dalla pagina culturale de L'Unione Sarda.
Umberto Eco e il ballo sardo
un articolo su Franciscu Sedda e i suoi studi semiotici sul ballo sardo
«Se dovessi definire il mio indipendentismo userei gli aggettivi sereno, cosciente, appassionato, un indipendentismo come scelta». Lo dice di sé Franciscu Sedda: il quale non è un residuo di altre epoche sardiste, non un segreto organizzatore di cellule anti-italiane, ed è lontano mille miglia dall’ardito preparatore di chissà quali congiure più o meno armate. Si tratta semplicemente del giovane studioso sardo che, il 19 aprile scorso, ha ricevuto dalle mani del semiologo Umberto Eco, l’intellettuale italiano più famoso nel mondo, il Premio “Sandra Cavicchioli” per la migliore tesi di laurea in semiotica dell’ultimo biennio, in tutta Italia. E in tutto questo la posizione politica del giovane studioso ha un ruolo non marginale. Ma, per capire, torniamo un po’ indietro.
Intanto Franciscu ha scelto di affermare la sua provenienza e la sua identità pubblica chiamandosi (e scrivendosi) Franciscu. Si è diplomato sei anni fa all’Istituto Nautico di Carloforte, dove è nato, dove vivono la mamma carlofortina, insegnante, e il padre, di Nureci, professore di storia dell’arte ed artista egli stesso. Parla un quasi perfetto tabarkino, un po’ meglio della lingua sarda.
Tabarkino e sardo, appassionatamente attraversato dalle due culture, il ragazzo salta il mare, per un’altra pesca, quella dello studio dei significati. La semiotica studia sia i grandi fatti che quelli piccolissimi di ogni giorno, spesso collegandoli fra di loro e decifrandoli. In quest’ottica risulta decisiva la formazione tesa fra la scuola romana di semiotica guidata da Isabella Pezzini e la scuola mediologica di Alberto Abruzzese, preside della Facoltà di Scienze della Comunicazione, entrambe sensibili a questo modo di impostare l’analisi della società. I cinque anni alla“La Sapienza” di Roma sono dunque impegnati negli studi ma con l’occhio e l’orecchio volti ai fatti della Sardegna, di oggi e di ieri, fino alla tesi. “Tradurre la tradizione”, è il titolo; “Percorsi della memoria culturale in Sardegna”, il sottotitolo, esso stesso di non facile decifrazione, quasi per adepti. In breve: l’autore vi descrive la danza delle nostre feste, il ballo sardo, ne analizza i valori iniziali e le trasformazioni nel tempo che lo hanno portato fino alla trasmissione televisiva “Sardegna canta”, e nei mutamenti di “su ballu” legge i valori, le sventure e le avventure della perenne e recente storia sarda, intesa come vicenda di un popolo oppresso che ancora non vuole una liberazione.
Tutto qui? Sì, ma anche di più. Perché con questa complessa e documentata elaborazione - gli è costato un biennio di lavoro - questo giovinotto, nello scorso mese di dicembre, ha sbancato i concorsi per il dottorato di ricerca sia alla Sapienza di Roma che all’Università di Siena, prima di arrivare davanti alla commissione dell’Università di Bologna, a ricevere il premio presso la Scuola Superiore di Studi Umanistici. Dai corsi di laurea italiani della materia erano già stati selezionate una decina di tesi. A far pender la bilancia verso il nostro, a parere dei tre commissari, sono stati gli aspetti innovativi del saggio: la sua capacità di rapportare i fenomeni della tradizione con quelli dei media; la ricchezza dei riferimenti semiotici uniti a quelli filosofici e antropologici, l’osservazione non preconcettualmente ostile e stereotipata al ruolo dei media nella società contemporanea. Una bella storia, una delle tante versioni, al maschile stavolta, di Cenerentola: dalla possibilità prossima allo zero di restare in università, all’aperta prospettiva di continuare gli studi presso l’Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociales di Parigi, e poi…
Su ballu è stata l’occasione ed il pertugio dove entrare in un diverso mondo. Il metodo: si cerca un “oggetto culturale” pertinente, importante, denso, sia nella sua pratica che nella sua rappresentazione, qualcosa che sia o sia stato ben presente nell’immaginario collettivo. Cosa meglio, da questo punto di vista, della festa e del suo ballo, su ballu, con i suoi valori, le sue trasformazioni, la sua storia?
«Ma il ballo - dice Franciscu commentando il suo lavoro - non è tutta una cultura, è una delle sue espressioni, al più, a volte, il suo simbolo. La posta in gioco è più precisamente l’autocoscienza culturale, il credere e il sapere che dà forma e sorregge quella porzione di umanità che sono i sardi (che non sono semplicemente coloro che sono nati in Sardegna né coloro che sono “etnicamente” sardi), quella parte della Terra che è la Sardegna, in quanto forma e spazio simbolico».
Ecco allora che si scopre che in alcuni momenti cruciali della storia della Sardegna - come ad esempio il periodo che porta dall’inizio della Prima alla fine della Seconda Guerra Mondiale - il ballo irrompe nel discorso politico in modo apparentemente incongruo e enigmatico. Eccolo che si lega a uomini e vicende, diviene simbolo ambiguo o mezzo per rendere comprensibile il passato e legittimare il presente. Come si lega il ballo alla “fondazione storica” dell’Autonomia e all’autonomismo odierno? E cosa ci dice dei nostri presunti “padri” che allora lo chiamavano in causa? E perché dopo l’autonomia il ballo scompare per riapparire poi attraverso i gruppi folk e la tv? Perché, come tanti altri “pezzi” della cultura sarda, lo si vive ancora con un misto di attrazione e fastidio, preso fra esaltazione e indifferenza (quando non ripudio schifato ed esplicito)?
«Il ballo - continua il commento - diviene mezzo per riportare a galla la memoria e le sue dinamiche più profonde e in questo gioco anch’esso può riguadagnare senso: così, mentre esso perde parte della sua innocenza, i “padri” iniziano ad apparire come coloro che hanno tarpato le ali ai figli, e l’autonomia, divenuta “unionismo”, lascia intravedere il suo esser nata sul sacrificio dell’indipendenza, su di una concreta umiliazione individuale e collettiva oggi rimossa, sulla negazione dell’attesa della Repubblica Sarda».
“È allora soprattutto l’immagine di sé, il modo in cui è stato storicamente fondato e strutturato il modo di vederci e di sentirci, in particolare attraverso l’agire e il pensiero di Lussu, che appare in tutta la sua portata paradossale, con il suo doppio vincolo doppiamente distruttivo, quello esemplificato dal fatto che la danza può divenire “nazionale” solo quando la nazione viene dichiarata “fallita”, quando ai sardi viene chiesto di smetterla con l’“ostinazione” di sentirsi e credersi nazione (Lussu). Non a caso la danza scompare: ma soprattutto scompare la storia, scompare il ricordo e il senso di quegli eventi, scompare la memoria di una cultura e tutte le potenzialità in essa custodite, il tutto per lasciar spazio a un altro modo di dar senso al mondo e alla nostra esistenza in esso”. Così la pensa il giovane Franciscu. Entro l’anno la sua tesi sarà un libro.
Salvatore Cubeddu
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