Bali, bomba fa strage nella discoteca dei turisti
Strage a Bali, nel paradiso dei turisti. Oltre 60 persone sono rimaste uccise e 200 ferite in tre diverse serie di esplosioni, due nella zona dei night club e una vicino al consolato Usa. Gran parte dei morti sono stranieri: australiani, inglesi, canadesi e francesi. Nessuna organizzazione ha rivendicato per il momento il massacro, ma fonti diplomatiche hanno avanzato sospetti su fazioni separatiste o integraliste attive da tempo nella regione. Appena due giorni fa il Dipartimento di Stato Usa ha lanciato un allarme generale avvertendo sul rischio di attacchi. Gli attentatori hanno atteso il sabato sera per colpire. E hanno scelto come obiettivo la zona dei locali pubblici, frequentati da occidentali, vicino alla celebre spiaggia di Kuta. L’esplosione più potente è avvenuta alle 23.30 e ha letteralmente sventrato un night gremito, il Sari Club. «C’erano decine e decine di persone sedute ai tavolini. L’onda d’urto le ha investite raggiungendo persino l’esterno dei locali e distruggendo una quindicina di auto», ha raccontato un fotografo. Che ha aggiunto un particolare macabro: «Ho visto volare via la testa di un uomo, mi sembrava un indonesiano». «C’erano feriti e morti ovunque - ha affermato un barista uscito indenne -. Sui marciapiedi davanti ai locali come all’interno. Molti erano completamente carbonizzati». La maggior parte delle vittime è stata infatti causata dall’incendio scatenatosi in seguito all’esplosione.
La folla si è riversata nelle vie circostanti rendendo difficili i soccorsi. A causa dell’alto numero di feriti la polizia ha dovuto mobilitare ogni ambulanza possibile e mettere in stato d’allerta gli ospedali. Unità speciali, accompagnate dagli artificieri, hanno condotto controlli nel timore che altre bombe fossero state nascoste nelle vicinanze. Le misure di sicurezza sono state rafforzate in tutta la regione.
Da oltre un anno gli americani hanno accumulato rapporti sulla presenza di formazioni separatiste e radicali. Al Qaeda, «federandosi» a gruppi locali, ha ampliato la propria rete in Indonesia, Malaysia e Filippine. I tre Stati sono divenuti sia un’arena dove colpire grazie alle complicità locali sia una testa di ponte per azioni anche lontane. A Kuala Lumpur si è svolto nel gennaio 2001 il vertice preparatorio agli attentati dell’11 settembre. Una inchiesta in Spagna ha dimostrato i rapporti tra una cellula presente a Madrid e un campo d’addestramento in una area remota indonesiana. Tre settimane fa le autorità di Singapore hanno denunciato l’esistenza di un piano di destabilizzazione ispirato da frange radicali pro-Osama. Nelle Filippine un marine americano è stato ucciso con una granata. Segnali inquietanti di un terrorismo strisciante ampliati da un attacco a una petroliera nello Yemen e da un agguato a soldati Usa in Kuwait. Sempre ieri una bomba artigianale è esplosa di fronte al consolato delle Filippine nella città indonesiana di Manado, senza causare feriti.
Dal Corsera di oggi




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