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    Predefinito "America, stai pagando la tua guerra perpetua"

    Oggetto: I: "America, stai pagando la tua guerra perpetua"





    Data: giovedì 5 settembre 2002 23.12
    Oggetto: "America, stai pagando la tua guerra perpetua"


    "America, stai pagando la tua guerra perpetua"

    Lo scrittore Gore Vidal dice agli americani che l'Empire predestinato alla
    rovina non è una legge di gravità, volendo si può rinunciare all'Empire a
    favore della libertà e del benessere

    "Non siamo andati in Afghanistan per catturare Osama ma perché i talebani
    rinviavano all'infinito la costruzione di un oleodotto che avrebbe
    trasportato il petrolio del Caspio. E' il momento di ritirare il nostro
    Empire: ci è costato miliardi di dollari e non serve a
    nessuno"

    Gore Vidal, 76 anni, ha passato la vita a criticare gli impulsi imperiali
    americani, e attraverso una ventina di romanzi e centinaia di saggi ha
    sostenuto con forza la necessità che gli Stati Uniti tornino alle loro
    radici jeffersoniane, la smettano di immischiarsi nelle faccende di altre
    nazioni e in quelle private dei propri
    cittadini. E' questo il filo conduttore dell'ultimo best-seller di Vidal -
    una raccolta di saggi pubblicati sull'onda dell'11 settembre dal titolo
    Perpetual War for Perpetual Peace: How We Got to Be so Hated ("Guerra
    perpetua per la pace perpetua: come siamo arrivati a essere tanto odiati",
    tradotto in Italia con il titolo "La fine della
    libertà"). Per rispondere all'interrogativo, Vidal parte dal presupposto che
    non abbiamo il diritto di domandarci che cosa abbia motivato gli autori dei
    due più grandi attacchi terroristici della nostra storia, la bomba di
    Oklahoma City nel 1995 e la distruzione delle Torri Gemelle nel settembre
    scorso. "E' una legge della fisica -
    dice Vidal -: non esiste in natura azione senza reazione. La stessa cosa
    sembra valere per la natura umana, cioè la storia". L'"azione" cui Vidal si
    riferisce è la prepotenza dell'Empire americano all'estero (illustrato da
    venti pagine di grafici sulle
    avventure militari statunitensi oltreoceano dalla fine della seconda guerra
    mondiale) e l'innesto di uno stato di polizia in patria. L'inevitabile
    "reazione" non è altro che l'opera sanguinaria frutto delle mani di Osama
    bin Laden e di Timothy McVeigh. "Ciascuno -
    scrive - arrabbiato per le avventate aggressioni del nostro governo ad altre
    società", e quindi "provocato" a rispondere con orrenda violenza.
    -Lei sta sostenendo che i tremila civili americani uccisi l'11 settembre si
    meritavano in qualche modo il loro destino?

    "Non credo che noi, popolo americano, ci meritassimo ciò che è accaduto. Né
    ci meritiamo i governi che abbiamo avuto negli ultimi quarant'anni. Sono i
    nostri governi ad averci procurato tutto questo con le loro azioni in giro
    per il mondo. Nel mio nuovo libro c'è un elenco che dà al lettore un'idea di
    quanto siamo stati impegnati in
    interventi militari. Purtroppo riceviamo soltanto la disinformazione dei
    canali ufficiali. Gli americani non immaginano l'entità delle malefatte del
    loro governo. Il numero di interventi militari messi a segno contro altri
    Paesi senza essere stati provocati ammonta a oltre 250 dal 1947-48. Sono
    interventi di rilievo, da Panama all'Iran. E
    l'elenco non è neppure completo. Non comprende paesi come il Cile, perché è
    stata un'operazione della Cia. Mi sono limitato a elencare gli attacchi
    militari".
    "Il governo gioca con la relativa innocenza degli americani, o per essere
    più precisi con la loro ignoranza. Ecco probabilmente il motivo per cui
    dalla seconda guerra mondiale la geografia non viene praticamente più
    insegnata: per mantenere la gente all'oscuro su dove stiamo bombardando.
    Perché la Enron lo vuole. O perché la Unocal, la grande compagnia
    petrolifera, vuole una guerra da qualche parte".
    "E la gente dei Paesi che ricevono le nostre bombe si arrabbia. Gli afgani
    non avevano niente a che fare con quanto è successo al nostro Paese l'11
    settembre. L'Arabia Saudita invece sì. Quando siamo andati in Afghanistan,
    al nostro capo delle operazioni militari è stato chiesto quanto tempo ci
    sarebbe voluto per trovare Osama bin Laden. E il generale, piuttosto
    sorpreso, ha risposto che non era quello il
    motivo per cui eravamo lì".
    -"Ah no? E qual è la storia allora? Ci hanno così spiegato che i talebani
    sono gente molto molto cattiva, che tratta molto male le donne. A loro non
    interessano sicuramente i diritti delle donne, mentre noi in fatto di
    diritti delle donne siamo molto forti; e dobbiamo essere con Bush su questa
    cosa perché sta togliendo quei sacchi di patate dalla testa delle donne".
    "Beh, no, la storia non è proprio così. La storia vera è che questa è una
    stretta imperiale sulle risorse energetiche. Fino a oggi la nostra
    principale fonte di petrolio importato è stato il Golfo Persico. Siamo
    andati là, in Afghanistan, non per prendere Osama e infliggergli la nostra
    vendetta. Ci siamo andati in parte perché i
    talebani stavano diventando troppo inaffidabili. E poi perché la Unocal, la
    compagnia californiana, aveva stipulato un accordo con loro per un oleodotto
    che trasportasse il petrolio del Caspio, la riserva petrolifera più ricca al
    mondo. Con l'oleodotto volevano fare arrivare il petrolio in Pakistan, a
    Karachi, passando dall'Afghanistan, e da lì mandarlo via mare in Cina".
    -Eppure al di là dell'elenco degli interventi militari americani riportati
    nel suo libro, non crede che esistano altre forze del male?
    "Oh sì. Ma qui viene scelto il gruppo sbagliato, una delle famiglie più
    ricche al mondo - i bin Laden. Sono estremamente vicini alla famiglia reale
    dell'Arabia Saudita, che ha portato noi americani a farle da guardia del
    corpo contro possibili rivolte da parte del suo stesso popolo. Un popolo
    ancora più fondamentalista di quanto non lo
    siano i suoi sovrani. Abbiamo quindi a che fare con un'entità potente.
    Quello che non è vero però è il mito che gente come lui sbuchi dal nulla".
    -Eppure gli americani sembrano abbastanza sensibili a quella sorta di
    sciovinistico "club del nemico del mese" che viene fuori da
    Washington. Tuttora la maggioranza dichiara di appoggiare George W.
    Bush, soprattutto sulla questione della guerra.
    "Spero che lei non creda alle cifre. Non sa come vengono manipolati i
    sondaggi? E' semplice. Dopo l'11 settembre il paese era veramente scioccato
    e terrorizzato. Bush fa una misera danza di guerra e parla dell'"asse del
    male" e di tutti i paesi che ha intenzione di braccare. E lo vediamo lì che
    reagisce, che bombarda l'Afghanistan.
    Be', potrebbe anche bombardare la Danimarca. La Danimarca non ha avuto a che
    fare con l'11 settembre? Nemmeno l'Afghanistan. Non gli afghani, almeno.
    Quindi ci domandano sempre la stessa cosa: sei orgoglioso del tuo
    presidente? Sei con lui mentre ci difende? Ma finiranno per capirlo".

    -Finiranno chi? Gli americani?

    "Sì, gli americani. Ai quali fanno queste domande veloci. "Lei approva
    l'operato del presidente"? "Oh, sì, sì. O sì, ha fatto saltare in aria tutte
    quelle città con i nomi strani...". Ma ciò non significa che amino Bush.
    Quando lascerà l'incarico sarà il
    presidente più impopolare di tutta la storia. Le istituzioni erano troppo
    pronte con il Patriot Act (la legislazione di emergenza anti-terrorismo
    approvata a fine ottobre 2001 tra le accuse di molti democratici, giuristi e
    delle associazioni per i diritti civili, ndr)
    appena siamo stati colpiti. Bush e i suoi uomini erano pronti a togliere l'
    habeas corpus, il legittimo processo, l'inviolabilità delle comunicazioni
    tra avvocato difensore e assistito. E questo significa che sono già al loro
    stato di polizia".

    -Secondo lei gli Stati Uniti dovrebbero prendere armi e bagagli e tornarsene
    a casa da tutto il pianeta?
    "Sì, senza eccezione alcuna. Noi non siamo i poliziotti del mondo. Non
    riusciamo nemmeno a mantenere il controllo negli Stati Uniti, salvo per
    rubare denaro alla gente e in generale provocare distruzione. Nella maggior
    parte del Paese la polizia è vista
    abbastanza spesso, e giustamente, come il nemico. Credo che sia il momento
    di mandare in pensione l'Empire - non sta facendo del bene a nessuno. Ci è
    costato cifre incalcolabili, e questo mi fa pensare che sia destinato a
    crollare da solo perché alla fine non saranno rimasti abbastanza soldi per
    farlo funzionare".

    (c)Los Angeles Weekly

  2. #2
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    Predefinito "America, stai pagando la tua guerra perpetua"

    Oggetto: I: "America, stai pagando la tua guerra perpetua"





    Data: giovedì 5 settembre 2002 23.12
    Oggetto: "America, stai pagando la tua guerra perpetua"


    "America, stai pagando la tua guerra perpetua"

    Lo scrittore Gore Vidal dice agli americani che l'Empire predestinato alla
    rovina non è una legge di gravità, volendo si può rinunciare all'Empire a
    favore della libertà e del benessere

    "Non siamo andati in Afghanistan per catturare Osama ma perché i talebani
    rinviavano all'infinito la costruzione di un oleodotto che avrebbe
    trasportato il petrolio del Caspio. E' il momento di ritirare il nostro
    Empire: ci è costato miliardi di dollari e non serve a
    nessuno"

    Gore Vidal, 76 anni, ha passato la vita a criticare gli impulsi imperiali
    americani, e attraverso una ventina di romanzi e centinaia di saggi ha
    sostenuto con forza la necessità che gli Stati Uniti tornino alle loro
    radici jeffersoniane, la smettano di immischiarsi nelle faccende di altre
    nazioni e in quelle private dei propri
    cittadini. E' questo il filo conduttore dell'ultimo best-seller di Vidal -
    una raccolta di saggi pubblicati sull'onda dell'11 settembre dal titolo
    Perpetual War for Perpetual Peace: How We Got to Be so Hated ("Guerra
    perpetua per la pace perpetua: come siamo arrivati a essere tanto odiati",
    tradotto in Italia con il titolo "La fine della
    libertà"). Per rispondere all'interrogativo, Vidal parte dal presupposto che
    non abbiamo il diritto di domandarci che cosa abbia motivato gli autori dei
    due più grandi attacchi terroristici della nostra storia, la bomba di
    Oklahoma City nel 1995 e la distruzione delle Torri Gemelle nel settembre
    scorso. "E' una legge della fisica -
    dice Vidal -: non esiste in natura azione senza reazione. La stessa cosa
    sembra valere per la natura umana, cioè la storia". L'"azione" cui Vidal si
    riferisce è la prepotenza dell'Empire americano all'estero (illustrato da
    venti pagine di grafici sulle
    avventure militari statunitensi oltreoceano dalla fine della seconda guerra
    mondiale) e l'innesto di uno stato di polizia in patria. L'inevitabile
    "reazione" non è altro che l'opera sanguinaria frutto delle mani di Osama
    bin Laden e di Timothy McVeigh. "Ciascuno -
    scrive - arrabbiato per le avventate aggressioni del nostro governo ad altre
    società", e quindi "provocato" a rispondere con orrenda violenza.
    -Lei sta sostenendo che i tremila civili americani uccisi l'11 settembre si
    meritavano in qualche modo il loro destino?

    "Non credo che noi, popolo americano, ci meritassimo ciò che è accaduto. Né
    ci meritiamo i governi che abbiamo avuto negli ultimi quarant'anni. Sono i
    nostri governi ad averci procurato tutto questo con le loro azioni in giro
    per il mondo. Nel mio nuovo libro c'è un elenco che dà al lettore un'idea di
    quanto siamo stati impegnati in
    interventi militari. Purtroppo riceviamo soltanto la disinformazione dei
    canali ufficiali. Gli americani non immaginano l'entità delle malefatte del
    loro governo. Il numero di interventi militari messi a segno contro altri
    Paesi senza essere stati provocati ammonta a oltre 250 dal 1947-48. Sono
    interventi di rilievo, da Panama all'Iran. E
    l'elenco non è neppure completo. Non comprende paesi come il Cile, perché è
    stata un'operazione della Cia. Mi sono limitato a elencare gli attacchi
    militari".
    "Il governo gioca con la relativa innocenza degli americani, o per essere
    più precisi con la loro ignoranza. Ecco probabilmente il motivo per cui
    dalla seconda guerra mondiale la geografia non viene praticamente più
    insegnata: per mantenere la gente all'oscuro su dove stiamo bombardando.
    Perché la Enron lo vuole. O perché la Unocal, la grande compagnia
    petrolifera, vuole una guerra da qualche parte".
    "E la gente dei Paesi che ricevono le nostre bombe si arrabbia. Gli afgani
    non avevano niente a che fare con quanto è successo al nostro Paese l'11
    settembre. L'Arabia Saudita invece sì. Quando siamo andati in Afghanistan,
    al nostro capo delle operazioni militari è stato chiesto quanto tempo ci
    sarebbe voluto per trovare Osama bin Laden. E il generale, piuttosto
    sorpreso, ha risposto che non era quello il
    motivo per cui eravamo lì".
    -"Ah no? E qual è la storia allora? Ci hanno così spiegato che i talebani
    sono gente molto molto cattiva, che tratta molto male le donne. A loro non
    interessano sicuramente i diritti delle donne, mentre noi in fatto di
    diritti delle donne siamo molto forti; e dobbiamo essere con Bush su questa
    cosa perché sta togliendo quei sacchi di patate dalla testa delle donne".
    "Beh, no, la storia non è proprio così. La storia vera è che questa è una
    stretta imperiale sulle risorse energetiche. Fino a oggi la nostra
    principale fonte di petrolio importato è stato il Golfo Persico. Siamo
    andati là, in Afghanistan, non per prendere Osama e infliggergli la nostra
    vendetta. Ci siamo andati in parte perché i
    talebani stavano diventando troppo inaffidabili. E poi perché la Unocal, la
    compagnia californiana, aveva stipulato un accordo con loro per un oleodotto
    che trasportasse il petrolio del Caspio, la riserva petrolifera più ricca al
    mondo. Con l'oleodotto volevano fare arrivare il petrolio in Pakistan, a
    Karachi, passando dall'Afghanistan, e da lì mandarlo via mare in Cina".
    -Eppure al di là dell'elenco degli interventi militari americani riportati
    nel suo libro, non crede che esistano altre forze del male?
    "Oh sì. Ma qui viene scelto il gruppo sbagliato, una delle famiglie più
    ricche al mondo - i bin Laden. Sono estremamente vicini alla famiglia reale
    dell'Arabia Saudita, che ha portato noi americani a farle da guardia del
    corpo contro possibili rivolte da parte del suo stesso popolo. Un popolo
    ancora più fondamentalista di quanto non lo
    siano i suoi sovrani. Abbiamo quindi a che fare con un'entità potente.
    Quello che non è vero però è il mito che gente come lui sbuchi dal nulla".
    -Eppure gli americani sembrano abbastanza sensibili a quella sorta di
    sciovinistico "club del nemico del mese" che viene fuori da
    Washington. Tuttora la maggioranza dichiara di appoggiare George W.
    Bush, soprattutto sulla questione della guerra.
    "Spero che lei non creda alle cifre. Non sa come vengono manipolati i
    sondaggi? E' semplice. Dopo l'11 settembre il paese era veramente scioccato
    e terrorizzato. Bush fa una misera danza di guerra e parla dell'"asse del
    male" e di tutti i paesi che ha intenzione di braccare. E lo vediamo lì che
    reagisce, che bombarda l'Afghanistan.
    Be', potrebbe anche bombardare la Danimarca. La Danimarca non ha avuto a che
    fare con l'11 settembre? Nemmeno l'Afghanistan. Non gli afghani, almeno.
    Quindi ci domandano sempre la stessa cosa: sei orgoglioso del tuo
    presidente? Sei con lui mentre ci difende? Ma finiranno per capirlo".

    -Finiranno chi? Gli americani?

    "Sì, gli americani. Ai quali fanno queste domande veloci. "Lei approva
    l'operato del presidente"? "Oh, sì, sì. O sì, ha fatto saltare in aria tutte
    quelle città con i nomi strani...". Ma ciò non significa che amino Bush.
    Quando lascerà l'incarico sarà il
    presidente più impopolare di tutta la storia. Le istituzioni erano troppo
    pronte con il Patriot Act (la legislazione di emergenza anti-terrorismo
    approvata a fine ottobre 2001 tra le accuse di molti democratici, giuristi e
    delle associazioni per i diritti civili, ndr)
    appena siamo stati colpiti. Bush e i suoi uomini erano pronti a togliere l'
    habeas corpus, il legittimo processo, l'inviolabilità delle comunicazioni
    tra avvocato difensore e assistito. E questo significa che sono già al loro
    stato di polizia".

    -Secondo lei gli Stati Uniti dovrebbero prendere armi e bagagli e tornarsene
    a casa da tutto il pianeta?
    "Sì, senza eccezione alcuna. Noi non siamo i poliziotti del mondo. Non
    riusciamo nemmeno a mantenere il controllo negli Stati Uniti, salvo per
    rubare denaro alla gente e in generale provocare distruzione. Nella maggior
    parte del Paese la polizia è vista
    abbastanza spesso, e giustamente, come il nemico. Credo che sia il momento
    di mandare in pensione l'Empire - non sta facendo del bene a nessuno. Ci è
    costato cifre incalcolabili, e questo mi fa pensare che sia destinato a
    crollare da solo perché alla fine non saranno rimasti abbastanza soldi per
    farlo funzionare".

    (c)Los Angeles Weekly

  3. #3
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    lucidissimo e incontestabile........ domani compro il libro.
    su questo forum è meglio non rispondere ai fessi!
    PURTROPPO GLI ITALIANI SI BEVONO QUALSIASI MINCHIATA, DA SEMPRE (CETTO LA QUALUNQUE)

  4. #4
    Super Troll
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    lucidissimo e incontestabile........ domani compro il libro.
    su questo forum è meglio non rispondere ai fessi!
    PURTROPPO GLI ITALIANI SI BEVONO QUALSIASI MINCHIATA, DA SEMPRE (CETTO LA QUALUNQUE)

  5. #5
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    Il solito cazzaro antiamericano che parla di oleodotti senza sapere neanche se esistono.
    Un po' come l'oleodotto del kosovo, vero?

  6. #6
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    Il solito cazzaro antiamericano che parla di oleodotti senza sapere neanche se esistono.
    Un po' come l'oleodotto del kosovo, vero?

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    Scusa, per che cosa dovrebbero esserci andati? Per scappucciare le donne afgane?
    Ma almeno sii coerente col simbolo e col nick che ti sei scelto, ammetti la natura tua e dei tuoi beniamini.

  8. #8
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    Scusa, per che cosa dovrebbero esserci andati? Per scappucciare le donne afgane?
    Ma almeno sii coerente col simbolo e col nick che ti sei scelto, ammetti la natura tua e dei tuoi beniamini.

  9. #9
    Hanno assassinato Calipari
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    Originally posted by EMPEROR DOLLAR $
    Il solito cazzaro antiamericano che parla di oleodotti senza sapere neanche se esistono.
    Approvato il gasdotto «talebano»

    Accordo tra i presidenti pakistano, turkmeno e l'afghano Karzai sul «corridoio» di 1.500 km. Seguirà l'oleodotto. E' il progetto Unocal. Adesso attraverserà regioni controllate dagli Usa
    MANLIO DINUCCI
    Ipresidenti del Pakistan e Turkmenistan, Musharraf e Niyazov, e il primo ministro afghano Hamid Karzai, hanno sottoscritto il 30 maggio, a Islamabad, un accordo che rilancia il progetto del gasdotto Turkmenistan-Pakistan via Afghanistan. Secondo il progetto, il gasdotto - lungo 1.500 km e con una capacità annua di 30 miliardi di metri cubi - partirà dal giacimento turkmeno di Daulatabad e, attraversato l'Afghanistan, arriverà al porto pakistano di Gwadar, dove verrà costruito un impianto di liquefazione del gas naturale. Sarà la via più breve, ha sottolineato il presidente pakistano Musharaff, attraverso cui le risorse energetiche dell'Asia centrale potranno essere trasportate in Giappone ed Estremo Oriente e in Occidente. Solo a Daulatabad, ha precisato Niyazof, vi sono riserve di gas naturale ammontanti a 6.500 miliardi di metri cubi. Il progetto, il cui costo è stimato in 2 miliardi di dollari, si baserà - ha detto Musharraf - sullo studio di fattibilità già esistente, ossia su quello presentato nel 1997 dal consorzio capeggiato dalla compagnia statunitense Unocal (v. il manifesto, 18-10-2001). Fatto singolare, si tratta dello stesso progetto che i talebani avevano approvato nel gennaio 1998, dopo che una loro delegazione ad alto livello era stata invitata negli Stati uniti per colloqui con la Unocal. La compagnia statunitense - dopo aver speso almeno 20 milioni di dollari per finanziare anche «istituzioni benefiche» talebane - si era però ritirata dal progetto nel dicembre 1998 (in quanto a Washington non si fidavano più del regime talebano), annunciando comunque la sua disponibilità a riprendere l'attività per la realizzazione del gasdotto «quando l'Afghanistan conseguirà la stabilità necessaria».

    Il momento è arrivato. A capo del governo afghano c'è ora Hamid Karzai (anche se ad interim) che - documenta Le Monde (6-12-2001) - «ha perfezionato la sua formazione negli Stati uniti, dove è stato consulente della compagnia petrolifera americana Unocal, quando essa studiava la costruzione di un gasdotto attraverso l'Afghanistan». E l'inviato speciale del presidente americano george W. Bush in Afghanistan, Zalmay Khalilzad, è stato anche lui consulente della Unocal, nel periodo in cui redigeva lo studio di fattibilità del gasdotto. Anche se la Unocal dice di non essere interessata a ritornare in Afghanistan, il ministro afghano per le miniere e industrie, Alim Razim, ha dichiarato - e chi poteva dubitarne? - di considerarla ancora la «compagnia leader» per la realizzazione del progetto.

    Ma è a questo punto secondario se sia proprio la Unocal a riprendere in mano il progetto. Fondamentale, per Washington, è che ora esso può essere controllato dagli Stati uniti. Nel 1999 - quando, dopo il ritiro della Unocal, l'Afghanistan dei talebani, il Pakistan e il Turkmenistan si erano accordati per portarlo avanti affidandolo alla compagnia saudita Delta Oil - gli Usa si erano visti tagliati fuori. Ben diversa è la situazione odierna.

    L'area attraverso cui dovrebbe passare il gasdotto, cui sarebbe abbinato in seguito un oleodotto, è presidiata militarmente dagli Stati uniti e da governi alleati. Washington ritiene quindi fattibile l'apertura di questo nuovo corridoio, il più breve e meno costoso, attraverso cui il gas naturale e petrolio del Caspio può essere trasportato ai paesi consumatori senza farlo passare dal territorio russo, controllando in tal modo una importante via dell'approvvigionamento energetico dell'Asia orientale (Giappone compreso) e degli Stati uniti stessi.

    Regista della riapertura del corridoio afghano è Dick Cheney, che, prima di divenire vicepresidente nell'amministrazione Bush, era Ceo (Chief Executive Officer) della Halliburton, la maggiore fornitrice mondiale di servizi per le industrie petrolifere, con cui egli ha accumulato una fortuna ricevendo per di più, come liquidazione, un pacchetto azionario di 34 milioni di dollari. La Halliburton, la ExxonMobil, la Conoco e altre compagnie statunitensi, che hanno investito 30 miliardi di dollari per lo sfruttamento delle riserve energetiche del Caspio, premono per l'apertura del cosiddetto corridoio afghano, che alcuni petrolieri texani (dotati di cultura storica) hanno denominato «la nuova via della seta».

    La via, però, è irta di ostacoli. Sul piano interno, Cheney rischia di finire sotto inchiesta per aver favorito illegalmente, oltre alla Enron, anche la Halliburton. In Afghanistan, il rilancio del progetto del gasdotto acuisce lo scontro tra le fazioni, che si disputano le centinaia di milioni di dollari dei futuri diritti di transito. Inoltre, una guerra nel subcontinente indiano potrebbe bloccare la realizzazione del gasdotto, sia in Pakistan che in India (dove, secondo una variante del progetto, potrebbe arrivare una sua derivazione). Una cosa, comunque, è certa: se verrà realizzato, il gasdotto (facilmente sabotabile) dovrà essere presidiato da forze armate lungo tutto il percorso. Alle popolazioni delle zone che attraverserà esso non porterà quindi alcun vantaggio, ma solo una maggiore militarizzazione del territorio.


    ---

    cornuto e mazziato, come si sul dire...

  10. #10
    Hanno assassinato Calipari
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    Originally posted by EMPEROR DOLLAR $
    Il solito cazzaro antiamericano che parla di oleodotti senza sapere neanche se esistono.
    Approvato il gasdotto «talebano»

    Accordo tra i presidenti pakistano, turkmeno e l'afghano Karzai sul «corridoio» di 1.500 km. Seguirà l'oleodotto. E' il progetto Unocal. Adesso attraverserà regioni controllate dagli Usa
    MANLIO DINUCCI
    Ipresidenti del Pakistan e Turkmenistan, Musharraf e Niyazov, e il primo ministro afghano Hamid Karzai, hanno sottoscritto il 30 maggio, a Islamabad, un accordo che rilancia il progetto del gasdotto Turkmenistan-Pakistan via Afghanistan. Secondo il progetto, il gasdotto - lungo 1.500 km e con una capacità annua di 30 miliardi di metri cubi - partirà dal giacimento turkmeno di Daulatabad e, attraversato l'Afghanistan, arriverà al porto pakistano di Gwadar, dove verrà costruito un impianto di liquefazione del gas naturale. Sarà la via più breve, ha sottolineato il presidente pakistano Musharaff, attraverso cui le risorse energetiche dell'Asia centrale potranno essere trasportate in Giappone ed Estremo Oriente e in Occidente. Solo a Daulatabad, ha precisato Niyazof, vi sono riserve di gas naturale ammontanti a 6.500 miliardi di metri cubi. Il progetto, il cui costo è stimato in 2 miliardi di dollari, si baserà - ha detto Musharraf - sullo studio di fattibilità già esistente, ossia su quello presentato nel 1997 dal consorzio capeggiato dalla compagnia statunitense Unocal (v. il manifesto, 18-10-2001). Fatto singolare, si tratta dello stesso progetto che i talebani avevano approvato nel gennaio 1998, dopo che una loro delegazione ad alto livello era stata invitata negli Stati uniti per colloqui con la Unocal. La compagnia statunitense - dopo aver speso almeno 20 milioni di dollari per finanziare anche «istituzioni benefiche» talebane - si era però ritirata dal progetto nel dicembre 1998 (in quanto a Washington non si fidavano più del regime talebano), annunciando comunque la sua disponibilità a riprendere l'attività per la realizzazione del gasdotto «quando l'Afghanistan conseguirà la stabilità necessaria».

    Il momento è arrivato. A capo del governo afghano c'è ora Hamid Karzai (anche se ad interim) che - documenta Le Monde (6-12-2001) - «ha perfezionato la sua formazione negli Stati uniti, dove è stato consulente della compagnia petrolifera americana Unocal, quando essa studiava la costruzione di un gasdotto attraverso l'Afghanistan». E l'inviato speciale del presidente americano george W. Bush in Afghanistan, Zalmay Khalilzad, è stato anche lui consulente della Unocal, nel periodo in cui redigeva lo studio di fattibilità del gasdotto. Anche se la Unocal dice di non essere interessata a ritornare in Afghanistan, il ministro afghano per le miniere e industrie, Alim Razim, ha dichiarato - e chi poteva dubitarne? - di considerarla ancora la «compagnia leader» per la realizzazione del progetto.

    Ma è a questo punto secondario se sia proprio la Unocal a riprendere in mano il progetto. Fondamentale, per Washington, è che ora esso può essere controllato dagli Stati uniti. Nel 1999 - quando, dopo il ritiro della Unocal, l'Afghanistan dei talebani, il Pakistan e il Turkmenistan si erano accordati per portarlo avanti affidandolo alla compagnia saudita Delta Oil - gli Usa si erano visti tagliati fuori. Ben diversa è la situazione odierna.

    L'area attraverso cui dovrebbe passare il gasdotto, cui sarebbe abbinato in seguito un oleodotto, è presidiata militarmente dagli Stati uniti e da governi alleati. Washington ritiene quindi fattibile l'apertura di questo nuovo corridoio, il più breve e meno costoso, attraverso cui il gas naturale e petrolio del Caspio può essere trasportato ai paesi consumatori senza farlo passare dal territorio russo, controllando in tal modo una importante via dell'approvvigionamento energetico dell'Asia orientale (Giappone compreso) e degli Stati uniti stessi.

    Regista della riapertura del corridoio afghano è Dick Cheney, che, prima di divenire vicepresidente nell'amministrazione Bush, era Ceo (Chief Executive Officer) della Halliburton, la maggiore fornitrice mondiale di servizi per le industrie petrolifere, con cui egli ha accumulato una fortuna ricevendo per di più, come liquidazione, un pacchetto azionario di 34 milioni di dollari. La Halliburton, la ExxonMobil, la Conoco e altre compagnie statunitensi, che hanno investito 30 miliardi di dollari per lo sfruttamento delle riserve energetiche del Caspio, premono per l'apertura del cosiddetto corridoio afghano, che alcuni petrolieri texani (dotati di cultura storica) hanno denominato «la nuova via della seta».

    La via, però, è irta di ostacoli. Sul piano interno, Cheney rischia di finire sotto inchiesta per aver favorito illegalmente, oltre alla Enron, anche la Halliburton. In Afghanistan, il rilancio del progetto del gasdotto acuisce lo scontro tra le fazioni, che si disputano le centinaia di milioni di dollari dei futuri diritti di transito. Inoltre, una guerra nel subcontinente indiano potrebbe bloccare la realizzazione del gasdotto, sia in Pakistan che in India (dove, secondo una variante del progetto, potrebbe arrivare una sua derivazione). Una cosa, comunque, è certa: se verrà realizzato, il gasdotto (facilmente sabotabile) dovrà essere presidiato da forze armate lungo tutto il percorso. Alle popolazioni delle zone che attraverserà esso non porterà quindi alcun vantaggio, ma solo una maggiore militarizzazione del territorio.


    ---

    cornuto e mazziato, come si sul dire...

 

 
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