di Mauro Bottarelli

«Silvio Berlusconi è sinceramente filoamericano e anche se la Farnesina è rimasta legata alla politica filoaraba, antiamericana e anti-israeliana, non può dimenticarsi della Turchia, nel momento in cui l’Unione Europea si ostina a cercare il pelo nell’uovo turco per rinviare sine die la liceità della richiesta turca di entrare nella Ue». Parole e musica, più che altro deliri per quanto riguarda la Turchia, di Enzo Bettiza ampiamente citato ieri dal quotidiano “Libero”, organo del Movimento Monarchico Italiano. Secondo Bettiza, quindi, l’Unione Europea starebbe pregiudizialmente scaricando la Turchia per compiacere gli Stati islamici e fare un dispetto a Stati Uniti e Israele. Una tesi di un certo spessore, sicuramente apprezzatissima nelle carceri turche, Stato talmente democratico da far proseguire nell’indifferenza totale uno sciopero della fame generalizzato che ha già fatto oltre 40 vittime. Bettiza parla di “pelo nell’uovo turco”, quasi a voler sottintendere che le motivazioni addotte ieri dall’Ue nella sua decisione di non fissare una data per l’inizio dei colloqui con Ankara siano bazzecole. Ci sfugge quale sia il concetto di democrazia nel quale si riconosce Bettiza (e che sembra condividere l’organo dei Savoia) ma violazioni sistematiche dei diritti umani (certificate da Unione Europea e Amnesty International), ricorso alla tortura (stesse fonti), incarcerazioni immotivate e processi farsa per prigionieri politici (idem), strapotere dei militari nella vita politica e pubblica (medesime fonti), genocidio della minoranza curda (idem, eppure per lo stesso crimine Saddam rischia di vedersi finire sulla testa qualche migliaio di bombe), truffe a danno dell’Ue (Bettiza ha dimenticato lo scandalo dell’olio di arachidi immesso sul mercato come extravergine d’oliva?), totale lassismo - quando non istigazione e sfruttamento - nei confronti dell’immigrazione clandestina (che per la maggior parte finisce sulle nostre coste, nelle nostre città) e occupazione militare illegittima della parte Nord di Cipro dal 1974 (con tanto di condanne internazionali, sentenze della Corte per i diritti umani di Strasburgo e mancato riconoscimento dell’area turca dell’Isola) ci paiono motivi più che leciti per lasciare la Turchia dov’è: fuori dall’Europa. Ma no, poca roba, “un pelo nell’uovo”. Già, perché Bettiza continua con il suo peana a favore degli amici turchi. Stando al giornalista, infatti, «la Turchia non è solo uno Stato moderno ma è, nello stesso tempo, democratico, occidentale ed europeo». Capito: tra Dublino, Milano, Parigi, Berlino e Ankara non c’è alcuna differenza. Siamo tutti democratici, occidentali ed europei. Ma al delirio non c’è mai fine e quindi si arriva anche a dire che boicottare l’ingresso della Turchia nell’Ue significa «bocciare l’Islam democratico». A parte il fatto che non esiste Islam democratico come non esiste Islam moderato (parlino con un imam o leggano il libro di Magdi Allam “Bin Laden in Italia” e poi ci dicano), a Bettiza forse sfugge che nelle elezioni anticipate del 3 novembre prossimo per il rinnovo del parlamento turco il primo partito - stando a tutti i sondaggi - sarà quello denominato “Giustizia e sviluppo” (AKP), decisamente islamico e tutt’altro che moderato. Il leader di questo partito, il fanatico Recep Tayyip Erdogan, è un personaggino che infiamma le moschee con incitamenti all’uso delle armi per combattere gli infedeli. Non per niente l’imbarazzatissimo governo turco sta cercando in tutti i modi di renderlo ineleggibile, sperando di tarpare le ali al suo partito. Ma così non è: stando a recenti sondaggi, se Erdogan dovesse essere imprigionato o reso ineleggibile per legge i voti del partito AKP aumenterebbero in risposta a questa politica repressiva. Appare poi decisamente sconfortante che Bettiza e il suo intervistatore-portavoce ignorino il fatto che Erdogan abbia risposto “no” a chi gli chiedeva se Hamas andasse considerata un’organizzazione terroristica. Di più, nel 1999 fu incarcerato per alcuni mesi per aver letto nel sud della Turchia una poesia in cui i minareti venivano paragonati alle baionette e i tetti delle moschee agli elmetti dei soldati (fonte www.ebraismoedintorni.it). Onde evitare spiacevoli e infiniti dibattiti a mezzo stampa, anticipiamo quella che sarà la risposta di Bettiza e intervistatore: proprio per sconfiggere gli estremismi e i fanatismi la Turchia deve entrare in Europa, per emanciparsi economicamente e prosciugare l’acqua in cui nuota il risentimento islamico. Splendida risposta, peccato che far entrare Ankara in Europa in queste condizioni significa portarci in casa un Paese in cui la maggioranza dei cittadini è pronta a votare un pazzo che istiga al jihad. La testa della gente non si cambia a Bruxelles e nemmeno per decreto. Di più, significa cittadini che circolerebbero con passaporto Schenghen e quindi si muoverebbero tranquillamente in tutto il continente: fanatici, imam, trafficanti e terroristi inclusi. No, caro Bettiza, questo prezzo noi non intendiamo pagarlo, così come non intendiamo pagare con i nostri soldi il risanamento dell’economia da terzo mondo di Ankara (quasi tutti i dieci Paesi che entreranno nell’Ue nel 2004 sono contributori netti, Cipro in testa), come non riteniamo “un pelo nell’uovo” il sistema politico-giudiziario medievale della Turchia e la sua concezione - diciamo un po’ aleatoria - di democrazia. Prima si risolvono i problemi (con l’aiuto europeo, certo), poi - semmai - si entrerà nell’Unione. Ma, d’altronde, cosa ci si può aspettare da chi definisce i militari «una grande corte costituzionale, i custodi che da Ataturk in poi salvaguardano le regole della democrazia». Come in Cile, nell’Argentina e nella Grecia dei “colonnelli”, nella Spagna franchista, eccetera: tutti fulgidi esempi di democrazia che poco si sposano con la retriva e anti-americana concezione di politica che c’è qui in Europa. Questa è democrazia: quella che piace a Bettiza. E all’organo dei Savoia, per ovvia proprietà transitiva.