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Discussione: Battaglia Di Lepanto

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    Thumbs up Battaglia Di Lepanto

    ³Centro studi Giuseppe Federici²

    Sabato 5 ottobre 2002 alle ore 16,00 presso la ³Sala degli Archi² del
    Palazzo dell¹Arengo, in Piazza Cavour (già Piazza della Fontana) a Rimini,
    convegno sul tema:

    ³Lepanto, 7 ottobre 1571: la vittoria della Cristianità²

    Relatori:

    Don Ugolino Giugni, dell¹Istituto Mater Boni Consilii: ³San Pio V, il Papa
    di Lepanto²

    Prof. Zanpolo da Corte dei Santi, storico: ³Lepanto: crocevia della Storia²

    Lorenzo Busi, collaboratore di Radio Padania Libera: ³Per una nuova Lepanto²

    Moderatore: Alessandro Ortenzi, Presidente dell'Associazione ³Terra Boica²

    --------------------------------------------------------------
    "Centro studi Giuseppe Federici"
    via Sarzana 86, 47828 San Martino dei Mulini (RN)
    Tel. 0541.758961 - Fax 0541.75723
    e-mail: centrostudi.federici@l...
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

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    Nel ’99 un numero profetico dei “Quaderni Padani”
    Islam contro Europa
    Qualcuno l’aveva detto

    di Alessadro Barzanti

    «La storia del mondo occidentale ha conosciuto tre grandi sciagure inventate dagli uomini: l’imperialismo romano, l’Islam ed il comunismo». Così esordiva, nel giugno del 1999, la prefazione firmata da Brenno del numero monografico 22-23 dei Quaderni Padani completamente dedicato al rapporto tra Padania (Occidente) ed Islam. A distanza di poco più di due anni i documenti pubblicati dal bimestrale di cultura padanista edito da “La Libera Compagnia Padana” risuonano tremendamente attuali e gli scenari prefigurati, quel che è peggio, sanguinariamente avverati ed improvvisamente sulla bocca di tutti. Se prima le dichiarazioni riportate dagli studiosi, collaboratori della pubblicazione, erano apparse ai più come un’“invenzione”, come una “forzata interpretazione” o addirittura come “razziste”, oggi, in particolare dopo i fatti americani dell’11 settembre, pesano come un macigno sulle coscienze di chi non ha voluto ascoltare o almeno prendere in considerazione quel grido d’allarme. E’ interessante come il numero dei Quaderni Padani in oggetto metta in guardia sui veri nemici dell’Occidente e della Padania: sono quelli che «non sanno, non vedono o non vogliono vedere che l’invasione è solo l’ultimo capitolo di una guerra che dura quasi dall’alba del mondo», quelli che «fingono di non riconoscere i nemici sperando di ottenere qualche forma di clemenza». Questo numero, occorre ricordarlo, è uscito dopo l’ultima, in ordine di tempo, sanatoria del governo italiano a favore degli immigrati clandestini. «L’invasione è legalizzata», era stato scritto. In questo momento è evidente a tutti che la linea di pensiero del «sono amici», «non sono poi così cattivi», del «si deve dialogare», del «occorre essere solidali» e del «non c’è alternativa alla società multirazziale» ha causato gravissimi problemi all’Occidente ed il suo impatto ampiamente sottovalutato. Tutto questo era stato ampiamente denunciato. Vediamo allora una sintesi degli argomenti che erano stati proposti in questa corposa pubblicazione. Per eventuali approfondimenti rimandiamo il lettore al numero in questione. Per informazioni si può contattare direttamente la Libera Compagnia Padana alla C.P. 55, Largo Costituente 4, 28110 Novara.
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

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    I CONTRIBUTI
    Tanti articoli per raccontare
    più di un millennio di guerra

    di Alessadro Barzanti

    In questo numero monografico dei Quaderni Padani sono presenti molti e validi contributi di carattere storico. Questi hanno il merito di ricordare che il rapporto conflittuale tra l’Occidente ed il mondo Islamico dura da secoli ed ha comportato centinaia di migliaia di morti per l’Europa. Gilberto Oneto ha descritto Il ruolo della Padania nell’eterna lotta fra l’Europa e l’Islam mentre Michele Ghislieri ha approfondito gli scontri epocali nell’articolo Islam contro Europa. I Padani hanno sempre ricoperto un ruolo di prim’ordine sia nell’organizzazione che nei combattimenti allo scopo di preservare il Continente dall’invasione di una cultura estranea e antitetica. Gli elementi fondamentali del contributo padano sono stati evidenziati da Elena Percivaldi con I Padani alle Crociate, da Flavio Grisolia con I Liguri e L’Islam, da Giovanni Fabris con Venezia e l’Islam, da Ottone Gerboli con Una Crociata colorata di verde, ma anche da Mariella Pintus con Papa Pio V: il Papa piemontese e la Madonna del Rosario e da Alina Mestriner Benassi con Raimondo Montecuccoli, un grande condottiero padano. Chiudono la pubblicazione gli altrettanto interessanti interventi di Joseph Henriet con Saraceni o Salaceni?, di Andrea Rognoni con Lo spirito antislamico nell’opera del Boiardo (1441-1487), Mario Costa Cardol con Schizzi alla brava sull’invasione del nostro continente da parte dei popoli extraeuropei, di Roberto de Anna con Le ragioni dell’incompatibilità per la difesa della cultura dell’Occidente, di Leonardo Facco con Le libertà individuali di fronte all’Islam, di Giacomo Stucchi nell’articolo Immigrazione e criminalità e di Gianluca Savoini con Chiesa cattolica e Islam. In quest’ultimo articolo, intervistando un religioso rimasto fedele alla tradizione cattolica, Savoini ha messo in luce come una parte del clero, quello progressista, abbia sposato tesi, fino a pochi decenni fa aborrite: quelle dei sui nemici storici, gli atei comunisti ed i massoni anticattolici.
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

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    Alexandre Del Valle nel suo intervento lanciava l’allarme: siamo il loro nemico, islamizzarci è la loro missione
    «Si va verso uno scontro inesorabile»

    di Alessadro Barzanti

    Senza nulla togliere agli altri articoli di carattere storico che hanno il merito di dimostrare il più che millenario scontro tra l’Islam e l’Occidente, il contributo di Alexandre Del Valle dal titolo L’Islamismo contro l’Europa delinea invece quanto siano ormai pesanti l’avanzamento e le pretese del fronte islamico nel cuore dell’Europa.«Da Siviglia a Stoccolma, passando da Colonia, Parigi, Bradford o Rubaix, nelle “periferie dell’Islam”, dove le leggi ed i costumi dei paesi ospiti cedono via via il passo alla legge islamica, si incontrano reti islamiche anti-occidentali che si organizzano ora nella clandestinità, ora con la connivenza dei pubblici poteri, il che fornisce le basi per parlare di una “islamizzazione volontaria dell’Europa”. Così si era appunto espresso Del Valle nel 1999 individuando le condizioni di partenza dell’espansione islamica nel vecchio continente. Le strategie dell’islamizzazione sono ben pianificate come spiega uno stralcio di un bollettino dell’Ufficio Organizzativo della Lega Islamica Mondiale collegato al Ministero saudita: «per una minoranza musulmana il successo consiste nel diventare un giorno una maggioranza. Questo fenomeno avviene attraverso l’assimilazione reciproca fra la maggioranza non islamica e la minoranza islamica; la maggioranza accetta a poco a poco la morale e la religione islamica e finisce per identificarsi con l’Islam». Del Valle sottolineava inoltre come gli Islamici vedessero chiaramente che «negli stessi Stati europei, indeboliti dai bassi tassi di natalità, si stanno verificando due elementi che considerano come i loro migliori alleati: la perdita dei valori patriottici e spirituali e un’immigrazione islamica paragonabile a una colonizzazione di popolamento. Capita quindi - continuava Del Valle - che in nome dei Diritti dell’Uomo e di una concezione particolare della “tolleranza” i nostri governanti accolgono migliaia di “rifugiati politici” islamici; si tratta talvolta di terroristi, in generale di ricercati dalle autorità giudiziarie del loro paese». E’ così che dalla Francia viene finanziata il GIA e dalla Germania e dai paesi nordici giungono supporti organizzativi e finanziari ai gruppi estremisti egiziani, tunisini, algerini, libici, iracheni e siriani.«Il fenomeno che preoccupa maggiormente gli esperti di terrorismo - dichiarava però Del Valle - è quello dei convertiti “islamico-delinquenti” delle periferie, convertiti dagli Imam e passati per la Bosnia o dal Pakistan per andare ad addestrarsi in vista della Guerra Santa»... «Infine sono state recentemente scoperte reti gestite da Beurs francesi (Islamici di origine magrebina, ma nati in Francia da genitori immigrati) in Albania, Bosnia e Kosovo; esse fanno capo al francese Calude Kader, legato a Oussama Bin Laden, incaricato di organizzare commando anti-serbi in Albania». Anche le organizzazioni ed i legami facenti capo a Bin Laden, oggi dichiarato nemico pubblico numero uno, erano dunque state ampiamente segnalati dall’associazione padanista.
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    Un pò di date

    Il numero dei Quaderni Padani in oggetto contiene ben tredici pagine che hanno lo scopo di fare una raccolta comunque «del tutto incompleta», a giudizio degli stessi autori, dei principali episodi d’incontro-scontro fra Europei e Islamici nel più che millenario tentativo di aggressione e di conquista del continente europeo. Di seguito riportiamo una parte degli episodi che hanno visto il coinvolgimento di Padani e della Padania.
    732 Carlo Martello, re dei Franchi, ferma gli Arabi, sconfiggendoli, fra Poiters e Tours con l’aiuto della cavalleria longobarda.
    840 I Veneziani vengono battuti dai Saraceni davanti a Taranto e vengono inseguiti fino in Istria. Saccheggio di Cherso e del Delta del Po.846 Saccheggio di S. Pietro a Roma.
    870 Gli Arabi saccheggiano Ravenna.
    918 Iniziano gli scontri tra i Saraceni e la flotta genovese con il saccheggio di Genova e le incursioni nel Piemonte.
    1099 Gerusalemme viene conquistata. I primi a salire sulle mura espugnate sono i Crociati lombardi guidati da Giovanni da Rho. L’assedio era stato organizzato dal genovese Guglielmo Embriaco.
    1213 Accordi fra Venezia e Genova contro i corsari saraceni.
    1237-8 Federico II scatena i suoi miliziani arabi contro l’esercito della seconda Lega Lombarda e impiega milizie arabe all’assedio di Brescia, ma viene sconfitto.
    1366-7 Spedizione in Oriete di Amedei VI di Savoia
    1463 Prima guerra fra Venezia ed i Turchi
    1471-99 Scorrerie in Friuli, Istria e triestino
    1533 L’ammiraglio veneziano Girolamo Canal batte la flotta turca
    1571 La flotta turca è disfatta a Lepanto da quella cristiana
    1647 Il veneziano Tommaso Morosini con una sola nave affronta e sconfigge quarantasette galere turche
    1655-99 Numerose riconquiste veneziane1897 Ultimo atto di pirateria conosciuto ai danni di un veliero padano proveniente dal Nord America.
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    Due episodi da ricordare
    Cade Belgrado (1521) e si libera Atene (1687): avvenne un 28 settembre

    di Alessandro Ortenzi

    Le ostilità tra la Francia e l’Impero che scoppiarono nella primavera del 1521 erano state precedute da un grande fiorire di intrighi e trattative; e proprio in queste circostanze si giunse a quell’accordo tra Papa Leone X e Carlo V, inizialmente segreto, che avrebbe liberato Milano dai francesi. Alla morte del Papa, poco dopo che anch’egli ebbe aderito alla Lega anti-francese, quando la guerra scoppiò effettivamente, e gli imperiali ebbero affidato il governo di Milano a Francesco Sforza, l’Europa centrale era devastata dai Turchi. Alla guida di essi era il Sultano Sulaiman che, guerriero e legislatore, costruttore di una meravigliosa moschea a Istanbul che porta il suo nome, fondatore di biblioteche e poeta, ricevette dai cristiani il titolo di magnifico col quale passò alla storia. Sulaiman, non avendo ascoltato il consiglio di Francesco I re di Francia, che gli suggeriva di gettarsi sull’Italia, preferì dirigersi sull’Ungheria. Di lì a pochi anni, dopo aver sconfitto e ucciso il giovane e coraggioso re Luigi II Jagellone a Mohàcs, insediava sul trono di Ungheria il voivoda Giovanni Zapolyai che, già suo alleato diveniva di fatto un vassallo. Poco dopo, ripetutamente sconfitto dagli Absburgo, avrebbe addirittura riconosciuto a Sulaiman l’alta sovranità dell’Ungheria, con la quale il Sultano si pose sulla strada di Vienna. Qui brillò la figura del conte Niklas Salm Reifferscheid, che dinanzi a uno sterminato esercito riuscì a respingere le forze ottomane. Ma sulla via dell’Ungheria e di Vienna, era caduta in potere del Sultano Belgrado. Per la seconda volta nella sua storia la città era caduta in mani ottomane. Nel 1456 infatti, l’anno nel quale perfino il Partenone divenne una Moschea, era stata conquistata da Maometto Fatih, l’intelligente, bellicoso e zelante sultano passato alla storia per quella conquista di Costantinopoli che determinò la caduta dell’Impero Romano d’oriente. In questa occasione Belgrado rimase occupata dagli ottomani per poco tempo: essa fu ben presto strappata loro dai Crociati e dal “Cavaliere Bianco”, che in questa ultima gloriosa impresa concluse la sua vita avventurosa al servizio dell’Europa. Il Cavaliere Bianco, vale a dire Giovanni Hùniady, pressochè dimenticato salvatore della civiltà cristiana, il cui ricordo era tuttavia vivo tra i veri patrioti ungheresi solo alcuni decenni fa, era stato perfino al servizio di Filippo Maria Visconti. A Sulaiman furono necessarie sei settimane di furiosi assalti per avere ragione dell’eroica città che, infine, dovette capitolare il 28 settembre 1521. L’Impero era gravemente minacciato, e con esso la civiltà cristiana e europea; mentre ai nemici esterni si univano quelli interni: dai principi favorevoli a Lutero a quanti guardavano al proprio ristretto orizzonte piuttosto che a quello comune europeo.E’ questo infatti il periodo nel quale l’adesione di Clemente VII alla Lega Santa, insieme con Milano, Venezia e Genova, condusse al saccheggio di Roma da parte dei Lanzichenecchi imperiali. I domini ottomani erano sterminati e si estendevano pressoché sino all’India, mentre il Re di Algeri Khair-eddin, figlio di un cristiano convertito all’Islam e egli stesso “beniamino della religione”, correva tutte le acque del Mediterraneo agendo in sintonia col Sultano. Solo nel 1535 la flotta imperiale, al comando di Andrea Doria, riuscì a togliergli Tunisi.Il 28 settembre, oltre a essere una data nella quale ricordare tanti europei e cristiani che si sacrificarono per la salvezza d’Europa, può essere anche la data nella quale ricordare la liberazione della stessa Atene da parte dei veneziani che riuscirono nell’impresa di liberare tutta la Morea nel 1687. In questo medesimo anno, le truppe imperiali al comando di un altro Carlo V, il Duca di Lorena questa volta, e di Luigi del Baden, infersero agli Ottomani una pesante sconfitta proprio a Mohàcs, dove più di 150 anni prima Sulaiman aveva trionfato sul giovane re Luigi II. Gli ottomani saranno di lì a poco respinti al di là del Danubio. Nella presa di Atene il Partenone fu malauguratamente bombardato, ma i veneziani guidati dal Generale delle galee Francesco Morosini riuscirono a prendere anche Lepanto, Patrasso e Corinto. Il più illustre membro della più illustre famiglia veneziana fu eletto Doge l’anno successivo, anche se ben presto le esigenze militari lo richiamarono in Grecia. A questo ultimo Gran Capitano della Serenissima fu dedicato persino un busto “lui vivente”, come recita l’epigrafe, nel Palazzo Ducale. Possa questo anniversario di eroismo e di gloria spronarci a difendere, oggi come ieri senza quartiere, l’Europa dai suoi veri e più temibili nemici.
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    Un’Europa libera da saraceni e cowboy
    LO SCENARIO


    di Gilberto Oneto

    Approfittando delle guerre napoleoniche e della sanguinosa occupazione francese della penisola iberica, le colonie spagnole e portoghesi in America latina si ribellarono ai rispettivi Stati colonialisti e proclamarono fra il 1808 e il 1826 la loro indipendenza. Caduto Napoleone e finito l’incubo giacobino e rivoluzionario, gli Stati europei - uniti nella Santa Alleanza partorita al Congresso di Vienna - si adoperarono per ripristinare nella maggioranza dei casi la situazione geopolitica precedente la rivoluzione. Le loro attenzioni non potevano non rivolgersi anche all’America centro-meridionale per difendere gli interessi della monarchia spagnola che vi era stata espulsa. Alle pretese europee si opposero però prima l’Inghilterra (che era diventata la prima potenza navale e che stava cominciando a costruire il suo immenso impero) e poi gli Stati Uniti, che temevano ogni ritorno degli Stati europei sul nuovo continente. In particolare, nel suo annuale messaggio al Congresso, il 2 dicembre 1823, l’allora presidente James Monroe delineò la linea politica che sarebbe poi passata alla storia (e all’applicazione) col suo nome, "Dottrina Monroe".
    Lo schema si articolava su quattro punti qualificanti, così descritti:
    1) "Avendo i continenti americani assunto e mantenuto condizione di libertà e di indipendenza, non potranno essere considerati oggetto di future colonizzazioni da parte di alcuna potenza europea".
    2) "Il sistema politico delle potenze alleate (gli Stati della Santa Alleanza europea, ndr) è assolutamente differente […] da quello dell’America […]. Noi dovremo considerare qualsiasi loro tentativo mirante a introdurre il loro sistema in una qualsiasi parte di questo emisfero come pericoloso per la nostra pace e la nostra sicurezza".
    3) "Non siamo intervenuti e non interverremo nei riguardi delle attuali colonie o territori dipendenti da qualsiasi potenza europea".
    4) "Non abbiamo mai preso parte alcuna alle guerre combattute dalle potenze europee per questioni riferentesi ai loro specifici interessi, né il farlo sarebbe consono con la nostra politica".La puntuale applicazione dei primi due punti ha avuto una conseguenza storica importantissima: l’espulsione delle potenze europee dal continente americano e, in particolare, lo smantellamento del potere coloniale spagnolo, e la loro sostituzione da parte degli Stati Uniti come supremo protettore e padrone. Ogni tentativo europeo di reinstallarsi in America viene rintuzzato con vigore: approfittando della Guerra Civile americana (la cosiddetta Guerra di Secessione), la Francia pone l’arciduca Massimiliano sul trono del Messico a garanzia del proprio protettorato, fra il 1862 e il 1867. Liquidati faticosamente e sanguinosamente i Confederati (che avevano goduto della prudente amicizia di Francia e Inghilterra), gli Stati Uniti costringono i Francesi a sloggiare e fanno fucilare l’eroico Massimiliano abbandonato al suo destino da Napoleone III.
    Più tardi, nel 1895, ne fa le spese l’Inghilterra che aveva mire sul Venezuela. In quella occasione il segretario di Stato Richard Olney (presidente era Grover Cleveland) dichiarò con brutale sincerità: "Oggi gli Stati Uniti sono praticamente sovrani di questo continente, e le loro decisioni sono legge per i soggetti che sono inclusi nella loro sfera di intervento". Più chiaro di così.
    Tre anni più tardi toccò alla Spagna ad essere violentemente espulsa dalle sue ultime colonie "storiche" di Cuba e di Portorico.
    Dopo gli Europei, sono però stati i Latinoamericani a fare le spese della "protezione" statunitense: il Messico che è stato numerose volte aggredito militarmente (1846-1848, 1914-1916) e depredato di California, Nuovo Messico e Texas; nel 1903 viene occupato l’istmo di Panama dove i Francesi stavano progettando di aprire il canale poi fatto dagli Americani. Il presidente Rutherford Birchard Hayes aveva nel 1879 affermato che il canale era da considerarsi come "costruito sulle coste stesse degli Stati Uniti".L’interpretazione geografica della "Dottrina Monroe" trova poi generosi allargamenti verso ovest: nel 1867 vengono "liberate" le Midway, nel 1898 le Hawaii, Guam e le Filippine, e nel 1899 le Samoa.
    Se hanno rispettato fin troppo scrupolosamente i primi due punti, gli Americani si sono però ben guardati dal rispettare l’ultimo che avrebbe dovuto escluderli dalle vicende europee.
    Infatti nella prima e nella seconda guerra mondiale gli Stati Uniti si sono pesantemente impicciati nelle "questioni riferentesi agli specifici interessi" degli Europei, e hanno da allora continuato a farlo (più o meno alla luce del sole), fino all’attuale "eroica" guerra contro la Serbia, che vede l’Inghilterra nell’ormai abituale ruolo di maggiordomo e tutti gli altri Paesi europei in quello di pecoroni pavidi e masochisti. Essi hanno, di fatto, cominciato ad applicare la "Dottrina Monroe" al mondo intero, interpretato come loro "sfera d’influenza" e quindi soggetto alla loro sovranità e alle loro decisioni. La storia sembra riproporsi, ma al contrario. Questa volta sono gli Americani che mettono pesantemente il naso negli affari europei e dovrebbero essere gli Europei a elaborarsi una loro "Dottrina Monroe". Non servirebbe neppure studiare un testo diverso: basta fare piccoli adattamenti a quello originario, che potrebbe diventare una cosa di questo genere:
    1) "Avendo il continente europeo assunto e mantenuto condizione di libertà e di indipendenza, non potrà essere considerato oggetto di future colonizzazioni da parte di alcuna potenza straniera".
    2) "Il sistema politico delle potenze extraeuropee è assolutamente differente da quello dell’Europa. Noi dovremo considerare qualsiasi loro tentativo mirante a introdurre il loro sistema in una qualsiasi parte di questo continente come pericoloso per la nostra pace e la nostra sicurezza".
    3) "Non siamo intervenuti e non interverremo nei riguardi dei territori attualmente dipendenti da qualsiasi potenza straniera".
    4) "Non intendiamo prendere parte alcuna alle guerre combattute dalle potenze extraeuropee per questioni riferentesi ai loro specifici interessi, né il farlo sarebbe consono con la nostra politica".
    Non farebbe una grinza. C’è tutto quello che serve per difendere le nostre libertà e tenere lontani i prepotenti che vengono da lontano. C’è anche la clausola che protegge i "territori attualmente dipendenti da qualsiasi potenza straniera" e che va a fagiolo per l’Inghilterra (se vuole continuare ad essere un peduncolo d’America). Attenzione: si è detto Inghilterra e non Gran Bretagna, giacché Ulster, Scozia, Galles, Cornovaglia, isole Normanne e Gibilterra sono Paesi europei e hanno tutto il diritto di scegliere se stare con le altre tribù europee.
    Vogliamo costruire un’Europa di popoli liberi che stanno assieme se vogliono stare assieme, che litigano se hanno voglia di litigare. Ma fra di noi, senza saraceni sanguinari e senza cowboy prepotenti.
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    Una Comunità di piccole patrie
    di Gilberto Oneto

    La Padania è un insieme di differenze: è un paradosso rappresentato da parti che trovano nelle loro diversità (e perciò nella disunità) il vero collante della loro unità. Si tratta della sola apparente stravaganza in una realtà nella quale gli elementi di unità sono gli stessi che si ritrovano alla base di tutte le compagini nazionali "con pedigree" e che sono sicuramente molto più forti di quelli che sono stati tirati fuori per giustificare l’unità italiana. La Padania, come comunità di comunità, esiste per comunanza linguistica (Sergio Salvi ha addirittura dimostrato l’esistenza di una lingua padana), per comuni origini, per cultura, storia, uniformità socio-economica e per la crescente presa di coscienza identitaria delle sue genti. Ha perciò tutte le carte in regola per rientrare nel novero delle nazioni più coese d’Europa, molto di più di paesi di antica tradizione unitaria, come Spagna, Gran Bretagna o Francia. Ma sono proprio la sua ricchezza e variegazione culturale a costituire l’elemento di più forte identificazione e anche di differenziazione complessiva verso l’esterno. Questa è da sempre la patria delle autonomie, delle forti peculiarità locali, delle differenze orgogliose: dalle tribù celtiche, alle fare longobarde, dai Comuni fino alla complessità delle aggregazioni statuali successive (costruite su franchigie, libertà e statuti locali, intricati e robusti rapporti di autonomie e dipendenze) corre un ininterrotto filo rosso che tiene unita in un comportamento coerente la storia delle genti di questa terra e che è il più interessante e vivo dei collanti. La Padania è in questo senso un intrigante groviglio di diversità e di aspirazioni alle autonomie, di enclavi e di antiche consuetudini alle libertà, che si sviluppa a livelli e a dimensioni diverse: ci sono comunità microscopiche e altre di milioni di persone, convivono orgogli municipali con entità organiche bioregionali, patrie grandi e patrie piccole ma tutte caratterizzate da un fortissimo legame con il territorio, tutte tenacemente radicate al posto della cui profonda sacralità si considerano parte essenziale. L’organizzazione della lotta di liberazione e la struttura istituzionale che ne deriverà non possono non tenere conto di queste realtà che vanno esaltate nella contrapposizione anche simbolica con la gabbia giacobina e prefettizia che affetta la nostra terra in tante caselle ritagliate su necessità funzionali ma prive di solidi legami con la complessità comunitaria padana. Per questo bisogna ricostruire e ridare forza alla frastagliata struttura organica che, dalle famiglie, dalle associazioni di produttori, dalle aggregazioni di base si articola in comunità locali, Comuni, aree omogenee, piccole patrie, fino alla patria padana e a quella europea. Tutta questa stratificazione di aggregazioni deve rinascere dalla libera espressione delle genti, dal loro ritrovare antichi sodalizi, dal risorgere di entità che lo squallore giacobino e italiano hanno cercato di cancellare. In questo processo di riappropriazione di una coloratissima "geografia delle libertà" hanno fino a qui trovato una loro prima definizione la Padania (in quanto "comunità di comunità") e le Piccole Patrie che la compongono: l’Arpitania, il Piemonte, la Liguria, la Lombardia occidentale e quella orientale, il Tirolo trentino, la Ladinia, il Friuli, il Veneto, Trieste, l’Emilia e la Romagna-Montefeltro. A queste si somma tutta una serie di comunità etnolinguistiche diverse, anche piccolissime, ma tutte dotate di una fortissima radicazione sul territorio: gli Occitani, i Brigaschi, i Walser, i Cimbri, i Mocheni, i Carinziani e gli Sloveni. Al suo interno, ciascuna di tali Piccole Patrie conosce l’esistenza di altre entità dotate di forte personalità che ne fanno a loro volta un complesso patchwork di autonomie. L’esempio più appropriato e complesso può essere dato dal Piemonte (la Patria Cita dal Piemont) che ha all’interno dei suoi attuali confini minoranze etnolinguistiche extrapadane (gli Occitani, i Brigaschi, i Franco-Provenzali, i Walser), forti presenze territoriali di padani non piemontesi (Lombardi occidentali e Liguri), una vecchia e gloriosa comunità religiosa valdese, oltre a numerose identità antichissime e negate dall’attuale ordinamento amministrativo (il Canavese, il Monferrato, la Valsesia, l’Ossola eccetera).Va da sé che tutte queste comunità vadano ricostruite sulla base delle loro antiche presenze e delle attuali vocazioni, ed è perciò ovvio che un movimento autonomista serio (in questo caso padanista e piemontesista) non possa non porre nei suoi programmi il riconoscimento amministrativo dell’esistenza di queste storiche comunità nelle quali vengano ripristinati gli antichi diritti di autonomia, e vengano difese e rafforzate tutte le manifestazioni di cultura identitaria locale, con speciale attenzione per il riconoscimento e l’impiego paritario delle lingue materne. Nella costruzione e nel funzionamento di questa nuova (ma antichissima) struttura organizzativa dovranno essere espressi in forma prioritaria l’efficienza della sussidiarietà, il legame organico identitario col territorio e le massime garanzie di libertà. Lo smantellamento della gabbia giacobina di Comuni, Provincie prefettizie e Regioni non può non essere obiettivo fondamentale di ogni movimento autonomista serio. Ogni Patria dovrà essere ricostruita su un complesso marchingegno istituzionale in grado di garantire i diritti di tutti. La somma di tutti questi marchingegni fa la Padania, la patria di tutte le autonomie, l’unione di tante diversità che stanno saldamente assieme proprio per difendere diversità, autonomie e libertà.
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

 

 
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