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Discussione: Ayn Rand

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    VALERIO ZANONE

    Ayn Rand, l'egoismo come virtù

    Ayn Rand, "La virtù del l'egoismo", Liberilibri, Macerata 1999 (tel. 0733231989), pagg. 158, L. 28.000.


    Aristotele apprezzava la virtù egoistica della filautía, Mandeville sosteneva che nella buona società ciascuno deve badare ai propri interessi; ma nella morale corrente l'egoismo non gode di molta reputazione. A risalire la corrente provò in anni difficili Giancarlo Lunati con un libro in Difesa dell'egoismo (Rusconi 1985) che nella crisi del collettivismo e del solidarismo egalitario riabilitava una versione temperata dell'egoismo inteso come dosaggio delle risorse individuali e fondamento razionale dell'agire umano.
    Adesso a titolo di provocazione contro il solidarismo buonista l'editore Canovari pubblica in versione italiana The virtue of Selfishness di Ayn Rand, con una documentata prefazione di Nicola Iannello.
    Della Rand gli italiani del Novecento hanno letto più che altro i romanzi, a cominciare da Noi vivi che uscito a New York nel 1936 fu subito tradotto e stampato da Baldini & Castoldi, e poi voltato in versione cinematografica nel 1942 con Alida Valli nella parte di Kira.
    Nell'Italia di quel tempo la fortuna di Noi vivi (dieci edizioni in quattro anni) era dovuta alla drammatica descrizione, in parte autobiografica, delle condizioni di vita nella Russia sovietica. Negli anni Venti, Ayn Rand (pseudonimo di Alyssia Resenbaum) era espatriata da Pietroburgo a Hollywood portando con sé cinquanta dollari e un poco di inglese, quanto bastava a scrivere soggetti per il film muto. La fortuna dei suoi libri di narrativa e poi di saggistica fu conquistata al prezzo di un tirocinio duro, di cui è facile trovare il riflesso nella sua etica dell'oggettivismo (una sorta di realismo ontologico) e dell'egoismo inteso come razionalità nella percezione dei fatti.
    Nei libri della Rand non vi è alcuna discontinuità al passaggio dalla fiction alla filosofia sociale, anzi i personaggi del suo ultimo romanzo (Atlas Shrugged, 1957) continuano a parlare nella Virtue of Selfishness (1964). Per la Rand vivere secondo il proprio interesse significa riconoscere come regola morale il perseguimento della propria felicità, che incorpora in sé anche i sentimenti di amicizia e di amore, in cui non vi è dunque spazio per l'altruismo.
    Ne consegue che il solo rapporto razionale fra gli individui è il libero scambio; la sola funzione dello Stato è quella di esercitare, su delega degli individui, i diritti di autodifesa dalle aggressioni e di composizione delle liti; e il solo ordinamento compatibile con i diritti individuali è il capitalismo che assurge (altro titolo randiano, del 1966) a "ideale sconosciuto".
    L'elevazione del capitalismo a valore morale è una ragione del notevole successo che l'etica della Rand ha trovato e continua a trovare in America. Ma l'opera della Rand e dei suoi non sempre fedeli seguaci ha trovato risonanza anche per l'individualismo integrale che caratterizza la teoria randiana dei diritti.
    Ammiratrice dei padri fondatori della rivoluzione americana, la Rand trovava nel Bill of Rights lo statuto per la protezione dell'uomo al governo: "la funzione politica dei diritti è precisamente quella di proteggere le minoranze dall'oppressione delle maggioranze, e la più piccola minoranza sulla terra è l'individuo". Quindi nessun individuo può essere asservito alla "metafisica sociale" della volontà collettiva, né con la forza tirannica né con il voto democratico; la sola sovranità legittima è quella dell'individuo su se stesso; i soli diritti legittimi sono quelli del libero scambio e della proprietà; nessun progetto umanitario può essere imposto dallo Stato agli individui, e la solidarietà deve essere lasciata all'iniziativa privata; i diritti individuali non concernono la realizzazione a opera di soggetti esterni ma solo la libertà di provare a realizzarli con le proprie forze.
    Riducendo ogni forma di solidarietà alla sfera individuale la Rand esclude quel ruolo simbolico delle istituzioni nei legami relazionali che è stato viceversa riconosciuto nella Vita pensata di Nozick. Se l'egoismo è la virtù degli individui che realizzano liberamente la loro razionalità, la sfera politica è vuota di valori.
    Sarebbe riduttivo interpretare la selfishness della Rand come arma di attacco contro il collettivismo, lo statalismo, e lo stesso solidarismo. La scelta che il libro radicalmente propone è piuttosto l'alternativa quotidiana fra altruismo ed egoismo; e il libro è da leggere perché è di quelli che escludono ogni mediazione.

  2. #2
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    Ayn Rand è una pietra miliare del pensiero libertarian (versante miniarchico). Celebri le sue battaglie con Rothbard...
    Fondamentale.

  3. #3
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    Tratto da Libertarissima

    I diritti dell'uomo
    Di Ayn Rand (1963)

    Se vogliamo propugnare una società libera - cioè il capitalismo - dobbiamo capire che questa si fonda necessariamente sul principio dei diritti individuali. Se vogliamo sostenere i diritti individuali, dobbiamo renderci conto che il capitalismo è l'unico sistema che ci metta grado di far ciò e di proteggere questi diritti. E se vogliamo misurare il rapporto tra la libertà e gli obiettivi degli intellettuali d'oggi, possiamo farlo constatando che il concetto dei diritti individuali viene eluso, snaturato, pervertito e raramente discusso, ed in maggior misura dai sedicenti «conservatori».

    I "diritti" sono un concetto morale, il concetto che fornisce una transizione logica dai principi che guidano le azioni di un individuo a quelli che indirizzano la sua relazione con gli altri, il concetto che preserva e protegge la moralità individuale all'interno di un contesto sociale, il legame tra il codice morale di un uomo e il codice giuridico di una società, tra l'etica e la politica. I diritti individuali costituiscono il mezzo per subordinare la società alla legge morale.

    Ogni sistema politico è basato su di un codice etico. Le etiche dominanti nella storia dell'umanità sono state delle varianti della dottrina altruista-collettivista, che subordinava l'individuo a una qualche autorità superiore, di volta in volta mistica o sociale. Conseguentemente, la maggior parte dei sistemi politici sono state delle varianti della medesima tirannia di stato, differenziandosi fra essi solo per il grado di questa tirannia ma non per il principio fondamentale in sè stesso, caratterizzati unicamente dai capricci della tradizione, del caos, di conflitti sanguinosi e periodici sprofondamenti. Sotto questi sistemi, la moralità era un codice applicabile all'individuo, non alla società. La società veniva considerata al di fuori della legge morale, come sua incarnazione, sua sorgente o suo interprete esclusivo. E l'inculcamento della devozione autosacrificale al dovere sociale veniva considerato il principale obiettivo dell'etica nell'esistenza dell'uomo in questo mondo.

    Poiché la «società» non esiste come entità ed è solamente l'insieme di un certo numero di singoli individui, ciò indica, in pratica, che i dirigenti della società erano esenti dalla legge morale; sottomessi unicamente ai rituali tradizionali, detenevano il potere assoluto ed esigevano cieca obbedienza appoggiandosi al principio implicito secondo cui: «Il bene è ciò che è bene per la società (o la tribù, la razza, la nazione), e gli editti dei governanti ne sono la massima espressione».

    Ciò era vero per tutti i sistemi statuali, e per ogni variante di etica altruista-collettivista, nella sua forma mistica o sociale. «Il diritto divino dei Re» riassume la teoria politica della prima, «Vox populi, Vox dei» della seconda. Ne sono testimoni la teocrazia dell'Egitto, con il Faraone quale incarnazione di Dio, la regola maggioritaria o democrazia piena di Atene, lo stato-provvidenza retto dagli imperatori di Roma, l'inquisizione del Medioevo, la monarchia assoluta in Francia, lo stato-provvidenza della Prussia di Bismark, le camere a gas della Germania nazista e i macelli dell'Unione Sovietica.

    Tutti questi sistemi politici erano l’espressione dell’etica altruista-collettivista e la loro caratteristica comune è che la società, sovrano onnipotente e arbitrario, rimaneva al di sopra della legge morale. In questo modo, politicamente, tutti questi sistemi rappresentavano delle varianti di una società amorale.

    La conquista più profondamente rivoluzionaria degli Stati Uniti d’America fu la subordinazione della società alla legge morale. Il principio dei diritti individuali dell’uomo rappresentava l’estensione della moralità al sistema sociale, in quanto limitazione dei poteri dello stato, protezione dell’uomo dalla forza bruta del collettivo, subordinazione della forza al diritto. Gli Stati Uniti furono la prima società morale della storia.

    Tutti i sistemi precedenti avevano considerato l’uomo come un mezzo sacrificale per i fini di qualcun altro, e la società come un fine in sé stesso. Gli Stati Uniti consideravano l’uomo come un fine in sé, e la società come un mezzo per la coesistenza pacifica, ordinata e volontaria degli individui. Tutti i sistemi precedenti avevano affermato che la vita dell’uomo appartiene alla società, che la società può disporre di lui a suo piacimento, e che le libertà dell’uomo sono costituite unicamente dai privilegi accordatigli in virtù di una autorizzazione che può essere revocata in qualsiasi momento dalla società stessa. Gli Stati Uniti consideravano che la vita di un uomo gli appartiene in virtù di un diritto (cioè: in virtù di un principio morale e per sua natura), che la proprietà di un individuo costituisce un diritto, che la società in quanto tale non ha diritti, e che l’unico scopo morale di un governo è la protezione dei diritti individuali.

    Un «diritto» è un principio morale che definisce e sancisce una libertà di agire, in un contesto sociale. Esiste solamente un unico diritto fondamentale (tutti gli altri ne sono conseguenza o corollario): il diritto di un uomo alla sua propria vita. La vita è un processo d’azione che si auto genera e si auto conserva; il diritto alla vita significa il diritto di entrare in questo processo, cioè la libertà di intraprendere tutte le attività necessarie alla natura di un essere razionale per conservare, sviluppare, realizzare e godere la propria vita. Tale è il significato del diritto alla vita, alla libertà e alla ricerca della felicità.

    Il concetto di «diritto» è in relazione unicamente con l’azione, e nello specifico con la libertà d’agire. Significa essere affrancati dalla costrizione, dalla coercizione o dall’ingerenza di altri nei nostri atti.
    Così, per ogni individuo, un diritto costituisce l’approvazione morale di un principio positivo, cioè della sua libertà d’agire secondo il suo proprio giudizio, in funzione dei suoi propri obiettivi, in virtù delle sue proprie scelte volontarie, non imposte. Ai suoi simili, i diritti di un uomo non impongono alcun obbligo eccettuato uno di genere negativo: astenersi dal violare i suoi diritti.

    Il diritto alla vita è all’origine di tutti gli altri diritti, e il diritto di proprietà è l’unico mezzo che ne permetta la realizzazione. Senza diritti di proprietà, non è possibile affermare alcun altro diritto. Poiché l’uomo deve mantenersi col suo lavoro, l’uomo che non possa vantare diritto sul prodotto del suo lavoro non può contare su alcun mezzo di sostentamento. L’uomo che produce mentre altri godono del frutto del suo lavoro è uno schiavo. Provate a pensare che il diritto di proprietà sia un diritto all’azione, come qualsiasi altro: non è il diritto ad un oggetto materiale, ma all’azione e alle conseguenze della produzione o dell’acquisizione di un oggetto. Non è una garanzia che l’uomo acquisirà una qualche proprietà, ma solo una garanzia che la possederà se l’avrà acquisita. È il diritto di acquisire, conservare, utilizzare e disporre di beni materiali.

    Il concetto di diritti individuali è così nuovo nella storia dell’umanità che la maggior parte degli uomini non l’ha a tutt’oggi completamente compreso. Riferendoci all’uno o all’altro dei concetti di etica, quello mistico o quello sociale, deriviamo che i diritti sono un dono di Dio oppure della società.
    Ma in effetti, all’origine dei diritti è la stessa natura umana.

    La Dichiarazione d’Indipendenza affermava che gli uomini «sono dotati dal loro Creatore di alcuni diritti inalienabili». Poco importa se crediamo che l’uomo sia il prodotto di un Creatore o della natura, la questione dell’origine dell’uomo non influisce sul fatto che egli è un’entità di un genere specifico, un essere razionale, che non può agire con successo sotto costrizione, e che i diritti sono una condizione necessaria alla sua sopravvivenza particolare.

    «All’origine dei diritti dell’uomo non è la legge divina o la legge politica, ma la legge dell’identità. A è A, e l’Uomo è l’Uomo. I diritti sono delle condizioni di esistenza richieste dalla natura dell’uomo per la sua stessa sopravvivenza. Se l’uomo deve stare a questo mondo, ha il diritto di far uso del sua coscienza, ha il diritto di agire in base al suo libero arbitrio, ha il diritto di lavorare per suo profitto e di conservare il prodotto del suo lavoro. Se la vita è il suo fine, ha il diritto di vivere come un essere razionale: la natura gli proibisce l’irrazionale». (Atlas Shrugged)
    Violare i diritti dell’uomo significa costringerlo ad agire contro la sua coscienza, o espropriare i suoi beni. Fondamentalmente, c’è un solo modo per farlo: ricorrendo alla forza fisica. Ci sono solo due potenziali violatori dei diritti dell’uomo: i criminali e il governo. La grande conquista degli Stati Uniti è stata quella di stabilire una distinzione fra essi, proibendo al secondo di attuare una versione legalizzata delle attività del primo.
    La Dichiarazione d’Indipendenza affermò il principio secondo cui «per preservare questi diritti, dei governi sono istituiti fra gli uomini».
    Ciò forniva l’unica valida giustificazione all’esistenza di un governo e definiva il suo unico fine adeguato: la protezione dei diritti dell’uomo proteggendolo dalla violenza fisica.

    In questo modo, la funzione del governo passò dal ruolo di dirigente a quello di servitore. Il governo venne instaurato per proteggere l’uomo dai criminali, e la costituzione fu scritta per proteggere l’uomo dal governo. La dichiarazione dei Diritti non era diretta conto i cittadini privati, ma contro il governo come una dichiarazione esplicita che i diritti individuali vengono prima di ogni potere pubblico o sociale.

    Il risultato fu il modello di una società civilizzata che, per un breve periodo di centocinquant’anni, l’America fu vicina a realizzare. Una società civilizzata è quella nella quale la forza fisica viene bandita dalle relazioni umane, e nella quale il governo, agendo come un poliziotto, possa utilizzare la forza unicamente per rappresaglia e solo contro coloro che l’hanno iniziata per primi.

    Era il significato e l’intenzione originaria della filosofia politica americana, implicito nel principio dei diritti individuali. Ma esso non fu formulato specificamente, né completamente accettato, né praticato con coerenza.
    La contraddizione interna dell’America fu l’etica altruista-collettivista. L’altruismo è incompatibile con la libertà, il capitalismo e i diritti individuali. Non possiamo conciliare la ricerca della felicità e lo statuto morale di una vittima sacrificale.

    Fu il concetto dei diritti individuali a far nascere una società libera. Era attraverso la distruzione dei diritti individuali che doveva avere inizio la scomparsa della libertà.

    Una tirannia collettivista non osa asservire un paese attraverso la confisca in blocco delle sue proprietà, materiali o morali. Ciò deve avvenire attraverso un processo di corruzione interna. Così come nell’ambito materiale la rapina della ricchezza di un paese si compie attraverso il ricorso all’inflazione monetaria, allo stesso modo oggi, siamo testimoni dell’applicazione di un processo inflazionista nell’ambito dei diritti. Il processo porta con sé un tale aumento di «diritti» nuovamente promulgati, che non ci accorgiamo che il significato del concetto stesso di diritto sta per essere capovolto. Così come la cattiva moneta scaccia la buona, questa sorta di «diritti fungo» annientano i diritti autentici.

    Considerate il fatto singolare che mai al mondo c’è stata una tale proliferazione di due fenomeni contraddittori: dei pretesi nuovi «diritti» e dei campi di lavoro forzato.

    Il «trucco» adottato fu il trasferimento del concetto di «diritto» dal dominio politico al dominio economico.

    La piattaforma politica del Partito Democratico americano del 1960 illustra sfacciatamente ed esplicitamente questo trasferimento. Essa dichiara che un’amministrazione democratica «riaffermerà la dichiarazione economica dei diritti che Franklin Roosevelt scolpì nella nostra coscienza nazionale sedici anni or sono».

    Tenete ben presente il significato del concetto di «diritto» mentre leggete i punti di questa piattaforma:
    « 1. Il diritto a un impiego utile e remunerativo nelle industrie, il commercio, le officine o le miniere della nazione.
    « 2. Il diritto di guadagnare abbastanza soldi per provvedere a un’alimentazione, un abbigliamento e degli svaghi adeguati.
    « 3. Il diritto per ogni agricoltore di coltivare e di vendere i suoi prodotti a un prezzo che assicurerà a lui e alla sua famiglia una vita decente.
    « 4. Il diritto per ogni uomo politico, grande e piccolo, di commerciare in un ambito liberato dalla concorrenza sleale e dal dominio dei monopoli, qui come all’estero.
    « 5. Il diritto per ogni famiglia a una casa decente.
    « 6. Il diritto a cure mediche adeguate e all’opportunità di ottenere e godere di buona salute.
    « 7. Il diritto di essere protetti adeguatamente dai problemi finanziari della vecchiaia, della malattia, degli incidenti e della disoccupazione.
    « 8. Il diritto ad un buona educazione.» Una sola domanda aggiunta ad ognuno di questi punti chiarirebbe il problema: A carico di chi? Impiego, nutrimento, vestiario, svaghi (!), casa, cure mediche, educazione, ecc., non nascono in natura. Sono dei beni e dei servizi che qualcuno produce per lui. Chi glieli fornirà?

    Se alcuni sono autorizzati ad appropriarsi, in virtù di un diritto, del frutto del lavoro di altri individui, ciò significa che questi ultimi sono privati di diritti e condannati ai lavori forzati.

    Qualsiasi preteso «diritto» di un uomo, che per affermarsi deve violare quello di qualcun altro, non è e non può essere un diritto.
    Nessuno ha il diritto di imporre un obbligo contro la volontà, un dovere non ricompensato o una servitù involontaria agli altri. Non può esistere un qualsivoglia «diritto di asservire».

    Un diritto non include la sua realizzazione materiale da parte di qualcun altro; include unicamente la libertà di intraprendere tutte le azioni necessarie per realizzarlo, con i propri mezzi e i propri sforzi.

    Considerate, a questo riguardo, la precisione intellettuale dei Padri Fondatori: parlavano del diritto alla ricerca della felicità, non del diritto alla felicità. Ciò significa che un uomo ha il diritto di intraprendere le azioni che considera necessarie per raggiungere la sua felicità; ciò non significa che gli altri debbano renderlo felice.

    Il diritto alla vita significa che un uomo ha il diritto di guadagnarsi da vivere attraverso il suo lavoro (a qualsiasi livello economico, tanto elevato quanto gli consentirà la sua abilità); ciò non significa che gli altri gli debbano procurare da vivere.

    Il diritto alla proprietà significa che un uomo ha il diritto ad intraprendere le azioni economiche necessarie per acquisire dei beni, per utilizzarli e disporne a suo piacimento; non significa che gli altri debbano procurarglieli.

    Il diritto di libera espressione significa che un uomo ha il diritto ad esprimere le sue idee senza pericolo di censura, di ingerenza o repressione da parte del governo. Non significa che gli altri debbano fornirgli una sala per le conferenze, una stazione radio o una pressa tipografica da usare per esprimere le sue idee.

    Un’azione che viene attuata con l’apporto di più di un uomo necessita del consenso volontario di ciascun partecipante. Ognuno di essi ha il diritto di prendere la sua decisione, ma nessuno di essi ha il diritto di imporre le sue decisioni agli altri.

    Non abbiamo un «diritto un impiego»; abbiamo unicamente il diritto di scambiare liberamente, cioè il diritto di un uomo di accettare un impiego se qualcuno manifesta la volontà di assumerlo. Non c’è un «diritto a una casa», ma un diritto al libero scambio, il che significa, in questo contesto, il diritto di costruirsi un’abitazione o di acquistarla. Non c’è per un uomo un «diritto a un salario o ad un compenso equo», se nessuno decide di pagarlo, di assumerlo o di acquistare il suo prodotto. Non ci sono «diritti dei consumatori» vuoi al latte o alle scarpe o ai film o allo champagne, se nessun produttore decide di produrre tali cose; c’è solo il diritto di prodursele da soli. Non esistono «diritti» di gruppi particolari, quali ad esempio i «diritti» dei fittavoli, dei lavoratori, degli uomini d’affari, degli impiegati, dei datori di lavoro, dei vecchi, dei giovani o dei nascituri. Esistono solo i diritti dell’uomo, diritti posseduti da ogni singolo uomo e da tutti gli uomini in quanto individui.

    I diritti di proprietà e il diritto di libero scambio sono i soli «diritti economici» (sono, in effetti, dei diritti politici) e non può esistere una «dichiarazione dei diritti economici». Notate, tuttavia, chi i difensori di questi ultimi hanno distrutto i primi.

    Ricordatevi che i diritti sono dei princìpi morali che definiscono e proteggono la libertà d’azione di un uomo, senza imporre alcun obbligo agli altri.

    I privati cittadini non rappresentano, gli uni per gli altri, una minaccia ai loro diritti e libertà. Un cittadino che ricorra alla forza fisica e vìola i diritti altrui è un criminale, e gli uomini sono dotati di una protezione legale nei suoi confronti.

    In ogni epoca o paese, i criminali hanno sempre rappresentato una esigua minoranza.

    E i danni che essi arrecato all’umanità non sono nulla a confronto degli orrori (massacri, guerre, persecuzioni, confische, carestie, asservimenti, genocidi) provocati dai governi nella storia. Potenzialmente, un governo rappresenta la più pericolosa minaccia ai diritti dell’uomo: esso detiene il monopolio legale della forza fisica esercitato nei confronti di vittime legalmente disarmate. Poiché questo è illimitato e non soggetto al rispetto dei diritti individuali, un governo è il più mortale nemico dell’uomo. La Dichiarazione dei Diritti non fu scritta per proteggerci da azioni private, ma da quelle del governo.

    Ora, osservate il processo attraverso cui questa protezione si fa annientare.
    Il processo consiste nell’imputare ai cittadini privati quelle specifiche violazioni proibite al governo dalla costituzione (che essi non hanno il potere di commettere), esentando in questo modo il governo da tutte le restrizioni a riguardo. Questo trasferimento diviene sempre più evidente nell’ambito della libertà di espressione. Negli anni, i collettivisti fanno passare l’idea che il rifiuto di un individuo di finanziare un oppositore è una violazione al diritto di libera espressione dell’oppositore stesso, e un atto di «censura».

    È «censura», dicono, se un giornale rifiuta di assumere o pubblicare degli scrittori le cui idee siano diametralmente opposte alla sua politica.
    È «censura», dicono, se uomini d’affari rifiutano di fare pubblicità su un giornale che li denuncia, li insulta, e arreca un danno alla loro reputazione.
    È «censura», dicono, se un socio di una televisione protesta per un oltraggio fatto durante una trasmissione finanziata da lui stesso - come nell’episodio dell’invito di Halger Hiss per denunciare l’ex vicepresidente Nixon.

    E poi c’è Newton N. Minow che dichiara: «I pubblicitari, così come le loro reti e filiali, attuano una censura quando rifiutano la programmazione offerta nella loro regione, basandosi sugli indici d’ascolto». È lo stesso sig. Minow a minacciare di revocare la licenza di trasmissione di quelle stazioni che non si sottomettono al suo controllo sulla programmazione, e pretenderebbe affermare che questa non è censura.

    Pensate alle conseguenze di una tale tendenza.

    La «censura» è un termine che si riferisce unicamente ad un’azione del governo. Nessuna azione privata può essere considerata censura. Nessun individuo o agenzia privata possono imporre il silenzio ad un individuo o bloccare una pubblicazione; solo il governo può farlo. La libertà di espressione degli individui include il diritto di non essere d’accordo con i loro avversari, di non ascoltarli e di non finanziarli.

    Ma secondo una dottrina quale quella della «dichiarazione dei diritti economici», un individuo non può disporre dei suoi mezzi materiali in funzione delle sue convinzioni, e deve cedere i suoi soldi senza possibilità di scelta ad ogni sorta di conferenzieri o propagandisti, i quali vantano dei «diritti» su ciò che gli appartiene.

    Ciò significa che possedere i mezzi materiali occorrenti per esprimere delle idee priva colui che li possiede del diritto di avere delle idee. Ciò significa che un editore deve pubblicare dei libri che considera senza valore, menzogneri o di bassa qualità; che un socio di una televisione deve finanziare dei commentatori che hanno idee in contrasto con le sue; o che il proprietario di un giornale deve lasciare che un mascalzone qualsiasi denunci l’asservimento della stampa sulla pagina degli editoriali. Ciò significa che alcuni acquisiscono il «diritto» ad una libertà senza limiti, mentre altri vengono ridotti ad una deprimente irresponsabilità.

    Ma poiché evidentemente è impossibile dare un impiego, un microfono o un incarico di cronista a tutti coloro che ne fanno richiesta, chi deciderà la «distribuzione» dei «diritti economici» e selezionerà i beneficiari di questa distribuzione, quando i diritti dei proprietari saranno stati aboliti? Bene, il sig. Minow l’ha spiegato molto chiaramente.

    E se pensate che ciò si applichi solo ai grandi proprietari, vi sbagliate; fareste meglio a capire che la teoria dei «diritti economici» include il «diritto» di qualsiasi sedicente drammaturgo, poeta beat, compositore di versi strampalati o artista fantasista astratto (i quali hanno influenza politica) al sostegno finanziario che voi negate loro non assistendo ai loro spettacoli. Quale altro significato possiamo dare alle sovvenzioni accordate a questi sedicenti artisti, sovvenzioni attinte dai soldi che vi siete fatti spillare dal fisco?

    E mentre proclamiamo i «diritti economici», il concetto stesso di diritti politici scompare. Dimentichiamo che il diritto di libera espressione significa la libertà di difendere le proprie idee e di sopportarne le possibili conseguenze, che includono il dissenso, la disapprovazione, l’impopolarità e il fatto di essere messo da parte. La funzione politica del «diritto di libera espressione» è quella di proteggere i dissidenti e le minoranze impopolari dalla censura – non di garantir loro l’aiuto, i vantaggi e le ricompense della popolarità che non si sono conquistati.

    La Dichiarazione dei Diritti dice: «Il congresso non farà nessuna legge… per ridurre la libertà di espressione, o di stampa…» Essa non pretende che i privati cittadini forniscano un microfono a chi promuove il loro sterminio, un passe-partout allo scassinatore che cerca di derubarli, o un coltello all’omicida che vuole tagliar loro la gola. Questa è la situazione per una delle questioni più cruciali del nostro tempo: i diritti politici in contrapposizione ai «diritti economici». Bisogna scegliere, poiché gli uni distruggono gli altri. In realtà, i «diritti economici», i «diritti collettivi», o i «diritti nell’interesse pubblico» non esistono.

    L'espressione «diritti individuali» è una ridondanza: non esiste alcun altro tipo di diritto e niente e nessun altro che possa vantarlo.
    Coloro che promuovono il capitalismo del laissez-faire sono gli unici difensori dei diritti dell’uomo.

    (Trad. Fabio Lazzarin)

 

 

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