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  1. #1
    Hanno assassinato Calipari
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    Predefinito In ventimila contro i buoni scuola

    Un grande corteo a Venezia per dire no ad una falsa legge di diritto allo studio e sì al referendum di domenica.
    E per contestare una finanziaria che fa a pezzi l'istruzione

    In ventimila contro i buoni scuola

    Sabrina Deligia

    Sono scesi tra le calle in più di ventimila a Venezia: studenti, docenti e cittadini, ieri mattina hanno risposto in massa all'appello della rete veneta degli "studenti in movimento" e dell'Uds per contestare la legge regionale sui buoni scuola.

    Una grande manifestazione per dire "no" ad una falsa legge di diritto allo studio, e per invitare i cittadini veneti a votare "Sì" al referendum abrogativo di domenica prossima. Alcuni hanno sfilato in corteo distribuendo cioccolatini alla gente con la scritta «questo è buono». Altri sono scesi tra i canali di Venezia portando a spalla una bara. Una bara per dire a tutti che con i buoni scuola è venuto tristemente a mancare il signor "Diritto allo Studio". Poi "l'assedio" pacifista di palazzo Ferro-Fini: la sede del consiglio regionale è stata raggiunta lungo il Canal Grande dalle barche delle rappresentanze sindacali di base e dei Cobas che con altoparlanti, striscioni e fischietti hanno scandito la loro protesta «contro l'istruzione neoliberista». Contemporaneamente la sede del consiglio regionale è stata raggiunta da un corteo di studenti, accolti in Calle Larga 22 Marzo dai consiglieri regionali Mauro Tosi e Pietrangelo Pettenò di Rifondazione Comunista e dai colleghi Ds Claudio Rizzato, Adriana Costantini, Flavio Zanonato, Giovanni Gallo e Lucio Tiozzo. Il corteo è poi riconfluito nella manifestazione unitaria in campo Santa Margherita.

    «Denunciamo la gravità di una legge di diritto allo studio - spiega Marco Palma, coordinatore veneto dell'Uds - che in realtà favorisce soltanto coloro che frequentano gli istituti privati, mentre si dimentica del tutto degli studenti che frequentano la scuola pubblica». Non a caso, come sottolinea in una nota l'Unione degli Studenti, ai 25.000 studenti della scuola privata sono andati 15.108 buoni scuola pari a 17 miliardi e mezzo di lire, mentre gli studenti della scuola pubblica non possono usufruirne poiché la legge dice che chi non spende più di 300.000 lire (154.93 euro) per rette e tasse d'iscrizione non ne ha diritto.

    La contestazione si allarga ovviamente anche «agli inammissibili tagli alla scuola pubblica in finanziaria», la legge delega sulla riforma della scuola e la proposta di legge sul riordino degli organi collegiali.

    «I buoni scuola sono solo uno dei sintomi della ridefinizione generale del ruolo dell'istruzione pubblica nel senso di un'omologazione dei saperi alle logiche neoliberiste, sfondano le porte lasciate aperte dai governi di centrosinistra - scrivono nella loro adesione gli Studenti in movimento, i Giovani Comunisti, gli "Studenti Banditi" veneziani e i parlamentari Titti De Simone e Russo Spena - per questo il nostro no ai buoni scuola diviene un no generalizzato alle politiche neoliberiste globali e alla guerra permanente». Come ribadisce Claudia Pratelli, coordinatrice nazionale Uds: «Siamo scesi in piazza in modo pacifico ma soprattutto con contenuti pacifisti, perché non vogliamo nessuna altra guerra e perché crediamo in un altro mondo, un mondo senza guerra e senza violenza dove l'ingiustizia venga cancellata per sempre».

    A proposito di pace: i vescovi del Veneto invitano all'astensione in occasione del referendum regionale. Perché? «L'astensione consentirà di continuare il cammino riformatore appena iniziato con la "Legge Berlinguer'" (n.62/2000) e permetterà di approfondire ulteriormente, in modo propositivo e costruttivo, la discussione sulla concreta garanzia della libertà educativa delle famiglie» spiega monsignor Pietro Nonis, vescovo di Vicenza e delegato per la scuola e l'università. Monsignor Nonis ricorda, a nome dei vescovi, che un servizio scolastico pubblico formato da scuole statali e da scuole paritarie «è oggettivamente più rispondente al bene comune dei cittadini», per cui «la legge della regione Veneto costituisce una tappa importante, che può essere ulteriormente migliorata, verso la parità scolastica effettiva».

    •   Alt 

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  2. #2
    Hanno assassinato Calipari
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    Una legge a misura di disparità scolastica

    Il prossimo 6 ottobre i cittadini veneti saranno chiamati, per la prima volta in un referendum regionale, a esprimere direttamente il proprio parere sulla legge che, con l'attribuzione di buoni-scuola, avrebbe dovuto sostenere le famiglie per le spese connesse all'istruzione dei figli.

    Questa legge, ammettendo come spesa rimborsabile la retta d'iscrizione con una franchigia di £. 300.000 ma escludendo scuola materna, corsi di formazione professionale, corsi per adulti, mense, trasporti, libri di testo, si è rivelata (come era d'altronde nella volontà della maggioranza che ci governa e nella logica stessa del regolamento attuativo) fortemente ingiusta e lesiva di un reale diritto allo studio. Nel 2001, primo anno di attuazione, il finanziamento complessivo di poco più di nove milioni di euro è stato assegnato a oltre quindicimila studenti: un ottimo intervento per il diritto allo studio, a prima vista. Ma proprio i dati ufficiali diffusi della Regione Veneto ci chiariscono che il 98% di questi fondi sono andati a studenti delle scuole private: i 25.000 iscritti hanno ottenuto complessivamente 17,5 miliardi (una media di 700.000 lire ciascuno) con ben 15.108 buoni scuola assegnati; il 2% è andato a chi ha scelto scuole pubbliche: i 500.000 iscritti hanno ottenuto 180 milioni (una media di 360 lire a studente!) con solo 253 buoni assegnati a iscritti ad educandati o istituti alberghieri pubblici con tassa di iscrizione alta.

    Una sproporzione inaccettabile, con l'aggravante che i limiti di reddito previsti (fino a 90 milioni annui netti, più 10 milioni per ogni familiare a carico e 2,5 milioni se la casa è in affitto) hanno fatto sì che questa "legge truffa" abbia finanziato con il denaro pubblico in prevalenza famiglie benestanti: circa il 45% dei buoni sono andati a famiglie con redditi netti da 40 (+10) a 100 (+10) milioni l'anno. Insomma, è proprio il caso di dirlo: piove sul bagnato! Un ulteriore privilegio a favore dei redditi medio-alti, con palese discriminazione di chi sceglie l'istruzione pubblica, anche se appartenente a famiglie con reddito più basso, che pure spendono centinaia di migliaia di lire per i libri di testo.


    Davanti ai concreti effetti perversi di questa legge decine di migliaia di cittadini veneti, indignati per la "truffa", l'ingiustizia, il "broglio" compiuto solo per proteggere e incentivare l'istruzione privata, non hanno avuto alcuna difficoltà a firmare per il referendum abrogativo, al di là dell'appartenenza sociale o politica (alcuni hanno espressamente dichiarato di avere i figli alle scuole private o di essere elettori del centro destra). Cos'altro era possibile fare, di fronte alla protervia della maggioranza che si è rifiutata a qualunque cambiamento e qualsiasi aggiustamento del regolamento, se non chiederne l'abrogazione? Una scelta di semplice buon senso che ora rischia, però, di fallire di fronte alla mancanza di informazione.

    Il comitato promotore (Comitato Scuola e Costituzione, Rifondazione Comunista, Democratici di Sinistra, Verdi, Comunisti Italiani, Socialisti Democratici, Genitori Democratici, Comitato per la scuola della Repubblica, Cobas, Rdb-Cub, Area programmatica Cgil) non ha certo i mezzi per informare tutti i cittadini veneti della scadenza, e le istituzioni preposte non hanno attuato alcun tipo di informazione per mettere al corrente i cittadini del diritto/dovere di esprimere il proprio parere in merito.

    Anzi, il pesante silenzio disinformativo è ingigantito dagli appelli al non voto da parte del presidente della regione Veneto, dei partiti di maggioranza e da settori della gerarchia ecclesiastica con l'obiettivo di far saltare il quorum necessario per la validità della consultazione popolare. Addirittura, il consiglio regionale ha respinto la richiesta dei gruppi di opposizione (Rc, Ds, Sdi e Margherita che, pur favorevole alla legge, ritiene "sperequato" il risultato e sbagliato l'appello a non votare) di rivolgere un appello alle istituzioni e ai media regionali e nazionali perché informino i cittadini e agli elettori perché esercitino il loro diritto democratico recandosi alle urne.


    In un referendum abrogativo, chi condivide la legge che si intende abrogare ha, ovviamente, il diritto di esprimere la propria posizione anche non andando a votare, ma la Regione ha il dovere istituzionale di informare, affinché ogni cittadino possa decidere con cognizione di causa se andare a votare o no, se votare sì o votare no. Il presidente della giunta regionale, che come privato cittadino può comportarsi come meglio ritiene, rappresenta la regione (il referendum è stato indetto con la sua firma) e tutti i cittadini del Veneto, anche quelli che la pensano diversamente da lui: è quindi assolutamente inammissibile che abbia invitato all'astensione usando le istituzioni democratiche come strumento di potere e disinformazione: molti cittadini nemmeno sanno che si tiene un referendum (quanti si sono stupiti nel vedere spuntare i tabelloni elettorali, senza sapere il perché!) e su che cosa.


    Ancora una volta nella maggioranza di centro-destra che governa la nostra regione prevale la logica di vincere con qualsiasi mezzo, anche utilizzando scorrettamente il proprio ruolo istituzionale; la maggioranza si è sottratta al confronto con l'opposizione sul merito (non siamo riusciti ad organizzare un solo dibattito di confronto con la parte avversa in tutta la campagna elettorale!), scegliendo la via meno impegnativa e politicamente rozza di ignorare il referendum affinché non se ne parli e fallisca.

    Allo stesso modo lascia stupefatti e amareggiati l'atteggiamento del vescovo di Vicenza che, così come organi di informazione cattolici, e altri appartenenti alle gerarchie, «confida nell'astensionismo» per vanificare il referendum. E' sempre preoccupante che la Chiesa cattolica ingerisca direttamente e pesantemente nelle competizioni elettorali di uno Stato laico e sovrano, ma questa volta addirittura un'istituzione religiosa che gode nel nostro Paese della massima libertà, autonomia e rispetto si permette di incitare i cittadini ad astenersi da quello che lo Statuto della Regione Veneto prevede come strumento massimo di democrazia e di partecipazione popolare. Il referendum del 6 ottobre, il primo nella storia della nostra regione, rappresenta, al di là del merito della legge che intende abrogare, un'espressione importante di partecipazione democratica che tutte le forze politiche e sociali, anche la Chiesa, dovrebbero sentire il dovere di sostenere (anche, ovviamente, invitando a respingere l'abrogazione della legge votando No). Ma sostenere la disinformazione e il disimpegno per fini di parte, intralciando l'ordinato svolgimento degli istituti partecipativi volti a garantire la convivenza civile, è una posizione anomala che non può che preoccupare quanti credono nei valori e nella forme della vita democratica e nel rispetto dei diversi ambiti e prerogative. Il fatto che chi detiene il potere civile e morale preferisca cittadini disinformati e irresponsabilmente si sottragga al confronto, anche aspro, sui contenuti del referendum è francamente un segnale ancora più preoccupante della legge-truffa sui buoni scuola: è un episodio gravissimo nella vita della nostra democrazia. partecipare al voto il prossimo 6 ottobre, significa preoccuparsi anche di questo.

  3. #3
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    Predefinito Anche Liguria e Sicilia mobilitate

    Anche Liguria e Sicilia mobilitate

    Lo scenario veneto si ripeterà nei mesi prossimi in Liguria dove sono state consegnate 63mila firme (ne bastavano 50mila e, in proporzione è come se ne fossero state raccolte 2 milioni e mezzo in tutta Italia) per un analogo referendum.

    L'idea è partita dal forum saperi del Gsf con l'adesione del Prc, della sinistra, di Cgil, Cobas, Arci e altri all'indomani sconfinamento festoso degli studenti (sui quali pende una trentina di denunce) nel consiglio regionale che a marzo approvò la legge. Ora l'attenzione del comitato si concentrerà sull'elaborazione di proposte alternative e contro eventuali trucchi della Casa delle libertà che vorrebbe occultare i buoni in un decreto legge ad hoc.

    Anche in Liguria, nessun alunno delle scuole pubbliche è riuscito ad accedere al buono che è finito interamente nelle tasche degli allievi delle private (meno del 12% del totale compresi gli iscritti alle scuole materne).

    Anche in Sicilia l'anno scolastico è iniziato con contestazioni diffuse ai buoni scuola del locale governatorato della Cdl e con l'occupazione a Palermo addirittura di una scuola privata, la Di Rudini, da parte di un centinaio di giovani comunisti e di studenti dei collettivi. Si è trattato di un gesto simbolico di dissenso per una legge regionale (120 miliardi per le private e solo 40 per il diritto allo studio nelle scuole pubbliche) varata prima dell'inizio della scuola onde evitare il dissenso degli esclusi.

  4. #4
    Hanno assassinato Calipari
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    «Aiutatemi a comprare i libri»

    «Ho 11 anni e non posso andare a scuola perché i miei genitori non hanno i soldi per comprare i libri». La telefonata è giunta qualche giorno fa alla questura di Cosenza, dove la famiglia della bambina vive in condizioni di indigenza. Fatto rapporto, tutti i poliziotti si sono tassati per acquistare i libri che sono stati consegnati ieri.


  5. #5
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    e le nostre leggi non offrono alcuno spunto per mandare qualcuno in galera???
    che Vergogna!!!!!
    se l'europa non cambia sistema conviene andarsene...altrimenti ci ridurrà come e peggio della grecia.

  6. #6
    Hanno assassinato Calipari
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    damps, qui ^ in alto c'è un bottoncino con scritto IMG. Cliccalo e voilà

    Grazie per l'immagine.

    Visto il clima, il Polo si staa facendo la pupù sotto, sembra che (forse) il quorum venga raggiunto :P

 

 

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