di Paolo Del Debbio
Tratto da “Il Giornale” del 3 ottobre 2002
Perché una finanziaria che vuole favorire la ripresa dei consumi, in Italia, dalla sinistra viene chiamata populista?
Perché i consumi, per l’appunto, sono cosa del popolo. Non riguarda le élites economiche che alla fine, costando molto a tutti hanno assicurato per tanti anni il posto fisso, la pensione baby, la cassa integrazione, e altro, al cosiddetto popolo dei garantiti.
Quello su cui ha contato Cofferati prima ed Epifani e che soprattutto la Cgil e Rifondazione fanno contare nel centrosinistra che, senza di loro, perde. In questo sistema, è utile ricordarlo, il sostegno della domanda (dei consumi) avveniva attraverso il sostegno delle imprese, soprattutto grandi, che davano lavoro e quindi soldi agli italiani per consumare. È una strada. È costata un po’. Un po’ tanto. A tutti. Soprattutto a chi veniva dopo quelli che spendevano. Ha prodotto frutti? Certo che li ha prodotti, e anche positivi ma alla generazione che ne ha beneficiato. Meno, appunto, a quelle che sono venute dopo.
L’economia, da sempre, ma a partire dal secolo scorso in modo speciale, non ha effetti solo su chi vive ma anche su chi vivrà. E quel sistema andava bene più per chi c’era che per chi sarebbe stato dopo. Il debito pubblico che ci troviamo sulle spalle oggi viene anche da lì, viene tutto da allora.
Ecco perché chi rilancia i consumi è populista: perché fa una cosa popolare ma, agli occhi di costoro, non fa una cosa per il bene del popolo: per fare il bene del popolo bisogna fare altro. Favorire le imprese che danno occupazione perché quelle piccole e medie (che pure creano la maggior parte dei posti di lavoro) alla fine, a campare, ce la fanno sempre, e perché le tasche dei consumatori le riempiono meglio e di più i grossi gruppi industriali.
Questa finanziaria aumenta stipendi e pensioni (continuando quello che aveva già fatto quella dell’anno passato) senza gravare sul sistema delle imprese e senza gravare sui conti dello Stato (perché i soldi necessari per la diminuzione delle tasse vengono ricavati da qualche risparmio e non dall’aumento ulteriore dei debiti dello Stato).
Il Giornale ha raccontato nel dettaglio quanti soldi in più rimarranno nelle tasche degli italiani che guadagnano fino a 25.000 euro: una media di 295 euro a testa per coloro che sono nella fascia di reddito tra i 18.000 e i 25.000 euro.
Si tratta di una inversione di tendenza nella politica economica. Puntare sui consumi e sulle opere pubbliche (altro grande polmone per la ripresa dell’economia) significa da una parte pensare che l’economia sia legata al consumo e al la produzione più che al sostegno artificiale delle imprese e, dall’altra, pensare che occorre mettere in grado le imprese di fare bene il loro mestiere più costruendo strade, ponti e porti che non aiutando quelli che non ce la fanno semplicemente perché non sono buoni imprenditori, cioè non sanno fare il loro mestiere.
Siccome tutto questo è diverso da quello che è stato fatto nel passato, occorre spiegarlo bene perché se non lo spiega chi lo fa lo spiega chi non vuole che si faccia. Da questo punto di vista vorremmo consigliare al presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, di prescrivere a un po’ di membri del Consiglio dei ministri, nonché ai loro aiutanti, una dieta verbale: così dimagrirebbe un po’ la confusione che riescono a fare parlando a vanvera e riuscendo a coprire, con parole inutili, le cose buone che questo governo va facendo.
E ne sta facendo. Tant’è vero, come qualcuno ha scritto giustamente, che la sinistra taccia il governo di populismo proprio perché ha paura che il popolo capisca che questa è la strada giusta.




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