Di Giorgio La Malfa

Le regole di politica economica della Uem sono costruite avendo esclusivamente d'occhio i pericoli dell'inflazione e il disordine della finanza pubblica: l'articolo 105 del Trattato di Maastricht dà alla Bce il compito esclusivo di mantenere sotto controllo l'andamento dei prezzi; il Patto di crescita e stabilità, nonostante il nome pomposo stabilisce soltanto un obbligo di pareggio del bilancio senza tener conto della fase del ciclo economico, né della natura delle spese pubbliche. La ragione di queste scelte è nota. In primo luogo per superare le resistenze dei Paesi allora finanziariamente più solidi e in particolare della Germania, si vollero stabilire dei presìdi contro il rischio che le cattive abitudini di alcuni Paesi, fra cui l'Italia, potessero influire negativamente sulla nuova moneta.

Si pensò e si disse che, per potersi consolidare, l'euro avrebbe dovuto somigliare al marco e non alla lira. Operò inoltre in questo stesso senso una sostanziale sfiducia, allora comune negli ambienti accademici, nell'efficacia di un uso attivo degli strumenti tradizionali della politica economica ai fini dello sviluppo.

Questa asimmetria nelle definizione degli strumenti della politica economica in seno alla Uem era di per sé evidente. Essa segnalava il pericolo che quando vi fosse stata la necessità di un sostegno all'andamento delle economie europee non sarebbe stato possibile far nulla. Furono avanzate diverse proposte di riscrittura sia delle regole monetarie, sia del Patto di stabilità, ma senza alcun successo. L'atteggiamento dei governi e della maggior parte degli studiosi fu che queste preoccupazioni non avevano motivo di essere: la piena occupazione non dipendeva dalla politica economica, ma solo dalla flessibilità dei mercati e su questo bisognava concentrare l'attenzione.

Oggi le cose sono cambiate. In un certo senso l'attuale crisi economica e le difficoltà di bilancio che ne sono conseguenza in molti Paesi (fra cui la Germania e la Francia, ancor più che l'Italia) hanno l'effetto positivo di costringere a riesaminare l'intera questione e ad adottare - si può sperare - un'impostazione meno manichea di quella adottata a Maastricht. In questo senso ben vengano delle proposte di revisione delle regole di cui si parla in questi giorni. E tuttavia, pur essendo fra quelli che da più tempo ha sollevato questi problemi, desidero esprimere una preoccupazione per una possibile piega che può prendere il dibattito. Il problema non è quello di allentare i vincoli finanziari previsti dal Patto: non si tratta di stabilire che il limite del deficit passi dal 3 al 4%, come ha suggerito qualcuno, né di consentire di non calcolare certe categorie di spese - le spese militari, ad esempio, come è stato suggerito in Francia - fra quelle comprese nel Patto.

In sostanza non si può tornare all'autonomia e alla libertà delle politiche di bilancio nazionali. Se questo avvenisse, non si andrebbe verso una soluzione dei problemi, bensì verso una crisi certa e inevitabile della Uem. Restituire agli Stati la libertà delle politiche di bilancio significherebbe tornare in breve tempo alle condizioni di disordine finanziario da cui Maastricht ha salvato l'Europa. Si tratta invece di proseguire nella direzione della "comunitarizzazione" della politica economica, correggendo il carattere asimmetrico delle norme attuali e assegnando a organi dell'Unione la responsabilità di adottare, quando ciò sia necessario, delle buone politiche di sviluppo. Nel recente rapporto della Fondazione La Malfa sull'euro sono state avanzate tre proposte che riguardano la politica monetaria e la politica fiscale e che vale la pena di riassumere nei termini seguenti:

1) L'ampliamento dei compiti della Bce lungo le linee della legge che regola le competenze dell'americana Fed, assegnandole insieme la responsabilità del controllo dell'inflazione e del sostegno della crescita. In tal modo la Bce, pur mantenendo integra la sua autonomia, potrebbe assumere un atteggiamento, rispetto all'evidente crisi economica, meno passivo di quello che ha confermato anche in questi giorni.

2) L'attribuzione al Consiglio dei ministri delle Finanze dell'area euro (il cosiddetto Comitato euro-12) della responsabilità di impartire indirizzi vincolanti ai Paesi membri in materia di bilancio, eliminando così l'inutile rigidità del Patto di stabilità e consentendo una gestione più intelligente della politica di bilancio a seconda delle fasi del ciclo.

3) La possibilità per la Commissione europea di autorizzare i Paesi membri a escludere certe spese di investimento considerate utili dal punto di vista europeo dai limiti del Patto di stabilità.

Queste tre modifiche innoverebbero profondamente nell'impostazione dell'Unione monetaria e darebbero finalmente all'Europa degli strumenti positivi di azione in campo economico di cui è attualmente priva. Si tratterebbe di un'uscita in avanti dai problemi di oggi e non invece - come è nelle semplici proposte di attenuazione del rigore del Patto di stabilità - di un passo indietro rispetto alla Uem.

Per l'Italia, che non può mai dimenticare che è almeno in parte, o forse in larga parte, responsabile della natura delle regole che la Uem si è data, si tratterebbe di una posizione assai più sostenibile che non la proposta di una semplice attenuazione del rigore del Patto. Sarebbe una proposta che guarda al futuro e che proseguirebbe il cammino nella direzione del trasferimento all'Unione dei poteri che un tempo erano di pura pertinenza degli Stati. Sarebbe cioè un contributo al miglior funzionamento dell'Europa.

Giorgio La Malfa per Il Sole 24 Ore di giovedì 15 agosto 2002