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  1. #1
    Diabolik
    Ospite

    Predefinito In ricordo delle vittime di Linate

    Dal Corriere della Sera...



    Le storie di Davide, Benedetta ed Enrico: nati dopo il disastro aereo di Linate

    Tre bimbi e i papà volati via per sempre


    Il papà è una fotografia. Ma è anche la tutina rossa che Enrico ha indossato per andare a trovarlo al cimitero, in omaggio alla passione paterna per la Ferrari. E’ il pianoforte che Benedetta imparerà a suonare, come avrebbe voluto il suo. E’ la sveglia ferma in bagno sulle 5.05, l’ora in cui un uomo è uscito di casa, l’8 ottobre del 2001, senza sapere che otto mesi dopo sarebbe diventato padre, il papà di Davide. Era lunedì. Un lunedì come domani: domani, un anno fa. Romano Blasi, 32 anni funzionario commerciale, lo sapeva da 10 giorni: c’era Enrico in arrivo a febbraio. Luca Candiani, artigiano di 31 anni, aspettava una conferma, ma l’ultima ecografia lasciava pochi dubbi: la primavera gli avrebbe portato Benedetta. Roberto Gatti, ingegnere 34enne, sperava soltanto che si annunciasse finalmente quel bimbo tanto atteso, per il quale aveva già scelto il nome: Davide, bello perché impossibile da abbreviare.
    C’erano tre bambini in arrivo. E tre uomini in partenza, che quella mattina chiudevano borse leggere da portare nella cabina del volo SAS 686, destinazione Copenaghen, decollo alle 7.30 da Linate. Per tutti e tre sarebbe stato un viaggio breve, l’inizio di una delle solite trasferte di lavoro: discussioni d’affari, apparecchiature informatiche da riparare, installazioni elettriche da controllare.
    Romano a Copenaghen, Roberto a Stoccolma, Luca a Oslo. Non si conoscevano. Con altri 115 passeggeri hanno pazientato: imbarco rinviato per nebbia. Intanto leggevano i titoli freschi di stampa: missili e bombe, attacco all’Afghanistan. Era il primo giorno di guerra. Massima allerta negli aeroporti di tutto il mondo. Salvo Linate. Dove un’ora più tardi un Cessna tagliava la strada all’MD 87 della compagnia aerea scandinava. Centodiciotto morti, 58 orfani all’istante e altri tre in arrivo per l’anno dopo: Enrico, Benedetta, Davide.
    Papà è una fotografia. Un volto per sempre giovane e sereno sotto il vetro di una bella cornice. Enrico saprà un giorno che quello stesso sorriso aveva accolto la notizia del suo concepimento. E Benedetta potrà immaginare la felicità di suo padre, che voleva un’altra femmina, dopo Beatrice, la primogenita. Il papà è anche un faggio. Lo spiegherà piano piano mamma Mirella all’orecchio delle sue bambine, una delle prossime primavere, nel bosco ordinato dei 118 alberi alla memoria, un cippo che si vede anche dal cielo di Linate. Il papà è una lunga, fiduciosa attesa di quasi cinque anni e una breve inconsapevole vicinanza di due settimane o poco più, per Davide. E questo sarebbe difficile da spiegare a un adulto, figurarsi al neonato biondo e pacifico che Patrizia Ghiringhelli si culla fra le braccia. Quando Roberto Gatti si è alzato alle 4.30 dell’8 ottobre di un anno fa, nella casa di Samarate, vicino a Varese, Davide c’era già. Ma Patrizia ancora non se n’era accorta. Se quella mattina un Cessna non avesse attraversato la pista di Linate al momento sbagliato, lo avrebbe scoperto assieme a Roberto, ritirando il test di gravidanza che lei ha aperto da sola, 15 giorni dopo: «Pensavo di aver letto male, anche se c’era scritto "positivo" grosso così. Era ciò che speravamo ogni mese, da quando ci eravamo sposati, nel ’97 - racconta Patrizia -. Mi capitava di immaginare come l’avrei detto a Roberto se avessi scoperto di essere incinta mentre lui era in viaggio. No, per telefono certamente no. Avrei aspettato il suo ritorno e gli avrei messo qualcosa, un oggetto da neonato, sopra il piatto, perché lo scoprisse da solo». Sarà Davide, più avanti, a scoprire chi era suo padre. Andrà alle partite di hockey, se vorrà sapere dove si sono conosciuti mamma e papà. E guarderà la vecchia sveglia di casa che ha smesso di funzionare quando papà se n’è andato per sempre, se vorrà credere al soprannaturale.
    Patrizia, Mirella, Elisabetta: tocca a loro unire padri e figli che non hanno mai potuto sfiorarsi. «Cercherò di non trasmettergli ansie - promette Patrizia -, ma serenità e buon senso. Non faccio più progetti, tanto cadono tutti come castelli di sabbia». Elisabetta insegnerà a Enrico ad apprezzare le piccole gioie: «Suo padre aveva un modo speciale di gustarsi la birra e la sigaretta, la sera sul divano, guardando il Milan o la Formula Uno. Adesso ho imparato anch’io a prendere tempo per me stessa». Mirella non ne ha molto. E’ dovuta tornare al lavoro, al suo negozio di parrucchiera, perché Benedetta e Beatrice possano avere ciò che il padre sognava per loro: le lezioni di equitazione, il pianoforte, l’università. «Ce la farò, anche da sola. L’11 settembre mio marito era vicino a Boston per lavoro. Alla tv mostrarono il giorno dopo una vedova che aveva appena partorito. Il padre del bambino era sotto le macerie delle Torri. Io, al terzo mese di gravidanza, mi chiedevo come sarei sopravvissuta al suo posto». Così.

    di ELISABETTA ROSASPINA

  2. #2
    Veneta sempre itagliana mai
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    Massima solidarietà

  3. #3
    moderatore di bachelite
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    giusto. giustissimo.

  4. #4
    email non funzionante
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    piu' che giusto.

 

 

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