Riflessioni su una miniserie che esalta
l’immagine di uno Stato centralizzato e giacobino
Siamo proprio sicuri che le genti invase apprezzarono
le attenzioni dei soldati francesi?
di Francesco Mario Agnoli

Il kolossal televisivo proposto in quattro puntate dalla Rai sulla vita e le imprese di Napoleone Bonaparte, generale della Rivoluzione, Primo Console, Imperatore, Re d’Italia e marito non troppo fortunato di Giuseppina Beauharnais e di Maria Luisa d’Austria, pone, dopo la prima puntata, la domanda se si tratti unicamente di un’operazione commerciale del genere di analoghi film hollywoodiani (la “love story” di Napoleone-Marlon Brando con Désirée), di una “soap-opera” storica, come ritiene il critico di Avvenire, o invece dell’ultimo capitolo di quel processo pedagogico iniziato oltre centocinquant’anni fa con l’unificazione politica dell’Italia per rifare gli italiani sulla base dei modelli elaborati nelle logge massoniche e nei conciliaboli rivoluzionari.
Probabilmente sono presenti entrambi gli aspetti con l’aggiunta di quel servilismo e di quella piaggeria agiografica penetrati purtroppo nel Dna degli italiani “riformati”, che si dedicano con impegno e addirittura passione a celebrare gli invasori e i saccheggiatori del proprio paese, dimenticando, quando non addirittura disprezzando, i nostri antenati, che contro quegli invasori si batterono con grande coraggio e a costo della vita. Non è certo per caso che l’amministrazione ulivista di Venezia ha voluto ad ogni costo riacquistare un’orrida statua ottocentesca del Grande Corso e che, qualche tempo fa, gli amministratori veronesi, allora “forzisti” (nel senso di Forza Italia), hanno celebrato, invece degli eroici protagonisti, nobili, popolani e piccoli borghesi, di quelle “Pasque”, le vittorie napoleoniche, che costarono alla città scaligera distruzioni e centinaia di morti (in battaglia e nei processi-farsa organizzati dai vincitori) e posero fine alla millenaria esistenza della Repubblica di San Marco, i cui territori il “liberatore” Bonaparte intendeva usare come merce di scambio con l’Austria per assicurare alla Francia il possesso della Lombardia. Naturalmente non senza averla prima depredata del maggior numero possibile di opere d’arte, e Venezia deve essere grata ai “cattivi” Austriaci, che dopo la sconfitta del “buon” Napoleone, invece di portarli a Vienna come preda di guerra, le restituirono i celebri cavalli di San Marco, che “il liberatore” voleva collocati per l’eternità a Parigi. Un gesto nobile, certamente meritato dai cittadini veneziani, ma non altrettanto dagli amministratori dell’epoca che ordinarono agli stampatori di inserire nei calendari locali (sono rimasti due esemplari del 1813) alla data del 15 agosto (giorno natale dell’Imperatore), accanto alla festa di Maria Assunta quella di San Napoleone; un santo immaginario, creato dalla cortigianeria di un paio di vescovi francesi col contributo - non poteva mancare! - del cardinale italiano Carlo Montecuccoli Caprara, ripescando alcune incerte notizie sopra un certo santo martire Neopulo, probabilmente mai esistito.
Un bell’esempio di culto della personalità, che anche per questo verso fa di Napoleone il precursore o, meglio, il capofila della nuova genìa di tiranni destinata a tanta disastrosa fortuna e proliferazione nel XIX e, soprattutto, nel XX secolo. Un ruolo per il quale il Bonaparte vanta del resto titoli assai più consistenti se lo storico Michele di Grecia nel suo libro Quand Napoléon faisait trembler l’Europe, pubblicato in Francia nel 1977 da Olivier Orban, ha potuto paragonarlo a Hitler sostenendo che, anche ad accontentarsi dei dati ufficiali sempre di molto inferiori alla realtà, le guerre napoleoniche, prima repubblicane poi imperiali, costarono almeno due milioni di morti ad un’Europa, che all’epoca contava appena 57 milioni di abitanti. Di questi due milioni, almeno un paio di centinaia di migliaia erano italiani, caduti dapprima nel tentativo di opporsi all’ invasione del 1796 e nelle successive crudelissime repressioni a base di fucilazioni di massa e incendi e saccheggi di interi paesi, poi nel corso della forzata partecipazione, a causa della odiatissima coscrizione obbligatoria, alle pressoché ininterrotte spedizioni militari dell’Imperatore attraverso l’intera Europa (per non parlare dell’Egitto) fino all’ultima e più disastrosa, che vide la dissoluzione dell’Armée nelle gelate pianure della Russia. Ma, si dice, il Bonaparte portò agli italiani la libertà e gettò nelle istituzioni e ancor più nelle menti e nelle coscienze le basi per la futura indipendenza dell’Italia e la sua unificazione politica. Tuttavia, anche lasciando da parte la questione - per altro fondamentale - se l’importazione violenta dei principi rivoluzionari e l’istituzione di un sistema rigidamente accentratore non abbiano invece deviato e condotto ad esiti infelici (come quello dello Stato centralizzato di stampo giacobino) un processo che si sarebbe comunque compiuto, ma in termini più aderenti alla cultura e alle aspirazioni dei popoli italiani, è innegabile che quella presunta libertà fu pagata a carissimo prezzo in termini sia, come si è detto, di vite umane sia economici.
Sul Giornale del 19 settembre Paolo Granzotto ricorda, citando uno storico francese del valore di François Furet, che la prima depredazione napoleonica, quella del 1796-97, pur limitata a parte dell’Italia settentrionale, costò ai padani, in valori odierni, la bellezza di 800-900 miliardi delle vecchie lire, la maggior parte delle quali vennero usate dal Bonaparte per pagare il soldo alla truppa non più con gli svalutati “assegnati” bensì in sonante moneta metallica e per accumulare un personale gruzzolo. E’ appunto questo gruzzolo a spiegare come mai il filmato televisivo possa (senza per altro offrire spiegazioni) mostrarci un Napoleone, nobile sì, ma di famiglia povera, che vive nel lusso anche quando è ancora solo un aspirante yuppie, uno dei tanti, ambiziosi e rampanti generali della Repubblica.
In definitiva il giudizio più vero sul Bonaparte (e sulla rivoluzione) resta quello spontaneamente espresso dalle popolazioni invase, sostanzialmente identico in tutta la penisola. In Emilia e in Romagna venne così sintetizzato: Liberté, fraternité, egalité, i franzés a caval e nuitar a pé.