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Come una macchina di carta,
che gira sui vincoli immateriali
di pacificate funzioni, vivo.
Muto,
in naturale stasi
di un lessico vivo,
sepolto,
nelle possibilità.
Sfiorisco i miei sogni
nell'usuale,
umana,
maniera.
Il mondo lo chiede.
Ma non perderò
il cucciolo,
accecciato,
sicuro e protetto,
invero,
dentro gli esagoni di fiele,
che mi fa tenerezza.
Non dimenticherò
la fatica sprecata nei giochi,
nei desideri,
delle follie,
della voglia,
della sete,
della fame,
del riposo.
Mai.
Fino al prossimo Inverno.
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Da una finestra,
iersera,
scorgevo,
insonne,
il limes del suburbio
corteggiare le segréte mura,
dei mielosi lamenti.
Un arancio maturo
troneggia nel cortile,
mi osserva,
dalla stessa finestra,
muto.
Ed i bimbi
della materna di lato
rubando gli arancioni oltre la rete
osservano,
anche loro.
Sicuri.
Protetti.
Giocondi.
In questo mondo di sguardi.
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Con la coda dell'occhio,
iersera,
alla fine della veglia,
t'ho colto.
Ho immaginato
una breve passeggiata,
sotto le piogge
e i lampi.
Normale.
Banale.
Comprare le sigarette,
reggerti l'ombrello,
tremandomi la mano,
spazientirti.
Poi la bestia nera,
ha preso il sopravvento.
E sono cominciati i sogni.
Anormali.
Orrendi.
Ad occhi spenti,
ti inseguivo.
Sotto le piogge e i lampi.
Tremandomi la mano,
spazientita,
t'ho perduta.
Il passato voleva la meglio.
Ho lottato come una fiera,
ma ha vinto lui.
Era solo una sogno,
però.