I veneti (qusalcuno parla di Heneti, Eneti o popolo venetico) erano un popolo a sè stante e con proprie peciliarità molto prima che arrivassero i romani.
Andate quindi ad Adria a vedere la mostra "Cavalli da corsa nel Veneto antico" allestita dal Museo Archeologico, aperta tutti i giorni dalle 9 alle 20, fino al 15 Dicembre (costo 2 euro).
E prima leggetevi questo interessante articolo pubblicato in proposito da IL GAZZETTINO di Venerdì scorso:
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Venerdì, 27 Settembre 2002




In 80 musei archeologici d’Italia, e a Adria per il Veneto, mostre alla scoperta dello sport nel passato remoto

Cavalli veneti, Ferrari dell'antichità

I bianchi destrieri degli Èneti furono apprezzati dai greci nelle gare olimpiche


di GRAZIANO TAVAN
Come avere avuto una Ferrari: potenza, valore, prestigio. In poche parole uno "status symbol". Lo stesso che nell'antichità era il cavallo bianco, meglio noto come cavallo veneto: bello, agile, veloce. Quindi ricercato, perciò prezioso. Non a caso i veneti antichi divennero famosi in tutto il mondo allora conosciuto proprio per aver allevato quei cavalli di razza.

Li ricorda Omero nell'Iliade ("Èneti, stirpe delle mule selvagge"). Li cita un altro grande poeta greco, Esiodo ("Gli Iperborei dai bei cavalli che la terra dai molti pascoli aveva generato numerosi presso le rapide correnti dell'Eridano profondo", dove per Iperborei si intendono le popolazioni dell'Alto Adriatico e per Erìdano il fiume Po). E il poeta lirico Alcmane per cantare la bellezza della sua amata ricorda quella dei destrieri veneti ("Àgido ci appare così bella, come se qualcuno ponesse in mezzo al gregge un cavallo vigoroso, vincitore di tornei, dagli zoccoli risonanti di sogni alati. Non vedi? Lei è un corsiero enetico").

La mostra "Cavalli da corsa nel Veneto antico", che apre ad Adria, intende proprio illustrare questa peculiarità della civiltà del Veneto preromano: l'importanza dei cavalli , che i veneti allevarono e i greci apprezzarono nelle gare di corsa. Pensiamo, tanto per fare un esempio, a Laonte di Sparta, vincitore nel 440 a.C. dell'85. Olimpiade: quell'atleta fu così orgoglioso di aver vinto con cavalli veneti che lo fece inserire nell'iscrizione ufficiale sotto la sua statua.

Ma il cavallo fu anche destinatario di una specifica venerazione locale. «Tra tutti i popoli dell'Italia antica», ricorda il direttore del museo di Adria, Simonetta Bonomi, «i veneti si distinguevano proprio per i cavalli che, in special modo nel rapporto tra veneti e greci, giocarono un ruolo del tutto speciale. Sarebbe stato proprio un eroe greco, Diomede, a introdurre tra i veneti il culto del cavallo che li avrebbe caratterizzati fino all'arrivo dei romani».

Il culto del cavallo, ricorda Bonomi, «si manifestò nei doni votivi ai santuari e nei rituali funerari: così troviamo sia tombe aristocratiche con cavalli , sia sepolture di soli cavalli . I destrieri veneti , che diedero lustro a molti nobili atleti greci, furono particolarmente apprezzati per la loro velocità da Dionisio il Vecchio, tiranno di Siracusa».

Gli esempi di ceramica greca presenti in mostra, provenienti dall'area del grande scalo marittimo etrusco-greco di Adria, che diede il nome al mare che la bagnava, testimoniano bene dell'interesse greco per i cavalli veneti : su un'anfora, ecco un nobile cavaliere; su un cratere (grosso vaso a larga imboccatura), i cacciatori a cavallo; su una kylix (coppa piatta con stelo), un allevatore che pascola due mule sotto un albero.

Ma è quando si comincia a osservare l'oggettistica di produzione veneta che si può toccare con mano l'importanza del cavallo che nel Veneto dell'età del ferro (VI-II secolo a.C.) era simbolo di virtù aristocratica. Dai santuari dei veneti antichi di San Pietro Montagnon, Padova, Este, Altino, Lagole di Cadore sono centinaia le lamine in bronzo e i bronzetti a tutto tondo con cavalli e cavalieri. Corse di cavalli con premiazione dei vincitori sono testimoniate dalla lamina e dal lébete trovati nel fiume Bacchiglione. Mentre Este ha restituito morsi e bardature da parata. E non mancano scelte "alla moda" legate a influssi stranieri, come sembrano indicare i morsi da Vigasio, Altino, Adria, Feltre e Santa Maria di Zevio, dagli evidenti richiami al mondo celtico.

Con l'arrivo dei romani la tradizione veneta del cavallo non scompare del tutto. Troviamo ancora sepolture di cavalli (Padova, Arcole, San Pietro di Rosà), ma soprattutto continuano le competizioni di cavalli in grandi edifici appositamente predisposti, i circhi. «E quello che è curioso», conclude Bonomi, «è che in queste manifestazioni ippiche una delle quattro squadre impegnate nella corsa delle quadrighe si definiva "veneta" ed era contraddistinta da gualdrappe di un intenso colore azzurro mare».

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Serenissimi saluti indipendentisti