Non so proprio come siano riusciti ...


"Non so proprio come siano riusciti a fare una sentenza del genere. Tutti assolti. E' incredibile. Sulla strage davanti alla Questura di Milano ero stato preciso fin nei dettagli, come hanno fatto i giudici d'appello a ribaltare il giudizio di primo grado? Cosa vogliono dire, che Bertoli non era fascista e magari era veramente un anarchico individualista? Glielo ripetevano ogni giorno quel che doveva fare, Bertoli, quella è una strage nera, altrochè. Che vergogna quella sentenza".
Non va per il sottile Carlo Digilio, il pentito numero uno delle stragi, da quella di piazza Fontana a quella di Brescia, passando per la strage davanti alla Questura che si è conclusa con una raffica di assoluzioni. Cominciando da Carlo Maria Maggi, il medico della Giudecca:"Allora il dottore non c'entra nulla? Benissimo. Non era lui allora quello che veniva nell'appartamento di via Stella a Verona dove Gianfranco Bertoli era tenuto prigioniero. E non era nemmeno la sua fiamma del momento quella ragazza, di vent'anni più giovane di lui, che si portava dietro quando veniva a Verona, no?"

Questa è una novità. Guardi che Maggi ha sostenuto proprio questo e cioè di aver utilizzato qualche volta l'appartamento di via Stella, a Verona che lei ha indicato come la prigione di Gianfranco Bertoli, per motivi galanti. Esattamente ha dichiarato: "Devo precisare che in quell'appartamento mi sono fermato in due o tre occasioni, ogni volta una notte, per motivi sentimentali. Avevo una relazione con una donna e usai l'appartamento di via Stella come pied-à-terre". Ed escludeva di essere stato in quell'appartamento assieme a Bertoli."Rischia di aver ragione il caro dottore. Forse è riuscito a dire il falso dicendo la verità. Perchè lui veniva con una donna della Giudecca, che abitava vicino al Mulino Stucky. Una moretta, finta magra, di vent'anni più giovane. Sarà stata alta 1 metro e 68, un bel fisico, si chiamava Rita, Margherita, una cosa del genere, mi viene in mente Rita. Quando arrivava con lei, andavamo con Bertoli a mangiare nella trattoria sotto casa. Ecco perché dice che non è mai stato nell'appartamento quando c'era Bertoli. Tecnicamente potrebbe aver ragione, cioè quando era con la ragazza, nell'appartamento Bertoli non c'era. Però dentro quell'appartamento io visivamente me lo ricordo, Maggi, e c'era anche Bertoli".Il veneziano Gianfranco Bertoli, classe 1933, fu trattenuto per una settimana in quell'appartamento e convinto, a suon di promesse e minacce, bottiglie di whisky e schiaffoni, che doveva diventare un eroe. Possibile che l'uomo che ha buttato la bomba davanti alla questura di Milano fosse una persona così suggestionabile?"Come no? Un povero cane, era - dice Digilio che vive in una casa di riposo, sotto falso nome e, a distanza di tanti anni, ancora ha paura dei suoi ex camerati di Ordine nuovo - Me lo ricordo Bertoli. Mingherlino, bassetto, di fronte a Neami che invece era un armadio - Francesco Neami di Trieste era indicato da Digilio come carceriere di Bertoli, ma anche lui è stato assolto in Appello e quindi la sua figura e il suo ruolo in questo caso deve ritenersi completamente inventata da Digilio - Eh, certo, mi sarò inventato anche Neami, no? E anche Bertoli. Mi dispiace per i giudici, ma mi ricordo ancora quelle sue scarpettine. Basse, tipo mocassini, leggere. Quando gli dicevo che fuori pioveva e che era il caso di mettersi un paio di scarpe serie, mi diceva che aveva imparato in Israele ad usare quelle scarpe. Parlava sempre di Israele e ogni tanto parlava anche in israeliano, per quel che potevo capire io. Diceva che gli avevano promesso una quindicina di milioni per buttare la bomba e che gli servivano per sua sorella, ma io non gli ho mai creduto. Non so neanche se avesse una sorella, certo è che, se anche ce l'aveva, secondo me quei soldi dovevano andare a finire nelle tasche della sua donna. Altro che sorella! E non mi stupirei che fosse una israeliana o comunque una che viveva in Israele".Aveva proprio la fissa di Israele, Bertoli."Anche quando gli dicevano che doveva provare la mira per tirare la bomba, che doveva allenarsi, lui si arrabbiava perché diceva che in Israele aveva imparato benissimo, che ne aveva tirate di bombe, eccome contro i palestinesi. Ma adesso mi aspetto che da un momento all'altro salti fuori qualche giudice che dice che non è stato lui a buttare la bomba, che è stato un altro" - si arrabbia Digilio che non si dà pace di questa sentenza di assoluzione. "Significa che veramente Bertoli voleva vendicare Pinelli e per vendicare Pinelli ha ucciso quanti sono, 4 innocenti? Andiamo, ha fatto tutto da solo, niente complici, niente aiuti, niente mandanti. Ma quello non era nemmeno capace di aprirsi una bottiglia di whisky da solo".

Digilio fa un riferimento preciso a proposito della strage davanti alla Questura di Milano. Sia lui che Vincenzo Vinciguerra, un altro stragista, raccontano che Ordine Nuovo aveva deciso di vendicarsi di Rumor perché non aveva mantenuto la promessa di proclamare lo stato di emergenza all'indomani dello scoppio della bomba di piazza Fontana. Vinciguerra aveva detto di no alla proposta dei neofascisti veneziani e a quel punto era saltato fuori Bertoli, uno "malleabile"."Da piccolo era eccezionalmente mite. Molto più dei fratelli Pierantonio e Mimmo. Aveva orrore del sangue - racconterà suo padre Francesco, noto sarto veneziano - No, non era un bambino dalla personalità decisa, tutt'altro. Si lasciava influenzare fin troppo facilmente".Diagnosi di padre confermata nel 1960 da uno psichiatra, il professor Giovanni Fattovich il quale, nella perizia depositata presso la Pretura di Mestre in occasione dell'ennesimo furto messo a segno da Bertoli, scriveva: "Individuo socialmente pericoloso perché, date le sue condizioni mentali, è facilmente soggetto alla suggestione ed alla intimidazione () egli è capace di agire quasi esclusivamente sotto l'azione di cause esteriori ambientali, sotto l'altrui spinta". Evidentemente il padre di Gianfranco Bertoli e il prof. Fattovich non erano gli unici ad aver capito il futuro bombarolo. Una quindicina di milioni - più o meno 70 mila euro - e una settimana di lavaggio del cervello avevano creato le condizioni ottimali per l'attentato."Io l'ho visto solo durante quella settimana, mai prima né dopo. L'impressione che mi ha fatto era quella di un povero disgraziato che non riusciva a controllare nemmeno se stesso. Mi ricordo il tic nervoso che aveva, tirava il collo all'improvviso, girando la testa. E beveva come una spugna. Le bottiglie gliele portavano, ma era anche lui a chiederle. E quando arrivavano controllava la marca. Figuriamoci se uno così poteva andare da solo a Milano, trovare la Questura e buttare la bomba. Se mi dicono che Bertoli ha fatto tutto da solo, allora credo si possa dire chessò...?"Che Calabresi si è suicidato?"Eh, quasi".Maurizio Dianese