dalla mailing list dei giovani padani.
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"Stiranno disumano, quest'uomo che alla sua gloria immolò la vita di due
milioni di giovani, rastrellati in tutta Europa e mandati a morire sotto
quei suoi "gloriosi" drapeaux. Dopo una delle più sanguinose battaglie andò
sulle furie quando vide che i soldati superstiti avevano messo un segno di
lutto sulle bandiere: gridò che morire per lui era un tale onore che, invece
che piagnistei, occorreva far festa per chi, beato lui, era entrato nella
gloria. E a chi, timidamente, davanti alle sempre nuovi guerre, gli
ricordava quanto altro sangue sarebbe scorso, replicava con cinismo che
bastava una notte d'amore a Parigi dei superstiti per riempire i vuoti.
Un'altra carneficina, ancor peggiore, fece tra quelli che si opposero alla
sue guerre. In totale, si calcola che, per lui o contro di lui, siano morte
più di cinque milioni di persone. Nel giugno del 1812, tanto per fare un
solo esempio, furono 600.000 i soldati costretti a seguirlo in Russia e
arruolati a forza in tutta Europa. Nel dicembre dello stesso anno, sei mesi
dopo, meno di 20.000 di loro, disperati, laceri, congelati, ritornarono
dalla tragica avventura. Nel dare alla Francia la notizia della disfatta, il
bollettino ufficiale si premurava di rassicurare: «La salute dell'Imperatore
non è mai stata così buona»: in effetti, lasciati i pochi superstiti nella
neve, il Nostro, in una slitta riscaldata e coperto da buone pelliccia,
stava tornando d'urgenza a Parigi per reclutare un nuovo esercito, chiamando
alla leva i sedicenni.
Del resto, già aveva fatto così in Egitto: con la flotta distrutta dagli
inglesi ad Abukir, con l'esercito decimato dalla peste, piantò tutti in asso
e se tornò a Parigi, perché aveva annusato che era tempo di rientrare nella
politica attiva. Proprio durante quella campagna, in Siria, quattromila
soldati turchi si erano arresi ai francesi, dietro promessa ufficiale di
avere salva la vita. Non appena furono disarmati, il generale Bonaparte
ordinò di fucilarli tutti, dicendo che le circostanze non permettevano di
concedersi l'impaccio di prigionieri. Dopo il massacro, che durò molte ore
(soprattutto con le armi di allora, non è semplice ammazzare quattromila
disgraziati che, ovviamente, fanno di tutto per sfuggire alla loro sorte),
il comandante dei reparti che lo avevano compiuto diede tali segni di
squilibrio mentale, per l'orrore perpetrato, da dovere essere legato come
pazzo furioso. Nessun segno, non si dice di pentimento, ma di semplice
rammarico nel suo Capo, preoccupato soprattutto che anche lì lo seguisse la
sua indispensabile vasca da bagno e i suoi flaconi di acqua di colonia.
Per chi conosca davvero come andarono le cose, e non si lasci ammaliare
dalla leggende, non stupiscono certe affinità, anche se tanto imbarazzanti
da essere passate sotto silenzio. Dopo la folgorante vittoria del 1940,
Hitler venne a Parigi per la prima e ultima volta della sua vita. Arrivò,
inaspettato, all'alba e vi si fermò poche ore. In effetti, gli interessavano
solo due cose: vedere l'edificio dell'Operà che, con quello stile eclettico,
appagava il suo gusto di mancato architetto kitsch. Ma, soprattutto,
desiderava raccogliersi nella cripta del tempio degli Invalides davanti alla
tomba di Napoleone, per il quale (e si può capire) la sua ammirazione devota
era sconfinata. In effetti, appena il suo aereo toccò terra, ordinò di
portarlo direttamente a quel sarcofago (S) poiché null'altro desiderava
tanto venerare.

(da: VITTORIO MESSORI, RINO CAMMILLERI, Gli occhi di Maria, Rizzoli, Milano
2001, pagg. 248-250)