L’ Olocausto come ideologia
PROVOCATORIO LIBRO DI FINKELSTEIN
CI SONO libri più chiacchierati che letti, destinati ad appassire sulla graticola delle polemiche, anziché essere meditati, ruminati, assorbiti. «L'industria dell'Olocausto» (Rizzoli, 250 pagine, 18 euro) è uno di questi. A riflettere sullo «sfruttamento della sofferenza degli ebrei» è Norman Finkelstein. Che è, come svela il cognome, studioso di origine ebraica, figlio di due sopravvissuti del lager, professore alla City University di New York, e gravita - ideologicamente parlando - attorno alla New Left americana. Vicino all'amico Noam Chomsky per atteggiamenti e posizioni, Finkelstein fece scalpore, due anni fa, quando il suo libro uscì per la Verso (New Left Books, appunto), per poi arrivare in Francia e persino in Germania, dove va a sfiorare una ferita ancora pulsante. Per la traduzione italiana, c'è voluto più tempo: ma infine eccolo, scandaloso come tutti i pensieri affilati, come tutte le analisi scomode, approdare in libreria.
Il cuore del libro di Finkelstein sta in una distinzione sottile. Egli scinde l'"olocausto nazista": il fatto storico, la soluzione finale, il genocidio degli ebrei compiuto dai tedeschi, dall'"Olocausto", scritto maiuscolo, costruzione ideologica. Come si rifiuta di parlare di Shoa, che «è espressione figlia di un certo sciovinismo etnico dell'élites ebraica americana, nel tentativo consapevole di mistificare quanto accadde allora». Il termine Shoa, spiega, è entrato in uso soltanto poiché «a certi esponenti della comunità ebraica non andava giù che altre culture si riferissero ai rispettivi genocidi parlando di "olocausto". Così, per differenziarsi dall'olocausto dei neri deportati in America, dall'olocausto degli armeni, dall'olocausto dei nativi americani, hanno rispolverato la parola Shoa». L'Olocausto - con la maiuscola, se preferite: la Shoa - «ha dimostrato di essere un'arma ideologica indispensabile grazie alla quale una delle più formidabili potenze militari del mondo, con una fedina terrificante quanto a rispetto dei diritti umani, ha acquisito lo status di "vittima", e lo stesso ha fatto il gruppo etnico di maggior successo negli Stati Uniti».
Il riferimento, neppure velato, è a Israele, inteso non come quel fazzoletto di terra assegnato dal «grande agente immobiliare celeste» (l'espressione è di Gore Vidal) al popolo suo eletto e straziato, ma come Stato, e esercito, e bombe, rivoltelle e mortai. «Mio padre e mia madre si chiesero spesso perché m'indignassi di fronte alla falsificazione e allo sfruttamento del genocidio perpetrato dai nazisti», annota Finkelstein nella sua introduzione. «La risposta più ovvia è che è stato usato per giustificare la politica criminale dello Stato d'Israele e il sostegno americano a tale politica».
Ma c’è anche un motivo personale. Figlio di un uomo e una donna scampati per miracolo al ghetto di Varsavia, Finkelstein ha a cuore il fatto che «si conservi la memoria della persecuzione della mia famiglia. L'attuale campagna dell'industria dell'Olocausto per estorcere denaro all'Europa in nome delle "vittime bisognose dell'Olocausto" ha ridotto la statura morale del loro martirio a quella di un casinò di Montecarlo». Si pensi all'ossessivo tam-tam sull'"oro nazista" custodito in Svizzera (sinistro preludio allo scassinamento del segreto bancario, norma di civiltà).
C'è un'osservazione molto saggia, che Finkelstein mette nero su bianco in una bella pagina del suo libro: «Per imparare dall'Olocausto nazista, occorre ridurre la sua dimensione fisica ed enfatizzarne quella morale». Basta con le guerre dei numeri, basta con l'industria dell'Olocausto per l'appunto, la tragedia trasformata in baraccone, il massacro in pretesto. Ciò di cui c'è bisogno, all'opposto, è fare a pezzi un dogma: quello della pretesa "unicità" della Shoa. Che ogni evento storico sia "unico" proprio perché "storico", incapsulato in un frammento di tempo, è ovvio. Va però rifiutata l'idea (il pregiudizio) che lo sterminio degli ebrei si ponga "fuori" della storia, che non sia possibile «tracciare paragoni con altre forme di genocidio». Eppure, ricorda saggiamente Finkelstein, «fare storia è proprio questo: cercare elementi di comunanza, paragonare, raffrontare, discutere». Isolando l'Olocausto da episodi per certi versi analoghi, si finisce per lasciarsene sfuggire davvero il senso. Che non sta nell'identità scolpita nel dna delle vittime (anche perché gli omosessuali, i rom, i testimoni di Geova, pagarono un tributo altissimo essi pure). Ma nel meccanismo stesso dello sterminio.
Nelle parole di Mosse, «senza lo Stato moderno il genocidio di massa è impossibile perché per realizzarlo bisogna catturare tutti, uno per uno, e per far questo i pogrom non servono, ma sono necessari la burocrazia e lo Stato. Hitler comprese qualcosa che molta gente ha dimenticato: vale a dire che lo sterminio di un popolo è possibile soltanto in uno Stato moderno».
Ecco, il saggio di Finkelstein è utile per comprendere e ricordare questa verità. E il suo rovescio: cioè che «chi parla di "unicità" lo fa per ragioni non storiche, ma ideologiche. Se si accetta che la sofferenza degli ebrei è "unica", ne consegue che gli ebrei hanno speciali diritti, che non devono sottostare agli standard morali che valgono per tutti gli altri». Quale che sia il giudizio che ciascuno si senta di dare dello Stato di Israele, è innegabile che la macchina della propaganda abbia funzionato esattamente in questo modo. Ottenebrando il rigore degli storici. Israel Shahak, altro importante studioso di origine ebraica (scomparso l'anno scorso), il cui «Storia ebraica e giudaismo» è edito in Italia da Sodalitium, ha sottolineato quanto mistificatorio sia, per esempio, affiancare «le persecuzioni contro gli ebrei durante il periodo classico e lo sterminio nazista». La cifra della differenza sta nel fatto che la Endlösung «fu ispirata, organizzata e messa in alto dall'alto, nientemeno che dalla struttura burocratica di uno stato moderno». Shahak, internato per più di due anni a Bergen-Belsen, dove trovarono la morte quasi tutti i suoi familiari, è stato fra i pochi ad accendere i riflettori sull'"ideologia esclusivista" della Knesset, e sulle numerose violazioni dei diritti umani da parte di Israele. Quanto ha scritto, proprio come quanto scrive Finkelstein, è stato sommariamente bollato come propaganda antisemita, archiviato prima d'essere discusso. Non è così semplice. C'è, nei loro saggi, più d'un perché: che forse è il caso di esaminare, e non solo per esibire un po' di rispetto al cospetto della certezza storica. Anche per una ragione schiettamente politica: soapoperizzare la tragedia, ridurla a celluloide, può sortire effetti opposti alle intenzioni. Ridestare il demone dell'antisemitismo, per esempio. O farcene dimenticare le dinamiche, annacquando nel "chi" il senso del "cosa" e rischiare così che, con altri protagonisti certo, ma il dramma, lo stesso dramma, si ripeta.




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