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    Predefinito 5850 omicidi l'anno nella sola Rio,un tasso di morte violenta superiore...

    ...a quello della Palestina.
    Enjoy con il Brasile multietnico!



    Il dolce Brasile sogna la tolleranza zero

    Gli elettori chiedono più sicurezza. Domani a Rio l’esercito difenderà i seggi dai narcos


    RIO DE JANEIRO - Non c'è solo il dubbio sul secondo turno, cioè se Lula diventerà presidente del Brasile subito o sarà costretto al ballottaggio con uno dei suoi tre avversari. A Rio de Janeiro, i carioca si chiedono se la cidade maravilhosa , nelle cartoline sempre baciata dal sole e dall'allegria, si trasformerà domani in una Medellin o una Palermo tropicale, con le mani della criminalità organizzata allungate sul voto democratico. All'ombra del Pan di Zucchero è arrivato l'esercito. Il governo di Brasilia ha detto sì alla richiesta delle autorità locali di schierare truppe armate per sorvegliare strade e seggi elettorali, in una città ancora sotto choc dopo gli avvenimenti dei giorni scorsi. La tentazione del «potere parallelo» - come è conosciuta la cupola del traffico di droga che controlla vaste fette di territorio - di sfidare nuovamente lo Stato in un giorno chiave per la democrazia è molto forte. Saranno 11.000 gli uomini di esercito, marina e aeronautica dislocati in città per tentare di sventare una eventuale azione di disturbo delle elezioni.
    Lunedì scorso, 30 settembre, un giorno feriale qualunque, la metropoli ha vissuto dodici ore da incubo. In quaranta quartieri, dai più poveri fino alle strade eleganti di Ipanema, gruppi di banditi hanno imposto la loro legge, ordinando una gigantesca serrata delle attività. Migliaia di negozi hanno abbassato le saracinesche, 250 scuole non hanno funzionato, 2.000 autobus non sono usciti dai garage, 800.000 persone non sono potute andare a lavorare.
    Le immagini catturate alle tre del pomeriggio mostravano strade deserte, da finale dei Mondiali. Questo senza nemmeno una goccia di sangue, solo attraverso il potere di coercizione del narcotraffico e la paura diffusa dei cittadini. Il lunedì nero di Rio, si dà per certo, è stato voluto dalla mafia del Comando Vermelho (comando rosso) e dal suo capo Fernandinho Beira-Mar. Quella di forzare la chiusura nei negozi prossimi alle favelas per manifestare lutto o protesta è una vecchia abitudine dei narcos carioca. Mai però erano arrivati a paralizzare la città intera.
    I servizi segreti, nei giorni scorsi, hanno intercettato l'intenzione delle gang di boicottare il voto in alcuni seggi. Nulla di politico, ancora una volta. I narcos di Rio, a differenza dei loro colleghi in altri Paesi del mondo, raramente hanno interesse a eleggere propri candidati o a fermarne altri. E' una pura sfida di potere. In questi giorni la protesta è contro il carcere duro di Fernandinho e di altri boss del Comando Vermelho.
    Fino a qualche settimana fa, prima dell'irrigidimento della governatrice di Rio, Benedita da Silva, i narcotrafficanti controllavano tranquillamente i loro territori da dietro le sbarre, grazie all'uso massiccio di telefoni cellulari e complici. Poi il governo ha dato segnali di voler fare sul serio e Fernandinho ha accettato la sfida, togliendosi più di una soddisfazione dalla sua cella di nove metri quadrati, ufficialmente vigilato con una telecamera giorno e notte.
    E' un altro segnale delle contraddizioni di questo grande Paese, ricco e miserabile, moderno e medioevale allo stesso tempo. Mentre Rio viveva una ordinaria notte di violenza e paura, di esecuzioni e regolamenti di conti tra i trafficanti (con 5.850 omicidi in un anno, la media è di sedici morti al giorno) un lungo e civile dibattito tra i quattro candidati alla presidenza ha chiuso la campagna elettorale. Grandi discorsi su temi concreti, molto contenuto e poco spettacolo. Sembra che oltre quaranta milioni di brasiliani siano rimasti incollati alla tv, a seguire discorsi che in democrazie definite più mature apparirebbero terribilmente noiosi. Gli indecisi, che pare siano ancora il 15%, sono anche bombardati da ore e ore di «orario elettorale gratuito», un'altra istituzione tutta brasiliana, che prevede l'assoluta «par condicio» per i candidati, in spazi tv e radio trasmessi obbligatoriamente dalle emittenti. Il dibattito finale non dovrebbe provocare terremoti nelle intenzioni di voto. Luis Inacio da Silva detto «Lula», che continua ampiamente isolato in testa ai sondaggi, gioca a convincere gli ultimi incerti per tentare di chiudere la partita al primo turno. Gli ultimi suoi programmi sono indirizzati soprattutto alle donne, la fetta maggioritaria dell’elettorato nella quale è tradizionalmente debole. Nelle ore finali la sua campagna ha messo in campo Chico Buarque, lo schivo musicista dagli occhi azzurri, adorato dalle brasiliane di tutte le età.
    Nel faccia a faccia con i suoi avversari, Lula è apparso tranquillo e a tratti supponente, ma non ha subito gli attacchi violenti che qualcuno si aspettava. D'altronde, nelle scorse settimane, erano caduti nel vuoto tutti i tentativi di José Serra di screditare l'ex operaio metalmeccanico sulla base del suo povero curriculum scolastico e dei suoi passati rivoluzionari. L'elettorato brasiliano appare poco sensibile, quest'anno, ai temi che nelle scorse campagne hanno sempre impedito l'ascesa alla presidenza del Partito dei lavoratori e sembra orientato a «dare una chance» a Lula, non foss'altro per la sua tenacia. A Rio e in altre città, poco importa quante volte Lula è andato a trovare Fidel Castro.
    La gente si domanda quando arriverà finalmente il giorno in cui si potrà uscire di casa tranquilli, quando il tasso di morte violenta a Rio non sarà più superiore a quello in Palestina o non ci saranno 6.000 minorenni assoldati dal narcotraffico. O quando i bambini non dovranno più liberare in cielo gli aquiloni, in cima alla favela, soltanto per avvertire i capi che sta arrivando la polizia.

    •   Alt 

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    Il Brasile della ricchezza divisa

    E' il paese delle disuguaglianze: 40 milioni di poveri, e ricchezza distribuita al 10% del Paese. Ecco perché uno dei temi principali è la sicurezza. Fotografia di una nazione, sull'orlo di una crisi di nervi.
    di m. cor.

    RIO DE JANEIRO - Quaranta milioni di poveri. Il 10% della popolazione più benestante possiede 30 volte più ricchezza del 40% dei più poveri. Il Brasile è il Paese delle disuguaglianze. Non sono soltanto gli indicatori economici a dimostrarlo.

    A San Paolo, la città delle favelas ammassate l’una sull’altra come sardine, circolano oltre 10.000 auto blindate: non è un particolare di poco conto. E’ il segnale della divisione, della paura delle classi ricche (in un Paese in cui uno stipendio mensile di 700 euro classifica già un cittadino in “serie A”), dell’insicurezza cittadina. Ci sono “quartieri rifugio” - a San Paolo come a Rio de Janeiro- in cui le famiglie benestanti vivono come in gabbia. Nei “recinti” c’è di tutto: dalla scuola elementare al campo di calcio per i ragazzi. Non c’è bisogno di uscire, soprattutto quando fuori dai cancelli ci sono migliaia di omicidi, furti e rapine ogni anno. Il business della sicurezza privata muove qualcosa come due miliardi di dollari all’anno.

    Quello che è accaduto a Rio lunedì scorso è esemplare. Lo hanno ribattezzato il “lunedì del terrore”: 50 quartieri, dal nord al sud della città, sono stati paralizzati per 24 ore. 250 scuole chiuse, negozi chiusi, banche chiuse. Non hanno circolato gli autobus, 800.000 persone sono rimaste senza trasporto pubblico.

    L’ordine del black-out totale (una perdita di 100 milioni di euro) è arrivato da un carcere di massima sicurezza: lo avrebbero diffuso i narcotrafficanti del cosiddetto Comando Vermelho, per dimostrare che il loro potere è totale, anche dalla prigione. Nessuno ha osato ribellarsi per non vedere il negozio o il ristorante ridotto in macerie. Sulla paralisi di Rio sono esplose le polemiche, alcuni (del Partito dei Lavoratori) ipotizzano strumentalizzazioni politiche in un momento delicato come quello pre-elettorale.

    Polemiche e speculazioni a parte, quello che è accaduto a Rio de Janeiro dimostra bene le difficoltà di un Paese enorme, con un tasso di disoccupazione che viaggia verso il 7,4%. L’economia brasiliana, nei prossimi quattro anni, dovrebbe crescere intorno al 5% per creare i posti di lavoro necessari per uscire dall’impasse. Ma per quest’anno, le previsioni più ottimistiche non prevedono che il Pil superi la crescita dell’1,7%. Le scelte del prossimo presidente saranno fondamentali: lontano dal populismo - un fantasma particolarmente pericoloso in America Latina – il vincitore del 6 ottobre (o del 27 ottobre, se sarà necessario il ballottaggio) dovrà guidare il Brasile fuori dalla crisi di sfiducia in cui galleggia in questo momento. Solo attraverso il rigore economico, le riforme e la creazione di lavoro, la nona potenza mondiale può sperare di diventare meno ingiusta.

    (4 OTTOBRE 2002, ORE 8.03)


    Vedendo il Brasile attuale mi sembra di vedere la Padania tra 20-30 anni,dove per la paura dell'enormea criminalità,i padani vivranno segregati nel loro Paese.
    Riguardo la disparità di ricchezze in Brasile: provate ad immaginare perchè esiste ed e' cosi' forte...daltronde e' noto che gli immigrati europei arrivati in Brasile dall'800 in poi erano tutti miliardari...giusto?

 

 

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