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di Salvatore Cubeddu
Quella lettera l’avranno ricevuta un centinaio di persone: quelle più attive, da più di due anni, affinchè il Consiglio regionale sardo ed il Parlamento italiano approvino, in serenità di rapporti, l’elezione di un’Assemblea costituente sarda. La spedisce la Cisl, che ritiene importante rilanciare l’iniziativa, coinvolgendo direttamente i lavoratori ed i nostri concittadini, dopo due mesi dal passaggio della legge sarda in Commissione bicamerale per gli affari regionali ed in presenza della devolution bossiana in un ramo del Parlamento. La lettera contiene l’invito ad un incontro. È un foglio spoglio, vuoto, quasi completamente bianco: stupisce, dopo che si apre la busta. Il sindacato vuole alludere? Che l’Assemblea costituente sarda sia poco più che un bianco foglio, ancora tutto da scrivere? Le imprese costituenti presuppongono “idee comuni e fiato morale”, scriveva da poco un commentatore della presente vicenda italiana. L’impresa sarda ne richiede anche di più. Lo sappiamo da prima, da sempre. Essa rischia di arenarsi nei tempi lunghi della distanza da Roma non meno che nell’opera demolitoria dei permanenti nemici interni, nello scoramento dei tiepidi e nei fuggevoli opportunismi dei tattici e degli scettici.
Le assemblee costituenti, abbastanza frequentemente, sono state successive a una guerra di liberazione, con un popolo e la sua classe dirigente in lotta e, sovente, solo dopo lacrime e sangue, hanno convinto gli avversari e la comunità internazionale della bontà e della correttezza dei propri diritti. Alcuni di questi processi storici sono in corso. In un continuum tra guerra e pace possono porsi, alle due estremità, da una parte la lotta palestinese e, all’altro capo, l’autonomismo catalano. Ogni vicenda ha le sue peculiarietà. Ai paesi baltici, ad esempio, una speciale congiuntura internazionale e interna ha permesso la riacquisizione della propria identità storica. In Italia, l’attuale mutamento costituzionale, contrariamente a quelli successivi alle due guerre mondiali, avviene in una fase pacifica. La nuova Costituzione europea è allo studio in un clima di fondato ottimismo e nell’attesa di centinaia di milioni di persone. Al presente è il caso più esemplare di “idee comuni e di fiato morale”. Anche ciò che ci circonda, quindi, parla di fase costituente: si va finalmente a ricominciare. Oggi in Sardegna questa Assemblea rappresenta la proposta più matura, coerente e condivisa che possa interessare un qualsiasi organismo che voglia definirsi nazionalitario. Come la Noa Carta de Logu presentata dal senatore Cossiga rappresenta la piattaforma costituzionale più vicina a ogni ipotesi sardista. È difficile capire come le due proposte non camminino insieme. Come Cossiga, generosa punta di lancia della giusta difesa dei catalani e dei baschi, chieda ai suoi compatrioti di prendere atto che lo Stato italiano “mai ci consentirà la Costituente”. E per quale motivo? Non appartiene forse - come afferma “il progetto nazionalitario sardo”, dei suoi amici dell’UDR - al “diritto naturale dei sardi di costituire una nazione”?
E questo diritto non viene protetto dai trattati internazionali? Perché la nazione sarda no? Forse perché non si ha fiducia che tra i cittadini ci sia gente abbastanza seria, onesta, capace, coerente, libera, per arrivare attraverso strumenti pacifici e democratici a quello che catalani, baschi e corsi hanno cercato perfino con mezzi violenti? Se si pensa così, lo si dica. Accettando la prova del contrario. All’Hotel Mediterraneo, questo pomeriggio, il sindacato dei lavoratori invita i cittadini a scrivere di proprio pugno quel foglio bianco della propria storia. Con responsabilità e senza complessi. Non lasciamo che altri, anche tra di noi, ci definiscano sulla base del nostro passato. Facciamo che sia solo parte del futuro che vogliamo.




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