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  1. #1
    stanziale
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    un governo fascista, razzista e servo dei padroni

    Polemiche per le critiche pronunciate dal presidente Sergio Bellato all'assemblea di venerdì a Castelbrando
    Ora è gelo tra Unindustria e centrodestra
    Il Polo all'attacco dopo la bocciatura degli imprenditori trevigiani

    Nicola Pellicani

    TREVISO. Unindustria in trincea. A Roma, come a Treviso. Gli industriali rompono con il governo e nella Marca il Polo insorge contro il presidente di Unindustria Sergio Bellato dopo che nella relazione all'assemblea annuale dell'associazione ha bocciato il lavoro del governo Berlusconi e lamentato lo scarso impegno di Galan sul fronte delle infrastrutture. «Per gli industriali - osserva il senatore Giampietro Favaro (Fi) - i parlamentari sono solo un impiccio». E' polemica anche per il posto riservato in platea a deputati e senatori. Ma Maria Luisa Campagner dell'Ulivo ha apprezzato gli attacchi di Bellato al premier e a Galan.



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    Unindustria in trincea. A Roma, come a Treviso. Gli industriali rompono con il governo. Il patto tra Berlusconi e D'Amato è durato un anno e mezzo. Nella Marca un vero e proprio feeling tra industriali e governo non c'è forse mai stato, ma la spaccatura non è mai stata così evidente. Per Gustavo Selva, deputato di An, gli industriali sono addirittura «passati all'opposizione con il centrosinistra».
    Ma anche gli altri parlamentari del Polo presenti venerdì a Castelbrando all'assemblea di Unindustria, sono molto critici nei confronti della relazione di Sergio Bellato. «Ingenerosa» è l'aggettivo più gettonato.
    Ma la prima critica è a monte. Deputati e senatori del Polo, vale a dire Giampietro Favaro, Gustavo Selva, Luigi D'Agrò e Carlo Archiutti, hanno maldigerito anzitutto il posto in platea riservatogli. Rilegati in seconda fila, si aspettavano di sedere in prima: «Non per vana gloria - precisa Favaro - ma in virtù del fatto che siamo rappresentanti del popolo democraticamente eletti. Invece, Unindustria ha preferito far accomodare davanti a noi il comandante dei Carabinieri, quello della Finanza e via discorrendo».
    «Forse hanno scelto di far sedere davanti i rappresentanti delle Forze dell'Ordine perché forse hanno paura - incalza un velenoso Gustavo Selva in versione Radio Belva - in quanto evidentemente hanno qualcosa da nascondere». Battute al vetriolo, ma al di là delle frecciate polemiche, i parlamentari hanno interpretato la scelta come un segnale chiaro «di emarginazione».
    «Bellato - dice Favaro - fa presto a dire: "facciamo squadra" per rilanciare lo sviluppo. In realtà gli imprenditori trevigiani sono i primi a rifiutare ogni tipo di collaborazione. Della serie fasso tuto mi. La verità è che gli imprenditori considerano i parlamentari un impiccio non una ricchezza. L'ultimo presidente degli industriali trevigiani a cercare una vera collaborazione con i politici fu Vittorio Pizzolotto agli inizi degli anni Novanta».
    Deluso da Unindustria anche D'Agrò dell'Udc: «Dall'assemblea non mi pare sia emersa alcuna novità di rilievo. Si è appiattita sulle posizioni di Confindustria nazionale con un tono quantomeno ingeneroso. Non si può pensare che in un anno e mezzo sia possibile risolvere questioni decennali. Le risorse a disposizione sono scarse, semmai servirebbero anche i soldi dei privati per realizzare quelle infrastrutture che il Nordest attende da anni».
    Già, le infrastrutture. Bellato ha invitato il presidente della Regione Giancarlo Galan a fare di più per risolvere l'imbuto della tangenziale di Mestre: «Mi piacerebbe vederlo in prima linea anche sulla trincea d'asfalto di Mestre e meno impegnato nella difesa di un governo distratto verso le strettoie del Nordest, ma attento allo stretto di Messina».
    Galan è all'estero, la replica è affidata al suo vice, Fabio Gava: «Sono parole ingiuste. Se c'è un politico che si è impegnato su questo fronte è Galan. In questi mesi ha dovuto affrontare anche alcune resistenze interne al governo - leggi Lunardi - per far prevalere la linea del Passante. Ora indietro non si torna. In attesa dell'opera, bisognerà studiare una soluzione transitoria». La maggioranza fa quadrato attorno al governo e alla Regione. Al contrario la relazione di Bellato è stata apprezzata dal centrosinistra. Dice Maria Luisa Campagner della Margherita: «L'analisi di Bellato mi sembra molto affina a quella dell'Ulivo. Gli industriali non credono più alle promesse di Berlusconi. Di fronte alle bugie del governo hanno cambiato linea. La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata la presentazione della Finanziaria».

  2. #2
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    Sib si
    ancora più strade più capannoni più industrie più asfalto più cemento più denaro sempre di più
    poi ci chiediamo perchè arrivano piene incontrollabili quando piove.... così avanti tutta distruggere ciò che resta anche se questo è distruttivo per tutti quelli che verranno ma loro con i schei si faranno anche clonare eh eh.........
    Grazie industriali di esistere!Distruggere il veneto, ciò che resta.
    Tanto loro si fanno le ville nei paradisi ( ormai pochi ) del mondo Bravissimiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii
    Gundam

  3. #3
    Il Patriota
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    fora gli industriali dal Veneto!!! ..questi pensano solo al dio denaro e della identità del Popolo Veneto non gliene frega nulla!!!

  4. #4
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    Il problema è capire quale modello economico sarebbe auspicabile nell'Europa delle etno-nazioni.Massimo Fini pensava e/o pensa che in ciò consisterà il post-moderno:

    Il localismo, fase suprema del "moderno".

    Ma il localismo non è solo un fenomeno economico; è anche un movimento sentimentale, esistenziale, psicologico, ideale, di riscoperta delle radici, di ricerca di identità di fronte alle disumanizzanti tendenze omologanti del globalismo economico mondiale (un unico Stato, un unico Governo, un'unica Polizia, un unico Mercato mondiale e un unico tipo d'uomo: il Grande Consumatore).

    Le due tendenze del localismo - quella economica e quella "idealsentimentale" - sono, almeno apparentemente, in contraddizione.

    Nel suo tipo "idealsentimentale" il localismo è effettivamente antimoderno o almeno postmoderno, se per modernità si intende la società uscita dalla Rivoluzione Industriale cui l'Illuminismo ha dato coerenza teorica. Nel localismo è infatti insita una logica potenzialmente anti-industriale: se, come disse Giorgio Bocca con efficace sintesi, l'essenza del localismo è «il rifiuto del mondo indifferenziato per avere dei punti di riferimento comprensibili in uno spazio limitato», allora esso può esistere solo rifiutando la standardizzazione portata dal mercato mondiale e quindi tornando a forme di autarchia, di protezionismo, di autoproduzione e di autoconsumo che sono incompatibili col globalismo economico industriale. Questo tipo di localismo si coniuga con l'ambientalismo "di destra" che lega i motivi localisti a quelli ecologisti. Sono persuaso che il nostro futuro stia nel ritorno al passato, un ritorno graduale, ragionato e limitato, alla terra.

    La grande dicotomia che occuperà gli anni a venire non è più quella destra-sinistra, ma quella modernisti-antimodernisti, cioè tra coloro che aderiscono all'attuale modello di sviluppo e quelli che stan cercando vie laterali per sfuggire a una catastrofe incombente, oltre che a uno stile di vita che già oggi ci fa star male emotivamente, psicologicamente ed esistenzialmente (l'uomo «non è una bistecca»!).

    Ecco perché la bistrattata, la rozza, l'impresentabile, l'incolta, la retrograda Lega di Bossi sta, senza probabilmente esserne del tutto conscia, in un vento che viene da lontano e che, forse, va lontano.

    ------------------------------------------------------------------------------------
    La mia idea è che sarà necessario, in seguito ai sempre più brevi periodi di crescita economica, cui fan da contraltare fasi di stasi sempre maggiori e recessioni sempre più minacciose, ritornare via via a un'economia reale ispirata anch'essa al principio di sussidiarietà. Ogni etno-nazione dovrà quanto più cercare la propria autosufficienza in merito ai bisogni primari, e via via progettare patti territoriali di produzione fino alla dimensione europea. E' chiaro che ciò comporterà livelli di vita più spartana, ma sinceramente non vedo molte alternative, anche ecosistematiche. Quando l'egualitarismo avrà dimostrato tutti i suoi limiti, quando l'alterazione delle condizioni climatiche, l'erodersi delle principali risorse energetiche, le crisi di sovrapproduzione e quindi dell'economia finanziaria, l'aumento costante della spesa pubblica e quindi del prelievo avranno ridotto a zero il potere d'acquisto, sarà necessario abbassare il mirino e perseguire obiettivi di stabilità austera ma più convincente sul lungo periodo, riducendo drasticamente il paniere. Nel mantenimento di questa stabilità dovremo così investire le nostre conoscenze tecniche e scientifiche, imparando che il mondo di plastica del mondialismo globale non era altro che un diabolico vitello d'oro.

  5. #5
    Totila
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    Originally posted by ZENA
    Il problema è capire quale modello economico sarebbe auspicabile nell'Europa delle etno-nazioni.Massimo Fini pensava e/o pensa che in ciò consisterà il post-moderno:

    Il localismo, fase suprema del "moderno".

    Ma il localismo non è solo un fenomeno economico; è anche un movimento sentimentale, esistenziale, psicologico, ideale, di riscoperta delle radici, di ricerca di identità di fronte alle disumanizzanti tendenze omologanti del globalismo economico mondiale (un unico Stato, un unico Governo, un'unica Polizia, un unico Mercato mondiale e un unico tipo d'uomo: il Grande Consumatore).

    Le due tendenze del localismo - quella economica e quella "idealsentimentale" - sono, almeno apparentemente, in contraddizione.

    Nel suo tipo "idealsentimentale" il localismo è effettivamente antimoderno o almeno postmoderno, se per modernità si intende la società uscita dalla Rivoluzione Industriale cui l'Illuminismo ha dato coerenza teorica. Nel localismo è infatti insita una logica potenzialmente anti-industriale: se, come disse Giorgio Bocca con efficace sintesi, l'essenza del localismo è «il rifiuto del mondo indifferenziato per avere dei punti di riferimento comprensibili in uno spazio limitato», allora esso può esistere solo rifiutando la standardizzazione portata dal mercato mondiale e quindi tornando a forme di autarchia, di protezionismo, di autoproduzione e di autoconsumo che sono incompatibili col globalismo economico industriale. Questo tipo di localismo si coniuga con l'ambientalismo "di destra" che lega i motivi localisti a quelli ecologisti. Sono persuaso che il nostro futuro stia nel ritorno al passato, un ritorno graduale, ragionato e limitato, alla terra.

    La grande dicotomia che occuperà gli anni a venire non è più quella destra-sinistra, ma quella modernisti-antimodernisti, cioè tra coloro che aderiscono all'attuale modello di sviluppo e quelli che stan cercando vie laterali per sfuggire a una catastrofe incombente, oltre che a uno stile di vita che già oggi ci fa star male emotivamente, psicologicamente ed esistenzialmente (l'uomo «non è una bistecca»!).

    Ecco perché la bistrattata, la rozza, l'impresentabile, l'incolta, la retrograda Lega di Bossi sta, senza probabilmente esserne del tutto conscia, in un vento che viene da lontano e che, forse, va lontano.

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    La mia idea è che sarà necessario, in seguito ai sempre più brevi periodi di crescita economica, cui fan da contraltare fasi di stasi sempre maggiori e recessioni sempre più minacciose, ritornare via via a un'economia reale ispirata anch'essa al principio di sussidiarietà. Ogni etno-nazione dovrà quanto più cercare la propria autosufficienza in merito ai bisogni primari, e via via progettare patti territoriali di produzione fino alla dimensione europea. E' chiaro che ciò comporterà livelli di vita più spartana, ma sinceramente non vedo molte alternative, anche ecosistematiche. Quando l'egualitarismo avrà dimostrato tutti i suoi limiti, quando l'alterazione delle condizioni climatiche, l'erodersi delle principali risorse energetiche, le crisi di sovrapproduzione e quindi dell'economia finanziaria, l'aumento costante della spesa pubblica e quindi del prelievo avranno ridotto a zero il potere d'acquisto, sarà necessario abbassare il mirino e perseguire obiettivi di stabilità austera ma più convincente sul lungo periodo, riducendo drasticamente il paniere. Nel mantenimento di questa stabilità dovremo così investire le nostre conoscenze tecniche e scientifiche, imparando che il mondo di plastica del mondialismo globale non era altro che un diabolico vitello d'oro.

    Autarchia e autosufficienza.

  6. #6
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    Originally posted by Totila



    Autarchia e autosufficienza.
    Il nostro grande limite sarà che un certo volume di importazione dovremo comunque e sempre garantirlo,e che quindi un'assoluta autarchia sarà improponibile. Ma ripeto: l'ideale dell'autosufficienza dovrà essere una sorta di idea regolativa: ogni etno-nazione dovrà valorizzare i propri prodotti specifici, adottare piani di sviluppo compatibili con le proprie vocazioni e con il rispetto dell'ambiente, consumare quanto più possibile prodotti locali e giustificare un'economia dove proprietà privata e istanze comunitarie trovino una dialettica armoniosa. Questo non sarà certamente lo scenario del domani prossimo, forse noi ci limiteremo ad assistere al tramonto dell'illusione globale, ma di certo sarà difficile mantenere ancora per più di un secolo gli esorbitanti livelli di consumo attuali. E il capitalismo americano si paleserà così per quello che è: un castello di carte dove, sottrattane una alla base, tutte le altre cadranno.

 

 

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