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    Predefinito Disertori e disobbedienti

    Disertori e disobbedienti
    Checchino Antonini

    «Figli della stessa rabbia...». Il tir sputa canzoni di lotta come questa e messaggi politici che rimbombano nelle vie di Roma. Il tir dei giovani comunisti come una radio viaggiante che funziona da discoteca e da assemblea volante, filo diretto con le lotte di cui ognuno delle centinaia di ragazze e ragazzi che gli vanno dietro è protagonista nei rispettivi territori siano quartieri, scuole, spazi occupati, università o posti di lavoro. Il tir c'era anche ieri, naturalmente, subito dietro il cordone che apriva il corteo, con uno striscione che pare un murales ma che è molto "arrabbiato": "Disobbedienti al neoliberismo, disertori di tutte le guerre". A seguire migliaia di giovani molti dei quali con la maglietta del pugno rosso che spezza il missile nordamericano. Ma di questo parleremo fra un po' perché quel tir, da solo, non racconta tutto il movimento che il tradizionale appuntamento di Rifondazione comunista è riuscito a far esprimere. Anche la presenza di Vittorio Agnoletto alla testa del corteo è solo un assaggio di come i 150mila di Piazza del Popolo siano «parte integrante del movimento fin dall'inizio - come spiega il medico milanese della Lila, voce italiana del Forum social mondial di Porto Alegre - col Prc ci si confronta sui contenuti ma abbiamo un percorso comune».
    Passano pochi minuti dalla partenza, al Colosseo, quando un gruppone - quasi un centinaio di disobbedienti - si stacca dal serpentone rosso e si infila nella metropolitana per raggiungere Piazza Barberini. Obiettivo dell'azione: l'ambasciata statunitense di Via Veneto, luogo di guerra per antonomasia che svetta nello scenario della Dolce vita felliniana. «A dieci metri dalle scalette del metrò c'erano tre cordoni di carabinieri ma l'atmosfera era pacifica e noi molto determinati. Si va ad una trattativa (era con noi anche il vicepresidente dei deputati Prc, Giovanni Russo Spena) e i militari sono arretrati risalendo Via Veneto fino a quando la sede diplomatica Usa non fosse visibile al gruppo dei disobbedienti», racconta a Liberazione, Nicola Fratoianni, coordinatore nazionale dei Gc. Lo scopo dell'azione era quello di recapitare ai responsabili dell'ambasciata una lettera aperta dei giovani comunisti disobbedienti ai parenti delle vittime dell'11 settembre 2001 (che pubblichiamo qui a fianco). Così è stato: «A una delegazione - va avanti Fratoianni - è stato consentito l'accesso al palazzo e dopo un'ora di anticamera, perché nessuno sapeva se e come accettare la lettera, siamo riusciti a consegnarla a un funzionario». L'imbarazzo diplomatico lo spiega Russo Spena: «Si vede che per gli statunitensi le parole di pace sono meno sopportabili delle bombe».

    L'azione è un segnale nuovo che i giovani comunisti lanciano all'intero corteo al ritorno da Via Veneto quando spiegano dal tir perché sono voluti andare là «dove è rappresentato il potere che scatena le guerre». E il serpentone colora le strade al suo passaggio e le segna con gli slogan contro la guerra e contro il neoliberismo. Mischiati ai giovani comunisti e lungo il corteo volti noti e meno di compagni di strada del Prc: la manifestazione è tutt'altro che un rito e già dai primi passi si conferma come il gesto che lancia il movimento per la pace. Sono in tanti a dire che stavolta si può e si deve fermare. «Questo è un pezzo di movimento contro la guerra - spiega Marco Bersani, della delegazione di Attac! Italia ma anche di un progetto che vada oltre il liberismo temperato suggerito da ipotesi come quella del "Grande Ulivo"». Lello Rienzi, impiegato statale di Potenza e attivista di "Unponteper... ", è appena tornato da Bagdad. Se potesse parlare dal palco racconterebbe di Hanya, dodici anni guarita dalla leucemia dopo due anni di cure in Italia grazie alla solidarietà contro l'embargo: «Mi ha detto che se ci sarà la guerra non ci vedremo più. Noi, invece, torneremo subito a Bagdad perché ci sembra insopportabile che chi è guarito dalla leucemia possa morire sotto le bombe». Sfilano al centro del corteo anche alcune file di donne in nero con le loro "mani" che rivendicano la fine delle discriminazioni e delle guerre: «E' una grande manifestazione - dice l'europrlamentare Luisa Morgantini - ma dobbiamo essere capaci di fare altro per fermare la macabra danza di Bush e Sharon. Dobbiamo impegnarci nel quotidiano per boicottare i prodotti Usa, per presidiare le basi, per convincere le madri dei soldati a non far partire i propri figli per la guerra». Un altro pezzo di movimento no global sceso in piazza a fianco di Rifondazione è quello sindacale e quello dei contadini. E, mentre Altragricoltura distribuisce ai manifestanti cento litri di buon rosso e un quintale di tarallucci, Piero Bernocchi, della Confederazione Cobas riassume i punti di contatto con i 150mila: «L'opposizione a tutte le guerre, la piattaforma più avanzata per lo sciopero generale del 18 ottobre, la difesa intransigente della scuola pubblica, la lotta alla Bossi-Fini e l'impegno per i referendum sociali».

    Parecchi slogan ricordano Genova e Carlo Giuliani, oppure rivendicano "Libertà per Arafat" o affermano che "Siamo tutti clandestini". Tantissimi altri giovani hanno scelto di sfilare dietro le insegne delle federazioni di provenienza. Sono venuti da ogni parte d'Italia: dalla Val d'Aosta al Mugello, da Iglesias a Molfetta, dalla Campania e dalla Lombardia. Due aquilani hanno portato la bandiera dell'Udu, il sindacato degli universitari che, nel capoluogo abruzzese, ha appena costretto il locale rettore a ritirare gli aumenti delle tasse. Da Milano e da Genova, i giovani comunisti portano la proposta di scioperare sabato prossimo per dare altre gambe alle mobilitazioni per la pace.

    Pochissimo viene concesso alla "liturgia" della tradizione ma, appena il corteo incrocia il palco di una nota tv musicale che va in diretta dalla Capitale, c'è chi non resiste alla tentazione di sventolare le bandiere rosse sotto le telecamere intonando "Avanti popolo... ". Più avanti qualche fischio parte all'indirizzo di un McDonald's: «Il 16 ottobre - riferisce Cristina Tajani, 24 anni pugliese "emigrata" a Milano - sarà la giornata mondiale contro questa catena di fast food. L'idea è partita da Glasgow e noi la riprenderemo con tre giorni di lotta al precariato che confluiranno nello sciopero generale».

    Disobbedienti alla guerra, internazionalisti, inflessibili. Sono questi i giovani comunisti.

    www.liberazione.it
    "Vogliamo distruggere tutti quei ridicoli monumenti del tipo "a coloro che hanno dato la vita per la patria" che incombono in ogni paese e, al loro posto, costruiremo dei monumenti ai disertori. I monumenti ai disertori rappresentano anche i caduti in guerra perchè ognuno di loro è morto malidicendo la guerra e invidiando la fortuna del disertore. La resistenza nasce dalla diserzione"

    Partigiano antifascista, Venezia, 1943





  2. #2
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    Predefinito La lettera ai superstiti delle Twin Towers

    Scriviamo a voi che avete conosciuto da vicino la tragedia dell'attentato terroristico dell'11 settembre, che avete conosciuto il dolore per la perdita dei vostri cari. L'amministrazione del vostro paese pensa che scatenando una guerra infinita possa vendicare il dolore e prevenire nuovi attentati.

    Eppure proprio voi sapete che i bombardamenti provocano soltanto nuove vittime e nuovo dolore. Eppure voi sapete che sono sempre e solo civili le vittime della guerra e del terrorismo: l'11 settembre come nei villaggi dell'Afghanistan, come, tutti i giorni, nei territori occupati e nei villaggi palestinesi distrutti dal governo israeliano, come nei bar sventrati dalle cinture esplosive dei kamikaze, come nelle montagne del Kurdistan cancellato dall'esercito turco, come, infine, nei villaggi della selva Lacandona dove si muore per mano dei paramilitari armati dal governo messicano. E ancora voi sapete delle moltitudini di migranti, in fuga dalle guerre e dalla miseria provocati dal neoliberismo, che muoiono sulle frontiere, mutate in fronti, nella speranza di raggiungere il "benessere occidentale".

    Oggi la vostra amministrazione scrive una nuova dottrina: la guerra preventiva. Bush dice che è l'unica via per preservare la stabilità e la sicurezza dei nostri paesi e della nostra "civiltà". Eppure voi sapete che l'embargo e i bombardamenti all'Iraq hanno prodotto solo due cose: milioni di morti tra i cittadini più deboli (donne, anziani e bambini) e il rafforzamento del regime di Saddam Hussein. Oggi siamo venuti dinanzi la vostra ambasciata in Italia, per gridare "basta guerre". Perché alla guerra preventiva bisogna opporre una mobilitazione preventiva. Perché pensiamo che la cultura della guerra colpisce anche i nostri diritti e le nostre libertà civili.

    Nel tempo della guerra globale permanente, come dimostrano le manifestazioni in programma in tutto il mondo, anche nel vostro paese, è possibile costruire un nuovo e grande movimento di donne e uomini contro la barbarie della guerra.

    Noi, come voi, che abitiamo nei paesi i cui governi scatenano le guerre, abbiamo, oggi, un comune dovere e una comune possibilità: disobbedire alle ingiustizie della globalizzazione neoliberista; disertare tutte le guerre.


    Giovani Comunisti Disobbedienti
    "Vogliamo distruggere tutti quei ridicoli monumenti del tipo "a coloro che hanno dato la vita per la patria" che incombono in ogni paese e, al loro posto, costruiremo dei monumenti ai disertori. I monumenti ai disertori rappresentano anche i caduti in guerra perchè ognuno di loro è morto malidicendo la guerra e invidiando la fortuna del disertore. La resistenza nasce dalla diserzione"

    Partigiano antifascista, Venezia, 1943





 

 

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