo Vangelo è il più bello di tutti i libri. Ma questa citazione non l’abbiamo trovata». Non solo: ma aggiungeva l’articolista che forse si trattava del «Date e vi sarà dato» (Luca VI, 38), concludendo che «il concetto del date e vi sarà dato è proprio l’opposto del date senza riavere».

    È inutile riesumare i termini della discussione, non priva di qualche eco nella vita culturale italiana sul caso che fu giudicato, senza troppe distinzioni fra conservatori e progressisti, un autentico «infortunio» del cattolicesimo ufficiale e pacelliano. Ricorderemo solo che noi concludemmo col proporre di scegliere, fra tutte, la traduzione, la bellissima traduzione, del Tommaseo che elevava il versetto del Vangelo di Luca in una sfera di assoluti, al di là di ogni sottinteso esclusivamente economico o sociale: «Prestate senza nulla sperarne». Quasi la conferma dell’eterno pessimismo cristiano.
    In verità non pensammo neppure per un momento che il conte Dalla Torre non avesse letto il Vangelo di Luca (e ci astenemmo dal dirlo, nonostante i nostri venticinque anni, nella ritorsione polemica, fin troppo facile, alla grave censura dell’‘Osservatore romano’). Ma il fatto più significativo, il fatto diremmo più emblematico, era un altro: la possibilità, anzi la certezza, che il direttore dell’‘Osservatore romano’ potesse aver dimenticato – ed era un discorso che trascendeva la persona di Dalla Torre – quel punto «qualificante» e decisivo del messaggio evangelico, quel germe autentico e immortale del socialismo cristiano.
    Come non scorgervi un segno dei tempi? L’espressione «Papato socialista» apparve a molti, agli inizi degli anni ’50, irriverente e quasi blasfema. Si parlò di «paradosso», di «eresia», spesso di «stravaganza». Si gridò alla ricerca di un’originalità a tutti i costi; si criticò questa o quella citazione marginale per rifiutare il senso di un’intuizione che muoveva dalla coscienza, quella sì precisa e lucida, della crisi del vecchio Stato liberale, della crisi dei dati storici del laicismo inseparabili dalla soluzione unitaria del Risorgimento ma contraddetti dai nuovi rapporti di forza.
    Pochi videro il fondo del problema. Ricorderò sempre la recensione di Montanelli sul ‘Corriere della Sera’, il 22 febbraio del ’50, una recensione che da sola fece esaurire l’intera prima edizione in pochi giorni con quel toccante richiamo a Gobetti («giù il cappello»), una recensione che fondò un’amicizia, anche quella, più che trentennale, come il libro che oggi si ristampa. «Il titolo del libro ‘Il Papato socialista’», scriveva Montanelli, «è già l’enunciato di una tesi, a proposito di questo conflitto: e cioè che la polemica, oggi, la vera polemica non è quella che si dibatte fra cattolicesimo e socialismo, conciliabilissimi – e in parte già conciliati – termini: ma quella che si agita fra guelfismo e laicismo. Un sottinteso sociale il cattolicesimo lo ha nella sua immutabile dottrina, e lo ha sempre riaffermato nella sua azione mutevolissima: non per nulla a colorazione spiccatamente socialista sono quelle correnti – dette di sinistra – della democrazia cristiana che con più coerenza si proclamano confessionali; non per nulla leghe bianche e leghe rosse sono coetanee e gemelle, e perfettamente parallelo, nello spazio e nel tempo, è il loro tentativo di abbattere lo Stato liberale laico trascinandolo alla lotta su un terreno extra-istituzionale. Esse si combattevano fra loro per ragioni puramente elettorali; ma in realtà concordavano nel fine e nei mezzi, come d’altronde si vide ben chiaro quando, di fronte all’incalzare della manomissione fascista, don Sturzo e i socialisti preferirono entrambi spalancare le porte al nemico contingente – Mussolini – piuttosto che allearsi con quello storico e tradizionale – Giolitti -: il che, intendiamoci, era perfettamente logico e coerente con le loro premesse».

    Ma nell’insieme l’opera disorientò e turbò. Gli integralisti della sinistra cattolica, pur entusiasti del titolo, ne avvertirono il fondo liberal-democratico e quasi di «denuncia»; non tutti i liberali né tutti i democratici laici capirono la constatazione, amara e accorata, dello scacco del mito risorgimentale che nella seconda parte del libro risuonava. Fu un volume contestato, ma anticipatore. Lievitò nelle discussioni dei giornali; si riflesse nelle polemiche dei partiti e nei dibattiti al Parlamento.
    Lo citò, con favore e simpatia, Nenni; ne parlò più di una volta Saragat, al quale m’ero richiamato nel primo articolo del ‘Mondo’ che portava il titolo ‘Il Papato socialista’ (cominciava proprio così: «Smentendo i troppo piccoli profeti, l’on. Saragat ha giustamente affermato, nel suo primo discorso al congresso del PSLI che […] i ‘socialisti’ della democrazia cristiana sono, tra tutti gli elementi del partito, i più vicini alla Chiesa, quelli che meglio rappresentano gli ideali e gli interessi dell’Azione cattolica…»). Lo evocarono, in modi diversi, uomini eminenti della sponda riformatrice laica, come Calamandrei e Salvemini. Ne discusse a fondo la ‘Voce repubblicana’, non ancora di La Malfa. De Gasperi – e si capisce! – ne fu più interessato che persuaso: inaccessibile com’era, il compianto statista, a quelle cime accidentate della storia d’Italia che frastagliavano il contrasto, un po’ perentorio e sconcertante, fra «Monarchia giacobina» e «Repubblica guelfa», due formule entrambe per lui impenetrabili, quasi ermetiche.

    ***


    In realtà questo ‘Papato socialista’ era figlio del suo tempo, si ricollegava intimamente al clima storico in cui quelle tesi, che non erano solo paradossali o stravaganti, affioravano, prendevano corpo, uscivano dalla nebulosa di una meditazione storica e retrospettiva per entrare nel vivo di un dibattito politico-culturale tutt’altro che chiuso, oggi più aperto che mai. Una data, un momento essenziali. Venezia: 2-5 giugno 1949. Il congresso nazionale della democrazia cristiana, il primo che segua la vittoria – l’imprevista e plebiscitaria vittoria – del 18 aprile, vede la riscossa della sinistra democristiana contro il centrismo di De Gasperi. È all’attacco, a nome del gruppo di «Cronache sociali», l’on. Dossetti: un oratore incisivo e martellante che ha già legato il suo nome al dibattito sui Patti lateranensi e sull’articolo 7, il ‘leader’ incontrastato e affascinante di quella «neo-sinistra» cattolica che sopporta con malcelata insofferenza l’atlantismo intransigente, che ha bloccato la candidatura di Sforza alla presidenza della Repubblica, che tenta di rovesciare la «linea Pella», la linea einaudiana della lotta, senza quartiere, all’inflazione.
    Contrapposizione dei giovani ai vecchi? Contrasto della nuova generazione con l’anziana che proviene dal partito popolare e che ha conservato in sé qualcosa dell’antico giolittismo? Chi guarda oltre la facciata, chi non si contenta delle apparenze, chi rifiuta il pettegolezzo si accorge che c’è qualcosa di più profondo nella crisi che travaglia il partito dei cattolici italiani, pur reduce dalla più grande vittoria elettorale del dopoguerra; si accorge che motivi di fondo, motivi di carattere storico si intrecciano e spesso si sovrappongono alla normale competizione, al comprensibile avvicendamento fra gruppi dirigenti che distingue tutte le forze politiche dopo il fascismo e la resistenza.

    Quali? Per quali ragioni la sinistra cattolica cerca di elevare una sua concezione ideologica che si opponga all’empirismo e al pragmatismo dei vecchi popolari approdati alla sponda del cattolicesimo liberale? Come possono, i cattolici fortunati vincitori di una prova elettorale, rivendicare il loro diritto a governare l’Italia, a costituire una maggioranza «storica», senza riproporsi tutti i problemi base della nostra composizione unitaria? E quali sono i nessi, i nessi profondi, fra il guelfismo risorgimentale sconfitto e la controffensiva delle forze della sinistra cattolica, le più intransigenti sul piano della fede, le più integraliste sul terreno della politica?

    A questi interrogativi cercò di rispondere allora l’autore di queste pagine. Ventiquattrenne, armato degli strumenti di una cultura indipendente, ansioso di capire, sulla scia di influenze e di sollecitazioni gobettiane, come e perché l’Italia avesse perduto le sue libertà, come è perché fosse stato possibile il fascismo, come e perché la democrazia post-bellica fosse cosa nuova e diversa dal «mondo d’ieri», chi scrive queste note fu sollecitato, dal travaglio orgoglioso dei cattolici, dalla posizione complessa e problematica del Pontificato, a risalire dalla cronaca, spesso frammentaria e incomprensibile, alla storia; fu sospinto a ricercare le ragioni nascoste dell’oggi nei rigori intransigenti, e un tantino astratti, dell’ideologia non meno che nei domini, più aperti e più suggestivi, della storia contemporanea della Chiesa e dell’Italia.

    Congresso democristiano di Venezia: primi di giugno del ’49. Decreto di scomunica dei comunisti da parte del Sant’Uffizio: 1° luglio 1949. Fra quelle due date quasi emblematiche, si colloca la genesi di questo libro. Ingrandito («non si vendono i libri piccoli») dietro le sollecitazioni dell’editore – l’indimenticabile Leo Longanesi – che ne aveva stimolato la stesura, il volume veniva a comprendere accanto all’ ‘excursus’ ideologico proiettato sull’intera prospettiva del cattolicesimo moderno, una parte storica più aderente, più meditata, i due capitoli sulla «Monarchia giacobina» e sulla «Repubblica guelfa» dai quali, sfrondati di talune rigidità e semplificazioni, dovevano poi partire tutti i miei studi storici successivi, i contributi documentari che ho potuto portare alla storia segreta del movimento cattolico in Italia.

    Perché ho stabilito un legame fra le due date, fra il congresso di Venezia e il tanto discusso decreto di scomunica dei comunisti? Ma il perché è nelle pagine stesse del vecchio saggio che oggi ristampo con le varianti e i ritocchi imposti dall’esperienza: il perché è nel legame che mi sforzai di cogliere, sul quale concentrai tutta la mia attenzione, fra il rigore sociale della nuova sinistra cattolica e l’intransigenza anticomunista, e filosoficamente antimarxista, che caratterizzava in Italia, e non solo in Italia, le prime falangi delle ‘nouvelles équipes’ di guelfismo sociale protese alla riconquista della società.

    Papato socialista, ma in quanto contrapposto a Marx; socialismo cristiano, ma in quanto rigidamente opposto al socialismo marxista, figlio dello storicismo liberale, figlio della dialettica che aveva alimentato il mondo moderno e i suoi grandi sforzi di trasmutazione e di rinnovamento. Iniziativa del Papa, ma contro le forze del marxismo organizzato (e organizzato a strumento della nazione – guida del comunismo mondiale); ‘revanche’ sociale dei cattolici, ma contro il socialismo laico e umanistico, in una funzione di spietata concorrenza, in una linea di gara senza riserve, in una prospettiva, in una prospettiva quasi scissionistica, di emulazione senza compromessi e residui.
    Dominante, su tutte, l’intuizione della contrapposizione radicale fra il cattolicesimo e il liberalismo, fra la concezione cattolica della vita e la filosofia liberale del mondo. Frutto dei primi studi, che allora stavo affrontando, sul ‘Sillabo’ e sulle origini dell’opposizione cattolica; eco della passione risorgimentale e «ideologica», con larghe venature orianesche, che aveva consumato i miei anni di adolescente; reazione, se si vuole, alla realtà dei conformismi e pigrizie ufficiali; coscienza, e magari coscienza esasperata, di un’Italia inquieta e cercante, l’Italia della liberazione e del dopoguerra, dove tutti i dati tradizionali della liberazione e del dopoguerra, dove tutti i dati tradizionali sembravano quasi scomporsi, dissolversi, addirittura rovesciarsi.
    Intuizione che regge, con la sua parte di vero e anche con le sue esagerazioni e forzature, tutto il telaio del volume. Fino a spiegare la definizione di un «socialismo cattolico» come «socialismo tragico», come «socialismo della teocrazia», in termini cioè negativi, di polemica, alla Péguy, piuttosto che positivi, di costruzione, alla Maritain; fino a giustificare la ricerca e l’elevazione, quasi a dignità di costante orientatrice la ricerca e l’elevazione, quasi a dignità di costante orientatrice, del fondo anti-liberale e anti-risorgimentale dei cattolici italiani nella loro tormentata evoluzione storica; fino a motivare le ragioni, o almeno le definizioni categoriche di quella morale del laicismo come morale antitetica al cattolicesimo, su un piano di intransigenza ideologica che ignorava o sfumava le tante compenetrazioni o interferenze della realtà di ogni giorno.

    In questa prospettiva tesa e impegnata dell’anno ’49, la «scomunica» pacelliana dei comunisti serviva al mio obiettivo non meno della sconcertante «sortita» dei dossettiani a Venezia: serviva a trasferire il confronto, fra cattolicesimo e marxismo, in una sfera di assoluti, serviva a riportare gli sforzi, spesso confusi e contraddittori delle nuove generazioni cattoliche volte a un «socialismo guelfo» su un terreno che non era soltanto compromissorio o pragmatico, su un terreno che comandava le grandi antitesi ideali, che chiedeva la sanzione ultima delle pregiudiziali e delle contrapposizioni ideologiche. ‘Perinde ac cadaver’.

    Cosa rimane, a tanta distanza dalla sua rapidissima stesura, di questo ‘Papato socialista’? A trentatré anni dalla sua elaborazione, a trentadue dalla sua comparsa, questo saggio tanto discusso assume il significato di una testimonianza su un momento singolare e inconfondibile della storia e della coscienza italiana, nel trapasso fra il vecchio e il nuovo cattolicesimo sociale, di fronte al problema – al problema sempre aperto – dei rapporti fra la Chiesa e lo Stato, fra la coscienza del credente e quella del cittadino, fra l’azione religiosa e l’azione politica. E come tale, come testimonianza, lo ristampo: lo ristampo nel suo testo di allora, emendato di qualche superfluità, alleggerito di qualche parte non essenziale.

    Lo ristampo come contributo a quello che fu il dibattito appassionante dell’immediato dopoguerra: anni in cui i fervori delle fedi e delle speranze erano tanto più vivi di oggi, tanto più caldi di oggi.
    Impossibile concepire qualunque aggiornamento, qualunque revisione. In trentatré anni sono cambiati tanti dati da rendere, in apparenza, irriconoscibile il quadro. C’è stato il Concilio; c’è stato Papa Giovanni; c’è stato il tentativo, o la speranza, di un «Tevere più largo».
    Un lettore attento di queste pagine, allora sostituto alla segreteria di Stato, è assurto al soglio pontificio – penso a Paolo VI – ma ha concluso il suo regno tormentato e drammatico in una serie di interrogativi, in una serie di perché.
    La figura di Giovanni Paolo II basta da sola a sottolineare le distanze da quegli anni, in cui il ‘Papato socialista’ fu concepito come un atto di provocazione intellettuale, fino ai limiti della temerità. Un Papa cui è estranea l’intera tematica della «Monarchia giacobina» e della «Repubblica guelfa», un Papa che non sa pronunciare esattamente il nome di nessuno dei grandi capi della DC: estraneo a tutte le contese di potere delle correnti democristiane, che in un modo o nell’altro avevano raggiunto i palazzi apostolici fra il 1945 e il 1978. L’interprete intemerato e intrepido di una fede nazionale-popolare, quella della Polonia, che ha potuto fare a meno della mediazione della borghesia, che ha potuto economizzare la stessa rivoluzione liberale (la Polonia: un paese senza Risorgimento).
    Un punto comunque è certo. Il «Papato socialista» è una formula già insufficiente, già sorpassata dal moto vorticoso della contestazione cattolica (erede, nel suo intimo, di un brivido di inquietudine e di ripensamento illuminista, tale da mettere in crisi tutte le vecchie e codificate tavole di valori). Potenza, e rapidità, di questi trent’anni e oltre! Possiamo esserne certi: nessun scrittore cattolico, né sull’ ‘Osservatore romano’ né sul più piccolo foglio della provincia guelfa, contesterebbe oggi, da destra, il Vangelo di Luca. Oggi potremmo dirlo, senza timore di rimbrotto: «Prestate senza speranza di riavere».


    Giovanni Spadolini – Aprile 1982
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