Nazionalizzare la Fiat, per salvare l'occupazione (e non solo)
L'interesse pubblico
Di fronte alla crisi verticale della Fiat, abbiamo proposto la nazionalizzazione. Nonostante sia stata snobbata dalle forze politiche, questa proposta è rimasta ben presente dentro il dibattito, segno evidente della sua efficacia.
In primo luogo. La Fiat versa in una situazione gravissima non a causa di un restringimento del mercato ma perché propone un prodotto che a parità di prezzo è di scarsa qualità. Non si tratta di qualche modello sbagliato ma di un problema strutturale. In questi anni, la casa di Torino ha fatto - in larga parte con fondi pubblici - grandi investimenti sul processo produttivo; poco o nulla in termini di innovazione di prodotto. Ha ristrutturato per ridurre peso e potere dei lavoratori mentre nulla ha fatto nella ricerca per innovare il prodotto auto. Non a caso sul motore a idrogeno, cioè su un punto strategico, la Fiat sta a zero, mentre altri produttori sono già in grado di avviare la produzione. La Fiat esprime in forma plastica una caratteristica storica delle classi dominanti italiane già analizzata da Gramsci: determinate nella riaffermazione del loro potere e del dominio di classe; incapaci di misurarsi sul terreno dell'innovazione e della risposta ai problemi reali.
Liquidazione già in atto
L'azienda ha una pesantissima esposizione bancaria e si muove per "far cassa", pagare i debiti e remunerare gli azionisti. Questa operazione prevede la vendita dell'azienda - in toto o a pezzi - alla General Motors. A tal fine la Fiat sta cercando di chiudere gli stabilimenti meno redditizi e "smagrire" altri, buttando fuori lavoratori; sta facendo, insomma, il "lavoro sporco" per conto dell'acquirente Usa. Questa vendita sarebbe un disastro per l'occupazione e per l'apparato produttivo. Sul piano occupazionale sarebbe un dimezzamento dell'occupazione - sia Fiat che indotto - in un quadro che potrebbe ulteriormente peggiorare, visto che la FIiat è presente sugli stessi segmenti di mercato della Opel (proprietà della Gm). Sul piano industriale, in Italia rimarrebbero alcuni stabilimenti di montaggio, certo non la progettazione e le funzioni qualitative che presiedono al processo produttivo. Questa vendita servirebbe solo a garantire il patrimonio delle banche e degli azionisti, cioè la rendita. La distruzione della Fiat come agglomerato industriale è l'ennesimo episodio del progressivo depauperamento del patrimonio industriale italiano: L'Italia sta diventando sempre più un paese privo di capacità di ricerca, con poche produzioni ad alto valore aggiunto. Un problema per i lavoratori, sempre più esposti ad una concorrenza fatta solo di compressione dei costi
La risposta operaia
Di fronte a questo stato di cose la risposta dei lavoratori è stata forte. La lotta dei lavoratori di Termini Imerese è per noi un esempio da seguire e da estendere agli altri stabilimenti e all'indotto. Sul piano sindacale la Fiom ha delineato una prospettiva concreta per il movimento, a partire dall'intervento pubblico e dalla riduzione dell'orario di lavoro.
Desolante è invece il panorama politico. Dai Ds emerge l'idea di favorire e velocizzare "una grande integrazione internazionale" tra la Fiat e un altro gruppo. Mi pare un'idea in sintonia con Corso Marconi e completamente sbagliata. Avendo bruciato tutte le altre possibilità, l'unico accordo che la Fiat può fare è con la General Motors e questo porta immediatamente alla sovrapposizione con l'Opel e quindi alla conferma del piano di dismissioni.
La Margherita coglie l'occasione per accentuare il suo profilo centrista e si distingue per la totale assenza di critiche alla Fiat. Il governo ha mille voci, divise sia per appartenenze politiche che per aree geografiche. La risultante mi pare però la disponibilità - dentro un percorso conflittuale e accidentato - a concedere alla Fiat ulteriori finanziamenti in cambio di una compartecipazione alla decisione relativa agli stabilimenti da chiudere. Si tratta al momento dell'ipotesi più insidiosa. Punta a trasformare la vertenza in una gigantesca guerra tra i poveri, in cui i lavoratori di ogni stabilimento rischiano di essere lanciati gli uni contro gli altri nella ricerca di una impossibile soluzione a base territoriale.
Una proposta realistica
La nostra proposta di nazionalizzare la Fiat rappresenta un'alternativa chiara su cui costruire un movimento che unifichi lavoratori della Fiat e dell'indotto e costruisca un'interlocuzione con le istanze del movimento no global. E' l'antidoto alla guerra tra i poveri.
Partiamo da due presupposti. Da un lato il fallimento del gruppo dirigente Fiat e delle ricette neo liberiste, dall'altra la crisi del modello di mobilità basata sulla centralità assorbente dell'auto privata. Con questa proposta proviamo a dare una risposta a questo doppio fallimento che rappresenta una vera e propria crisi di egemonia del capitale. Che la Fiat, la principale azienda italiana, sia sull'orlo del fallimento rappresenta un colpo pesantissimo alla credibilità delle classi dirigenti di questo Paese.
Il nostro problema è cogliere questa crisi di egemonia per avanzare una proposta in grado di dare una risposta ai problemi sul tappeto, una risposta concreta a problemi concreti. Lo diciamo nella consapevolezza che oggi la vera forza dell'avversario di classe risiede proprio nell'assenza di una matura proposta di alternativa politica e sociale. Con questa proposta noi vogliamo indicare un'alternativa possibile.
Dentro la pura logica di mercato non vi è risposta né ai problemi occupazionali né a quelli di una mobilità eco compatibile. Per questo noi proponiamo una innovazione che attraverso la nazionalizzazione permetta un ridisegno delle priorità e delle condizioni stesse in cui avviene la concorrenza. La Fiat nella pura concorrenza sul mercato dell'auto è finita: può avere un ruolo dentro un ridisegno della mobilità gestito dal pubblico.
Proponiamo una risposta ai problemi occupazionali che, a partire dalla produzione attuale, la qualifichi sul piano ambientale e trasformi la Fiat in una azienda produttrice di mobilità. Si tratta di costruire un grande progetto pubblico sulla mobilità ambientalmente e socialmente compatibile, di proporre una innovazione produttiva e sociale guidata dagli interessi pubblici e collettivi. Questo è possibile con la nazionalizzazione, garantendo l'occupazione e mettendo in gioco le grandi risorse di cui la Fiat dispone in termini di professionalità e logistica. Viceversa, se lasciassimo chiudere la Fiat, in Italia continueremmo ad avere due milioni di auto vendute ogni anno, semplicemente le acquisteremmo dall'estero. Più disoccupati, nessun miglioramento dell'ambiente e un po' di deficit in più nella bilancia commerciale e nella dipendenza tecnologica.
Quattro mi paiono le direzioni più significative da sviluppare:
- Trasformare radicalmente la mobilità urbana. Nelle nostre città non si può più circolare e l'ambiente è diventato invivibile. E' necessario un progetto che metta insieme i grandi comuni italiani e le indubbie capacità di gestione logistica della Fiat per ripensare completamente la mobilità urbana. Un grande progetto in cui monitoraggio del bisogno, individuazione della soluzione e realizzazione della medesima costituiscano un nuovo spazio pubblico.
- Separare trasporto individuale e proprietà privata. Oggi in occidente l'individuale è privato e il pubblico è collettivo. Credo che sia possibile superare questa alternativa nella rivendicazione/costruzione di diritti collettivi individualizzati. Vale per tutto il welfare, dalla sanità alla scuola al trasporto. Occorre garantire quote crescenti di mobilità individuale in forma pubblica. La forma privata della proprietà determina un numero sempre maggiore di auto, usate pochissimo. Un'azienda di mobilità pubblica potrebbe garantire "l'affitto" del mezzo di trasporto necessario (bici, moto, bus, treno, auto, ecc.) nel luogo necessario per il tempo necessario.
- Rendere obbligatorio il riciclaggio delle auto da rottamare. In Italia si vendono due milioni di auto all'anno e quasi altrettante finiscono in discarica. Occorre una norma che obblighi chi vende auto a riprendersi indietro quelle usate, a smontarle e a riutilizzarle. Questo potrebbe incidere retroattivamente anche sul modo di costruire le auto, oramai trasformate in un costosissimo oggetto "usa e getta", incompatibile con l'ambiente.
- Rilanciare la ricerca pubblica che è quasi scomparsa e determina l'emigrazione dei migliori ricercatori. Un progetto pubblico di ridisegno della mobilità potrebbe costituire un volano non indifferente di riapertura della ricerca a 360 gradi. Dall'innovazione del prodotto auto alla diversificazione delle possibilità di garantire la mobilità.
La nostra proposta di nazionalizzazione è quindi una parte di un più generale progetto di riconquista di beni pubblici, in cui nazionalizzazione faccia rima con socializzazione.




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