Il viaggio potrebbe avvenire entro novembre e l’invito verrà «dalla massima istituzione dello Stato»
Il ministro Dahan: è un grande amico. Il vicepremier blocca un convegno antisemita a Verona
ROMA - «Ci siamo. Il momento della visita dovrebbe essere questione di poche settimane: verso fine novembre», diceva ieri Enrico Mairov, una persona che non è famosa ma ha il ruolo, assai poco marginale, di apripista per Gianfranco Fini nei rapporti con Israele. Medico, già militare in un corpo speciale israeliano, lo sherpa personale del vicepresidente del Consiglio e presidente di Alleanza nazionale parlava così a metà pomeriggio nel cortile di Palazzo Chigi. Nelle sue parole c’era la spiegazione più circostanziata di quanto aveva dichiarato poco prima ai giornalisti il ministro della Salute israeliano Nissim Dahan, un ultraortodosso che è vicepresidente del partito Sha’s: «La visita di Fini da noi si farà in brevissimo tempo». Un passo ulteriore su una lunga strada che adesso appare nel suo tratto finale. Anche se un tam tam di voci sosteneva che Dahan avrebbe annunciato l’invito da parte del suo governo, dal punto di vista del protocollo il ministro della Salute non aveva titolo per comunicare formalmente un’offerta del genere. Per quel viaggio dal quale dipende lo «sdoganamento» di An sul piano internazionale, però, Dahan ha fatto ciò che poteva. Venuto a firmare un accordo di cooperazione medica e scientifica tra Italia e Israele che spazia dall’organizzazione dei pronto-soccorso alla prevenzione del bioterrorismo, ha colto l’occasione per affermare: «Il vicepresidente del Consiglio è un grande amico per noi, una persona molto importante. Per questo la sua visita verrà organizzata direttamente dal ministero degli Esteri e l’invito verrà dalla massima istituzione dello Stato». La conferma di un’intenzione e un verbo al futuro. Verrà.
Barbona grigia a pizzo, kippà in testa, oltre a sostenere che Fini ha dimostrato «coraggio da statista» favorendo l’accordo sulla sanità, il ministro ha aggiunto: «Non risulta alcuna opposizione a una sua venuta. Di sicuro non da parte del governo. Può darsi che ci sia qualcosa nel più vasto pubblico».
Che il viaggio di Fini sia nell’ordine delle cose ormai è evidente. La sua importanza sta nel fatto che An è nata dal corpo del Msi, partito che aveva le proprie radici nella tradizione fascista. Il governo di unità nazionale guidato da Ariel Sharon non dimentica che Fini, soprattutto dall’inizio della seconda Intifada e sotto i colpi del terrorismo, ha appoggiato gran parte delle sue scelte.
Salvo sorprese, l’invito dovrebbe partire dall’ufficio di Sharon o dei suoi vice. Il laburista Shimon Peres, che oltre a ministro degli Esteri è vicepremier , sostenne già nel 2001 che davanti a cambiamenti rispetto alla tradizione missina la visita non andava esclusa.
«Non sono miei fratelli. Sono quelli dei centri sociali», si premurava di garantire ieri Fini all’ambasciatore israeliano Ehud Gol. A Palazzo Ferraioli, di fronte a Palazzo Chigi, un cocktail per festeggiare l’accordo sulla sanità stava cominciando tra le urla di una quindicina di manifestanti con bandiere palestinesi. «Sharon boia», gridavano sotto. «Davvero pochi», faceva notare Fini mentre Dahan gli si avvicinava per una foto. A proposito di un gruppo di destra, «Nuovo Ordine europeo», che il «centro Wiesenthal» accusa di preparare per sabato a Verona un raduno antisemita, il vicepresidente del Consiglio aveva già annunciato: «Se dovesse risultare così, non si farà».
Poi, tutti nella sala affianco per i discorsi sull’accordo e il centro «Rambam» di Haifa, ospedale nel quale medici ebrei curano anche arabi e medici arabi curano anche ebrei. Il presidente degli industriali del Lazio Giancarlo Elia Valori, attivo per avvicinare Fini e Israele da quando non c’era dialogo diretto, ha informato di aver costituito un’associazione per appoggiare il Rambam, Italian friends .
Poco più in là, Amos Luzzatto, presidente dell’Unione comunità ebraiche italiane, diceva: «La visita non avrà impatto immediato sul rapporto tra An e gli ebrei italiani. C’è una storia che collega il ventennio fascista, Salò, Msi e An. Esistono momenti di continuità e di rottura. Alcune dichiarazioni di Fini sono di rottura, come ha quando ha riconosciuto che Mussolini conculcò la democrazia e ha chiesto scusa agli ebrei. Ma contraddizioni non mancano, e il suo entusiasmo di autoanalisi non trova riscontro finora nella media del suo partito».
Maurizio Caprara
Politica




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