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    Predefinito Quella battaglia che fermò l’Islam

    Rievochiamo il 7 ottobre di quattro secoli fa a Lepanto

    di Fabrizio Di Ferdinando

    Come quattro secoli fa, l'Islam torna ad affacciarsi minaccioso alla soglia dell'Europa. Non come allora, con la forza delle armi ma con quelle più subdola dell'immigrazione e dell'espansionismo religioso. Giungono in Italia e nei Paesi europei non come ospiti ma come padroni, pretendendo che siano le nostre regole ad adattarsi alle loro e non viceversa. Chiedono con arroganza che siano tolti i crocifissi dalle scuole (come a Modena, in una scuola frequentata da quattro bambini musulmani su centinaia di cristiani) e dai luoghi pubblici, esigono la costruzione di moschee a spese della comunità italiana (ne esistono a Roma, Milano e Catania) e che siano messe a loro disposizione sedi comunali. Esistono cento luoghi di culto ufficiali, almeno 200 non dichiarati, mentre a casa loro non permettono nemmeno la costruzione di una cappelletta all'interno di un hotel Hilton. Vogliono che siano modificate le mense delle scuole e delle fabbriche perché non mangiano carme di maiale e non bevono vino, pretendono l'ora di intervallo per le preghiere, chiedono che le strutture sanitarie pubbliche pratichino le usanze barbariche come l'infibulazione, trovando persino chi, come Livia Turco, presta loro orecchio. Il cardinale Biffi tempo fa ha messo in guardia dall'invadenza islamica in Italia, dove ormai la religione coranica è la seconda per importanza e numero di adepti - gli immigrati islamici in Italia sono 560mila - che pretendono di imporre le loro usanze anche quando queste violano la legge del Paese che li ospita. A Torino, un anno fa, duemila musulmani sono scesi in piazza inscenando una violenta protesta perché a una loro donna era stato impedito dalla polizia di farsi fare la foto per il permesso di soggiorno con il volto coperto dal velo. E come si inserisce nella società italiana (ed europea) la condizione di inferiorità femminile, che è un cardine della loro mentalità, con l'emancipazione avanzata delle donne italiane? Impedire loro di lavorare o partecipare a concorsi non sarebbe una violazione della legge sulle pari opportunità? E come si conciliano con le leggi italiane il diritto di ripudio della moglie, o l'assegnazione dei figli, in caso di divorzio in un matrimonio misto, solo al genitore musulmano? In Europa i seguaci di Maometto sono già 22 milioni, e la comunità cresce al ritmo di 3,8 figli per donna, contro l'1,2 -1,5 delle donne europee. Entro il 2015 la popolazione islamica sarà il 18% di quella europea. Chiedono libertà di culto ma intendono egemonia islamica, mentre nel mondo - in Indonesia, nelle Filippine, in Pakistan, in Kashmir, i musulmani fanno strage di cristiani e a Londra sfilano per osannare Bin Laden. Per non parlare delle molte cellule terroristiche scoperte in Italia, in Francia, in Germania, in Inghilterra. L'espansionismo è nel Dna del'Islam, la guerra è sempre santa perché l'unica vera religione è la loro, gli infedeli non vanno convertiti, ma eliminati. Non tutto l'Islam è così, c'è anche un Islam moderato e incline alla convivenza, ma viene soffocato dall'onda crescente dell'estremismo. A distanza di cinque secoli, centinaia di milioni di musulmani, spinti dal fanatismo integralista premono di nuovo sulle sponde dei Mediterraneo, e individuano nell'Occidente ricco e corrotto il nemico da abbattere. Oltre alla posizione dei regimi più integralisti e antioccidentali, come quello di Gheddafi, degli Ayatollah iraniani e di Saddam Hussein, anche in quei Paesi che sono, a livello di governo, filo occidentali, come l'Arabia Saudita, la Giordania, la Siria, l'Algeria vi sono masse di fondamentalisti fanatici decisi a distruggere lo straniero, l'Infedele. Crollata l'Unione Sovietica, finita la guerra fredda, tutti i maggiori esperti bellici, come l'americano Edward Lutwak, il consigliere di Bush all'epoca della guerra del Golfo - ritengono che la Terza guerra mondiale non nascerà più dalla contrapposizione di due superpotenze, come si temeva fino alla fine degli anni '80, ma scoppierà dal Medio Oriente contro l'Europa.
    Ci vorrà un'altra battaglia di Lepanto per fermare l'Islam, quella eccezionale coalizione di forze cristiane che nell'ottobre del 1571 - il 7 ottobre ne è ricorso il 431° anniversario - spazzò via la potenza ottomana dai mari e fermò l'avanzata musulmana in Europa? Nella seconda metà del '500 l'impero Ottomano sotto la guida di Solimano il Magnifico si estendeva dall'Asia allo stretto di Gibilterra, aveva conquistato tutto il Nord Africa e buona parte dell'Europa orientale. Nel 1566, anno in cui salì al soglio di Pietro Pio V°, Solimano il Magnifico era giunto a soli 100 chilometri da Vienna, minacciando da vicino il cuore stesso della cristianità. Il dominio dei Turchi si estendeva da Sud a Nord, dall'Anatolia attraverso il Mar Nero e lungo i Balcani, l' Ungheria, la Bulgaria, la Transilvania sin nel cuore dell'Austria, fermato solo dalle armi degli Asburgo. Quasi tutto il Nord Africa, dalla Siria alla Libia, dall'Egitto alla Tunisia e all'Algeria sino ad Orano, erano in suo potere. A sbarrargli le porte del Sud Europa era solo la potenza navale della Spagna dei Castiglia, che però s'indeboliva sempre più, lacerata dalle lotte intestine e dalla rivalità delle altre Corti europee. Invece di far fronte comune contro la minaccia, i regni d'Europa si dissanguavano in lunghe guerre di conquista - come quella che aveva visto contrapposti Francesco I° di Francia e Carlo V° di Spagna, per il possesso dell'Italia - o di religione, come quella che opponeva l'Inghilterra protestante alle nazioni fedeli alla Chiesa. Ne approfittavano i Mori, che dalla divisione dei cristiani traevano sempre maggior forza, come avviene anche oggi. Nel 1492, l'anno della scoperta dell'America, il re spagnolo Ferdinando d'Aragona cacciò i Mori dall'Andalusia, ma essi rimasero comunque padroni del Mediterraneo. Pirati come Occhiali, Barbarossa, Alì Mustafa erano il terrore delle sponde italiane, greche, spagnole devastando e saccheggiando i villaggio costieri, assaltando le ricche navi da carico, uccidendo e deportando schiavi. La Croce stava per soccombere alla Mezzaluna.
    Pio V°, contrariamente agli altri sovrani europei, capì quale fosse la minaccia islamica e chiamò a raccolta tutte le forze cristiane in una grande alleanza, la Lega Santa, una nuova Crociata, ma questa volta difensiva: non per liberare il Santo Sepolcro, ma per preservare la stessa Roma, che Solimano il Magnifico aveva battezzato la "Mela Rossa", per indicare il bottino più appetibile. Un'alleanza che il 7 ottobre 1571 - due giorni fa ne è ricorso il 431° anniversario - sotto il comando di Giovanni d’Austria, sconfisse i musulmani nel più grande scontro navale della storia, la battaglia di Lepanto, che salvò l'Occidente dall'incubo di una dominazione islamica. Ma i regni erano riottosi ad imbarcarsi in quella avventura nella quale non avevano nulla da guadagnare per le loro casse, anzi avrebbero dovuto sborsare per essa somme ingenti. Venezia temeva per i suoi commerci nel Mediterraneo, traffici fruttuosi con gli stessi saraceni, la Francia era occupata a leccarsi le ferite della campagna d'Italia, la Germania era alle prese con le periodiche ribellioni dei popoli vassalli.
    1 - continua
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

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    Predefinito A Lepanto la Croce umiliò la Mezzaluna

    Continua la rievocazione della battaglia che fermò la minaccia dell’Islam

    di Fabrizio Di Ferdinando

    Ad aprire gli occhi a tutta la cristianità ed a farla decidere a scendere in campo fu la tragica sorte di Famagosta, la fortezza veneziana di Cipro, comandata dal senatore Marco Antonio Bragadin. Una mattina di marzo del 1571 comparvero all’improvviso all’orizzonte duecento galee turche, che in poche ore circondarono l’isola e sbarcarono sulla baia di Costanza ben 25.000 uomini, contro i 4.000 difensori dell’isola, mentre 74 cannoni martellavano le mura della fortezza da dieci punti diversi.
    La resistenza dei veneziani fu eroica. In luglio, dopo quattro mesi di assedio, i turchi riuscirono a praticare una breccia nelle mura, lanciandovi migliaia di giannizzeri. Ma per quattro volte, dal 9 al 31 luglio, vennero respinti con enormi perdite dai difensori, rimasti nel frattempo in 1.800. Alla fine, giunti allo stremo, quando anche tutti i cavalli erano stati mangiati e da bere era rimasta solo l’acqua di mare, Bragadin uscì con la bandiera bianca per trattare la resa.
    Ma i turchi, in spregio a ogni norma di guerra, fecero a pezzi gli ambasciatori e sottoposero lui ad un orribile supplizio: gli mozzarono il naso e le orecchie, poi lo appesero a testa in giù all’albero di una nave e lo scorticarono vivo. Per fortuna il senatore veneziano morì prima che gli staccassero tutta la pelle, quando il coltello del boia “era arrivato all’altezza dell’ombelico”. La pelle dell’ ucciso fu riempita di paglia e l’orrendo manichino fu issato in segno di vittoria sulla galea di Mustafà.
    I fatti di Famagosta riempirono di orrore e di sdegno tutta Europa , e anche i sovrani più restii come Filippo II di Spagna, per nulla convinto dell’opportunità di scontrasi in battaglia con i turchi, si convinsero che era arrivato il momento di fermare la spada dell’Islam.
    Le maggiori potenze marinare dell’epoca, Spagna e Venezia, con l’appoggio dello Stato Pontificio e l’apporto delle altre nazioni cristiane, misero insieme la più grande flotta mai vista sino ad allora: 90 galee spagnole al comando di Don Giovanni d’Austria, figlio bastardo di Carlo V°, appena 24enne, e dell’ammiraglio genovese Gianandrea Doria; 55 galee del Papa agli ordini del principe Marco Antonio Colonna; 6 navi ciascuna la Toscana e la Savoia, 3 i Cavalieri di Malta.
    La superba flotta veneziana schierava oltre 120 navi (80 galee da combattimento e 42 da trasporto) al comando del settantacinquenne Sebastiano Venier. In tutto circa 80.000 uomini, contando marinai e rematori. L’appuntamento era a Messina, per andare stanare la flotta di Alì Pascià, forte di 300 navi, che svernava a Lepanto, una baia tra il golfo di Patrasso e quello di Corinto, sulla costa ionica della Grecia.
    Le forze in campo erano quasi pari, ma i cristiani disponevano della grande novità bellica: gli archibugi, con un nuovo strumento, il corno, che permetteva di caricarlo in un terzo del tempo che richiedeva lo scodellino delle vecchie spingarde.
    In più i cannoni cristiani erano mobili, e potevano essere spostati dove era più necessario, raddoppiando il fuoco sulla fiancata che si trovava davanti al nemico, mentre quelli turchi erano per lo più fissi, e una buona metà ne restava quindi inutilizzata durante le virate di bordo. Ma soprattutto i veneziani avevano un’arma nuova e terribile: le galeazze, tozze navi senza soldati a bordo ma solo cannoni, ciascuna con 40 obici pesanti in grado di sparare palle da 23 chili, dall’effetto devastante. Una potenza di fuoco impressionante, se si pensa che l’ammiraglia spagnola, la “Real“, ne aveva solo cinque.
    Un’ultima risorsa infine per le navi cristiane era rappresentata dai rematori: sulle navi della Lega facevano parte dell’equipaggio e - sebbene fossero in gran parte avanzi di galera (e il nome galeotti deriva appunto dall’usanza di destinare al remo nelle galee i detenuti) - in caso di emergenza potevano combattere anche loro. Sui legni dei mori invece i rematori erano tutti schiavi cristiani, che non avrebbero certo combattuto contro i loro fratelli di fede. Anzi potendo avrebbero “remato contro” è il caso di dire, e non è escluso che qualcuna delle manovre errate compiute quel giorno dalla flotta turca sia stata sbagliata a bella posta dai rematori. Le due immense flotte, oltre 600 navi complessivamente, si scontrarono al largo di Lepanto alle 7 del mattino del 7 ottobre 1571 con una violenza inaudita. Si cercava di distruggere le ammiraglie nemiche, per lasciare le squadre senza direzione.
    Don Giovanni D’Austria indossava una corazza d’oro, dono del Papa, e per rincuorare i suoi uomini e mostrare la sua serenità danzava sul ponte al suono di un piffero. I soldati della Lega Santa stringevano il rosario in una mano e l’archibugio nell’altra, i frati dicevano messa e benedicevano i combattenti, impartendo l’assoluzione anticipata ai morituri, mentre i chirurghi allinevano i loro ferri sotto coperta, inchiodavano i tavoli operatori e preparavano barelle di vele e corde. Chi bestemmiava veniva passato per le armi sul posto. L’ammiraglio veneziano Sebastano Venier, dalla candida barba, comandava in pantofole, per far meglio presa sul ponte, senza rinunciare al suo fazzoletto di seta imbevuto di essenza di rose al naso per non sentire i grevi odori della ciurma.
    Aveva motivi personali per odiare i saraceni: la sua bellissima nipote era stata rapita e si trovava schiava nell’harem di Solimano a Costantinopoli, un harem modesto per un sultano: solo cento donne, sorvegliate da un eunuco greco. Il nobile e ricchissimo genovese Gianandrea Doria, scaltro quanto brutto, vestito sempre di nero, cercava la vendetta su Occhiali, che gli aveva affondato decine di navi e ucciso un figlio. Il principe Marco Antonio Colonna, esponente della nobiltà “nera”romana e pupillo del Papa, alto grosso e barbuto, era il comandante che teneva di più all’eleganza: mantello di seta nera, confezionato apposta per lui dalle suore Orsoline, che avevano cucito nella fodera una croce portafortuna, calzamaglia rossa, morbidi stivaletti di capretto bianchi. Impugnava due spade e infilate nella fascia rossa alla cintura teneva due pistole dal calcio d’argento.
    Un altro principe, Alessandro Farnese, aveva portato con sé a combattere, per ingraziarsi il Papa, 202 riluttanti parenti, arruolando cugini nipoti e cognati, un vero e proprio piccolo esercito. In cambio sperava nell’elargizione di terreni pontifici e di benefici vari. La flotta turca era comandata da Alì Mehemet Pascià, 50 anni, convinto di essere invincibile perché aveva con sé come talismano il dente canino destro di Maometto, contenuto in una piccola teca di cristallo. Il pirata Barbarossa, uno dei saraceni più feroci che da anni insanguinava le coste del Mediterraneo con le sue scorrerie, si era portato a bordo tutto l’harem e dava gli ordini sdraiato sui cuscini sotto un baldacchino a poppa, circondato dalle sue 40 donne. Con lui c’era anche il figlio Hassan, talmente grasso che mangiava solo ogni cinque giorni. A bordo dell’ammiraglia c’era Selim II, figlio degenere del grande Solimano - avuto da dalla bella Khurrem la Sorridente - dedito al vino malgrado gli insegnamenti del Corano. C’era anche un cristiano rinnegato, Uluch Alì, detto “Occhiali”, l’ex frate Luca Galeni, era il pirata che più incuteva paura: aveva un’orenda cicatrice sull’avambraccio, che si era procurato reprimendo da solo una rivolta di schiavi a Chio, la testa deturpata da altre cicatrici, ricordo di mille combattimenti, ed era famigerato per la sua crudeltà e per il suo odio verso i cristiani . Ma era scaltro e ambizioso, la mente direttiva della flotta.
    Audace era anche il pascià Kara Hogia, che aveva tinto di nero le sue 22 galeotte per incutere maggior timore al nemico e si muoveva sempre circondato - in senso letterale, gli uomini si stringevano in cerchio intorno a lui e quelli dietro camminavano a ritroso per avere sempre di fronte un eventuale nemico - una guardia personale di 100 “giannizzeri”(da “Yeni Ceri“, truppe nuove), il corpo d’élite delle milizie turche, ragazzi rapiti lungo le coste del Mediterraneo, o che facevano parte del “tributo di sangue”che ogni anno il Sultano esigeva dai popoli sottomessi: dai 10 ai 40mila giovani. Il primo uomo a balzare a bordo dell’ammiraglia turca “Sultana“, fu... una donna, Maria la Bailadora (la ballerina), che si era vestita in panni maschili per seguire il suo uomo, un capitano dell’Armada. Fu vista infilzare con la spada un turco che l’affrontava. Lo scontro iniziò alle 10,30. La squadra dello sceicco Mehmet Soraq, ribettezzato “Sirocco”dai cristiani fu subito spazzata via dal fuoco micidiale dalle galeazze del capitano veneziano Agostino Barbarigo, che però, colpito da una freccia, perse un occhio. Scirocco fu ferito e catturato. La galera di Alì tentò di speronare l’ammiraglia di Don Giovanni, per due volte 400 giannizzeri tentarono l’arrembaggio della splendida nave, ma furono fatti a pezzi dagli archibugieri che sparavano a chiodi. La nave di Alì fu arrembata, lui venne decapitato e la sua testa issata su un pennone accanto a una croce, gettando nello sgomento i saraceni. Le navi turche che cercavano di fuggire furono circondate e colate a picco con bordate a palle incatenate da 50 libbre, che aprivano enormi falle negli scafi, dalle galere siciliane di don Giovanni di Cardona, rimaste di riserva proprio per impedire la fuga.
    Alle quattro del pomeriggio, dopo nove ore di sanguinoso combattimento, sotto un cielo arrossato dalle navi in fiamme o oscurato dal fumo degli incendi e delle cannonate, la battaglia era vinta: vi avevano perso la vita 8.000 cristiani (che ebbero 15.000 feriti) e ben 25.000 turchi, in gran parte “galeotti”gli schiavi incatenati ai remi delle galee (da cui il termine galera), la cui sorte era segnata se la nave affondava. Altri 12.000 schiavi cristiani vennero invece liberati.
    La Lega perse solo 12 galee, affondò 50 navi turche e ne catturò altre 180, mentre i resti della arrogante flotta di Alì Pascià, che pure era stato ucciso dal crollo dell’albero della sua nave, fuggivano disordinatamente, i legni in fiamme e le vele a brandelli. L’Europa era salva. 2 - fine. La precedente puntata è stata pubblicata ieri. Notizie e foto sono tratte da La battaglia di Lepanto (Rusconi) e Le grandi battaglie della storia (Viviani)
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

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    7 OTTOBRE, il giorno
    che salvò l'Occidente


    Poitiers, Lepanto e Vienna. Tre grandi vittorie, splendide e sanguinose. Tre
    vittorie dell'Occidente, tre vittorie della Cristianità. Tre vittorie contro un
    mondo di volta in volta arabo o musulmano, ferocemente aggressivo, ma anche
    giovane, forte e spavaldo. Un mondo però che ogni volta, e proprio nel cuore
    dell'Europa, si è infranto contro il valore degli Europei, decisi a non cedere
    la propria terra fino all'estremo sacrificio. Europei ancora in possesso di
    amore per la propria terra, di Fede, di istituzioni politiche e religiose che
    non li avevano abbandonati, come da troppo tempo accade oggi. Istituzioni che
    li spronavano anzi, con Re, Papi e Imperatori. Un Europa, in tre epoche
    distanti tra loro anche mille anni, nella quale gli Europei accorsero
    volontariamente, popolo e signori, a difendere la propria civiltà e la propria
    Religione. Un'epoca nella quale la Cristianità non confondeva ancora la Carità,
    una virtù teologale, con una solidarietà che ne è oggi la caricatura: rifugio
    sentimentale di chi è disposto a sacrificare la propria civiltà per un
    egoistico bisogno di apparir buono a sé stesso. Un'epoca nella quale gli
    intrighi politici, per quanto spietati e interessati come lo sono oggi,
    trovavano un limite in un sistema di valori superiori, di fronte ai quali ogni
    sacrificio veniva accettato con entusiasmo. L'Europa difendeva il suo modello
    di civiltà, si direbbe oggi. Sì, ma difendeva anche il suo sangue, le sue
    chiese, le sue monarchie e repubbliche. Forse non siamo meno coraggiosi dei
    nostri avi, auguriamocelo almeno. Ma abbiamo perso ogni riferimento a qualsiasi
    cosa di superiore, abbiamo smarrito il senso di appartenenza a un popolo, ne
    abbiamo smarrito il giusto orgoglio. Abbiamo smarrito il normale senso di
    vivere la religione, abituati da secoli di propaganda illuminista e peggio a
    ritenere la Fede un relitto del Medioevo. Né siamo più capaci di pensarci
    membri di una comunità. Una vera comunità, con delle radici e una storia che
    abbiano plasmato noi e che ci vive accanto facendoci amare gli uni gli altri,
    perché questi riconosciamo simili a noi, perché in essi vediamo noi stessi, i
    nostri figli e i nostri genitori. L'occidente di oggi conosce solo disanimate
    comunità indotte dall'ideologia, tanto più vaste quanto insulse, dove ognuno,
    prigioniero dell'incomunicabilità cui è costretto, si ripiega su sé stesso.
    Solo e individualista come la dimensione della vita al giorno d'oggi. Però
    abbiamo il libero mercato: la libertà di vendere e comprare qualunque cosa a
    chiunque e da chiunque. La libertà di dimenticare storia, tradizioni e
    religioni per costellare le nostre città di orribili negozi tutti uguali, di
    essere condannati a vedere i nostri soldi aumentare o diminuire di valore a
    seconda di quel che accade alla Borsa di New York, o Tokio o chissà dove.
    Abbiamo persino letto dei sacerdoti chiamare alla difesa d'Europa in nome della
    difesa del libero mercato. La battaglia dell'Occidente deve quindi essere una
    battaglia contro sé stesso, o contro chi lo ha ridotto in questo modo. Bisogna
    riempire il vuoto delle nostre anime coi valori della Tradizione. A quei
    profeti dei listini di borsa ha risposto Bossi sul Messaggero del 1 ottobre:
    l'Islam, oggi come oggi, è forte perché ha più valori di noi. Non si accorre a
    Poitiers, a Lepanto o sotto le mura di Vienna per il libero mercato, né per gli
    interessi delle multinazionali. Sono necessari coraggio e un amore tanto più
    profondo quanto più disinteressato. Carlo Martello, San Pio V, Prinz Eugen ne
    sono gli eroici simboli; ma dietro di sé, essi ebbero tutta la Fede e il Sangue
    della Nostra Europa. Per riempire i ranghi delle loro file servono questi
    valori.
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

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    La flotta turca fu affondata dalla coalizione cattolica formata da pontifici,
    imperiali, veneziani, genovesi, Cavalieri di Malta e di S. Stefano
    Lepanto 1571: quando l'unione fece la forza
    La vittoria dell'Occidente dopo quattro ore di furiosa battaglia nel Golfo di
    Patrasso

    di Al. Or.

    Fra i molti dipinti di Paolo Veronese che vi sono a Venezia nelle Gallerie
    dell'Accademia, ve n'è uno che raffigura, in alto, sopra una cortina di nuvole,
    San Pietro, San Rocco, Santa Giustina e San Marco che implorano la Vergine
    affinché conceda la vittoria alla flotta che è raffigurata al disotto, mentre
    combatte con delle navi turche, contro le quali un angelo lancia delle frecce
    incendiarie. Questo dipinto era un tempo a Murano, a sinistra dell'altare del
    Rosario nel Duomo e, dipinto probabilmente nel 1572, era un ex-voto, che
    Veronese dipinse per Pietro Giustinian, l'anziano membro del Maggior Consiglio
    che da quella battaglia era tornato vittorioso. La battaglia di Lepanto. 430
    anni orsono, all'alba del 7 di ottobre 1571, la flotta della Lega Cristiana
    entrava nel Golfo di Patrasso. Dopo 4 ore di furiosi combattimenti, di
    terribili corpo a corpo combattuti sui ponti delle imbarcazioni, le navi
    cattoliche avrebbero colto quella vittoria per la quale i turchi sarebbero
    stati esclusi per sempre dal Mediterraneo occidentale.
    I TURCHI A CIPRO

    La guerra era stata dichiarata a Venezia dai Turchi all'inizio dell'anno
    precedente: ma all'intimazione di abbandonare Cipro, la Serenissima aveva
    risposto con un netto rifiuto. La resistenza veneziana, sotto il comando di
    Nicolò Dandolo, fu tenace, ma non fu possibile evitare lo sbarco e, nonostante
    le fortificazioni di Nicosia, ancora oggi visibili, fossero appena state
    innalzate, e la lunga ed eroica difesa sostenuta soprattutto da Romagnoli e
    Marchigiani, la città fu presa il 9 settembre 1570.
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

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    "IN HOC SIGNO VINCES"

    La minaccia turca era stata chiaramente compresa in tutta la sua gravità da uno
    dei più grandi Papi che la storia della Chiesa ricordi: San Pio V. Egli si era
    messo all'opera già all'indomani della dichiarazione di guerra turca, e non
    tralasciò nulla per creare quell'alleanza di principi e uomini cristiani che
    sbarrò la strada agli Ottomani. Nacque così la prima Lega Cristiana a capo
    della quale il Papa pose il già famoso Marcantonio Colonna Duca di Paliano, che
    l'11 giugno 1570 ricevette dalle sue mani la nomina a Prefetto e Capitano
    Generale insieme con lo stendardo raffigurante sul fondo di Damasco rosso il
    Crocifisso tra gli apostoli Pietro e Paolo; in alto il motto "In hoc signo
    vinces". Si trattava ora di convincere a soccorrere Venezia le altre potenze
    dell'epoca e in particolare Filippo II, i cui interessi fatalmente
    contrastavano a quelli di Venezia, che era di fatto l'unico stato libero della
    penisola. Egli possedeva infatti i reami di Na poli, Sicilia e Sardegna e
    controllava Genova, il Piemonte e la Toscana. Gli Interessi di Spagna e Venezia
    collidevano in particolare in Lombardia. Qui Milano, Lodi, Como e Pavia erano
    in mano a Filippo, mentre Bergamo e Brescia, con Vicenza e Verona, erano domini
    veneziani. Il Re di Spagna tratteneva così Toscana, Genova e il ducato di
    Savoia dall'intervenire. E' singolare che questo compito toccasse a un Papa che
    molto meno di tanti altri ebbe interesse a assumere impegni militari, a
    dimostrazione del fatto che quando la necessità lo impone, alla preghiera e al
    digiuno possono essere uniti i cannoni.
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    UN PAPA VOLUTO DA SAN CARLO

    Il conclave nel quale era stato eletto, che fu il capolavoro diplomatico di San
    Carlo Borromeo, ebbe luogo nel 1565, l'anno al quale si possono far risalire
    gli antefatti di Lepanto. Turchi e barbareschi si gettarono in quell'anno su
    Malta per scacciarne, come già avevano fatto da Rodi, i Cavalieri dell'Ordine
    Ospitaliero di San Giovanni in Gerusalemme, che avevano di recente ottenuto
    l'isola da Carlo V. 500 navi e 50.000 uomini, tra giannizzeri della guardia e
    corsari di Dorghut Pascià, il leggendario corsaro che perse la vita decapitato
    da una palla di cannone, assalirono Malta. 700 Ospitalieri, sostenuti da una
    sprovveduta ma tenace popolazione, riuscirono a resistere fino all'arrivo delle
    navi spagnole che costrinsero i Turchi a togliere l'assedio. L'anno seguente
    però, Genova perdette l'isola di Chio: le chiare intenzioni ottomane erano a
    questo punto evidenti e l'attacco a Cipro ne fu la logica conseguenza. Pio V
    non risparmiò alcuna energia per dar vita a quella Lega che infine comprese,
    oltre naturalmente a Venezia, che sostenne anche lo sforzo maggiore, la Spagna
    di Filippo II, la Repubblica di Genova, il ducato di Savoia, gli "uomini neri",
    come erano chiamati dai Turchi gli Ospitalieri di San Giovanni, e il Granducato
    di Toscana, con in particolare i Cavalieri del Sacro Militare Ordine Marittimo
    di Santo Stefano Papa e Martire.
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

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    "UOMINI NERI" CONTRO PIRATI

    L'ordine che era stato creato da Cosimo I de' Medici, proprio per combattere la
    pirateria nel Tirreno, e autore, in questo e nel secolo successivo, di
    straordinarie imprese in tutto il Mediterraneo. Infine Lucca, Mantova, Parma,
    Urbino e Ferrara. Il 5 agosto 1571 cadde l'ultimo baluardo veneziano a Cipro:
    Famagosta. Il generale Marcantonio Bragadin, che ne era capitano, l'aveva
    difesa disperatamente per mesi. Ingannato da Alì Pascià, che gli aveva concesso
    una resa con onore, una volta consegnata la città fu preso e gli furono mozzati
    naso e orecchie. Fu quindi torturato per 11 giorni e infine scuoiato vivo il 17
    agosto, sulla Piazza di Famagosta, mentre la splendida cattedrale gotica di San
    Nicolò era trasformata in moschea. La sua pelle fu riempita di paglia e
    trasportata a Costantinopoli. L'urna che la contiene si trova a Venezia, nella
    Chiesa dei Santi Giovanni e Paolo, il Pantheon delle glorie della Serenissima,
    dove giunse nel 1596 dopo essere stata avventurosamente trafugata dall'arsenale
    di Costantinopoli. LA CRISTIANITÀTUTTA UNITA Le navi cristiane si riunivano nel
    frattempo a Messina. Erano 208 galere, vale a dire vascelli a remi e a vela
    armati con artiglieria pesante sulla piattaforma anteriore e leggera sui
    fianchi. Il grosso della flotta era costituito dalla squadra veneziana: 105
    vascelli al comando del vecchio generale da mar Sebastiano Venier; quindi la
    squadra di Filippo II Re di Spagna, comandata da Gian Andrea Doria, con 81 navi
    di cui 14 spagnole; la squadra pontificia schierava 12 navi ed il suo generale
    Marcantonio Colonna Duca di Paliano era vice comandante dell'intero
    schieramento. Tre navi erano genovesi, tre dei Cavalieri di Malta e tre
    addirittura del Ducato di Savoia. Comandante generale era Don Giovanni
    d'Austria, fratello del Re di Spagna, che aveva ricevuto a Napoli dalla mani
    del Cardinal Granuela il bastone del comando e il nuovo stendardo: un ricco
    drappo di seta cremisina con l'immagine del Redentore in croce.
    Complessivamente 50.000 soldati, archibugieri e corsaletti, e 13.000 marinai.
    Fra loro anche corsi, tedeschi e 6000 valloni, l'eroico popolo pronto in ogni
    epoca a difendere l'Europa dai suoi nemici. Le forze cattoliche avevano
    soprattutto 1800 cannoni, i quali fecero la differenza coi 750 dei Turchi, poco
    superiori per il numero di navi e in grado di schierare un numero equivalente
    di uomini.
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

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    DUE FLOTTE CONTRO

    Il 16 settembre l'Armata Cristiana usciva dal porto di Messina dirigendosi a
    Corfù. Qui ricevette la notizia che la flotta turca era entrata nel golfo di
    Lepanto. Si riprese il mare la notte sul 4 per fermarsi presso Cefalonia il 5.
    Trascorse il 6, finché verso le sette di sera la flotta turca uscì dal golfo.
    Le flotte si incontrarono all'imboccatura del golfo di Patrasso verso la prima
    ora di sole della domenica sette ottobre. Dopo mezzogiorno Doria girò il bordo
    al largo dando l'impressione di fuggire. Al tiro che gli fu rivolto rispose Don
    Giovanni col cannone di corsia accettando così la battaglia. Furono abbassate
    tutte le bandiere dei Principi e dei Capitani, tranne quella di Colonna, mentre
    la Reale spiegò il grande stendardo della Lega e quello della Beata Vergine.
    Don Giovanni percorse la linea della battaglia, quindi, suonate le trombe, si
    diede a danzare di gioia sul ponte della Reale. Intanto Gesuiti, Domenicani,
    Francescani e quanti Preti erano presenti sulle galee, benedicevano le armi
    cristiane. Più tardi molti di loro le avrebbero a propria volta furiosamente
    impugnate. I turchi si gettarono sulle navi cristiane mal governando
    l'artiglieria; intanto la capitana del Papa investì quella turca, mentre era a
    sua volta investita da quella del Pascià Pertaù. In un indescrivibile furore,
    mentre la battaglia pareva ormai più terrestre che navale, lo stendardo
    cristiano restavo intatto e non una sola freccia giungeva a lacerarlo. Don
    Giovanni e Colonna combatterono davanti a tutti per tre ore invadendo la reale
    turca. Infine giunsero 400 soldati freschi che irruppero per prua e per fianco.
    Alì Pascià fu ucciso, sterminati i giannizzeri e, scesa la mezzaluna, prendeva
    il vento lo stendardo di Gesù Crocifisso. All'ala sinistra era la squadra
    gialla, quella veneziana. Il loro valore si riassume in quello di Agostino
    Barbarigo che li capitanava. Ricevuta ben presto una freccia nell'occhio
    destro, non abbandonò il ponte, e tra i tormenti della ferita mortale continuò
    a dirigere le operazioni finché 54 delle 56 navi che lo avevano attaccato non
    furono prese. Scese allora dal ponte e, strappatasi di sua mano la freccia
    dall'occhio, dopo aver avuto notizia della vittoria, morì rendendo grazie a
    Dio. All'ala destra Andrea Doria continuava a rifiutare il combattimento. La
    galea Fiorenza e la San Giovanni del Papa lo abbandonarono e si volsero insieme
    contro il nemico sostenendo insieme alla squadra azzurra l'assalto di Uluds
    Alì. Numerosi morirono i cristiani ma le sorti generali della battaglia erano
    decise. La capitana di Malta fu presa da Alì, il Pascià calabrese di Algeri,
    che fece sgozzare sul ponte 36 cavalieri, mentre quasi tutti i Cavalieri di S.
    Stefano morirono sulla Fiorenza del Papa.
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

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    QUATTRO ORE DI FUOCO

    La battaglia era durata poco più di quattro ore. Erano morti 40.000 turchi e
    solo 25 galee furono salve. La potenza navale ottomana era finita per sempre.
    San Pio V, che aveva trascorso le ore della battaglia in preghiera dinanzi
    all'effigie della Madonna della Salute, nella Chiesa di S. Maria Maddalena,
    stabilì in segno di ringraziamento alla Vergine al 7 ottobre la festività di
    Santa Maria della Vittoria che fu estesa da Clemente XI a tutta la Cristianità
    e definitivamente fissata al 7 ottobre da Leone XIII.
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

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    Pio V, papa milite della fede

    di Al. Or.

    Il clima di grande santità nel quale Michele Ghislieri, nel 1566, fu eletto
    Papa, fu quello delle costituzioni emanate da Pio IV: esse prevedevano la
    clausura assoluta e i 53 cardinali elettori la rispettarono pienamente. Fu San
    Carlo Borromeo a perorare particolarmente l'elezione di questo cardinale
    domenicano, che era stato recentemente sollevato dall'incarico di Inquisitore
    generale. Dopo una parentesi come Vescovo di Mondovì, rimaneva a Roma, dove
    viveva solitario e penitente, allontanato dal Vaticano e malato al punto da
    essere prossimo a morire. Antonio Ghislieri era nato a Bosco, nel Ducato di
    Savoia, nella diocesi di Tortona, il 17 gennaio 1504. Entrò nel convento
    domenicano di Vigevano a soli 14 anni, per entrare nell'Ordine dei Frati
    Predicatori col nome di Michele. Si recò quindi allo Studio di Bologna, la vera
    patria da dove la sua famiglia era stata esiliata tre generazioni prima, dove
    in breve divenne Lettore di Logica, Filosofia e Teologia. Ordinato a 24 anni,
    predicò numerose Quaresime nel Capitolo Provinciale della Lombardia. Fu quindi
    chiamato al duro ufficio di Inquisitore, dapprima a Pavia e quindi a Como,
    dove, scomunicato il Vicario e il Capitolo, fu aggredito e si salvò a stento.
    Inquisì ancora il Vescovo di Bergamo, ma non volle mai deporre l'abito
    domenicano per paura d'esser riconoscibile come inquisitore. Giunse quindi a
    Roma come Commissario del Sant'Uffizio, rifiutò dapprima il vescovado, e fu
    eletto Cardinale col titolo di Santa Sabina e nome di Cardinale Alessandrino.
    Anche quando fu eletto Sommo Inquisitore perseverò con i consueti zelo e
    ostinazione, sempre vestito da frate tranne nelle occasioni pubbliche, quando
    vi era obbligato. Fu quindi adorato come Sommo Pontefice, e incerto se
    accettare la tiara, gli fu miracolosamente suggerito di accettarla. I digiuni e
    la preghiera che gli erano abituali, si intensificarono. Si vestì degli abiti
    del Pontefice precedente, ma sempre con gli indumenti domenicani al di sotto.
    Dormiva solo alcune ore e su di un pagliericcio. Pellegrinava per le chiese di
    Roma, scalzo e a capo scoperto. Nel governo della Corte prescrisse la medesima
    austerità che usava con se stesso. Contro le eresie fu inflessibile e attivo:
    mandò milizie in Francia perché combattessero gli Ugonotti, e eventi miracolosi
    accompagnarono quelle lotte, scomunicò Elisabetta regina d'Inghilterra e
    prescrisse che gli Ebrei potessero risiedere esclusivamente a Roma. Aprì ancora
    numerose strade e costruì acquedotti, e insieme con le ordinanze per migliorare
    la moralità del popolo di Roma, istituì la Congregazione dell'Indice. Ma, oltre
    alla Lega Cristiana vittoriosa a Lepanto, applicando la riforma ecclesiastica
    secondo i canoni del Concilio di Trento, pubblicò nel 1568 quell'immutabile
    "Missale Romanum", il più grande monumento che abbia lasciato, l'unico vero
    mezzo con cui celebrare il Sacrificio di Cristo. Morì il 1 maggio 1572, senza
    aver mai commesso un peccato mortale, come riportarono i suoi confessori.
    Beatificato da Clemente X, fu santificato nel 1710 da Clemente XI.
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

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