PATTO PER QUALE ITALIA?
Dino Greco
1.Quando si discute del ‘Patto per l’Italia’ è necessario non perdere di vista il contesto, lo sfondo economico-sociale dentro il quale esso è venuto a maturazione.
C’era una volta una preziosa quanto ormai desueta abitudine della sinistra a studiare le tendenze del capitalismo. L’approccio cognitivo, critico, era un tempo fondamentale perché propedeutico all’azione, alla lotta politica e sociale, alla stessa costruzione di una politica di alleanze. Come ci è tristemente noto, oggi questo cimento è scomparso, perché in larga parte sostituito dal mito della ‘modernizzazione’ con il quale si è creduto di dissolvere nel nulla le classi sociali e ridurre la politica a una competizione fra chi meglio sa interpretare e accompagnare la ‘naturale evoluzione della società’. È rimasto in campo un vago progressismo, privo di baricentro sociale e di effettive ambizioni riformatrici. E non a caso innocuo e perdente. Il fatto stupefacente è che tale acefala remissività non sia scalfita neppure dai segni evidenti di difficoltà del capitalismo quando esso da agente propulsore dello sviluppo delle forze produttive sociali si trasforma in elemento di ristagno e di distruzione di lavoro e di natura.
Il caso italiano ha poi una propria eccentrica specificità. C’è un’antica arretratezza nostrana che oggi si riflette anche sul governo di Confindustria, al cui vertice siede forse non casualmente un produttore di scatole per imballaggi. La povertà della ricerca, delle produzioni di eccellenza, l’espulsione dell’industria italiana da tutte le filiere strategiche internazionali, dalla telematica all’elettronica, dalla farmaceutica all’aeronautica, alla chimica, sono fatti di un’evidenza inconfutabile e rivelatrice. Anche l’ultima grande industria nazionale, quella dell’auto, sta esalando – per insipienza propria – l’ultimo respiro. Restano produzioni di nicchia e la piccola impresa, fino a dieci dipendenti, che conta il 95% del nostro apparato industriale e assorbe il 50% dell’occupazione, ma non assicura alcun futuro.
Qui c’è un punto cruciale della nostra riflessione. Se l’industria italiana retrocede – nella divisione internazionale del lavoro – al ruolo di pura manifattura, se l’unificazione monetaria europea le ha sottratto la tradizionale droga della svalutazione, il solo differenziale competitivo diviene il lavoro, il suo costo in termini di diritti e di salario, nonché il Welfare, perché esso assorbe risorse che il sistema delle imprese reclama voracemente per sé. Le mezze misure varate in passate stagioni non bastano più: è necessario far saltare il banco dei diritti e delle tutele. Il mondo imprenditoriale gode di una singolare quanto immeritata immunità dalle critiche più aspre. In realtà la leadership confindustriale e, probabilmente, il capitalismo italiano non sono migliori del governo del paese.
2. È all’ordine del giorno un colossale processo di appropriazione da parte del capitale di risorse pubbliche (attraverso lo Stato), di risorse private (attraverso il risparmio dei cittadini) e del ‘frutto del lavoro’, tanto del salario diretto, quanto di quello differito. E poiché i rapporti sociali e di potere dati non consentono ancora di capitalizzare una accelerazione di queste proporzioni, sono necessarie una svolta politica, una metamorfosi istituzionale, una rottura sociale tali da determinarne le condizioni. La prima si è già realizzata e sta producendo effetti a trecentosessanta gradi; la seconda vive nel progressivo sradicamento dei fondamenti della Costituzione; la terza passa attraverso la sconfitta frontale del movimento di lavoratori e di popolo che si è raccolto intorno alla Cgil, allo stato delle cose il solo soggetto politico che dimostra di sapersi opporre alla realizzazione di quel disegno.
L’accordo stipulato dal governo con Cisl, Uil e l’intero, mugugnante e tuttavia allineatissimo mondo delle associazioni imprenditoriali, introduce una vulnerazione della democrazia fondata sul ruolo riconosciuto delle grandi organizzazioni di massa. Esso non punta soltanto al drastico cambiamento dei rapporti di forza tra lavoro e capitale, ma si propone di sterilizzare ruolo e funzioni del sindacato, mutare la fisiologia delle relazioni industriali e persino l’architettura costituzionale che si regge su un complesso equilibrio di poteri.
Poiché su un così drastico giudizio coesistono, anche a sinistra, opinioni non soltanto diverse, ma divergenti, vale la pena di rendere esplicito quanto sta accadendo.
3. In primo luogo si sta inverando la dichiarazione programmatica contenuta nel Libro Bianco, secondo la quale «le parti si legittimano reciprocamente al tavolo della trattativa».
Cosa significa? Che ciò che dà titolo a negoziare accordi erga omnes non è più la rappresentanza reale di ciascun sindacato, di cui si rifiuta la verifica, né il voto dei lavoratori, che viene escluso dalle parti stipulanti. All’esproprio di sovranità dei lavoratori corrisponde una legittimazione che emana direttamente dalla controparte. È quest’ultima a scegliere l’interlocutore più compiacente e a servirsene. Accade così che sindacati minoritari possano contrarre intese con efficacia generale mentre il sindacato maggioritario possa essere ritenuto ininfluente ed emarginato.
È la genesi, certo non inedita, di tutti i sindacati ‘gialli’, di comodo. Viene cooptato a corte solo chi assume pregiudizialmente l’impostazione del governo, il solo soggetto forte. Non deve sorprendere, allora, la circostanza in sé paradossale che Cisl e Uil siano giunte al tavolo della trattativa senza una propria piattaforma e abbiano finito per fare proprio non soltanto qualche particolare punto di vista, ma addirittura l’intero programma di legislatura del Polo di centro-destra e il Dpef che approderà in Parlamento. Anche il lessico tradizionale che denomina il confronto fra le parti ha subìto una totale deformazione. Si continua a parlare di concertazione, ma in realtà non ve n’è più traccia. Vi è piuttosto la cooptazione consociativa subalterna di un sindacato oramai spogliato di autonomia.
Non vi è più visibilità di un punto di vista antagonistico, riconducibile a una rappresentanza sociale. Non vi è più conflitto (e neppure accordo) fra due soggetti distinti, bensì la sussunzione dell’uno nell’altro. È la ‘reductio ad unum’: l’alterità dell’organizzazione sindacale non è più sostanziale, ma soltanto funzionale.
4. E qui arriva il secondo e decisivo tema: la mutazione del sindacato, la costruzione di un’imponente architettura bilaterale che affida alle parti sociali non soltanto la gestione di provvidenze aggiuntive, frutto della contrattazione collettiva, ma anche lo svolgimento di compiti e l’erogazione di servizi che appartengono allo Stato: dal collocamento alla formazione professionale, sino al lavoro interinale e all’intermediazione di manodopera, dai fondi sanitari a quelli pensionistici, sino alla certificazione delle aziende che emergono dal sommerso. Di più: il costante riferimento al nuovo Titolo V della Costituzione lascia intravedere la fine dei diritti universalistici, di emanazione costituzionale, e l’affermazione – anche sul terreno delle prestazioni sociali – di quel federalismo concorrenziale che è l’esatto opposto dello Stato solidale e della stessa confederalità che si fonda su un principio inalienabile di uguaglianza. Avremo così enti bilaterali nei quali il sindacato diventerà cogestore di prestazioni sociali di contenuto differenziato nella ricca Lombardia rispetto alla povera Basilicata. Da elemento unificante delle condizioni di lavoro, dei livelli retributivi, dei diritti, il sindacato del ‘Patto per l’Italia’ diventa veicolo di legittimazione delle diseguaglianze.
A ben guardare, neppure la definizione di sindacato ‘bipolare’ sembra calzare al processo in atto. Ciò ricondurrebbe tutto quanto a un’adesione pregiudiziale e convinta delle due confederazioni firmatarie del patto alle idee e alla cultura sociale della destra, a un vero e proprio collateralismo politico. Se non vi è dubbio che una contaminazione non effimera vi sia, la propensione più profonda che emerge è in realtà quella a una collocazione per definizione filogovernativa, alla rinuncia a una propria progettualità che si alimenti del rapporto con i lavoratori, divenuto via via più esile e più sterile. Il sindacato otterrà in cambio laute prebende (‘Parigi val bene una messa’) che premieranno questa sua neonata vocazione parastatale. Ma sarà il potere politico – quale che ne sia l’orientamento – a determinare ambiti, confini (o recinti) della giurisdizione sindacale.
È impressionante la sagacia con cui Berlusconi sa costruire la propria fortuna sul prezzo dei propri avversari. Ne sia prova ulteriore il fatto che persino la politica dei redditi – sino a ieri indicata come l’orizzonte insostituibile della concertazione – sia stata polverizzata da un accordo che abolisce la progressività dell’imposta sul reddito, sottrae una montagna di risorse alla spesa sociale, comprime le retribuzioni dentro un tasso di inflazione fraudolento teso a ridurre programmaticamente il salario dei lavoratori.
Lo stesso percorso diverrà inevitabile verso il mondo delle imprese. E infatti, con perfetta simmetria, il sindacato di Pezzotta propone ora di rendere ‘leggero’ il contratto nazionale di lavoro e di affidare a una rifondata contrattazione di secondo livello il compito di adeguare il lavoro alle esigenze di ogni singola impresa. Dove il nuovo verbo non è la lotta alla precarizzazione, la richiesta di maggior sicurezza o la riapertura del conflitto redistributivo, bensì l’azionariato dei dipendenti.
Anche in questo caso le conseguenze sono rilevanti: ogni pensiero che trascenda l’impresa e il suo indiscusso ruolo demiurgico è trattato come un’aporia, come una fantasia estremistica. L’impresa torna a essere, come nell’ideologia del paternalismo industriale ottocentesco, una comunità di interessi omogenei. Il suo bene è – immediatamente – quello dei suoi dipendenti. Cosa vi è di male, allora, nel retribuire i lavoratori con stock options e magari ottenere in cambio un posto nei consigli d’amministrazione?
Un sindacato che non contratta più il corrispettivo di una prestazione lavorativa, ma che si sente parte integrante dell’azienda, trova naturale rappresentare degli azionisti, più che dei lavoratori. Se poi capiterà che il ‘lavoratore-rentier’ (come lo definisce Giorgio Lunghini), per difendere il valore dei titoli in borsa, dovrà sposare politiche di riduzione del personale che potrebbero riguardarlo come lavoratore dipendente, pazienza. I lavoratori non sono più riconducibili a un soggetto collettivo, ma divengono individui isolati e persino fra loro potenzialmente concorrenti. Ecco perché si spalancano le praterie della contrattazione individuale e perché a Cisl e Uil non pare poi tanto blasfema l’idea di una contrattazione ‘in deroga’ rispetto agli esiti della contrattazione collettiva. Il fatto è che, dentro questa concezione, tutto il lavoro – e non solo il salario – torna a essere una variabile dipendente del processo di valorizzazione del capitale. Se si tiene presente tutto ciò, non riuscirà difficile comprendere la disinvoltura con la quale Cisl e Uil sono approdate alla manipolazione dell’Articolo 18 dello Statuto dei lavoratori.
5. La svolta è davvero impressionante. Nelle sedi del sindacato bresciano campeggia ancora una gigantografia che riproduce l’immagine di un grande corteo operaio che porta a braccia all’interno della Fiat-Iveco i segretari dei sindacati metalmeccanici. È l’esito materiale del contratto del 1969. La Costituzione varca i cancelli della fabbrica che non resta più una zona franca dove il lavoratore è un puro suddito. Il principio che lì si afferma, e che un anno dopo diventerà legge dello Stato, è molto semplice: proprietà privata, del padrone, sono le macchine e il frutto del lavoro, ma non le persone, la cui dignità non è revocabile, né a disposizione. Per questo Costa, sconfitto, rassegnerà le dimissioni da presidente della maggiore organizzazione padronale italiana. Con lui uscirà di scena un’epoca, che oggi rischia di resuscitare dal passato come un fantasma. Il messaggio che il ‘Patto per l’Italia’ manda al paese è che il nanismo industriale della nostra impresa non dipende dall’assenza di una politica di ricerca, di un adeguato tasso di investimento nell’innovazione di prodotto, o dalla cronica carenza di infrastrutture, di servizi di eccellenza o, ancora, da un sistema creditizio arcaico, bensì dai diritti dei lavoratori, remore insuperabili per la crescita e per lo sviluppo.
Ogni ostacolo alle flessibilità viene rimosso. Il mercato del lavoro si arricchisce di una ulteriore costellazione di lavori atipici, tutti contrassegnati da uno statuto di precarietà, dal lavoro a chiamata (job on call), al lavoro indiviso (job sharing), al lavoro a progetto, sino alle soglie della contrattazione individuale, che incarna l’antico sogno di ogni padrone, riassumibile nel derisorio slogan: ‘libero operaio in libera impresa’.
L’abolizione del divieto di intermediazione di manodopera, fino a ieri reato e oggi pratica legale e meritoria, affidata alle società di fornitura di lavoro temporaneo e, ironia della sorte, agli stessi sindacati, farà il resto. Insieme alla reintroduzione del lavoro servile che riguarderà centinaia di migliaia di lavoratori immigrati, i quali si sottoporranno a ogni vessazione pur di non pregiudicare il loro diritto a rimanere in questo paese, perché ciò impone loro la legge Bossi-Fini.
6. Non è dato di sapere se e quando Cisl e Uil sapranno liberarsi dai tentacoli che le avvincono, se e quando esse potranno riscattarsi dal patto faustiano che le ha indotte a una così violenta rottura di passo.
L’aggravamento della crisi economica, la manifesta infondatezza delle promesse del governo, il dissolvimento delle fragili poste presenti nel ‘Patto per l’Italia’, l’imminente assalto alle pensioni di anzianità potranno indurre Cisl e Uil a qualche reazione, non – ne sono convinto – a un vero ripensamento. Quel che è certo è che la possibilità di riguadagnare una prospettiva unitaria dipende dall’intelligenza e dalla determinazione con le quali sapremo tenere aperta una strada diversa. Il problema non è quello, dunque, di una improbabile ricomposizione a breve, attesa palingeneticamente solo da chi non ha ancora colto la portata strategica della rottura. Il problema è quello del terreno sul quale ricostruire le condizioni di una ripresa unitaria.
Chi pensa a una rapida e indolore ricucitura coltiva l’illusione di una fantastica inversione di rotta di Cisl e Uil, oppure si propone di condurre verso altri lidi anche la Cgil, una volta allentate le briglie a qualche scorribanda protestataria.
7. La rovinosa evoluzione sociale delineata nel Patto non è compresa da tutta la sinistra. Di più: non se ne vedono le conseguenze politiche, non si coglie cioè che un siffatto mutamento del ruolo e della funzione del sindacato, la sanzione del patto neo-corporativo trasforma anche il carattere dello Stato e ne prepara una torsione plebiscitaria.
L’assorbimento del sindacato nell’ingranaggio amministrativo statale, la neutralizzazione dell’autonomia di un corpo sociale intermedio che aveva sino a oggi costituito un elemento di equilibrio nei poteri cambia la costituzione materiale del nostro paese. Non è difficile immaginare lo scenario che si prepara: un Parlamento eletto con il sistema maggioritario, espropriato da un esecutivo onnipotente, partiti politici esangui, magistratura con la mordacchia e sindacato fagocitato da un pervasivo sistema bilaterale. Manca la svolta presidenzialista, sorretta dal monopolio di una informazione già ridotta a propaganda di regime.
Se non maturerà rapidamente la consapevolezza di tutto ciò il cerchio si chiuderà presto. Non tutto il peso può gravare sulla Cgil, che pure ha il grande merito di sostenere da sola la lotta e di indicare una strada, concreta e credibile.
La Rivista del Manifesto, settembre 2002
http://www.larivistadelmanifesto.it


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