PER UN NUOVO SOGGETTO POLITICO

Fausto Bertinotti

Ci sono diversi modi di discutere il tema del domani dell’Europa e del ruolo delle sinistre ma, essenzialmente, essi sono riducibili a due. Il primo risponde alla domanda ‘Quale Europa proporsi dopo l’euro?’ ed esamina, in questo quadro, il ruolo delle sinistre. Il secondo, invece, prova a dire: ‘Qual è la sfida oggi per le sinistre?’ ed esamina a partire da questa il destino dell’Europa.
Sono due approcci differenti che portano a differenti conseguenze. L’insegnamento femminista ci suggerisce di partire da sé. In ogni caso affronterò la questione da questo secondo punto di vista soprattutto perché è più diretto e perché penso che oggi un’Europa autonoma e portatrice di un originale modello sociale è possibile solo se c’è una rinascita politica delle sinistre. La prima dipende ormai dalla seconda.
La tesi che vorrei proporre è radicale. Penso che tutti i paesi europei vivano una vera e propria crisi della politica e, in essa, delle sinistre e che, di conseguenza, questo sia il tempo della rifondazione della politica e non semplicemente di qualche suo aggiustamento o correzione. Penso, inoltre, che in questo processo di rifondazione, la dimensione europea sia assolutamente necessaria. In poche parole ritengo che non possa esserci Europa senza rifondazione della sinistra e non c’è rifondazione della sinistra – e futuro – se non in una dimensione europea.
Fine del Novecento Da dove possiamo partire? Dobbiamo partire dalla convinzione che sia finito il Novecento, il secolo lungo o breve a seconda di come lo si voglia considerare. Il mondo in cui viviamo è attraversato da un contrasto di fondo tra la globalizzazione capitalistica e la nascita contro di essa di un movimento mondiale. Sia la prima che il secondo ci dicono che siamo in una fase sociale, politica, economica e culturale oltre il Novecento. Le stesse elezioni francesi – che non sono un’anomalia ma rientrano pienamente nelle più generali e gravi tendenze europee – ci parlano della fine del Novecento anche sul terreno della democrazia rappresentativa. Noi viviamo oggi in un’Europa in cui i cittadini si sentono senza Stato, cioè senza quella sicurezza, protezione e tutela che ognuno pensava di ricavare dall’appartenenza al proprio paese. E viviamo una situazione in cui gli operai – intendendo per questo tutto il mondo del lavoro – si sentono senza partito, cioè senza quella appartenenza che lega la propria condizione sociale al proprio destino politico. In una condizione in cui i cittadini sono senza Stato e gli operai senza partiti la rifondazione della politica è necessaria e urgente.
Da dove ricominciamo per questa rifondazione? Ci sono due livelli di analisi. Il primo affronta l’analisi del ciclo lungo della rivoluzione capitalistica in corso, il secondo l’analisi del ciclo breve della crisi della politica oggi in Europa.
Cominciamo dal primo. La caratteristica principale di questa rivoluzione capitalistica che chiamiamo globalizzazione è inequivoca e drammatica. Per la prima volta nella storia della modernità l’innovazione si è separata dal progresso sociale. Mentre nel ciclo capitalistico fordista-keynesiano, nel mondo diviso in due blocchi dopo la vittoria del nazifascismo, è stato possibile, attraverso lo sviluppo della democrazia, l’innovazione e il progresso sociale, oggi la globalizzazione tende a separarle e, dunque, a configurarsi come socialmente regressiva. Una modernizzazione senza e contro la modernità che mercifica ogni rapporto, rende il mercato dominante su ogni relazione umana e assolutizza la competizione fra le merci. Le condizioni dei lavoratori, della natura e degli esseri umani, uomini e donne, tendono a essere ridotte a variabili dipendenti del meccanismo di accumulazione.
Questa globalizzazione è, a sua volta, già entrata in crisi. Aveva preteso di inglobare tutto il mondo nell’Occidente e ha prodotto guerra e terrorismo. Aveva preteso, attraverso la new economy, lo sviluppo ininterrotto dell’economia e ha generato crisi (ricordo l’Argentina, ma si possono fare molti esempi che riguardano sia i paesi che i diversi settori dell’economia, che i cicli). Aveva preteso di eliminare il lavoro e ha raggiunto il risultato di una crisi acuta della coesione sociale e di un lavoro sempre più precario e incerto. La crisi della globalizzazione ha generato instabilità in ogni relazione (economica, statuale, tra le persone, tra le classi). A questa le classi dirigenti rispondono con una accentuazione della competitività nell’economia e con l’assunzione della guerra come elemento stabile nel panorama delle relazioni internazionali. È una tendenza che logora la democrazia, la sovranità, la statualità. E mette in crisi lo Stato nazionale, cioè il cuore della politica del Novecento.
Lo Stato nazione nel secolo scorso è stato soggetto dei processi di colonizzazione e di una organizzazione imperialistica del mondo, ma è stato usato anche in direzione contraria. Nello Stato nazione sono nate le vie nazionali al socialismo, l’esperienza perdente e drammatica del socialismo in un solo paese, ma anche quella della democrazia di massa. Allo Stato nazionale sono state legate le esperienze di riformismo nazionale o di area. Penso al socialismo nordico, alla socialdemocrazia tedesca, al laburismo inglese; penso al socialismo e ai comunismi mediterranei e alla straordinaria esperienza di espansione della democrazia che si è realizzata negli anni settanta. Anche la crisi dello Stato nazione nella globalizzazione capitalistica pone la necessità della rifondazione della politica, cioè della ricerca del nuovo soggetto della trasformazione e delle nuove forme di organizzazione politica in un rapporto tra il potere e la trasformazione sociale. Pone, insomma, la necessità della ricerca di una nuova statualità perché la democrazia non deperisca e non scompaia.
Il nuovo conflitto di classe L’Europa, per la storia delle sue culture, e per ciò che resta di un modello sociale non totalmente liberistico, è il naturale luogo di interlocuzione col nuovo movimento di critica alla globalizzazione. Da questo stesso movimento viene tuttavia un’altra domanda di rifondazione. Al suo interno, è riconoscibile nel pluralismo e nella diversità, un nuovo segno di classe. La crescita del movimento no global in Italia, si è intrecciata con la rinascita del conflitto di classe dopo vent’anni di tregua sociale subita e imposta. Possiamo dire che essa è in larga misura il prodotto della fertilizzazione politica operata dal movimento nel profondo delle soggettività. In Europa si può far vivere il contrasto tra questo movimento allo stato nascente, il suo pluralismo e i suoi connotati classisti e la seconda fase della globalizzazione, la globalizzazione della crisi. Questo scontro decisivo per il nostro futuro, non può produrre alcuna alternativa di società senza un nuovo progetto politico delle sinistre. Non solo crisi della politica da un lato, ma anche, dall’altro, i problemi irrisolti che il movimento ora incontra ci conducono a questa consapevolezza.
Anche l’analisi del ciclo breve della politica in Europa porta alla stessa conclusione. Le destre tornano al governo sospinte proprio da questo processo di globalizzazione, ma la loro fisionomia è diversa dal passato. La novità è nel nuovo rapporto tra le culture neoliberiste e le culture populiste. Queste destre non sono in grado di organizzare un reale consenso senza il contributo dei populismi. Si avvalgono di essi o unendosi e coinvolgendoli nella esperienza di governo (l’esperienza di Berlusconi in Italia), in una fusione che ha un impianto aggressivo e totalmente inedito. Oppure rimanendone separata in nome dei valori repubblicani, ma facendosene forza nella società, come nell’esperienza francese. Comunque sarebbe sbagliato parlare di queste forze come se la loro caratteristica e il loro impianto fossero quelli dell’antico fascismo. Non dobbiamo prendere lucciole per lanterne, e considerare antichi i fenomeni generati da questa modernizzazione di cui costituiscono l’aspetto più inquietante. Esse sono minacciose per la democrazia, in quanto modernissime, cioè connesse organicamente a questa globalizzazione capitalistica di cui rappresentano una faccia. Se la guerra è sospinta sulla scena mondiale dal nucleo di fondo della globalizzazione capitalistica, questo stesso sospinge, attraverso il populismo a livello locale, a una sorta di guerra civile molecolare. È una crisi di civiltà Ma le destre hanno fatto tutto da sole? Penso di no. Penso che a questo approdo si sia arrivati anche in seguito al fallimento dell’ultima stagione riformista, cioè delle politiche che, in senso lato, possiamo chiamare di centro-sinistra. Da Clinton a D’Alema, queste ipotesi hanno portato a un aggravamento della crisi della coesione sociale. Anche laddove si sono presentate nella forma più dignitosa e più interessante, come in Francia, non hanno potuto sfuggire a questo destino. I compromessi con la globalizzazione capitalistica non vengono riconosciuti dalle popolazioni come istanze riformatrici; quelle politiche sono diventate così concausa della crisi della coesione sociale e della crisi di un rapporto di appartenenza con le formazioni politiche di sinistra. La sinistra si omologa e si divide; la frantumazione non è la causa della sua sconfitta bensì l’effetto di questa collocazione. Per questo, la rifondazione della politica in Europa deve cominciare fuori da questo quadro, fuori cioè dal quadro dell’alternanza, e nella ricostruzione di un’alternativa di società che investa l’intera Europa.
Il soggetto della sinistra alternativa europea La nascita di un soggetto unitario e plurale, di una sinistra di alternativa europea è quindi necessario e urgente. Senza di esso le sinistre europee rischiano la scomparsa e lo stesso movimento anti-globalizzazione rischia di restare impigliato in un esodo dalla politica piuttosto che contribuire, come era nelle sue domande, alla rifondazione della politica. La nascita di un nuovo soggetto è urgente davanti alla crisi irreparabile del centro-sinistra e alla precipitazione dell’offensiva delle nuove destre. Ma anche di fronte alla crescita dei movimenti, del movimento di critica alla globalizzazione e alla rinascita in tutta Europa del conflitto sociale. Il movimento ha, peraltro, un nuovo, complesso problema dinnanzi a sé. È il problema dell’efficacia del suo agire, cioè della continuità e dell’articolazione dell’azione collettiva. La crescita del movimento e la costruzione della sinistra alternativa diventano due facce della stessa medaglia. Per costruire questa sinistra, non bisogna chiedere alle diverse forze politiche che si candidano ‘Da dove venite?’. Questa domanda è fuorviante e distruttiva. Bisogna invece chiedersi reciprocamente come ci collochiamo in questo nuovo scontro e dove vogliamo andare. Il rapporto con il movimento antiglobalizzazione nel mondo e in Europa è il fattore costitutivo di un progetto che deve assumere le sue due discriminanti politiche-programmatiche: il rifiuto sistematico della guerra e del terrorismo e il rifiuto altrettanto sistematico delle politiche neoliberistiche, con l’individuazione di ‘un altro mondo possibile’, ‘altro’ da quello della globalizzazione capitalistica in corso.
L’Europa che vogliamo può crescere solo con questo nuovo avvio, con la nascita di una nuova soggettività politica europea di sinistra. Se non c’è un’inversione di tendenza su questo terreno, se l’Europa rimane prigioniera del suo atto di nascita, cioè di Maastricht, i partiti della sinistra di alternativa malgrado le loro giuste aspirazioni, restano prigionieri di una contraddizione drammatica. Quella di un’Europa che registra una capacità attrattiva verso gli Stati ma è respinta dalle popolazioni. E che, di conseguenza, non può che avere caratteristiche tecnocratiche essendo la democrazia, cioè il consenso e la partecipazione popolare, non raggiungibili per la via di un modello sociale sostanzialmente neoliberale e imitativo di quello nordamericano. Tra Europa e costruzione di una soggettività politica della sinistra alternativa c’è una precisa relazione di reciprocità.
In autunno ci sarà in Italia la convocazione del Forum sociale europeo sulla base dell’impegno di Porto Alegre. Sarebbe delittuoso che le forze della sinistra alternativa europea arrivassero nello stato in cui sono. Esse devono offrire, senza arroganze e in una creativa autonomia, al Social Forum europeo l’avvio di un processo di costruzione di un nuovo soggetto politico della sinistra di alternativa. Esse dovrebbero lavorare per costruire questo soggetto con iniziative comuni, con comuni riflessioni politiche. E costruire forme di coordinamento politico a livello europeo. Questa condizione è persino matura. Ci sono elementi simbolici che ce lo indicano. Uno di questi è lo sciopero generale che non casualmente è attuale dopo una stagione di oblio, in molti paesi europei, dall’Italia alla Spagna. Il fatto che oggi non possiamo, invece, ancora, pensare a uno sciopero europeo è indicativo di uno scarto tra la realtà, la domanda dei soggetti sociali a cui facciamo riferimento e la nostra capacità di risposta. È questa la distanza che va colmata. Ogni rinvio diventa una colpa.

La Rivista del Manifesto, luglio-agosto 2002
http://www.larivistadelmanifesto.it