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    Post Nicosia contro Rothbard?

    Credo fosse il '97 quando acquistai il bel libro di Fabio Massimo Nicosia edito dalla Facco edizioni.Per caso navigando ho trovato questo pezzo sulla rivista anarca-bolo(credo di matrice anarchica "classica")di questo autore e mi hanno stupito alcune cose:anzitutto la netta presa di distanza da Rathbard che pensavo fosse anche per Nicosia un punto di riferimento irrinunciabile e poi il tono in alcuni punti astioso verso la vostra componente.In particolare mi è sembrato gratuito rimproverarvi, come un qualsiasi marxista, la partecipazione alle elezioni padane del '97 come se fosse un qualcosa di scandaloso e da rifiutare a priori, chissà perchè poi...Al di là dei contenuti del pezzo(che non ho affarrato in tutta la loro interezza) pensavo che Nicosia fosse del gruppo anarco-capitalista rothbardiano, mi ha stupito constatare che non è così.Voi che ne pensate?

    p.s. Stonewall, mi sa che non sono il solo a far coincidere libertinaggio e libertarismo

    Ecco il pezzo.


    L'opinione di un Libertarian

    Come i lettori di questa rivista sanno, opera da alcuni anni nel nostro Paese un piccolo movimento "anarco-capitalista". Dopo l'isolata meteora della rivista Claustrofobia (cinque numeri usciti alla fine degli anni '70, frutto dell'opera solitaria di Riccardo La Conca), attorno alla metà degli anni '90 ha incominciato a formarsi un gruppo di giovani intellettuali di diversa provenienza (ognuno la sua), che dichiarava di rifarsi al pensiero libertarian americano, e in particolare a quello del suo più sistematico interprete, l'economista e altro Murray Newton Rothbard.


    All'interno del gruppo, che non è mai stato del tutto omogeneo, si è via via sviluppato un dibattito teorico di qualche interesse, e sono emerse differenze, che paiono difficilmente componibili, non solo di metodo, ma anche sui principi fondamentali e sulle preferenze sui diversi possibili stati di cose intermedi (quelli che qualcuno, marxisteggiando, chiama "i problemi della transizione").
    La distinzione ha anche riflessi politici; non si deve dimenticare, infatti, che la componente del gruppo che più ha voluto e saputo organizzarsi si è riconosciuta a lungo nell'area leghista, addirittura partecipando con una propria lista alle cosiddette elezioni padane e ancor oggi considera il secessionismo il punto duro della propria strategia.


    In particolare, questo gruppo si è negli ultimi tempi caratterizzato per una serie di prese di posizione di segno francamente conservatore su una serie di temi come immigrazione, libera sessualità, e in genere libero uso del proprio corpo, entrando in evidente contraddizione con le proprie premesse libertarie, secondo le quali l'auto-proprietà del corpo sarebbe il primo dei diritti di ciascun individuo.


    Combinando il secessionismo con la preferenza per il conservatorismo morale, emerge un quadro preoccupante, aggravato dalla valorizzazione del concetto tardo-rothbardiano di "Nazione per consenso". Rothbard, che per tutta la vita ha predicato il più radicale ed eccessivo degli individualismi metodologici, prima di morire scopre che l'uomo non nasce solo, ma in una famiglia, in un gruppo, con una lingua, una cultura, e chiama tutto questo "nazione"; per preservare la premessa libertaria, la nazione di Rothbard è "per consenso", ma il velo è fragile, e la contraddizione irrisolta.

    Per i nostri libertari-padanisti è un invito a nozze, lo strumento di cui essi hanno bisogno per conciliare l'originario individualismo radicale con quello che alla prova dei fatti si dimostra un comunitarismo su base etnica.


    Quel che allora occorre comprendere, anche per formulare un giudizio più preciso sul pensiero rothbardiano e sul segno dell'esperienza anarco-capitalista (almeno di quella della componente che a Rothbard si rifà), è se siamo di fronte a una contingente degenerazione in senso autoritario, ovvero se il vizio non stia alla radice stessa della teoria, sicché i suoi prodotti malati ne sono coerente implicazione e conseguenza.


    Innanzitutto una premessa di metodo: il gruppo in questione ha dimostrato di condividere un atteggiamento piuttosto dogmatico e fideistico, che identifica pressoché in toto l'idea libertaria con il pensiero di Rothbard, considerando come altrettante insidie "stataliste" da respingere a priori le gravi obiezioni alle quali quel pensiero si espone.


    Nel merito, la nozione fondamentale su cui si incentra - anche quando non evocata direttamente- il dibattito è quella di "proprietà", di "diritto naturale di proprietà". Secondo la concezione rothbardiana, il proprietario è sovrano assoluto non solo del proprio corpo, ma anche dei frutti del proprio lavoro. E qui emerge una prima difficoltà, perché conseguenze estreme vengono fondate su una premessa estremamente incerta: la nozione di lavoro. Per Rothbard, infatti, qualunque atto di occupazione in grado di dimostrare effettività è "lavoro" che legittima la proprietà, anche se in realtà si tratta di un atto di forza in sé improduttivo, come quello di recintare un terreno.
    Le conseguenze sono radicali, si diceva, come si ricava da un esempio.


    Immaginiamo che quattro proprietari rothbardiani abbiano ognuno un vertice in comune con l'altro, in modo da disegnare un quadrato completamente intercluso, che costituisca res nullius. Immaginiamo ancora che un paracadutista atterri in quel quadrato.In base alla teoria rothbardiana della proprietà, i quattro proprietari circostanti non hanno alcun obbligo nei confronti del paracadutista: nessuno, per Rothbard, può essere obbligato a un facere e omettere è sempre lecito (ad esempio, la madre che lascia morire di fame il proprio figlio esercita un proprio diritto naturale).


    D'altra parte, vien sottolineato, il primo carattere della proprietà è la facoltà di esclusione (ius excludendi alios), sicchè il proprietario che lascia morire il paracadutista esercita un proprio diritto anche sotto tale profilo. Per contro, magra consolazione, il paracadutista diviene proprietario della res nullius da lui stesso occupata: la proprietà come gabbia nella quale gli altri ti rinchiudono.


    Se non ci piacciono le gabbie, c'è qualche cosa che non va in tale teoria, ed è il suo assolutismo e unilateralismo: si diviene proprietario legittimo indipendentemente dalle condizioni degli altri: ogni proprietario è autocertificato, e cionullameno il suo diritto di proprietà si impone sugli altri, costituendo unilateralmente in loro capo obblighi giuridici, che essi debbono rispettare pena sanzione, indipendentemente da qualunque consenso o considerazione di utilità: esattamente come nelle più vecchie dottrine giuridiche imperativiste. Esattamente come queste, del resto, la dottrina rothbardiana giustifica l'assolutismo del sovrano (in veste di proprietario) con formule di legittimazione sovrannaturali, nel nostro caso sulla "natura" e sul "lavoro", o meglio sul preteso diritto naturale, che deriverebbe da un bruto atto di occupazione originaria.



    Tutto ciò è molto new age, ma non sembra in grado di fondare una teoria della libertà, quanto piuttosto una del fondamento legittimo del potere e del comando. Il proprietario ha infatti pieno potere sul territorio che controlla, quindi anche sulle persone che lo occupano, con la sola esclusione della pena di morte.
    È ovvio che qui si tocca un punto critico, perché altro sarebbe se tale potere proprietario fosse soggetto alla condizione restrittiva della sua universalizzabilità.



    Capita invece che tra i padanisti-rothbardiani vi sia chi teorizza esplicitamente che, se un solo uomo divenisse proprietario dell'intero mondo, egli potrebbe esercitare (non si sa come, ma le considerazioni di effettività sono respinte come spurie) il proprio ius excludendi alios nei confronti dell'umanità intera. Un argomento così contrario alle nostre intuizioni morali ci dice che la teoria rothbardiana della proprietà, se queste sono le sue conseguenze, deve essere respinta come non libertaria, anzi, come autoritaria.


    Non si direbbe, a questo punto, che vi sia differenza, se non nei presupposti di legittimazione, tra una relazione con un proprietario e una con uno Stato sovrano. Da qui infatti gli equivoci secessionisti: in fondo non c'è grande differenza tra uno Stato "piccolo" e una proprietà "grande": lo Stato piccolo va quindi comunque preferito, anche se illiberale, anche se le sue leggi discriminano omosessuali o tossicodipendenti (si veda la polemica sui "diritti degli Stati" negli U.S.A. contro Washington, pur se in ipotesi Washington garantisse più diritti individuali rispetto alla comunità locale).


    Se non v'è differenza sostanziale tra il potere sovrano del proprietario e quello dello Stato, in attesa di secessioni individuali prossime venture, da noi spetta alla Padania rappresentare in qualche modo, riconosciuto imperfetto, la proprietà dei singoli: anzitutto vietando l'immigrazione, considerata alla stregua di una violazione di un pur vago diritto di proprietà dei residenti "che pagano le tasse" sugli spazi pubblici.


    Si noti che, in realtà, un proprietario sarebbe perfettamente libero di escludere come di ammettere, ma lo Stato (padano), non si sa perché, dovrebbe farsi carico esclusivamente della preferenza escludente. Poco importa se, così facendo, i costi dell'esclusione vengono fatti ricadere su chi non condivide tale scelta, dato che il dogma antitributario vale solo per le prestazioni di assistenza, non anche per quelle di polizia.



    Qualunque teoria della proprietà che voglia essere libertaria ed evitare l'effetto-gabbia non può che muovere da una premessa comunista: occorre cioè assumere che, in origine, tutti hanno in comune la proprietà del mondo. Rothbard riconosce la moralità di tale ipotesi, ma la respinge come irrealistica in nome della separatezza degli individui e dell'impossibilità che ognuno possa possedere effettivamente l'intero mondo; egli denota però così limiti di cultura giuridica, dato che l'istituto (privatistico) della comunione ben consente di immaginare che ognuno possa essere proprietario del mondo pro quota. Ecco allora che il comunismo originario non impedisce affatto che le quote possano circolare e dar vita a un mercato, consentendo detenzioni individuali ed eventualmente legittimando la stessa divisione della comunione.


    Tale concezione (quella secondo cui il mondo è originariamente di proprietà comune di tutti gli uomini), è dominante nel cristianesimo primitivo, ma non è affatto estranea nemmeno alla tradizione del liberalismo classico. Non si spiega altrimenti, ad esempio, la "clausola di Locke", in base alla quale l'appropriazione è illegittima se ne derivino privazioni per gli altri. E si noti che Rothbard, il quale fondamentalmente recepisce la concezione lockeana della proprietà, ne respinge proprio la "clausola" di ragionevolezza, aprendo così la strada alla aberranti conseguenze indicate.



    Analoga impostazione si rinviene in tutti quei liberali classici (compreso Bastiat), per i quali il fondamento giustificativo della proprietà è nella produzione, dunque nell'utilità che, attraverso essa, si procura agli altri. Si veda ai tempi nostri la scuola dei property rights (Demsetz e Alchian), o James Buchanan, secondo i quali la proprietà scaturisce da un contratto, se si vuole da una convenzione, e non mai da un atto unilaterale di imperio accompagnato dall'enunciazione di un mistico diritto naturale.


    Ma se nasce dallo scambio, la proprietà ne reca i segni, non essendo pensabile che dall'accordo possa scaturire il dominio di uno degli scambisti sull'altro, o il peggioramento delle condizioni di uno di loro. Nella peggiore delle ipotesi, il non proprietario si sarà quantomeno garantito un diritto di passaggio e di circolazione, nonché, si direbbe, di accesso a una quota di risorse naturali. Ciò intacca allora il mito dello ius excludendi alios, che a questo punto appare più un frutto "legislativo" e imperativo, che non il prodotto di libere interazioni di mercato.



    Rothbard muove da una visione restrittiva della natura umana, imperniata attorno al concetto di lavoro stanziale, che attraverso, l'occupazione, fonda il diritto di proprietà. Il nomade non ha diritti sulla terra. Eppure l'uomo è anzitutto un animale dinamico, la sua azione implica movimento; nella sua natura non v'è domanda di proprietà fondiaria più di quanto non vi sia domanda di spazi aperti. Se perciò è lecito fondare diritti sulla natura umana, tra essi vi è sicuramente un qualche diritto di circolazione, che limita ab origine il diritto di proprietà altrui.



    I rothbardisti replicano alle critiche, dicendo che certe conseguenze paradossali sono improbabili, e che sono i meccanismi di mercato a porvi rimedio. Tuttavia la risposta è elusiva, perché quelle conseguenze sono comunque ritenute legittime, e anzi talora attivamente difese: come quando si sostiene che in una città privata un'assemblea condominiale potrebbe legittimamente deliberare l'esclusione degli omosessuali, violando così il principio della primazia della proprietà del corpo su quella dei beni, nonché allo stesso tempo contraddicendo l'avversione da sempre manifestata per le decisioni collettive e a maggioranza.



    Se poi è vero che il mercato fornisce il sistema di pesi e contrappesi in grado di prevenire le conseguenze indesiderate, vuol dire che la teoria libertaria della proprietà deve incorporare il mercato: vuol dire che la teoria rothbardiana non è autosufficiente, e che deve essere integrata da una componente che qualcuno definirebbe spregiativamente "utilitarista", ma che in realtà esprime una moralità superiore, in quanto prende in considerazione gli interessi legittimi di ciascun singolo individuo.


    Ad esempio, negando che sia diritto di qualcuno lasciar morire qualcun altro in conseguenza dell'esercizio di un proprio "diritto"; ad esempio, considerando che non si vede in forza di che i nuovi nati dovrebbero essere tenuti a rispettare un assetto proprietario, che non hanno concorso a determinare, se quell'assetto si dimostra per loro svantaggioso.



    Ma torniamo al mercato. Il contributo rilevante del movimento anarco-capitalista è l'aver individuato nella teoria del mercato, così come elaborata dall'economia classica e neo-classica (il tanto enfatizzato contributo "austriaco" è sotto tale profilo del tutto riconducibile alla tradizione neo-classica), la meta-istituzione universale dell'anarchia possibile. Se c'è un sistema che consente agli uomini di cooperare in assenza di autorità centrale, questo è il mercato, ossia la rete delle relazioni di scambio tra individui di ogni parte del globo, senza vincoli territoriali.



    L'opposto concettuale del mercato è l'organizzazione, che infatti viene invocata ogni qual volta ci troveremmo innanzi a un "fallimento del mercato". Nel suo famoso saggio La natura dell'impresa, l'economista Ronald Coase sostenne che l'organizzazione aziendale, attribuendo a qualcuno il potere di comando, consente di ridurre i costi di transazione, ai quali si andrebbe incontro ove alle decisioni si sostituissero libere interazioni di mercato. L'esperienza ha tuttavia dimostrato come spesso le organizzazioni, produttive o no, aggravino i costi di transazione, piuttosto che ridurli, semplicemente trasferendo la conflittualità all'interno dell'organizzazione, e anzi enfatizzandola in una lotta per il potere.



    L'alternativa è quindi tra organizzazione, che, come il realismo politico insegna, è sempre fonte di gerarchia, e mercato, inteso come ambiente delle relazioni paritarie. Lo sviluppo tecnologico mostra che della prima si può ormai far sempre più a meno, ma ciò vale non solo per lo Stato, ma anche per l'impresa capitalistica tradizionale: la distinzione è solo di grado, sulla diversa legittimazione riconosciuta al capo.



    Gli anarco-capitalisti nostrani mostrano di non aver compreso nulla di ciò, dato che continuano ad attribuire carattere discriminante a un elemento del tutto estrinseco e formalistico: quello del carattere "pubblico" o "privato" dell'organizzazione. Ma la distinzione è in sé insignificante (il feudo è pubblico o privato?), una volta che a un'organizzazione "privata", come nel caso della città-condominio, sia riconosciuto il diritto a esercitare il monopolio del potere decisionale sul territorio, ossia la sovranità.


    Di più: in base alla concezione rothbardiana della proprietà, se la Penisola avesse un proprietario, questi potrebbe dotarla essa esattamente delle stesse regole della Repubblica Italiana: per i rothbardiani, questa sarebbe una situazione "libertaria", sol perché privata, anche se del tutto indistinguibile da una corrispondente situazione "pubblica"; anzi, il proprietario sarebbe legittimato a fare anche di peggio!



    Non basta proprio essere contro lo "Stato moderno" per essere libertari. Anche nella cosiddetta destra sociale emergono ormai correnti "antistataliste", in nome del primato della comunità; i nostri anarco-capitalisti padani sono ormai su questa strada: essi parlano assai poco di mercato; la loro attenzione è sempre più rivolta verso ogni sorta di organizzazione, anche autoritaria (si veda una recente polemica sul carcere privato), alla sola condizione ch'essa sia privata, facendo pensare a una strana combinazione di nazional-capitalismo e di anarco-collettivismo di destra.



    Come ha notato Riccardo La Conca, essi si disinteressano completamente di come il mercato possa realizzare quell'ordine spontaneo privo di autorità centrale di cui parlarono, in epoche diverse e da posizioni apparentemente opposte, Kropotkin e Hayek.



    Negli Stati Uniti le più evolute correnti di filosofia politica e analitica libertaria rifiutano l'estremo giusnaturalismo rothbardiano, e affidano la definizione dei contenuti dei diritti di proprietà alle libere interazioni di mercato, che studiano con gli strumenti della teoria dei giochi; si delineano così i termini di un nuovo mainstream anarchico, nel quale potrebbero entro non molto trovarsi a proprio agio tutti i non dogmatici, si tratti di free-market anarchists, ovvero di coloro i quali, provenendo dall'anarchismo classico, hanno fatto propria l'idea della libera sperimentazione dei modelli economici e giuridici: un centro anarchico, direi, che, ricongiungendosi con il gemello separato liberale, recuperi la matrice individualista e liberista, sia pure nella versione del "mutualismo", di tanto anarchismo classico. In questa direzione, è possibile che presto ci si imbatta in Josiah Warren e nel suo Mercato a prezzo di costo. Ma questa è un'altra storia (Phase two).

    Fabio Massimo Nicosia
    (Milano)

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  2. #2
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    Forse, tra i frequentatori del forum c'è qualcuno che--come me--da giovane era un appassionato di wrestling. Ebbene, l'incontro tra Nicosia e Rothbard mi ricorda i vecchi scontri-lampo tra Paul Roma e Hulk Hogan...
    Battute a parte, non penso ci sia molto da dire: le accuse di Nicosia non reggono. In ogni caso, Aran, neppure lui afferma ciò che hai affermato tu, cioé l'equazione libertini=libertari. Dice, e sono d'accordo, che per i libertari è legittimo un comportamento libertino. Punto. Se le cose stessero come dici tu, del resto, le sezioni dell'Arcigay sarebbero covi di anarco-capitalisti... ma così non è. E, a dire il vero, non penso che in quei luoghi di perdizione si perda tempo neppure a discutere di Bakunin e Malatesta...
    "Non spargerai false dicerie; non presterai mano al colpevole per essere testimone in favore di un'ingiustizia. Non seguirai la maggioranza per agire male e non deporrai in processo per deviate la maggioranza, per falsare la giustizia. Non favorirai nemmeno il debole nel suo processo" (Esodo 23: 1-3)

  3. #3
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    Originally posted by Stonewall
    Forse, tra i frequentatori del forum c'è qualcuno che--come me--da giovane era un appassionato di wrestling. Ebbene, l'incontro tra Nicosia e Rothbard mi ricorda i vecchi scontri-lampo tra Paul Roma e Hulk Hogan...
    Non me lo ricordo Paul Roma Cmq io preferivo di gram lunga il catch giapponese, bello sanguinario e iperviolento grandissimi Inoki e Tiger Mask

    Ad ogni modo mi sembra che le questioni poste da Nicosia siano tutt'altro che peregrine e non è certo liquidandole così che fate un buon servizio alla vostra Causa però non ho ancora capito x quale motivo la partecipazione alle elezioni padane del '97 susciti nel "nostro" una così forte antipatia

  4. #4
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    La battuta ci sta perche’, con tutto il rispetto che posso nutrire per Nicosia, il pezzo e’ pieno di incongruenze e “non regge” a un’attenta analisi.

    Come i lettori di questa rivista sanno, opera da alcuni anni nel nostro Paese un piccolo movimento "anarco-capitalista". Dopo l'isolata meteora della rivista Claustrofobia (cinque numeri usciti alla fine degli anni '70, frutto dell'opera solitaria di Riccardo La Conca), attorno alla metà degli anni '90 ha incominciato a formarsi un gruppo di giovani intellettuali di diversa provenienza (ognuno la sua), che dichiarava di rifarsi al pensiero libertarian americano, e in particolare a quello del suo più sistematico interprete, l'economista e altro Murray Newton Rothbard.


    All'interno del gruppo, che non è mai stato del tutto omogeneo, si è via via sviluppato un dibattito teorico di qualche interesse, e sono emerse differenze, che paiono difficilmente componibili, non solo di metodo, ma anche sui principi fondamentali e sulle preferenze sui diversi possibili stati di cose intermedi (quelli che qualcuno, marxisteggiando, chiama "i problemi della transizione").
    La distinzione ha anche riflessi politici; non si deve dimenticare, infatti, che la componente del gruppo che più ha voluto e saputo organizzarsi si è riconosciuta a lungo nell'area leghista, addirittura partecipando con una propria lista alle cosiddette elezioni padane e ancor oggi considera il secessionismo il punto duro della propria strategia.
    Partiamo bene
    Basta fare una piccola ricerca sulla rete per rendersi conto che ovunque i libertari, quanto meno, non osteggiano le secessioni…

    In particolare, questo gruppo si è negli ultimi tempi caratterizzato per una serie di prese di posizione di segno francamente conservatore su una serie di temi come immigrazione, libera sessualità, e in genere libero uso del proprio corpo, entrando in evidente contraddizione con le proprie premesse libertarie, secondo le quali l'auto-proprietà del corpo sarebbe il primo dei diritti di ciascun individuo.
    E’ evidente che l’immigrazione chiama il causa il diritto di proprieta’ sulle cose, non sul proprio corpo.
    Per quanto riguarda “la libera sessualita’” posizioni conservatrici a livello personale non impediscono di certo il riconoscimento della libera determinazione del proprio orientamento sessuale.
    Insomma, questo passaggio mi sembra un’accusa infondata.

    Combinando il secessionismo con la preferenza per il conservatorismo morale, emerge un quadro preoccupante, aggravato dalla valorizzazione del concetto tardo-rothbardiano di "Nazione per consenso". Rothbard, che per tutta la vita ha predicato il più radicale ed eccessivo degli individualismi metodologici, prima di morire scopre che l'uomo non nasce solo, ma in una famiglia, in un gruppo, con una lingua, una cultura, e chiama tutto questo "nazione"; per preservare la premessa libertaria, la nazione di Rothbard è "per consenso", ma il velo è fragile, e la contraddizione irrisolta.
    Sara’ fragile sto velo ma lui non lo rompe
    Forse perché è chiarissimo che allorché si introduca il “consenso” il concetto di nazione libertario e’ ben diverso da quello classico (che ha nella “non scelta” il suo punto caratterizzante).

    Per i nostri libertari-padanisti è un invito a nozze, lo strumento di cui essi hanno bisogno per conciliare l'originario individualismo radicale con quello che alla prova dei fatti si dimostra un comunitarismo su base etnica.
    Sarà..

    Quel che allora occorre comprendere, anche per formulare un giudizio più preciso sul pensiero rothbardiano e sul segno dell'esperienza anarco-capitalista (almeno di quella della componente che a Rothbard si rifà), è se siamo di fronte a una contingente degenerazione in senso autoritario, ovvero se il vizio non stia alla radice stessa della teoria, sicché i suoi prodotti malati ne sono coerente implicazione e conseguenza.

    Innanzitutto una premessa di metodo: il gruppo in questione ha dimostrato di condividere un atteggiamento piuttosto dogmatico e fideistico, che identifica pressoché in toto l'idea libertaria con il pensiero di Rothbard, considerando come altrettante insidie "stataliste" da respingere a priori le gravi obiezioni alle quali quel pensiero si espone.
    Bah…l’accusa di fideismo e dogmatismo io l’ho sempre vista muovere da chi viene spiazzato dalla notevole coerenza del pensiero rothbardiano….

    Nel merito, la nozione fondamentale su cui si incentra - anche quando non evocata direttamente- il dibattito è quella di "proprietà", di "diritto naturale di proprietà". Secondo la concezione rothbardiana, il proprietario è sovrano assoluto non solo del proprio corpo, ma anche dei frutti del proprio lavoro. E qui emerge una prima difficoltà, perché conseguenze estreme vengono fondate su una premessa estremamente incerta: la nozione di lavoro. Per Rothbard, infatti, qualunque atto di occupazione in grado di dimostrare effettività è "lavoro" che legittima la proprietà, anche se in realtà si tratta di un atto di forza in sé improduttivo, come quello di recintare un terreno.
    Le conseguenze sono radicali, si diceva, come si ricava da un esempio.
    1-Rothbard non inventa nulla: e’ la tradizione occidentale cristiana a fondare la proprieta’ sul lavoro…riprendendo R. stesso: "San Tommaso - sviluppando la teoria dell'acquisizione propria del diritto romano e anticipando in tal modo la famosa teoria di John Locke - basò il diritto all'acquisizione originale della proprietà su due fattori basilari: il lavoro e l'occupazione"
    2-All’atto di occupazione (che in se non dimostra nulla) e’ fondamentale “aver mischiato il proprio lavoro con la terra”….

    Immaginiamo che quattro proprietari rothbardiani abbiano ognuno un vertice in comune con l'altro, in modo da disegnare un quadrato completamente intercluso, che costituisca res nullius. Immaginiamo ancora che un paracadutista atterri in quel quadrato.In base alla teoria rothbardiana della proprietà, i quattro proprietari circostanti non hanno alcun obbligo nei confronti del paracadutista: nessuno, per Rothbard, può essere obbligato a un facere e omettere è sempre lecito (ad esempio, la madre che lascia morire di fame il proprio figlio esercita un proprio diritto naturale).


    D'altra parte, vien sottolineato, il primo carattere della proprietà è la facoltà di esclusione (ius excludendi alios), sicchè il proprietario che lascia morire il paracadutista esercita un proprio diritto anche sotto tale profilo. Per contro, magra consolazione, il paracadutista diviene proprietario della res nullius da lui stesso occupata: la proprietà come gabbia nella quale gli altri ti rinchiudono.


    Se non ci piacciono le gabbie, c'è qualche cosa che non va in tale teoria, ed è il suo assolutismo e unilateralismo: si diviene proprietario legittimo indipendentemente dalle condizioni degli altri: ogni proprietario è autocertificato, e cionullameno il suo diritto di proprietà si impone sugli altri, costituendo unilateralmente in loro capo obblighi giuridici, che essi debbono rispettare pena sanzione, indipendentemente da qualunque consenso o considerazione di utilità: esattamente come nelle più vecchie dottrine giuridiche imperativiste. Esattamente come queste, del resto, la dottrina rothbardiana giustifica l'assolutismo del sovrano (in veste di proprietario) con formule di legittimazione sovrannaturali, nel nostro caso sulla "natura" e sul "lavoro", o meglio sul preteso diritto naturale, che deriverebbe da un bruto atto di occupazione originaria.

  5. #5
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    1- Tentare di smontare il sistema rothbardiano con delle eccezioni (quella del paracadutista è bellissima ) è tempo perso, mi si conferma ciò che già so: la perfezione non è di questo mondo, l’anarco-capitalismo non promette un mondo perfetto, ma un piu’ giusto..

    2- Per quanto riguardo il suo attacco al giusnaturalismo rimando al thread monster apposito

    3- Bello come un atto di occupazione originaria sarebbe “bruto” ihihihihih e quello “ragionevole” quale sarebbe?

    Tutto ciò è molto new age, ma non sembra in grado di fondare una teoria della libertà, quanto piuttosto una del fondamento legittimo del potere e del comando.
    Ora la teoria e’ “vecchia” ora “new age”

    Il proprietario ha infatti pieno potere sul territorio che controlla, quindi anche sulle persone che lo occupano, con la sola esclusione della pena di morte.
    Una boutade senza costrutto..


    È ovvio che qui si tocca un punto critico, perché altro sarebbe se tale potere proprietario fosse soggetto alla condizione restrittiva della sua universalizzabilità.


    Capita invece che tra i padanisti-rothbardiani vi sia chi teorizza esplicitamente che, se un solo uomo divenisse proprietario dell'intero mondo, egli potrebbe esercitare (non si sa come, ma le considerazioni di effettività sono respinte come spurie) il proprio ius excludendi alios nei confronti dell'umanità intera. Un argomento così contrario alle nostre intuizioni morali ci dice che la teoria rothbardiana della proprietà, se queste sono le sue conseguenze, deve essere respinta come non libertaria, anzi, come autoritaria.
    Come sopra…tenta di attaccare rothbard con casi impossibili…
    In ogni caso: se tutti gli uomini eccetto uno vendessero a quest’ultimo i propri averi perché questi non potrebbe cacciarli?
    Non e’ forse chiaro che i “venditori” rinunciano LIBERAMENTE ad un proprio diritto?
    Questo sarebbe autoritarismo? Decidere chi in casa mia puo’ stare e chi no?

    Non si direbbe, a questo punto, che vi sia differenza, se non nei presupposti di legittimazione, tra una relazione con un proprietario e una con uno Stato sovrano.

    Un po’ come dire che in fin dei conti anche il ladro d’auto ha con la macchina lo stesso rapporto che ha il proprietario legittimo, e il fatto che l’abbia rubata è quasi insignificante....

    Da qui infatti gli equivoci secessionisti: in fondo non c'è grande differenza tra uno Stato "piccolo" e una proprietà "grande": lo Stato piccolo va quindi comunque preferito, anche se illiberale, anche se le sue leggi discriminano omosessuali o tossicodipendenti (si veda la polemica sui "diritti degli Stati" negli U.S.A. contro Washington, pur se in ipotesi Washington garantisse più diritti individuali rispetto alla comunità locale).
    A dir la verita’ si auspicano stati “piccoli” non perche’ siano simili a proprieta’ “grandi”, ma perche’
    1-storicamente, piu’ grandi crimini contro l’umanita’ son arrivati dagli stati “grandi”;
    2- in ogni tra un male “grande” ed uno “piccolo” è meglio, evidentemente, quest’ultimo.

    Se non v'è differenza sostanziale tra il potere sovrano del proprietario e quello dello Stato,

    Viva il furto di stato!

    in attesa di secessioni individuali prossime venture, da noi spetta alla Padania rappresentare in qualche modo, riconosciuto imperfetto, la proprietà dei singoli: anzitutto vietando l'immigrazione, considerata alla stregua di una violazione di un pur vago diritto di proprietà dei residenti "che pagano le tasse" sugli spazi pubblici.
    1- Ragionando con la presenza di un welfare state, mi pare il minimo tutelare i residui diritti di proprieta’ dei singoli limitando l’accesso al “bottino”..
    2- Senza welfare state nessuno auspica leggi limitative della circolazione individuale..ma, son sicuro, il “problema immigrazione” sarebbe molto meno urgente..

    Si noti che, in realtà, un proprietario sarebbe perfettamente libero di escludere come di ammettere, ma lo Stato (padano), non si sa perché, dovrebbe farsi carico esclusivamente della preferenza escludente. Poco importa se, così facendo, i costi dell'esclusione vengono fatti ricadere su chi non condivide tale scelta, dato che il dogma antitributario vale solo per le prestazioni di assistenza, non anche per quelle di polizia.
    I padan-libertari favorevoli alla difesa pubblica??? Ma dove l’ha letto??

    Qualunque teoria della proprietà che voglia essere libertaria ed evitare l'effetto-gabbia non può che muovere da una premessa comunista: occorre cioè assumere che, in origine, tutti hanno in comune la proprietà del mondo
    Ale’!
    Domani chiedo il mio pezzo di Caraibi…..


    Rothbard riconosce la moralità di tale ipotesi, ma la respinge come irrealistica in nome della separatezza degli individui e dell'impossibilità che ognuno possa possedere effettivamente l'intero mondo; egli denota però così limiti di cultura giuridica, dato che l'istituto (privatistico) della comunione ben consente di immaginare che ognuno possa essere proprietario del mondo pro quota. Ecco allora che il comunismo originario non impedisce affatto che le quote possano circolare e dar vita a un mercato, consentendo detenzioni individuali ed eventualmente legittimando la stessa divisione della comunione.
    Si ma il regime comunista (di diritto privato) ha carattere “volontario”: si sceglie su cosa costituire la proprieta’ comune e chi fa parte della comunione.
    Al limite, se si vuole proprio trovare una gestione comunista del mondo si può dire che alle origini vi erano una serie di comunioni ben distinte (che han pero’ lasciato il passo alla prop. individuale)…..insomma in ogni caso la “comunione” dell’intero globo è pura fantasia.

    E’ curioso come Nicosia nella sua analisi usi i dati storici solo quando gli fan comodo

    Tale concezione (quella secondo cui il mondo è originariamente di proprietà comune di tutti gli uomini), è dominante nel cristianesimo primitivo, ma non è affatto estranea nemmeno alla tradizione del liberalismo classico. Non si spiega altrimenti, ad esempio, la "clausola di Locke", in base alla quale l'appropriazione è illegittima se ne derivino privazioni per gli altri. E si noti che Rothbard, il quale fondamentalmente recepisce la concezione lockeana della proprietà, ne respinge proprio la "clausola" di ragionevolezza, aprendo così la strada alla aberranti conseguenze indicate.
    Non ho capito…..

  6. #6
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    Analoga impostazione si rinviene in tutti quei liberali classici (compreso Bastiat), per i quali il fondamento giustificativo della proprietà è nella produzione, dunque nell'utilità che, attraverso essa, si procura agli altri. Si veda ai tempi nostri la scuola dei property rights (Demsetz e Alchian), o James Buchanan, secondo i quali la proprietà scaturisce da un contratto, se si vuole da una convenzione, e non mai da un atto unilaterale di imperio accompagnato dall'enunciazione di un mistico diritto naturale.


    Ma se nasce dallo scambio, la proprietà ne reca i segni, non essendo pensabile che dall'accordo possa scaturire il dominio di uno degli scambisti sull'altro, o il peggioramento delle condizioni di uno di loro. Nella peggiore delle ipotesi, il non proprietario si sarà quantomeno garantito un diritto di passaggio e di circolazione, nonché, si direbbe, di accesso a una quota di risorse naturali. Ciò intacca allora il mito dello ius excludendi alios, che a questo punto appare più un frutto "legislativo" e imperativo, che non il prodotto di libere interazioni di mercato.
    Lo ius excludendi aliso E’ STORICAMENTE riconosciuto dalle libere interazioni di mercato…caso mai a richiedere l’intervento legislativo e coercitivo dello stato ha spesso contribuito quella volonta’ di “porre rimedio” alle “storture del diritto di proprieta’” che Nicosia anche se non lo dice sembra auspicare…

    Rothbard muove da una visione restrittiva della natura umana, imperniata attorno al concetto di lavoro stanziale, che attraverso, l'occupazione, fonda il diritto di proprietà. Il nomade non ha diritti sulla terra. Eppure l'uomo è anzitutto un animale dinamico, la sua azione implica movimento; nella sua natura non v'è domanda di proprietà fondiaria più di quanto non vi sia domanda di spazi aperti. Se perciò è lecito fondare diritti sulla natura umana, tra essi vi è sicuramente un qualche diritto di circolazione, che limita ab origine il diritto di proprietà altrui.
    Ole!
    Tutelare l’assolutezza della proprieta’ privata presuppone l’intervento imperativo….IMPORRE la libera circolazione invece e’ un atto di liberta’ (poco importa se violento….)

    I rothbardisti replicano alle critiche, dicendo che certe conseguenze paradossali sono improbabili, e che sono i meccanismi di mercato a porvi rimedio. Tuttavia la risposta è elusiva, perché quelle conseguenze sono comunque ritenute legittime, e anzi talora attivamente difese: come quando si sostiene che in una città privata un'assemblea condominiale potrebbe legittimamente deliberare l'esclusione degli omosessuali, violando così il principio della primazia della proprietà del corpo su quella dei beni, nonché allo stesso tempo contraddicendo l'avversione da sempre manifestata per le decisioni collettive e a maggioranza.
    Mi verrebbe da dire che nel suo articolo Nicosia ha una forte tendenza al travisamento (per non dire mistificazione )
    1- Nessuna assemblea condominiale puo’ impedire ad un omosessuale di godere delle parti comuni…purche’ ovviamente sia il proprietario di un “appartamento” e il precedente proprietario non avesse sottoscritto al momento dell’acquisto dell’appartamento un regolamento contrattuale nel quale si “vietava l’accesso ai gay”…
    2- Si avversano quelle decisioni collettive che ledano la proprieta’…non quelle che sono volte all’amministrazione di una proprieta’ in comune
    3- Sarebbe interessante sapere come il buon Nicosia argomenta la primazia della proprieta’ del corpo su quella dei beni…senza cadere nel “misticismo laicista”


    Se poi è vero che il mercato fornisce il sistema di pesi e contrappesi in grado di prevenire le conseguenze indesiderate, vuol dire che la teoria libertaria della proprietà deve incorporare il mercato: vuol dire che la teoria rothbardiana non è autosufficiente, e che deve essere integrata da una componente che qualcuno definirebbe spregiativamente "utilitarista", ma che in realtà esprime una moralità superiore, in quanto prende in considerazione gli interessi legittimi di ciascun singolo individuo.


    Ad esempio, negando che sia diritto di qualcuno lasciar morire qualcun altro in conseguenza dell'esercizio di un proprio "diritto"; ad esempio, considerando che non si vede in forza di che i nuovi nati dovrebbero essere tenuti a rispettare un assetto proprietario, che non hanno concorso a determinare, se quell'assetto si dimostra per loro svantaggioso.
    Tutto questo ragionamento parte da un presupposto sbagliato: cioè che un rothbardiano possa sostenere la giustezza delle proprie tesi in termini di “utilità”.
    Ripeto cio’ che si auspica e’ un sistema “etico” che poi sia, per forza di cose, anche “utile” è un’altra questione….


    Ma torniamo al mercato. Il contributo rilevante del movimento anarco-capitalista è l'aver individuato nella teoria del mercato, così come elaborata dall'economia classica e neo-classica (il tanto enfatizzato contributo "austriaco" è sotto tale profilo del tutto riconducibile alla tradizione neo-classica), la meta-istituzione universale dell'anarchia possibile. Se c'è un sistema che consente agli uomini di cooperare in assenza di autorità centrale, questo è il mercato, ossia la rete delle relazioni di scambio tra individui di ogni parte del globo, senza vincoli territoriali.



    L'opposto concettuale del mercato è l'organizzazione, che infatti viene invocata ogni qual volta ci troveremmo innanzi a un "fallimento del mercato". Nel suo famoso saggio La natura dell'impresa, l'economista Ronald Coase sostenne che l'organizzazione aziendale, attribuendo a qualcuno il potere di comando, consente di ridurre i costi di transazione, ai quali si andrebbe incontro ove alle decisioni si sostituissero libere interazioni di mercato. L'esperienza ha tuttavia dimostrato come spesso le organizzazioni, produttive o no, aggravino i costi di transazione, piuttosto che ridurli, semplicemente trasferendo la conflittualità all'interno dell'organizzazione, e anzi enfatizzandola in una lotta per il potere.



    L'alternativa è quindi tra organizzazione, che, come il realismo politico insegna, è sempre fonte di gerarchia, e mercato, inteso come ambiente delle relazioni paritarie. Lo sviluppo tecnologico mostra che della prima si può ormai far sempre più a meno, ma ciò vale non solo per lo Stato, ma anche per l'impresa capitalistica tradizionale: la distinzione è solo di grado, sulla diversa legittimazione riconosciuta al capo.
    Ancora?
    Non riesco a capire come per Nicosia sapere se uno pretende di “comandare” perche’ sei in casa sua o perche’ ti ha ciulato la casa sia indifferente..

    Gli anarco-capitalisti nostrani mostrano di non aver compreso nulla di ciò, dato che continuano ad attribuire carattere discriminante a un elemento del tutto estrinseco e formalistico: quello del carattere "pubblico" o "privato" dell'organizzazione. Ma la distinzione è in sé insignificante (il feudo è pubblico o privato?), una volta che a un'organizzazione "privata", come nel caso della città-condominio, sia riconosciuto il diritto a esercitare il monopolio del potere decisionale sul territorio, ossia la sovranità.
    E allora siamo veramente alla mistificazione….
    Rothbard chiaramente dichiara l’irrilevanza della distinzione “proprieta’ pubblica o privata”: l’importanza viene messa sulla “legittimità” della proprieta’ stessa…ma si cade nel misticismo

  7. #7
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    Di più: in base alla concezione rothbardiana della proprietà, se la Penisola avesse un proprietario, questi potrebbe dotarla essa esattamente delle stesse regole della Repubblica Italiana: per i rothbardiani, questa sarebbe una situazione "libertaria", sol perché privata, anche se del tutto indistinguibile da una corrispondente situazione "pubblica"; anzi, il proprietario sarebbe legittimato a fare anche di peggio!
    Si.
    Ma non perche’ “privata” ma perche’ legittima…

    Non basta proprio essere contro lo "Stato moderno" per essere libertari. Anche nella cosiddetta destra sociale emergono ormai correnti "antistataliste", in nome del primato della comunità; i nostri anarco-capitalisti padani sono ormai su questa strada: essi parlano assai poco di mercato; la loro attenzione è sempre più rivolta verso ogni sorta di organizzazione, anche autoritaria (si veda una recente polemica sul carcere privato), alla sola condizione ch'essa sia privata, facendo pensare a una strana combinazione di nazional-capitalismo e di anarco-collettivismo di destra.
    E vai con le falisita’… i libertari vanno proprio a braccetto con gli etnonazionalisti

    Come ha notato Riccardo La Conca, essi si disinteressano completamente di come il mercato possa realizzare quell'ordine spontaneo privo di autorità centrale di cui parlarono, in epoche diverse e da posizioni apparentemente opposte, Kropotkin e Hayek.
    Non mi pare vi sia disinteresse…..anzi..


    Negli Stati Uniti le più evolute correnti di filosofia politica e analitica libertaria rifiutano l'estremo giusnaturalismo rothbardiano, e affidano la definizione dei contenuti dei diritti di proprietà alle libere interazioni di mercato, che studiano con gli strumenti della teoria dei giochi; si delineano così i termini di un nuovo mainstream anarchico, nel quale potrebbero entro non molto trovarsi a proprio agio tutti i non dogmatici, si tratti di free-market anarchists, ovvero di coloro i quali, provenendo dall'anarchismo classico, hanno fatto propria l'idea della libera sperimentazione dei modelli economici e giuridici: un centro anarchico, direi, che, ricongiungendosi con il gemello separato liberale, recuperi la matrice individualista e liberista, sia pure nella versione del "mutualismo", di tanto anarchismo classico. In questa direzione, è possibile che presto ci si imbatta in Josiah Warren e nel suo Mercato a prezzo di costo. Ma questa è un'altra storia (Phase two).
    Cioe’ quello che sta sulle b@lle a Nicosia (mi si passi la volgarita’) è solo il giusnaturalismo rothbardiano (oltre al secessionismo padanista ), poi tutto il “resto” del mondo anarchico va bene…

    Sa£udi serenissimi da Pippo III.

  8. #8
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    P.s: Ovviamente tifavo per



    e non per



    Le ragioni mi paion ovvie

  9. #9
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    In effetti nell'articolo postato Nicosia dimostra diversi fraintendimenti (non si sa quanto voluti) nella comprensione di Rothbard. Questi "sospetti" di dolo mi vengono dal suo dichiarato appoggio alla corrente libertaria "friedmaniana" e quindi utilitarista, e dal suo conseguente rifiuto del giusnaturalismo. Ma nascono problemi quando (e capita spesso) la società libera rothbardiana soddisfa anche i più esigenti criteri di utilità. Bisogna quindi trovare una via d'uscita, e lo si fa distorcendo alcuni cavilli del pensiero di Rothbard (Pippo III è stato esauriente nel metterli in evidenza). Peccato che alla fine si stravolga la visione d'insieme, riducendo il giusnaturalismo a una macchietta. Comunque più dignitosa del pensiero di chi crede che un ladro possa avere gli stessi diritti di un proprietario legittimo.
    La più grossa contraddizione di Nicosia è però con sè stesso, quando esalta il mercato e poi sfotte il concetto di nazioni per consenso definendolo tardo-rothbardiano (come se il buon Murray fosse rincoglionito quando lo ha formulato).
    Ebbene, in un altro articolo lo stesso Nicosia scrive che
    Menger, Mises e Hayek hanno efficacemente argomentato che le istituzioni sociali più efficienti sono sorte spontaneamente nella storia, attraverso processi evolutivi di convergenza, e non mai attraverso decisioni deliberate: il linguaggio, la moneta, il diritto, il costume e, in genere il mercato (che è la meta-istituzione totale e totalitaria che riassume tutte le altre) sono sorti infatti inintenzionalmente con il concorso dell’azione inconsapevole di milioni di individui. E in effetti, a ben guardare, nelle pagine di questi liberali, che pure si dichiaravano sostenitori dello Stato di diritto, non troviamo mai alcuna chiara e persuasiva spiegazione della necessità dello Stato.
    Se non è questa una celebrazione delle nazioni per consenso, come si può chiamarla?

 

 

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