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  1. #1
    Qoelèt
    Ospite

    Predefinito L'ottimo poeta-teologo cattolico don Giovanni Costantini

    Cari amici,
    ieri per caso ho recuperato dalla libreria un “vecchio” libro di poesie religiose scritte dal mio caro ex professore di greco e latino del liceo,don Giovanni Costantini; di lui,ottimo conoscitore del mondo bizantino e serio poeta-teologo cattolico, conservo un affettuosissimo ricordo ;oggi ,pur nella diversità, colmo di rispetto…Vorrei farvi leggere di seguito alcune sue composizioni.



    Giovanni Costantini : è nato a Treviso (da famiglia vicentina,di Sandrigo) il 27 aprile 1936. Insegna attualmente al seminario diocesano di Vicenza. Di lui ha detto Raffaele Crovi: “Giovanni Costantini è il più grande poeta di oggi, un sacerdote che ha trasformato la teologia in poesia”. (Avvenire, 5 gennaio 1992)
    Il Costantini viene da una pienezza lontana,viene dal ceppo avo del cristianesimo di Aquileia:dai mosaici paleo-bizantini, attraversati però da una improvvisa dolcezza vicentina e dalla natura del “comico” e del “brio inspiegabile”.La sua poesia ha il sentimento dell’incommensurabilità dell’Icona: è polifonica,dotata di una molteplicità di strumentazioni, quasi contrastanti.Essa è culta e teologale;poi,quasi improvvisamente, si apre al minuetto,alla filastrocca, al dialetto;usa talora i sostantivi e gli aggettivi cari ai crepuscolari,ma del crepuscolarismo non ha l’anima triste e miope; trasfigura “le cose”,senza che esse perdano corporeità. Il grande vicentino è immaginoso; rupestre,icastico;toccato da una mite sontuosità che lampeggia fino alle porte regali, ai BLU di Santa Trinità:le stanze abissali e luminose (ma anche accattivanti) delle Tre persone, l’alta e dolce Dimora del loro rapporto d’Amore. La lingua non resta a sé,folgora,invece, adersa e caparbia con turiboli d’incenso vispi; talora esprime con maiuscole e spazi,apparentemente inopinati,la configurazione trinitaria.


    Oh Vergine Odighìtria!


    Madre di Dio e nostra, ti contempliamo nelle molte immagini con cui ti rappresenta la pietà delle cento nostre generazioni di cristiani. Tu sei l’Orante,con le braccia levate alla preghiera. La Chalcopràtia, che intercedi per noi presso il Signore. La Nicopèa,regina e gioia nostra. La Vergine Eleùsa o della Tenerezza,tutta materna e misericordiosa. E nella nostra Chiesa ti veneriamo in Vergine Odighìtria, noi ti baciamo Itria. Ieratica, seduta sul tuo trono. Là, col gesto solenne della mano, ad indicarci il Figlio che è la nostra Via…la Verità e la Vita.

    MADRE DI DIO

    Aleggia,oltre il bordo dell’aureola, la scritta di carbonchio.Riporta,in greco, il monogramma. A ri-velarci il Nome, che in sé racchiude gli altri innumerevoli: sei la Madre di Dio. L’aureola d’oro, il nimbo in cui ci appare il tuo volto ineffabile, ci dice che tu sei la Tuttasanta,la Panaghìa .
    Rosso fucato il manto,finemente lavorato, adombra il tuo legame col Signore, la maestà regale. E le tre stelle accese, oh Semprevergine: prima,durante e dopo quel Parto Unico. Sotto la veste s’intravvede azzurra, che sei la più celeste tra gli umani.
    Diritto il capo:ascolti il tuo bambino che è il Verbo dell’Eterno Padre, la Sapienza che muove il Santo Spirito. Il naso lungo e acuto e le narici fessure verso l’intimo:respiri il dialogare trinitario che da dentro ti fragra . La bocca stretta in urna di silenzio,perché tu serbi il tutto meditandolo in cuore. Le sopracciglia,leggermente elevate, e le pieghe tra loro,le ciglia arcuate e le pupille buie compongono il tuo sguardo che m’interroga: non è vago, ma tutto d’intenzione. Sembrano i grandi occhi,quelli notturni della contemplazione, il dilagare, quasi, dell’oceano interiore. Il tuo fissarmi lampeggia anche l’ansia dell’afflitta. Ma è già sicuro: Potenza a intercedere e io salvato. La spalla destra segue l’onda del Piccolo e con la mano ce lo sostieni tenera, Madre in fervore. L’altra spalla si eleva,fermamente, a sollevar la mano.Le dita lunghe e tese come frecce si slanciano in Gesù: ad indicarcelo come la Via,la Verità e la Vita.
    Tu sei una di noi,sei della nostra razza.Ma già coi tratti della donna nuova,che ci trascende,Donna dei Cieli.
    Tu sei la Theotòkos, la Madonna Odighìtria, oh Itria, Itria nostra!

    GESU’ FIGLIOLO, CRISTO VERBO, DIO!

    Piccolo nostro,sopra il tuo capo,là sul bordo del trono, in rosso fiamma, nel greco del Vangelo, il tuo Nome contratto: Gesù Cristo. E l’aureola crociata ti dice Salvatore. In essa incise le tre lettere,chiare ad indicarti: Colui che è,la tua Divinità, e ,infine, l’Uno della Trinità.
    Rossa affocata la tunica ti svela Sole senza declino,Oriente nostro. E nell’azzurro del mantello erompe il tuo Essere Eterno come il Padre. Quegli occhi molto aperti, a fior di pelle,radiano l’attenzione dell’amore,perché tu ci comprendi totalmente, ci trasmetti il segreto del tuo incarnarti. La bocca grande e piena:sei la Parola detta da sempre, il Verbo Creatore, il Logos che scandisce la storia nostra. Robusto il collo: t’inabita il soffiare dello Spirito,la potenza del Santo a darci forza. La mano destra di tre dita congiunte ci rivela il mistero trinitario e le altre due ti mostrano Dio fatto uomo, le due nature nell’unica persona. Ci benedici: è il gesto di Dio Padre e tu sei tutta la compiacenza sua e il Santo Spirito effondi su di noi. Ma l’altra mano,che posa sopra il braccio della Madre, domanda protezione e tenerezza, chiede consolazione…già i piedi si contraggono, ahi Crocifisso nostro!

    FIGLIOLO E MADRE INSIEME

    L’oro del fondo annuncia Dio che ci appare: una Teofania. Dalle divine profondità solari ecco tu, Madre, emergi e dal tuo grembo ad affiorarci il Figlio. Lo tra baleni al mondo: la luce eterna, Cristo Gesù. E figuri la Santa Madre Chiesa che Vergine ci genera in figlioli.
    Giocate coi colori. Dal tuo manto rubino alla veste di minio del Fanciullo. Dal suo manto zaffiro alla tua tunica di lapislazzuli. L’armonica unità del Creatore e della creatura, il tendersi reciproco tra Dio e l’umanità.
    Anche il Bambino t’indica: “Sono venuto al mondo per l’amoroso tramite di lei”. E tu d’ansia a ripeterci: “Figlioli, andiamo a lui, la Via che ci porta per sempre al Padre”. Anche senza fissarvi i vostri sguardi s’incrociano a congiungersi in ciascuno di noi. Gemete il folle amore di Dio per l’uomo, tutta la sua passione. E tu Madre di Lui a innamorarci e ci ha sedotti già…perdutamente. In una ninnananna, senza fine, tu me lo doni,ora che vi contemlo, fedele vostro. Pietà, nel grembo accogli i suoi piccoli piedi crocifissi. Ma già è risorto in quella destra sua d’Onnipotenza. E ti trasale su per la spalla destra ,Asceso che ti invortica nell’assunzione.
    Nostra Regina, Odighìtria alle Torri di Siòn, tu ce lo offri: Fratello e Guida Unica per questa buia valle delle lacrime. Adesso è l’ora della morte mia e così sia.

  2. #2
    Qoelèt
    Ospite

    Predefinito

    O Creatore

    1

    Già si leva lo struzzo.
    E l’ali batte,
    perché dai peso al vento.

    Rade le arene,
    oltre l’orizzonte.

    A spolvero di stelle
    coro in cielo
    perché io mi addormenti.

    Su quelle penne
    del nulla,
    la terra della sera
    sospesa tieni.

    A questo modo
    dal ventaglio buio
    di mia madre, fanciullo,
    sentivo dir di te.


    2

    L’ibis si snoda.
    Danza
    lo zigzag del fiume.

    Il becco a luna.
    La falce sulle ombre
    delle montagne.
    Al sud lontanissimo.

    Dove tu sciogli
    le Catene d’Orione .

    E le nuvole lucide
    si allentano.
    Tuoni librati:
    le acque lunghe
    della Creazione.

    Nilo che cresci,
    silenzio della piena.
    Mezzanotte tracimi,
    Ti la fecondità.


    3

    Nel tuo limo
    piantato:
    l’ippopotamo.
    Così sicuro!
    Calmo,
    fino a cibarsi
    di loti d’aria.
    E per l’ebbrezza
    gli occhi vespertini

    accendono
    le Pleiadi minute.

    E fili
    la Via Lattea,

    perché i miei piedi d’angelo
    dietro alle orme tue.


    4

    Il coccodrillo da quel sonno slungo
    si risveglia al tuo segno.
    In rossa iride.

    Specchio di rame:
    tramonto e firmamento.

    La tenebra sprofonda.
    E lampeggiano i vertici
    dell’universo
    che si espande in Te.

    Così io muoio,
    sognando Parusìa.
    L’aurora intenerita ceralacca
    e, in mezzo, il tuo sigillo.

    Punto di fuoco,
    Qoèl della mia carne,
    Sangue a inventarmi Eterno.



    Giobbe, contemplando un animale, è portato a una visione del cielo notturno e sperimenta Dio creatore.

  3. #3
    Qoelèt
    Ospite

    Predefinito

    Oh Trinità Tapina!

    1

    Di dove mai mi alita
    In-Per-Cettibile ?
    Per lo Spirito Santo!
    Sguarda un po’ che mi capita.

    Non si possono avere dubbi più:
    questo è l’Unico Senso nel quale tira il Vento
    Vero di nostra storia:solamente
    i poveri possiedono il Reame dei Cieli.

    E basta allora…lasciatemi mendico…
    Beatamente Evviva! Oh dalla Trinità
    Che Ciclone Macario al Capostorno
    E già rapito in giù.

    2

    Dalla Penuria come Madre mia
    io cresco abisso ruggine.

    Ed imparo a chiamarti
    Divino Abisso
    per amorosamente rapinarti.

    Così elemosinando
    te,Spirito,risalgo.
    Magnanimo ti dissipi,
    Santa Moneta
    Tra le mie dita e vortico precipite.


    3

    Laggiù quasi mi Sposa Inopia:
    verde del Verde le divento vuoto.

    Allora puoi distenderti su me
    Nube di Gloria che proprio non ti merito
    e per questo mi appiatto di letizia.

    Accattone di lode esalo a te
    Oh Verbo Verbo Eterno Figlio Prodigo
    Che mi trapassi il fianco.
    Tu l’Eco senza fine del mio Cuore
    Liquido e Svaporò.


    4

    Soltanto esiste,pressappoco, mia Figlia:
    Ultra Viola Indigenza il Nome suo. O niente?

    E di lì Creatore che mi Spiri:
    tua Ricompensa, Economo Infedele.
    Per me Ingiustificata.

    Per cui, bisogno tutto di Te Padre,
    Vengo a Dormirti in Seno:
    Figliolanza Pitocca.
    E della Vostra Trina Carità
    Io l’Assoluto Deficit Vi Sono.



    Lo Spirito Santo fa il povero beato. E per tre volte, sempre più profondamente, la Trinità si assimila il pitocco eternamente.

  4. #4
    Qoelèt
    Ospite

    Predefinito

    Io clown

    Mi tocco i limiti
    continua-mente.
    Proprio per questo
    un dentro di fiducia
    me soffia sul fischietto del possibile,
    anche se arrischio la ricaduta.


    Grave, un corpo mi tasto…
    di ferite bambine
    o cicatrici vecchie?
    La mascella ha l’accento del maschile,
    la bocca intonda in marca femminile:
    un circo di contrari il mio totale.

    Mi trovo intorno un frac .
    Lungo come la sera dell’inverno.
    E mi si slarga tanto che potrebbe
    Essere il divenire.
    Il freddo sfoga
    la rossità del naso.


    In digito una fragola di ghiaccio,
    con quell’affetto vergine
    che la trasforma in tiepida letizia.
    Mi cavo la pallina dalla bocca:
    così la tua Parola
    crea la terra nostra rotondamente.


    Non riesco, maldestro,
    i cordoni a infilarmi per le scarpe.
    Di dove esco
    in curve di stupende novità.
    Le sopracciglia
    di arrovesciate a U per meraviglia.


    Pur anco i loro giochi
    che m’impongono.
    Ma, mentre li manipolo,
    mi diventano altri.
    Così mi è già sgocciata
    la lagrima che pende.


    E ammicco sul tiranno,
    che, se mi sguarda,
    m’impietro o svuoto.
    O immobile o d’agilità
    trasgressivo io vivo tra parentesi
    (a lui impenetrabili).


    Così cretino fool
    cancello lieve
    le fasulle linee
    degli ordinari solamente umani.
    Di bocca aperta mimo
    Il Caos della Suprema Intelligenza.


    Dove mi sporgo, a tratti,
    goffo utopicamente.
    E cammino da idiota sulla corda,
    ma tranquillo così
    che inquieto
    gli altri sulla terra.


    Là su seduto,
    mi mangio la bombetta
    a pan di zucchero
    che sa proprio di Cielo.
    E in giù si aprono
    su queste prime risa della Festa.


    Dal suo intimo in fuori fino all’intero universo il clown mostra che il corpo è limite ma, proprio per questo, possibilità di un divenire sempre più pieno.

 

 

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