Un simbolo: il segretario e il presidente
del Consiglio intonano “O mia bela Madonina”
Per il leader del Carroccio «Silvio ha sempre avuto sensibilità
verso questi valori»
di Paolo Bassi
Finita la riunione, il presidente del Consiglio e il ministro delle Riforme, in un momento di libertà lontano dai flash di fotografi e telecamere, hanno intonato “O mia bela Madonnina”, il capolavoro di Giovanni D’Anzi, diventato nel tempo il vero inno del capoluogo lombardo. La performance musicali dei due esponenti politici, viene raccontata dai bene informati, ma lo stesso ministro Bossi non smentisce, anzi conferma che mentre scendevano in ascensore dopo il vertice tenutosi a Milano con tutti i parlamentari della Casa delle Libertà eletti nel capoluogo lombardo, è stato lo stesso premier ad ammettere che in quella occasione “gli unici che possono cantare O mia bela Madonnina, siamo io e Umberto”. «Berlusconi - ha dunque confermato Bossi - sta diventando un amante delle culture locali. Sta riscoprendo certe cose perché fanno parte del suo vissuto. Del resto, lui ha un’anima popolare. Non è nato ricco. E questo può essere una grande fortuna, perché insegna a sapersi relazionare con tutti». Secondo il segretario federale del Carroccio però, non si è dovuto insistere molto affinché il premier si appassionasse ad una causa, quella della salvaguardia delle tradizioni locali, che da sempre è nel dna della Lega Nord. «Ha sempre avuto una certa vocazione per queste cose - ha osservato Bossi - e più volte si è dimostrato appassionato di canzoni in lingua locale. Da quelle napoletane, a quelle lombarde».
In questo frangente Nord e Sud non fanno differenza perché tutte le identità locali vanno tutelate e riscoperte, altrimenti tutte rischiano di scomparire.
«Io - racconta il ministro delle Riforme - da ragazzo conoscevo bene alcuni pezzi famosi del repertorio partenopeo, come Maruzzella. Furono alcuni grandi nomi della musica, come Renato Carosone, il quale seppe fare canzoni in lingua locale, legate alla tradizione della sua terra, ma attualizzate ai tempi, ad insegnarmi ad apprezzare certa musica. Questo perché allora andavano di moda le canzoni di tutti i popoli. Io infatti conosco queste canzoni, non perché le ho studiate, ma perché ai miei tempi fare parte di questo Stato, voleva anche riconoscere le varie diversità che lo costituivano, in maniera positiva. Le diversità infatti stanno alla base della democrazia. L’appiattimento, l’omologazione e la cancellazione delle differenze invece, sono la tomba della democrazia. Il mondialismo - ha sottolineato Bossi - che vuole farci diventare tutti uguali, è la peggiore forma di tutti gli “ismi”. Anzi, potremmo dire che si tratta di un sinonimo di fondamentalismo. Si deve respingere il fondamentalismo, tanto quanto si deve rigettare il mondialismo. Ma questa degenerazione dell’Occidente che si chiama mondialismo, con la crisi dell’economia finanziaria e con il fallimento del sogno di potere dei comunisti, di Clinton e di chi vagheggiava un mondo spianato nelle sue mani, sta subendo un duro colpo. Stanno ritornando i valori. E i valori sono territoriali. Sono i popoli, le culture locali. Il mondialismo sta perdendo perché chi lo voleva far vincere non è riuscito a cancellare le identità dei popoli. Ma per vincere la battaglia, queste hanno bisogno di essere sostenute con sempre maggiore forza».




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