LA POLEMICA / Luigi Crespi, fondatore di Datamedia e sondaggista di Berlusconi, accusa l’inerzia del sindaco
«Questa Milano è allo sbando, trasferisco la mia impresa a Roma»
«Ho votato Albertini, ma oggi non mi riconosco nella sua politica. La città è bloccata»
«Me ne vado. Faccio fagotto e con il cuore a pezzi lascio la mia Milano. Ma qui non si può più lavorare». Un respiro, un chewing gum. «La locomotiva Milano si è fermata. Inceppata. E la responsabilità è di questo sindaco». Sottofondo, Francesco Guccini. Dietro la poltrona, Luigi Crespi: il giovane papà di Datamedia, che adesso guida il gruppo Hdc (48 milioni di euro il bilancio 2001) che comprende Cirm, Datamedia, Directa, imprese pubblicitarie, una casa di produzione e si occupa di comunicazione in 30 Paesi nel mondo. Questa maxiazienda tutta milanese, che dieci anni fa aveva un ufficio da 50 metri quadrati in zona Loreto e oggi occupa un’intera palazzina in Cairoli, si trasferisce a Roma.
Crespi, perché fa i bagagli?
«Perché in questa città non si può lavorare, perché Milano è diventata sporca e triste, perché non esiste un progetto di rilancio, una strategia politica e amministrativa».
Un po’ duro...
«Sono furibondo. Albertini e il suo staff dovrebbero un po’ girare: vadano a vedere cosa è diventata Barcellona, cosa hanno fatto ad Amburgo, come trattano gli imprenditori a Vienna. E poi cerchi di ascoltare il grido di dolore che si sta alzando da ogni angolo della città».
Grido di dolore?
«Guardi fuori dal mio ufficio: siamo a 40 metri dalla Borsa e a un passo dal Duomo. Le aiuole non sono curate, ci sono cartacce ovunque, pali stradali a ogni passo, non esiste la possibilità di parcheggiare, i graffiti ce li copriamo da soli, da soli strappiamo le erbacce e da soli ci paghiamo la vigilanza notturna che ci protegge da spacciatori e magnaccia vari. Da un anno sto chiedendo di poter risistemare questa piazzetta: ci metto io i soldi. Niente da fare. In compenso, tra una pratica e l’altra, c’è voluto più di un anno per avere il pass per entrare in centro».
Cosa c’entra con la sua attività?
«C’entra eccome. Intanto, è una questione di immagine, di arredo urbano, di decoro. E poi c’è tutto il resto: se arriva un cliente non ho strutture a disposizione, non esiste un centro congressi, non riesco a organizzare una conferenza stampa, mi vergogno a portare la gente nei capannoni della Fiera».
Non è eccessivo incolpare il sindaco di tutto questo?
«E con chi me la prendo? Era stato lui a prometterci il centro congressi, il palazzetto dello sport, la città dei bambini, i mari e i monti. Doveva riqualificare le periferie e non riesce a tenere ordinato un angolino in pieno centro storico. Non parliamo del traffico: ci metto 40 minuti ad arrivare a Roma da Linate e ci vogliono due ore dal mio ufficio a quello di Milano due. Perfino i girotondi li fanno a Roma: non siamo neppure più la capitale della protesta».
Solo disastri?
«No. Una cosa la fanno: asfaltano le strade. Asfaltano e riasfaltano in continuazione: via Manzoni credo che l’abbiano rifatta cinque volte».
Scusi, Crespi, ma lei per chi ha votato alle ultime amministrative?
«Per Albertini e ne sono sinceramente rincresciuto».
Perché lo ha votato?
«Perché durante il primo mandato mi sembrava che le idee ci fossero: si parlava di arredo, di sicurezza. E c’erano persone del calibro di Del Debbio, di Scalpelli, di Sirchia, della Colli, c’erano politici come Lupi e Casero. Adesso è un disastro, la città ne è sempre più convinta e Albertini deve responsabilizzarsi: lui è lì per conto terzi. La gente ha votato Berlusconi, mica lui, e il Comune non è roba sua, ma roba nostra».
Lei passa per essere molto vicino a Berlusconi.
«Io non sono di Forza Italia. Mi considero un progressista di sinistra e l’ultima tessera che ho avuto è del Pci. Sono amico di Silvio Berlusconi. Lavoro anche, ma non solo, per lui e l’ho votato quando era candidato nel mio collegio. Ma non ho mai detto chi ho votato al Senato».
Il suo messaggio è politico?
«Assolutamente no. Io sono anzitutto un imprenditore. E sono un milanese da sempre che ama la sua città, che ha un ricordo in ogni angolo e che è pronto a combattere per ridare una speranza a una Milano spenta e in declino».
Albertini lo ha scelto Berlusconi ed è ancora appoggiato dalla Casa delle libertà.
«È vero. E, infatti, io mi appello anche a Berlusconi perché si impegni per la sua Milano. E lo dico anche alla Moratti, a Sirchia, a Tremonti: vorrei ricordare che il declino della Lega era cominciato quando hanno fallito a Palazzo Marino».
Lei però aveva fatto un sondaggio che dava risultati lusinghieri per Albertini.
«Avevo vinto una gara senza accorgermi che le domande del sondaggio erano blindate, decise da altri. Io ho solo elaborato i risultati».
E oggi ha in mano qualche altro sondaggio?
«Il problema non sono i sondaggi. La gente è stufa e bisogna anche avere il coraggio di dire chiaro quello che pensiamo in tantissimi».
Elisabetta Soglio
Cronaca di Milano
Criticano Gentilini,ma mettetelo come sindaco a Milano e vela rivolta come un calzino.![]()




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