Parla Di Stefano, l’avvocato di Slobodan Milosevic
di Mauro Bottarelli

ROMA - La vicenda Telekom Serbia, che oggi tornerà alla ribalta con le audizioni dei giudici torinesi presso la Commissione d’inchiesta, non smette mai di stupire. Ogni giorno, quasi per uno strano scherzo del destino, compare un nuovo nome, una nuova pista, un nuovo rivolo carsico dentro il quale ci si perde salvo poi incontrarne un altro e tornare dall’inizio. Molte cose sono state scritte, molte dette. Molte altre taciute, come ad esempio le dichiarazioni rilasciate l’8 giugno scorso a Raffaele Sardo, direttore responsabile del sito di news-on-line Lo Spettro, da Giovanni Di Stefano. Chi è costui? Quarantasette anni, molisano, vive a Londra dove fa l’avvocato e l’uomo d’affari. Affari soprattutto nella ex Yugoslavia, dove dal 1992 ha quasi sempre vissuto e ha svolto il ruolo di “consigliere” e socio in affari di Zeljko Raznatovic, meglio conosciuto con il nome di battaglia di Arkan, il comandante delle “Tigri”. Ma è anche uno degli avvocati di Slobodan Milosevic, alla sbarra per crimini di guerra al tribunale Penale Internazionale dell’Aja. Da sempre personaggio che si muove dietro le quinte, Di Stefano in quell’intervista esclusiva, parlò dei suoi rapporti con Milosevic e Arkan e rilasciò dichiarazioni importanti anche sulla vicenda Telekom Serbia. Vediamo un po’ cosa disse? «Ho fatto già molte dichiarazioni in merito a questa vicenda (Telekom Serbia, ndr). Una cosa è sicura: che il presidente della Repubblica, Scalfaro, era a conoscenza di tutta la vicenda; Dini era più di altri a conoscenza e Piero Fassino era anche lui a conoscenza. Milosevic voleva fare una richiesta formale al presidente Scalfaro per un annuncio pubblico dell’operazione. Non conoscevano il numero di fax del Quirinale. E così ho procurato il numero di fax e abbiamo spedito una richiesta al presidente Scalfaro per invitarlo a presentare pubblicamente questa operazione. Non so cosa sia successo dopo. Dini era a conoscenza di tutti i dettagli tramite la nostra ambasciata a Belgrado». Avete capito bene. Stando alle dichiarazioni di Di Stefano il presidente Scalfaro, lo stesso che nei giorni scorsi ha recitato la parte del moralista e del difensore della democrazia dopo lo sfogo di Berlusconi al Senato, avrebbe saputo tutto della vicenda. Così come l’ex ministro degli Esteri, Dini e l’ex sottosegretario della Farnesina, l’attuale segretario dei Ds Piero Fassino. Chi teneva informato quest’ultimo di tutti i dettagli? L’ambasciata italiana a Belgrado, retta da quel Francesco Bascone che scrisse un’eloquentissima lettera a riguardo a Fassino elencandogli tutti i “contro” dell’operazione e rendendogli noto il malumore dell’opposizione democratica serba. Ma Fassino nega: nega i contenuti della lettera, la lettera stessa e quant’altro. Andiamo avanti.
Quando Raffaele Sardo ricordò a Di Stefano che riguardo a quell’operazione si era parlato di tangenti, questa fu la risposta. «Questa è una stronzata. Non esistono tangenti. La Commissione pagata era di 5 milioni di dollari per la Natwest Capital Market che era la banca intermediaria in cui Douglas Hurd, ex ministro degli esteri inglese, è il direttore e dirigente. So che ora gli inglesi mi odieranno di più per aver riferito pubblicamente queste informazioni, ma non posso farci niente. E’ la verità. Non è andata avanti la presentazione ufficiale con Scalfaro e Dini, perché la notizia dell’operazione con la banca NatWest, è stata resa pubblica su tutti i giornali internazionali. Oggi la Telekom Italia ha ancora un debito di 100 miliardi circa di vecchie lire. L’Italia ha fatto anche un grande affare con quell’operazione. Per un bel po’ di tempo c’erano i dirigenti italiani lì a Belgrado. Non è che hanno dato solo i soldi e hanno fatto un’apparizione, hanno lavorato. L’errore che hanno commesso i dirigente serbi è che hanno coinvolto la Bulgaria che non era consistente come l’Italia e la Grecia come tecnologia. E lì sicuramente ci saranno state tangenti, ma non per l’Italia. Poi è stato sostituito il direttore di Telekom Serbia e hanno messo un altro». Capito, i dirigenti italiani sono stati parecchio tempo a Belgrado, «a lavorare»: l’unico errore, per Di Stefano, fu compiuto da serbi coinvolgendo la Bulgaria. Quando Sardo ricorda a Di Stefano che i soldi dell’operazione sono serviti a finanziare Milosevic per altri fini, ecco la risposta. «Mica c’era una condizione sul contratto. Se io do i soldi al Ruanda poi loro ne possono fare quello che vogliono. Così diceva anche Yeltsin. La banca mondiale ci dà i soldi in Russia, poi decidiamo noi cosa fare. Se io voglio farmi dei palazzi sono affari miei. Mi avete fatto il finanziamento? C’erano le condizioni? Sul contratto che ho visto io non c’era alcun patto che i soldi dovevano essere per forza utilizzati in un certo modo». Già, il contratto. Che Di Stefano sembra aver visto e dal quale mancano quattro pagine: o meglio, quattro pagine erano rimaste volutamente bianche. Quanti misteri dovranno ancora emergere prima che si possa fare chiarezza? Scalfaro sapeva? Doveva fare l’annuncio congiunto con Milosevic oppure no? Dini sapeva? Oppure la sua strenua difesa, con tanto di accuse alla Cia, è veritiera? E Fassino, per quanto potrà ancora smentire i contenuti della lettera dell’ambasciatore Bascone e quindi la sua conoscenza approfondita del caso? Forse è il caso che la Commissione d’inchiesta chieda di sentire queste persone, prima che un nuovo attacco congiunto a mezzo stampa affossi definitivamente il suo lavoro.