Viaggio nell’isola occupata dalla Turchia e ancora divisa
di Mauro Bottarelli

C’è qualcosa che ti prende alla gola e ti lascia stupefatto quando giungi al termine di Ledra Street, una delle arterie principali di Nicosia. Ti guardi attorno e vedi negozi alla moda, bar, ristoranti, genti intenta a fare shopping o scambiare quattro chiacchiere di fronte a un caffé. Poi guardi avanti, fisso, e vedi dinanzi a te l’ultimo muro della storia, l’ultimo affronto alla convivenza civile e al concetto stesso di Europa. Già, perché la capitale cipriota è divisa in due: da un lato, a Sud, la Repubblica democratica di Cipro, dall’altro, a Nord, l’autoproclamata Repubblica di Cipro Nord. Due mondi, occidente e oriente, convivono guardandosi in cagnesco divise da una no-go-zone e due garitte. E’ la green line, la zona verde presidiata dagli eserciti greco-cipriota da un lato e turco dall’altro e controllato - nel mezzo - dai caschi blu dell’Onu.
Da ventotto anni Cipro vive così la propria vita quotidiana, appesa tra presente e passato, tra modernità e oscurantismo. Tra voglia di cambiare e ostinazione di conquista. Il grande storico Braudel chiamava “l’aria del tempo” il nesso apperentemente inesistente ma di fatto fortissimo che unisce eventi e persone: qui tutto è unito dal filo rosso della memoria, dall’invasione turca giustificata come risposta al presunto golpe dei colonnelli greci sull’isola, alla pulizia etnica di migliaia di cittadini greco-ciprioti privati di tutto, al dolore dei parenti di chi è morto per questo pezzo di Europa poggiata come una macchia di verde sulla tavolozza blu dell’Egeo. Già, perché quest’isoletta sperduta - dalla quale con 50 minuti di aereo si raggiunge la Siria e con un’ora e 10 il Libano - è Europa: la lunga presenza britannica è rimasta nel senso di marcia delle auto ma anche nel’ordinato e razionale pragmatismo della cosa pubblica, lontana mille miglia dalla burocrazia italiana. Qui a Nicosia, nello splendido museo nazionale, sono presenti tesori assolutamente inestimabili dell’epoca bizantina e non solo. L’influenza della Serenissima, un tempo sovrana, è presente ovunque nelle pitture come nelle sculture: è un patrimonio che il governo cipriota ha fortemente voluto riconquistare dopo i furti perpetrati nelle chiese dagli invasori turchi. I quali, non contenti di devastare i luoghi sacri del cristianesimo (arrivando a sradicare le icone pur di rubarle), hanno pensato bene di metterli in vendita per i trafficanti d’arte di tutto il mondo. Per questo la Sovraintendenza dei beni culturali e il governo ciprioti hanno deciso di mettere in atto una vera e propria campagna di riacquisizione dei propri tesori in tutto il mondo: recuperando ma anche ricomprando quei tasselli di storia occidentale. Questo paradiso del mare, dove nacque Venere dalla spuma delle onde, non intende cedere a compromessi: la discussione con l’entità turca dell’isola (riconosciuta unicamente da Ankara, che per questo è stata più volte condannata da Onu e Ue) non lascia spazio a cedimenti né soluzioni affrettate. Il dialogo, infatti, è stato recentemente sospeso dopo la decisione turca di non partecipare all’operazione di bonifica dalle mine presenti nella zona cuscinetto (buffering zone) e all’imponente simulazione militare di sbarco compiuta dalla marina di Ankara lo scorso giugno. Per tutta risposta la tensione è tornata a salire, costringendo il governo di Nicosia a sbloccare la commessa con Mosca per l’acquisto di quaranta elicotteri russi da combattimento. I caschi blu dell’Onu, che in base agli accordi doveva lasciare l’isola proprio in questi giorni, restano al loro posto: troppo alta la tensione, troppi i rischi dopo che l’Ue ha chiaramente detto alla Turchia che al vertice danese di dicembre non verranno avviate le procedure per arrivare ai colloqui finali per l’ingresso in Europa di Ankara. Arrivare al check-point di Ledra Street significa trovarsi di fronte a un paradosso storico, a un’inaccettabile forzatura del buon senso che non stonerebbe in un romanzo di Kafka. I turisti fanno a gara per salire sulla garitta, dove un giovane soldato greco-cipriota monta la guardia armato di mitra. Negli occhi di questi ragazzi si trova la stessa frustrante sensazione di nulla che Buzzati ha così mirabilmente narrato nel suo “Il deserto dei Tartari”: si attende e nel frattempo si scortano paffuti gitanti tedeschi a visitare lo scempio che l’invasione ha fatto della zona Nord dell’isola. Di notte, quando l’area si spopola e la presenza di militari si fa più massiccia e nervosa, questa parte di Cipro offre di sé una cartolina paradossale nella sua crudeltà. Gli ufficiali turchi, infatti, mantengono di guardia al check-point di Ledra Street soltanto ragazzi ciprioti di etnia turca. Il perché, è presto spiegato al calare delle tenebre. Mentre il silenzio ammanta i calcinacci della zona cuscinetto e i gatti - uniche forme di vita che possono sfidare l’Onu nella striscia proibita - si vanno a nascondere negli anfratti, dall’area turca si alzano grida, dal tono minaccioso e di scherno percepibile anche non conoscendo la lingua. Che, nella fattispecie, è il greco: già, i ragazzi vengono scelti perché parlano lo stesso idioma dei loro “nemici” e quindi possono insultarli e provocarli facendo in modo che essi capiscano. Anche questa è la follia della guerra. Con qualche aggancio si può entrare, ovviamente scortati da un uffciale dell’esercito, nella casamatta al confine tra le due entità. Un tempo era un grande albergo, ora è soltanto un ammasso pericolante di mattoni e legno. Salite due ripidissime rampe di scale e attraversato un corridoio, sulla destra si aprono i contorni in disfacimenti di quelle che un tempo erano stanze di grand hotel: le porte non ci sono, sui muri i segni delle pallottole e al posto delle finestre sacchi di sabbia come barricate. Sporgendosi all’interno di una di esse si riesce a vedere ciò che accade dall’altra parte, stando ben attenti a non farsi notare dalla guardia turca del check-point. Essere scoperti a sbirciare comporta essere subito messi nel mirino: fotografare, il rischio dello sparo per “attività di spionaggio”. Al di là di quello che un tempo era il vetro di un finestra sporgono subito due minareti a chiarire quale sia la situazione da queste parti. Per le strade donne coperte dal velo fanno da contraltare a uomini seduti ai tavoli all’aperto dei cafè. Stando in silenzio, da lontano, si sentono gli echi di musica araba e rumori di piccoli sonagli. Per i cittadini europei è possibile attraversare la “frontiera” e visitare l’area occupata: il pass è a tempo e vale fino alle 18 del pomeriggio. Per raggiungere il check-point principale bisogna allontanarsi dalla zona centrale e spingersi in periferia. Un lungo viale in parte sterrato accompagna il visitatore al posto di frontiera greco-cipriota. Qui ogni muro parla della guerra per la liberazione dell’isola, ogni fotografia ricorda i “martiri” della causa, ogni poster parla il linguaggio della contrapposizione. I due pannelli che ricoprono le baracche del checkpoint sono dipinti in bianco e azzurro (i colori della bandiera greca, “fratelli” accorsi in difesa dopo l’invasione turca) e vedono affissi manifesti che denunciano la “brutale repressione turca” e ricordano i nomi delle vittime della stessa, come quel giovane manifestante freddato da un colpo di pistola mentre era arrampicato su un pennone al confine per issare la bandiera cipriota.
Il filo spinato è discreto, poggiato sui lati e convinto a cadere in terra come edera bellica: la sbarra, anch’essa bianca e azzurra, è quasi sempre alzata durante il giorno ma la tensione è palpabile, anche quando il sole illumina gli alberi dall’altra parte del confine. I militari di guardia sorridono nervosi ai turisti, controllano i passaporti e ricordano le regole basilari per chi volesse visitare la parte Nord dell’isola: non sono in molti a farlo, nessuno sembra voler tornare così tanto indietro nel tempo.
Makharius Avenue è la strada principale di Nicosia, la Galleria Vittorio Emanuele di Cipro. File interminabile di negozi, boutique e ristoranti si stendono vanitose tra il traffico sostenuto ma ordinato. Si parla greco ma tutti sanno l’inglese, la gentilezza sembra essere una prerogativa nazionale, una categoria dello spirito. Esattamente come la predisposizione al tabacco: qui tutti fumano e lo fanno ovunque. Si paga in pound di Cipro (sterline), altro retaggio coloniale inglese, ma presto gli abitanti della libera Repubblica vorrebbero avere in tasca gli euro, da veri europei. Nicosia è lanciatissima verso Bruxelles, tutti gli standard sono apposto e anche i conti: Cipro, a differenza della Turchia, entrerebbe in Europa come contributore netto e non come accaparratore di fondi. Di più, il governo locale ha dato vita ad accordi bilaterali con tutti i Paesi dell’Ue per quanto riguarda la lotta all’immigrazione clandestina e il riaccoglimento degli immigrati e anche l’abuso del sistema off-shore è rientrato nei livelli imposti dai Quindici. L’importanza di Cipro, poi, anche strategica: qui sono presenti due importanti basi militari britanniche e il ripetitore di Echelon, il grande orecchio anglo-americano. Di più, questo lembo di terra è posizionato di fronte a una delle aree più calde del mondo, ideale testa di ponte tra Europa e Medio Oriente. Ma tutto questo non basta, perché Cipro da quasi trent’anni deve fare i conti con una lacerazione che non sembra voler terminare. Le condanne dell’Europa e dell’Onu non bastano di fronte alla strafottenza e alla forza della Turchia, spalleggiata da alleati come Usa e Israele.
Laggiù, dove Damasco si immagina allungando il dito verso l’orizzonte, non c’è ancora giustizia. E non ci sarà finché i militari turchi non se ne andranno e fino a quando minareti e casinò da mille e una notte cresceranno come funghi miracolosi dal terreno della miseria. Ogni mattina, chi abita a Nicosia apre gli occhi e vede sulla montagna che domina la città una bandiera turco-cipriota costruita con mattoni bianchi e rossi e la scritta “Sii felice di essere turco”. Loro non lo sono. E nemmeno noi: il legame storico, culturale e religioso che ci lega va oltre al Leone della Serenissima e alla gloria che fu. Questo legame si chiama civiltà e fa capire quanto sia inutile generare o scomodare immaginarie Lepanto quando a tre ore d’aereo, nel cuore d’Europa, ne esistano di vere.