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    Predefinito Iraq, il disarmante dossier di Scott Ritter

    Scott Ritter è un ufficiale dei marines che, per sette anni, ha partecipato alla missione di disarmo in Iraq come ispettore Onu. Fervente repubblicano, ha votato per Bush ma oggi pubblica un libro-intervista in cui smonta la costruzione mitologica occidentale sulle armi di distruzione di massa in possesso di Baghdad

    TOMMASO DI FRANCESCO

    Passo dopo passo, annuncio dopo annuncio, il mondo sta entrando nell'avventura della guerra all'Iraq che il presidente statunitense George W. Bush e l'alleato-maggiordomo Tony Blair vogliono ad ogni costo. Stavolta non ci sarà nemmeno la bugia della «guerra umanitaria», sarà una guerra-guerra, tout court, anzi sarà preventiva. Anche se non mancheranno le motivazioni che ci spiegheranno - già hanno cominciato a farlo - che l'azione armata alla fine è servita proprio per «prevenire» un disastro all'umanità di fronte ad armi di distruzione di massa. Diranno tante cose. Ma il punto è che ogni guerra per essere tale ha bisogno, da parte del potere, di trovare una sua giustificazione, per essere narrata e trovare la sua legittimazione. Insomma, stavolta quale sarà la «Rambouillet» irachena, il casus belli utile a scatenare l'inferno? Non l'hanno ancora trovata, ma in queste ore si sta delineando. Ci dice infatti il Dipartimento di Stato Usa che Stati uniti e Gran Bretagna hanno definito la risoluzione dell'Onu da imporre all'Iraq, tale che dovrebbe convincere i recalcitranti che non vogliono questa guerra - i più - e tale da zittire la disponibilità del regime di Saddam Hussein che ha risposto, di fronte ai tanti dossier e rivelazioni, che era disposta, senza condizioni, al ritorno degli ispettori dell'Onu su tutto il territorio del paese. In buona sostanza si prepara una Risoluzione «forte» al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite come voleva Bush, scritta da Blair, che impone a Baghdad la presenza degli ispettori non nei soli siti sospettati di ospitare armi di distruzione di massa, ma ovunque, soprattutto nelle sedi politiche del regime, il parlamento e i ministeri, il palazzo presidenziale compreso. Aggiungeranno magari che, stavolta, gli ispettori, dovranno essere «protetti» da una missione internazionale armata. Condizioni, come si vede, fatte apposta per portare al fallimento della mediazione del segretario dell'Onu, Kofi Annan, che ha accettato la disponibilità di Baghdad - che chiede la presa in considerazione del problema della fine delle devastanti sanzioni che durano da dieci anni - e che ha attivato da subito gli ispettori guidati dal capo missione Hans Blix che si dichiara pronto a partire. Questi i fatti, fin qui. Tenendo presente che l'intera costruzione si regge sulle dichiarazioni di Bush e Blair che chiedono l'autorizzazione a fare la guerra per «disarmare» l'Iraq che possiederebbe «armi bateriologiche e chimiche, armi di distruzione di massa pronte ad essere usate in 45 minuti contro Israele e Cipro» e «l'arma atomica tra pochi mesi». E si aggiunge in queste ore, richiamando la memoria ancora ferita dell'11 settembre, che «Saddam ha dato le armi chimiche ad Al Qaeda», smentendo le smentite su questo fatte solo poche ore prima. Baghdad corre a rispondere aprendo alla stampa internazionale i «siti» considerati letali e chiedendo l'arrivo degli ispettori al più presto, ma non basta e non servirà a nulla. Blair ha presentato un «dossier». Non convince nessuno, ma per la guerra può bastare, e per l'immaginario televisivo basta e avanza per dire che ci sono le prove.

    Ci vorrebbe a questo punto qualcuno, davvero autorevole, capace di smontare la costruzione mitologica occidentale sulle «armi di distruzione di massa» in possesso di Baghdad. Questo qualcuno c'è. Si chiama Scott Ritter, ufficiale statunitense eroe dei marines, che ha partecipato per sette anni alla missione di disarmo in qualità di ispettore Onu e perdipiù è un fervente repubblicano che ha votato per Bush alle ultime presidenziali.. Scott Ritter ha pubblicato in questi giorni un libro-intervista Guerra all'Iraq straordinario quanto decisivo, uscito in contemporanea in Italia, dov'è stato pubblicato da Fazi Editore (10 Euro, pp. 115) e negli Stati uniti, curato dal noto commentatore e saggista americano William Rivers Pitt. Un libro che, da questo punto di vista, davvero è il «controdossier» che andrebbe letto nei parlamenti occidentali. Che cosa dice di talmente eccezionale l'ex funzionario-ispettore Onu dal 1991 al 1997 Semplicemente questo: «Se io dovessi quantificare la minaccia rappresentata dall'Iraq in termini di armi di distruzione di massa, essa equivale a zero». E la sostanza di questa affermazione non l'ha solo scritta nelle risposte di questo libro, o in decine di interviste e articoli che ha pubblicato in questo ultimo periodo. No, ha fatto di più. In aperto conflitto con il «suo» governo, è andato a Baghdad in queste settimane per accompagnare i giornalisti della stampa internazionale a visitare i presunti «siti di armi di distruzione di massa», che altro non sono che fabbriche civili o macerie, residuo del buon lavoro di controllo e distruzione fatto proprio dagli ispettori Onu. Una denuncia così fastidiosa da meritare la risposta stizzita perfino del segretario di stato Usa Colin Powell.

    Un libro bomba, è il caso di dire. Fin dall'esergo iniziale che cita Karl Kraus: «Come si governa il mondo per condurlo alla guerra? I diplomatici dicono bugie ai giornalisti e poi, una volta che le vedono pubblicate, ci credono». E l'America, scrive nell'introduzione William Rivers Pitt, dopo l'11 settembre appare propensa a credere e ad apprezzare ogni contrapposizione tra bene e male, tuttaltro che tranquilla all'idea che qualcuno abbia armi di distruzione di massa e che queste possano arrivare ai terroristi di Al Qaeda di bin Laden. Inoltre Saddam Hussein è stato così demonizzato, ancora di più dopo la prima guerra del Golfo, con il paragone tra lui e Hitler, che si ritiene ci siano motivi più che sufficienti per una sua deposizione. Tuttavia ancora non è chiaro perché sia necessaria questa guerra. E non è chiaro chi sia Saddam Hussein, mentre tutti o quasi sanno ormai che Osama bin Laden era nel libro paga della Cia quando organizzava la resistenza islamica all'occupazione militare sovietica dell'Afghanistan e che i talebani erano alleati, anche d'affari, del Pakistan, dell'Arabia saudita e degli Stati uniti fino a un mese prima dell'11 settembre e con loro trattavano il nuovo oleodotto del consorzio angloamericano Unocal, ora realizzato a «fine» guerra da Hamid Karzai, neopresidente afghano, ex consulente dell'Unocal e assai probabilmente agente della Cia.

    Il fatto è, spiega bene il libro, che anche Saddam Hussein è una creatura americana: «E' un mostro, sì, ma il `nostro' mostro, è una creazione americana come la Coca Cola e l'Oldsmobil». E' stato il governo americano del presidente Ronald Reagan ad appoggiare e ad armare il suo regime, ferocemente impegnato contro il fondamentalismo islamico interno e iraniano, fin dall'inizio degli anni Ottanta - nell'82 l'Iraq venne cancellato dalla lista dei paesi terroristi - per contrastare l'influenza sovietica nella regione, e ad armarlo ancora di più durante la guerra con l'Iran, guerra in cui ha usato sul campo di battaglia armi chimiche fornite proprio dallo stato maggiore americano, guerra sostenuta attivamente dall'intelligence Usa che pianificò battaglie, attacchi aerei e danni dei bombardamenti. Una guerra costata due milioni di morti. Come dettagliatamente resocontato nell'agosto del 2002 dal New York Times che ha pubblicato dettagliate e controfirmate dichiarazioni di alti ufficiali Usa coinvolti nella politica di aiuti militari all'Iraq durante l'Amministrazione Usa: l'America sapeva che Saddam Hussein usava armi chimiche contro l'Iran, ma continuava a fornirgli armi e assistenza. L'America chiudeva tutti e due gli occhi sugli effetti devastanti di quel riarmo, chimico, batteriologico, nucleare visto che l'avvio di nucleare iracheno era stato bombardato nel 1981 dall'altro «mostro» americano nell'area, vale a dire Israele con il suo potenziale bellico e atomico (200 testate, ma clandestine). Una conoscenza delle armi di Saddam Hussein che sarebbe tornata utile nei bombardamenti chirurgici della prima guerra del Golfo: uno scherzo per i bombardieri di precisione americani, visto che i siti erano nei cassetti dello stato maggiore Usa che li aveva costruiti. Non uno scherzo per i 100.000 militari occidentali contaminati dalla Sindrome del Golfo, quella che ora tutti dimenticano.

    E inolte, vorremmo ricordare noi, quale America gridava allo sterminio quando, nel 1984, Saddam Hussein massacrava i comunisti iracheni? E poi «sempre gli Stati uniti non hanno deposto il regime di Baghdad durante la guerra del Golfo, e di fatto hanno ostacolato i tentativi di rovesciare Saddam Hussein compiuti dai ribelli iracheni sollecitati all'azione dalla nostra retorica» e, aggiungiamo, dalle promesse della Cia.

    Il libro-intervista racconta decine e decine di ispezioni, di indagini campione di sarin, di scoperte poi dimostratesi di scarso rilievo, delle menzogne degli iracheni smascherate, del lavoro delle ispezioni a sorpresa della biologa Diane Seaman e l'affare del codice segreto che parlava di «Attività biologiche speciali», documento che poi si rivelò come il testo dei servizi segreti iracheni per la sicurezza personale del dittatore iracheno, e il mondo fu perfino sull'orlo di una nuova guerra che poi fu evitata e su cui, mentendo, soffiava - denuncia Scott Ritter - l'ex capo ispettore Richard Butler pur informato sulla realtà e inconsistenza dell'affare; e ancora di tensioni per le ispezioni nelle sedi istituzionali, di approfondimenti in laboratorio, dell'impianto di fermentazione chimica di Al Hakum fatto esplodere dagli ispettori, del monitoraggio capillare dal 1994 al 1998 della totalità degli impianti chimici iracheni. Ispezione dopo ispezione per arrivare alla conclusione che i bombardamenti e il lavoro di distruzione ha praticamente portato a zero il grado di pericolosità dell'Iraq quanto ad armi di distruzione di massa. «Ritengo a questo punto fondamentale un problema di cifre - risponde Scott Ritter nel libro -. L'Iraq ha distrutto il 90-95% delle sue armi di distruzione di massa. Dobbiamo ricordare che il restante 5-10% non costituisce necessariamente una minaccia né un programma di armamento, se non siamo in grado di dire quella percentuale minima che fine ha fatto, non significa che l'Iraq ne sia ancora in possesso», dopo il massiccio embargo e il passaggio degli ispettori.

    E i legami con Al Qaeda? E la bomba atomica di Saddam pronta tra pochi mesi?

    Scott Ritter non ha dubbi e definisce la «connessione» con Al Qaeda «una faccenda palesemente assurda». «Saddam Hussein - ricorda - è un dittatore laico, ha passato gli ultimi trenta anni a dichiarare guerra al fondamentalismo islamico, facendolo a pezzi. A parte la guerra all'Iran degli ayatollah, in Iraq sono in vigore leggi che sentenziano la pena di morte per il proselitismo in nome del wahabismo, la religione di Osama bin Laden. Osama odia in modo particolare Saddam, lo chiama l'apostata, un'accusa che implica la pena di morte». L'unica arma, se così si può dire, che lega Osama bin Laden e l'Iraq è il fatto che il leader di Al Qaeda così come reclama la libertà in Palestina condanna il mondo occidentale per le sanzioni all'Iraq. Perché? «Perché le sanzioni americane - risponde Scott Ritter - non colpiscono certo Saddam, colpiscono il popolo iracheno», al quale bin Laden si richiama profeticamente usando le sanzioni come grido di guerra. Quanto al nucleare, il libro-intervista rivela che il fondamento di questa accusa risiede in alcuni fuoriusciti e disertori, Khidre Hamza, funzionario di medio livello del programma nucleare iracheno, oggi immeritatamente protagonista di molti programmi-scoop della tv americana, e soprattutto aiutante di Hussein Kamal genero di Saddam e responsabile della commissione militare industriale irachena. E' stato Hamza a raccontare e a costruire con la Cia i dati sul presunto programma nucleare iracheno attuale, ma lo stesso genero di Saddam, Hussein Kamal, quando disertò nel 1995, si rifiutò di sottoscrivere e prendere per buoni quei dati definendoli «un falso grossolano».

    Resta un solo interrogativo vero, che William Rivers Pitt prende alla fine di petto con questa domanda: «Lei è un veterano dei marine, un ufficiale e un funzionario di intelligence. Ha passato sette anni in Iraq a rintracciare queste armi per garantire la salvezza e la sicurezza non solo di questo paese, ma anche del Medio Oriente e del mondo. Eppure alcuni suoi concittadini la chiamano traditore perché parla così apertamente di tali argomenti. Come risponde?». «La gente può dire quello che vuole - risponde secco ma sereno Scott Ritter - ma chi parla in questo modo non fa che dimostrare la propria ignoranza. Esiste una cosuccia che si chiama Costituzione degli Stati uniti d'America. Quando ho indossato l'uniforme dei marines e mi fu affidato l'incarico di ufficiale ho giurato di essere fedele e di difendere la Costituzione contro tutti i nemici, esterni e interni. Questo significa che sono disposto a morire per quel pezzo di carta e per quello che rappresenta. Quel documento parla di noi come popolo, e di un governo del popolo, fatto dal popolo, per il popolo, Parla di libertà di parola e di libertà civili individuali....Il massimo servizio che posso rendere al mio paese - conclude Scott Ritter - è di facilitare la discussione e il dialogo sul comportamento da tenere verso l'Iraq...Se quelli che esercitano pressioni a favore della guerra non sono in grado di provare le proprie ragioni, l'opinione pubblica americana dovrà esserne consapevole». «Voglio che l'America non commetta l'errore di questa guerra», ha ripetuto sui giornali americani in questi giorni. Forse, alla maniera di Scott Ritter, vale la pena sentirsi un po' «tutti americani».

    Fonte: http://www.ilmainfesto.it
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    Scott Ritter: "L'Iraq non è un pericolo"

    Wikalat al-Anba' al-'Iraqiyya (INA, Iraq)

    08.09.02
    Scott Ritter, l'ex capo degli ispettori dell'UNSCOM, la commissione speciale delle Nazioni Unite incaricata di seguire il disarmo iracheno, ha affermato che in Iraq non esistono le armi di distruzione di massa di cui parlano gli Stati Uniti. Nel corso di una dichiarazione rilasciata di fronte all'Assemblea nazionale irachena, dove si trovava per rispondere ai quesiti postigli dai suoi membri, ha detto che l'Iraq, nel periodo dei sette anni di presenza dell'UNSCOM (1991-1998), ha eseguito il 90-95% del disarmo. Scott Ritter, cittadino statunitense, ha poi accennato allo sfruttamento del lavoro dell'UNSCOM da parte dei servizi segreti statunitensi, britannici e israeliani a fini di spionaggio, allo scopo cioè di ottenere informazioni la cui divulgazione viola la sicurezza nazionale dell'Iraq. Egli ha espresso con chiarezza la verità: che l'Iraq, cioè, non minaccia nessuno poiché non costituisce alcun tipo di minaccia per i suoi vicini, e ha segnalato che non esiste alcun riferimento giuridico che legittimi la nuova paventata aggressione degli Stati Uniti. Scott Ritter ha inoltre confutato i proclami statunitensi secondo i quali l'Iraq tirerebbe le fila del terrorismo o avrebbe relazioni con organizzazioni terroristiche, facendo notare che l'Iraq ha criticato duramente quel che avvenuto negli Stati Uniti lo scorso settembre e aggiungendo che l'Iraq non ha alcun rapporto con quei fatti... si tratta di affermazioni non supportate da alcun indizio reale, e tutto quel che si dice sull'Iraq è pura congettura. Attualmente, l'Amministrazione statunitense incontra una grave crisi interna proprio sui tentativi di propagandare l'idea di un attacco all'Iraq, poiché la maggioranza dei cittadini degli Stati Uniti sta manifestando una forte contrarietà verso quanto pianifica e propaganda il suo governo. Scott Ritter ha poi risposto ad alcune richieste di delucidazioni postegli dai membri dell'Assemblea intorno ai lavori dell'UNSCOM e alle manifeste intromissioni nel suo lavoro, descritte dallo stesso Ritter come scandalose provocazioni volte a generare crisi che giustificassero la continuazione sia dell'embargo che degli attacchi. Il lavoro degli ispettori usciva quindi dall'ambito dell'incarico dato loro dall'Onu. All'incontro con Scott Ritter erano presenti Hamid Rashid ar-Rawi e 'Ajil Jalal Isma'il, vicepresidenti dell'Assemblea Nazionale, il suo Segretario e i presidenti delle varie commissioni interne.
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    Der Wehrwolf

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    Christian Science Monitor
    23 gennaio 2002

    Iraq: la minaccia fantasma



    Scott Ritter





    In questo momento, il personale dell’intelligence statunitense sta studiando attentamente alcuni documenti per comprendere lo spessore della cospirazione anti-americana di Osama bin Laden e della sua rete Al- Quaeda. I prigionieri di Al Quaeda sono sottoposti a pesanti interrogatori perché rivelino i vecchi retroscena e per prevenire il pericolo di minacce future per gli Stati Uniti e per il resto del mondo. Mentre questa indagine procede, la ragnatela della rete terroristica forgiata dal signor bin Laden nella sua lotta contro l’occidente, si sta facendo chiara.



    Alcuni dei legami rivelati non stupiscono (Iran, Somalia, Sudan, Pakistan, Arabia Saudita ed Egitto). Stranamente è assente l’Iraq. Data la valanga di servizi dei media che, dopo l’undici settembre, legano l’Iraq con Bin Laden, ci si doveva aspettare una marea di prove provenienti dall’Afghanistan che confermasse l’esistenza di una rete di collaborazione.

    Anche i presunti incontri tra Mohammed Atta, un sospetto leader dei dirottatori dell’undici settembre, e un ufficiale dell’Intelligence irachena a Praga, sono poco convincenti. Il governo ceco ha mandato relazioni contraddittorie riguardo questo incontro e, anche se il colloquio è avvenuto, il presunto argomento di discussione, un attacco a Radio Libera Europa, emittente usata per trasmettere programmi anti Hussein, è stato un tema molto distante dagli attacchi dell’undici settembre.

    La scarsità di documentazioni di un legame tra l’Iraq e Al-Quaeda ,in questo lavoro d’intelligence, dovrebbe condurre a chiedersi non solo quali siano le fonti di tale congettura, ma anche le motivazioni di coloro che seguitano a mettere in giro la teoria del “legame iracheno”. Le più importanti tra queste sono quelle del leader dell’opposizione Ahmed Chalabi del Congresso Nazionale Iracheno e dei suoi promotori americani, in particolare del Vicesegretario alla Difesa Paul Wolfowitz, l’ex Direttore della CIA e l’ex Sottosegretario di Stato Richard Perle.

    Durante il mio servizio come ispettore delle Nazioni Unite degli armamenti, ho avuto l’incarico di tenere contatti con il signor Chalabi e il Congresso Nazionale Iracheno per raccogliere “informazioni d’intelligence” derivate dalla precedente rete di Chalabi costituita sia da rifugiati che da fonti interne. Queste informazioni si rivelarono essere più utili per la velocità con cui arrivavano che per la fondatezza. Per esempio, “l’ingegnere”, che si diceva lavorasse nei palazzi di Saddam Hussein, parlava di una rete di tunnel sotterranei in cui casse di documenti erano state nascoste durante le ispezioni. Gli ispettori non hanno trovato un solo tunnel sotterraneo. Tuttavia, nonostante il fatto che nessun documento fosse stato trovato, Chalabi parlò del tunnel per confermare l’esistenza di documenti come se tale fatto fosse stato accertato.

    Allo stesso modo, quando il signor Wolfowitz & company ebbero bisogno di prove che legassero la matrice irachena agli autori degli attacchi dell’undici settembre, Chalabi coscienziosamente tirò fuori una serie di rifugiati fino a quel momento “sconosciuti”, in possesso di informazioni riguardanti l’addestramento di terroristi arabi da parte dell’intelligence irachena con una base vicino la città di Salman Pak. La località è stata segnalata perché pienamente fornita, tra l’altro, di una compagnia aerea commerciale in cui gli apprendisti possono raggiungere il loro obiettivo da una posizione abbastanza comoda, in “gruppi di cinque” e “ armati solamente di coltelli e delle loro mani nude”. La base a Salman Pak esiste; il suo uso come campo di addestramento di Al Quaeda è infondato.

    Più recentemente, in seguito alla richiesta del presidente Bush che l’Iraq permettesse il ritorno di ispettori ONU degli armamenti o, altrimenti, che ne “soffrisse le conseguenze”, Chalabi, a tal proposito, tirò fuori un altro “rifugiato” che si diceva avesse accesso ai piani segreti di Saddam di nascondere sottoterra armi biologiche e chimiche per eludere le ispezioni internazionali. Ho trascorso più di sei anni investigando sulle organizzazioni dei rifugiati su cui si chiedeva di lavorare e ,sebbene, gli elementi della storia di Chalabi suonassero veri, i dettagli usati per abbellire il suo racconto sulle armi di distruzione di massa sono impossibili da verificare o, in alcuni casi, rappresentano solo palesi errori.

    L’ONU non ha più usato le informazioni di Chalabi come base per le proprie indagini, non solo per la debole natura di tali fonti, ma anche quando le sue dubbie motivazioni sono apparse chiare. Sfortunatamente, lo stesso non si può dire per i principali media statunitensi, che danno grande spazio alle fonti informative che, non essendo relazionate all’Iraq di Hussein , dovrebbero essere immediatamente scartate.

    Questa importanza data dai media serve a quelle figure politiche che mirano ad una estensione del conflitto e genera una frenesia di congetture e speculazioni che scaraventano l’Iraq in una pubblica arena, accettando come unico valore queste informazioni, senza tenere in considerazione che quasi niente di ciò che Chalabi ha fornito ai media riguardo l’Iraq è stato accertato. C’è una sostanziale mancanza di chiarezza e di fonti credibili sull’attuale natura del complotto iracheno verso gli Stati Uniti. Un più ampio dibattito sulla politica statunitense verso l’Iraq è essenziale, specialmente alla luce dell’intensificazione di colloqui a Washington di futuri attacchi verso tale paese e, invece di far affidamento su informazioni di dubbie fonti, discutiamo i fatti a tavolino. Le conclusioni tirate da un eventuale dibattito potrebbero tirarci indietro dall’orlo di una inutile e costosa guerra.
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