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    Predefinito Repubblicani in CAMPANIA

    Lunedì 14 ottobre h. 18
    Salerno
    Sala "Politio" di Salerno Energia
    (ex azienda del Gas-Torrione)
    Via Stefano Passaro 1
    Manifestazione Pri

    Il segretario nazionale del Pri incontra i repubblicani di Salerno

    -----------------------------------------------------------------------------------
    tratto dal sito web del

    -----------------------------------------------------------------------------------
    NUVOLAROSSA website

    •   Alt 

      TP Advertising

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  2. #2
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    Predefinito

    Caserta
    Elpidio Iannotta candidato del Pri alle ultime elezioni amministrative e' stato nominato assessore nella Giunta comunale presieduta dal Sindaco Luigi Falco

    -----------------------------------------------------------------------------------
    tratto dalsito web:
    http://www.pri.it

  3. #3
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    Predefinito LIBERAZIONE.It 20 novembre 2002

    Riproposto dall'editore Galzerano uno dei saggi più importanti dell'eroe di Sapri
    "La rivoluzione" di Carlo Pisacane

    Bianca Bracci Torsi

    «Eran trecento, eran giovani e forti e sono morti».
    La poesia che Luigi Mercandini dedicò all'eroica e sfortunata impresa di Sapri, imparata a memoria da generazioni di scolari, riassume quanto la maggioranza degli italiani sa di Carlo Pisacane, sommariamente descritto come "eroe risorgimentale" dai libri di storia d'epoca pre-fascista.

    Il giovane ufficiale napoletano andato consapevolmente alla morte insieme con pochi compagni, per testimoniare il suo sogno di un'Italia libera e unita, fu esaltato dalla retorica nazionalista dei primi anni del regno sabaudo, che pure cercò in tutti i modi di censurare o almeno "purgare" i suoi scritti a causa della mai smentita fede repubblicana, poi dal Minculpop mussoliniano e infine dai repubblichini di Salò che ne riesumarono l'opposizione ai Savoia. Fu resa giustizia a una figura ben più complessa e affascinante delle sue icone, soltanto dalla Resistenza al nazifascismo che intitolò al suo nome alcune formazioni partigiane, rivalutando il teorico, l'agitatore, il comandante al quale si devono anche splendide pagine sulla tattica e la strategia della guerriglia.

    Non è un caso del resto, che gli studi più seri sulla figura e l'opera di Carlo Pisacane, in tutto il '900, siano quelli di Nello Rosselli e Giaime Pintor, due antifascisti militanti che gli dedicarono gli ultimi anni delle loro brevi vite, tragicamente spezzate.

    In realtà Carlo Pisacane fu uomo d'azione e di pensiero, come ogni rivoluzionario, erede dei giacobini napoletani finiti sulla forca appena vent'anni prima della sua nascita ma già staccato dal mito della Rivoluzione francese, la cui formula contesterà con ironia («perché libertà non può esistere senza eguaglianza, quindi una di queste parole ridonda» mentre la fraternità «è un'ipocrisia che non esiste in natura… i cittadini vivranno come fratelli perché tali li rendono gli interessi, tutti ispiranti al bene pubblico».), legato a Mazzini, che fu sostenitore e finanziatore della sua ultima impresa, ma distinto da una visione laica e materialista del mondo fino a scrivere «Se Mazzini fosse irreligioso sarebbe l'ideale del cittadino», lettore attento di Fourier, Proudhom, Bakunin.

    Il suo ritratto più veritiero è ancora quello tracciato dalla polizia borbonica, con la rozza ed efficace capacità di sintesi propria degli sbirri di ogni tempo: «socialista, cospiratore, rivoluzionario pericoloso». E La rivoluzione (pp. 304, euro 20), è appunto il titolo di uno dei suoi saggi che oggi ripropone l'autore e editore Giuseppe Galzerano (Galzerano - Casalvelino Scalo Tel. e Fax 0974/62028), corredata da un'ampia e documentata premessa sulla travagliata esistenza di Pisacane e dei suoi scritti.

    Pur essendo pensata e scritta come parte di un'opera molto più ampia - i 4 volumi dei "Saggi storici, politici, militari sull'Italia" - La rivoluzione è un libro ampio e complesso, tessuto di citazioni, polemiche, esempi, frutto di letture, discussioni, studi che vanno dalla scuola militare della Nunziatella ai primi seminari socialisti tenuti in Svizzera nella semiclandestinità, ai salotti liberali londinesi. Il tutto percorso dall'unica certezza chiara di un uomo che rifiuta ogni forma di fideismo - nelle parole e negli uomini -, la certezza di una rivoluzione ineluttabile che sgorga dalla coscienza degli oppressi e deve essere solo sollecitata, organizzata, proposta.

    La premessa, comune a tanta letteratura socialista dell'800, consiste nella contestazione delle teorie, spesso spacciate come dogmi religiosi o laici, di «economisti, preti, monarchici e moderati» a partire dal concetto di progresso, parola che «suona sulla bocca di uomini di ogni condizione e di ogni partito ma è da pochissimi, anzi da quasi nessuno compresa perché ridotta alla esaltazione di un puro e semplice accrescimento del prodotto e dell'umano sapere» che non cambia «la diseguale ripartizione della prosperità». Un obiettivo quest'ultimo possibile solo con l'abolizione della proprietà privata imposta della rivolta della plebe e prima base di quella "libera associazione" che prenderà il posto delle attuali forme dello stato.

    Una rivoluzione che non può che essere cruenta: «cosa sono le idee senza… la guerra che le faccia trionfare? Un nulla. Sono le varie forme che i vapori prendono nell'aria e che uno zefiro disperde». Una rivoluzione che sostituisca agli inganni della religione le leggi della natura tenendo conto delle specificità di ogni popolo. Per quel che riguarda l'Italia la scelta deve essere quella di un'unica nazione, patria di tutti senza il predominio di nessuno degli stati esistenti né l'appoggio di nessun paese straniero - in aperta polemica con le ipotesi risorgimentali del regno unificato sotto la dinastia piemontese dei Savoia e dei "fraterni" interventi francesi - ma tornando, a rivoluzione vittoriosa, al federalismo dei comuni autonomi, legati da un volontario patto che escluda monarchi, presidenti, governi centrali.

    Così Pisacane intreccia all'anarchismo la passione patriottica, percorsa dall'ammirazione per le antiche glorie di Roma repubblicana, al generoso slancio umanitario verso le plebi disperate la rivendicazione della guerra e della giustizia sommaria; da uomo del suo tempo che sa vedere tutte le contraddizioni di quel tempo e della sua stessa cultura e vuole superarle con l'azione diretta, in prima persona, pagando di persona, con un tentativo studiato e organizzato ma gravido di incognite, che conosce tanto bene che, pochi giorni prima della partenza per Sapri, scriverà a un compagno «Se tutti facessimo il proponimento di farci ammazzare in tentativi, anche infruttuosi, sarebbe a parer mio cosa più utile per la nostra povera Italia».
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    Per scaricare La Rivoluzione, di Carlo Pisacane, in formato PDF...cliccare sopra questa frase.... (490 Kb)

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    Chi fosse sprovvisto del programma Adobe Acrobat clicchi qua sotto per scaricarlo gratuitamente........:

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  4. #4
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    Predefinito Lo scopo dell'Edera

    Lo scopo dell'Edera




    Affermare i nostri principi e dare forza al Partito repubblicano. Qualche mese prima di morire Ugo La Malfa chiudeva praticamente la sua vita politica con un discorso al Teatro Nuovo di Milano, il 4 febbraio del 1979. Riascoltiamo le sue parole ed è come se le pronunciassimo noi oggi. "Scopo supremo del Pri è oggi, come nel passato, fare dell'Italia una delle democrazie economiche e sociali più avanzate d'Europa, arrestando il processo di degradazione economica, sociale, civile, che l'ha investita, quasi come una prolungata bufera, negli ultimi dieci anni."

    Una bufera che non riguarda le coalizioni che si sono alternate dal 1994 in poi. Riguarda, piuttosto, l'approccio ai problemi di una classe politica inadeguata, confusa e spesso maldestra. Ne sono conferma le stesse vicende di questa ormai conclusa campagna elettorale, gli ultimi giorni della quale ho voluto dedicare alla terra di Romagna, terra repubblicana per eccellenza.

    E queste giornate romagnole potrebbero essere - e credo lo siano - giornate di festa per il popolo repubblicano.


    (Francesco Nucara)

    Un popolo repubblicano che ha le sue radici nella storia del Paese e non solo nella storia del proprio partito.

    Sbagliano coloro che pensano di distruggere il partito romagnolo, e, a maggior ragione, coloro che pensano di minarlo dall'interno.

    Il Partito repubblicano italiano ha resistito a tutto: alla monarchia, al fascismo, alla Democrazia Cristiana, all'asse Dc-Psi e all'asse Dc-Pci, e resisterà ancora a quanti lo vogliono far scomparire.

    Basterebbe rileggersi un po' di storia e, se vogliamo, un po' di cronaca.

    Nelle varie peripezie il nostro partito ha sempre trovato un nucleo di resistenti pronti a far rivivere l'Edera.

    E' mancato spesso, in questi casi, il senso di appartenenza ad un'idea che andava ben oltre le occasioni o i singoli aspetti di una situazione contingente.

    E' mancato quel collante che Spadolini chiamava "l'altra idea dell'Italia", da non confondersi con l'idea di chi dell'Italia si voleva servire.

    Quel senso di appartenenza che portò Umberto Terracini, leader prestigioso del Pci, a spiegare cosa lo aveva spinto a non abbandonare mai il proprio partito anche quando le decisioni del gruppo dirigente comunista erano distanti anni luce dal suo modo di essere, di pensare, di realizzarsi.

    Egli così affermava in un libro-intervista: "A reggermi in così aspre prove è stata allora la mia convinzione che fuori dall'impegno collettivo non c'è via ad alcuna conquista e che perciò, pur ritenendomi nel vero, politicamente parlando, da solo non avrei potuto realizzare nulla e che, quindi, dovevo custodire gelosamente anche l'ultima radice di quella solidarietà ideale che da sempre mi aveva nutrito."

    Repubblicani, sotto qualsiasi cielo politico oggi vi troviate, tornate a nutrirvi dei nostri ideali, degli ideali mazziniani, della vostra patria che è il Partito repubblicano italiano.

    In una società confusa come quella attuale non sappiamo cosa ci riservi il futuro.

    Sappiamo però che il nostro futuro, nel bene e nel male, è e sarà nell'Edera. Ho trascorso questi giorni con gli amici romagnoli per sostenere il nostro partito, per sostenere una storia mai doma che s'intreccia con la storia dell'Italia e la storia dell'Europa.

    Non c'è docente o studente che studi il Risorgimento italiano e non s'incroci con il Partito repubblicano italiano, quel partito che nasce ben prima della sua fondazione e che trova la sua estrinsecazione formale nel novembre del 1895 a Bologna, su iniziativa del vostro concittadino Aurelio Saffi, triumviro della Repubblica romana e discepolo di Mazzini.

    Forlivesi e repubblicani, onorate la vostra memoria, che non è una memoria chiesastica e non è nemmeno una memoria marxista.

    In questi anni di segreteria, abbiamo cercato di conciliare l'affermazione dei nostri principi con la necessità di far vivere l'Edera: questo simbolo che nasce nel 1834 come emblema della Giovine Europa.

    Molti amici non hanno capito che solo uno sconfinato amore per questo partito ci ha indotto a trovare compromessi che hanno consentito ad una minuscola formazione come la nostra di esercitare un ruolo nel governo del Paese.

    L'atteggiamento tenuto dal segretario nei confronti dei repubblicani romagnoli non è mai stato - e mai sarà - di ostilità preconcetta.

    Anche qui ho cercato di stabilire un rapporto che, pur salvaguardando la posizione politica nazionale, non compromettesse il vostro ruolo negli enti locali.

    E' mia intenzione proseguire su questa strada in attesa che il Pri sia unito da un interesse nazionale, che rilanci le proprie idee ed il proprio ruolo in Italia e in Europa.

    Tutti abbiamo commesso errori - ed io per primo devo farne ammenda - ma se siamo insieme a combattere una battaglia di sopravvivenza, vuol dire che la comune radice non è marcia e che pensiamo di riprendere il cammino. Quel cammino che ci appartiene e non quello che ci ha visto sconfitti all'inizio degli anni '90, come ci aveva visto sconfitti in altre epoche del nostro lungo percorso.

    Gli amici romagnoli sanno che ho difeso il partito e il loro ruolo anche quando, a mio avviso impropriamente, venivano attaccati dagli organismi nazionali.

    E' difficile coniugare Ragione e Passione.


    (Giorgio La Malfa)

    La seconda spesso prende il sopravvento sulla prima, ma noi dobbiamo essere protesi a salvaguardare un equilibrio dinamico.

    Oggi siamo in una coalizione e in un governo che può piacere o meno. Tuttavia, poiché non abbiamo il 51% bensì lo 0,5% siamo costretti e - giustamente - a tener conto delle posizioni altrui.

    Per quella che è stata la mia esperienza di questi anni di governo, debbo ribadire che la forza politica più vicina ai nostri obiettivi è stata Forza Italia e, in modo particolare, il suo leader.

    Le posizioni repubblicane riguardanti Europa, energia, fisco, sicurezza, ambiente e, più generalmente, la modernizzazione del Paese, hanno trovato riscontro negli atti del governo.

    I dissidi sono sorti quando abbiamo affrontato i problemi della ricerca o, in modo particolare, riguardo all'uso degli Ogm ed al ricorso al nucleare (dove ci siamo trovati di fronte all'ostilità di Alemanno), oppure quando abbiamo affrontato i problemi delle cellule staminali o della scuola privata, cui si affiancava tutto il mondo cattolico, al governo come all'opposizione.

    Sulla liberalizzazione, vedi Direttiva Bolkestein, approvata quando Prodi era Presidente della Commissione Ue, ci siamo trovati contro tutta l'opposizione e il mondo sindacale.

    A difendere i privilegi di chi è occupato si fa molto prima che a liberalizzare il mercato.

    Chi è il conservatore e chi è il progressista?

    Il governo o l'opposizione?

    Cari amici, sono stati cinque anni di impegno duro.

    Abbiamo riportato il simbolo dell'Edera, anche se parzialmente, sulle schede elettorali per le elezioni politiche; abbiamo rieditato la "Voce Repubblicana"; abbiamo messo ordine nel tesseramento e nei bilanci del partito; abbiamo riportato il Pri al governo con un ministero politicamente prestigioso e con l'aggiunta dell'incarico a Giorgio La Malfa di coordinare ben sette ministri per l'attuazione della Strategia di Lisbona; abbiamo eletto consiglieri comunali e provinciali, soprattutto nel Mezzogiorno, e ottenuto rilevanti incarichi nelle istituzioni locali.

    Fatemi sentire con il vostro amore e con il vostro cuore che tutto ciò non è stato inutile.

    di Francesco Nucara
    Roma, 7 aprile 2006


    tratto da "Il Portale di Nuvola Rossa"
    http://www.nuvolarossa.org/modules/n...p?storyid=2305

  5. #5
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    Allarme criminalità
    La sinistra al governo della Regione Campania ha fallito miseramente

    Una volta la sinistra italiana sosteneva con una certa virulenza che la principale responsabilità del degrado della società meridionale, ed in particolare dell'alto tasso di criminalità organizzata, dipendeva dai governi locali democristiani e dalle loro maggioranze.

    Secondo questa analisi, piuttosto comune ed insistente, vi era una forte collusione fra potere politico e potere criminale, tale che le possibilità di sviluppo delle Regioni del Mezzogiorno erano bloccata in partenza. La sinistra conseguentemente - e coerentemente - chiedeva ai cittadini una svolta: cacciare le amministrazioni democristiane e centriste che al Sud convivevano con mafia, camorra e ‘ndrangheta, e trovare dei volti nuovi, dando la speranza di un rinnovamento profondo per la società meridionale: si candidava quindi a guidarla con i suoi uomini.



    Questo accadeva vent'anni fa. Ma da vent'anni la Campania è governata da Bassolino, esponente del Pci prima e dei Ds poi; e Napoli da almeno quindici anni dalla signora Jervolino che era sì democristiana, ma poi esponente della Margherita, alleata dei Ds. E oggi, in base alla riscossa malavitosa che vige nella regione, un ministro di Grazia e Giustizia, della medesima maggioranza che sostiene il presidente Bassolino e il sindaco Jervolino, vuole mandare l'esercito, per ridare sicurezza ai cittadini. Allora la domanda che si pone è: se l'analisi di una volta fosse sbagliata, oppure, più semplicemente, se la si sia addirittura scordata. Miriam Mafai, che è una analista politica dotata di notevole memoria, scrive a proposito su ""la Repubblica": "Non me ne vogliano il sindaco della città, Rosa Russo Jervolino, né il presidente della Regione, Antonio Bassolino, se dirò che in questi giorni di violenza ed ammazzamenti la loro reazione mi è parsa tardiva, insufficiente e quasi esitante. Non spetta certamente a loro prendere le necessarie misure a tutela dell'ordine pubblico a Napoli e nella Regione. Ma mi chiedo se hanno valutato in tempo la profondità del male che li aggrediva". Dovrebbe essere elementare rispondere alla domanda della Mafai: questa valutazione non c'è stata. E se non spettano alle istituzioni campane le iniziative per tutelare l'ordine pubblico, senza voler dare loro la responsabilità politica per la deriva che è stata presa - come pure la parte politica della Mafai usava fare in passato - certo un problema rimane, ossia cosa hanno fatto il sindaco e il presidente della Regione per contrastare la criminalità in Campania. Ad esempio, apprendiamo che un dossier della Confesercenti di Napoli denuncia un prelievo che costa complessivamente alle imprese 77 miliardi di euro, "di cui quasi trenta miliardi escono dalle tasche dei commercianti in quelle dei mafiosi". Ciò significherebbe che "le assicurazioni offerte dal racket in cambio di protezione sono aumentate in media del 30%, se non raddoppiate".

    Il sindaco conosceva questo dossier? E non si sentiva in dovere di prendere dei provvedimenti nei confronti dei commercianti vessati dal racket? Non poteva far sì che la polizia comunale, se non quella dello Stato, li tutelasse? Non poteva altresì far chiudere gli esercenti che comunque decidevano di alimentare le cosche rifiutando la protezione delle istituzioni? Si è mai occupato il sindaco di Napoli di questi aspetti così rilevanti? Che cosa ha fatto, insomma? Niente, sembrerebbe, perché avrebbe magari rischiato di colpire dei suoi stessi elettori.

    Ma se il problema è elettorale, forse il comune di Napoli o la Regione andrebbero commissariati, per avere un'autorità sul territorio che non si preoccupi di vincere le elezioni e prenda i provvedimenti necessari. Tale soluzione potrebbe servire più dell'esercito in Campania. Ammettiamo anche invece che davvero il sindaco non si accorgesse della realtà in cui viveva. Noi ci ricordiamo di duri colpi inflitti alle cosche in Campania dal ministero degli Interni. Quello presieduto dal ministro Pisanu, però. Dell'azione del ministero sotto Amato non abbiamo alcuna notizia. E' chiaro però che se si pensa di mandare l'esercito, significa che la situazione è sfuggita al controllo dell'autorità del ministero dell'Interno, oltre che di quella comunale e regionale. E se Amato è da poco tempo preposto ad una funzione tanto delicata, certo questo non si può dire altrettanto per il sindaco ed il presidente della Regione.

    Pensare di gettare tutto il peso della situazione sulle spalle dell'esercito ci sembra francamente il segno di un fallimento da cui non si vogliono trarre le necessarie conseguenze.

    Roma, 31 ottobre 2006



    tratto dal sito del Partito Repubblicano
    http://www.pri.it

  6. #6
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    Telecom, Alitalia, Finanziaria e Napoli, fuori controllo


  7. #7
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    Nella provincia di Salerno repubblicani in campo/Si sono svolti incontri volti a riorganizzarsi per le amministrative
    Lavorare uniti nell'interesse del Pri

    I repubblicani della provincia di Salerno sono tornati in campo. Il 10 ottobre, infatti, la direzione provinciale ha dato inizio al primo di una serie di incontri. Erano presenti il segretario regionale Carmine Bevilacqua, l'assessore Biagio Salsano, l'assessore Giuseppe Russo, il sindaco di Castellabate Costabile Maurano e tutti i segretari di sezione: Pasquale Mango, Luciano Bruni, Francesco Platano, Cinzia Morello, Gennaro Fiengo, Mario Robertazzi, Antonella Milite, Michele De Angelis, Orlando Pergamo, Ernesto Pisano, Ernesto Marra, Luigi Ingenito, Alberico Ingenito, Antonio Iannone, Mario Iannone, Carmine Carrano e Donato Vespa.



    L'incontro era volto a riorganizzare il Pri salernitano anche in vista delle prossime elezioni amministrative previste per la primavera 2007 nei comuni di: Acerno, Battipaglia, Bracigliano, Buccino, Centola, Colliano, Corsara, Giffoni Sei Casali, Laurino, Laviano, Montecorice, Nocera Inferiore, Pagani, Palomonte, Petina, Piaggine, Postiglione, Roccagloriosa, Roccapiemonte, Roscigno, Sacco, San Marzano Sul Sarno, Santa Marina, Santomenna, Sanza, Sapri, Serre, Stella Cilento, Stio.

    Il Pri sarà particolarmente attivo a Nocera Inferiore, Pagani e Battipaglia dove il partito sarà presente con una propria lista; negli altri comuni si assicura almeno un candidato repubblicano nelle coalizioni di centrodestra.

    Si è discusso, inoltre, del tesseramento 2006, del prossimo congresso provinciale che si terrà a gennaio e della costituzione della Fgr salernitana.

    Come in tutte le buone famiglie, però, non sono mancate le "divergenze di opinione". Il segretario regionale Carmine Bevilacqua, Cinzia Morello, e Pasquale Mango hanno espresso delle riserve su qualche atteggiamento del segretario provinciale Luigi Pergamo. Francesco Platano, Biagio Salsano, Antonio Iannone e Costabile Maurano hanno, invece, fatto presente che in una situazione difficile da affrontare Luigi Pergamo è riuscito a risollevare le sorti di un partito che, a Salerno, sembrava ormai scomparso. Naturalmente la strada è ancora lunga per tornare agli "antichi splendori" ma la cosa certa e importante è che bisogna rimanere uniti e lavorare nell'interesse del partito. Dopo questa breve parentesi la riunione ha ripreso il suo cammino.

    La caratteristica dei repubblicani è stata sempre quella di saper guardare avanti e oggi più che mai ci sono le condizioni adeguate per partire con una nuova stagione all'insegna dell'Edera.

    Barbara Maurano

    tratto da http://www.pri.it

  8. #8
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    Caserta, riunita la Federazione giovanile dell'Edera/Emmanuele de Angelis ha ridefinito cariche e responsabilità dei quadri
    Un progetto che richiede entusiasmo

    Si è riunito il giorno 30 ottobre, presso la sede di Caserta del Partito Repubblicano Italiano, il direttivo regionale della Federazione Giovanile Repubblicana.

    Il segretario Regionale FGR Emmanuele de Angelis ha provveduto con l'occasione alla riorganizzazione delle cariche e responsabilità dei quadri, definendo cosi la struttura: per le politiche giovanili, culturali e sportive l'incarico è stato affidato a Andrea Volpe e Giuseppe Recchia, in collaborazione col segretario regionale della federazione.

    Seguiranno invece le vicende politiche locali, le istituzioni, e l'andamento dell'amministrazione comunale, il Segr. Organizzativo Giacomo Colasanti e il candidato alle scorse comunali Luca Bevilacqua; ancora, per essere vicini alle problematiche e ai bisogni dei giovani coetanei e non, si occuperanno di politiche universitarie Stefano Gambardella, Federico Razza, il segr. Cittadino della FGR Ciro Salamone, Giulio Rubino e Emmanuele de Angelis.

    Dal dibattito è emerso un forte dissenso nei confronti dell'andamento della politica locale in seno sia alla maggioranza, dall'operatività latente e ancora intenta a preferire le polemiche verso il passato piuttosto che la visione costruttiva del futuro, sia in seno alla minoranza, ancora troppo assente e ormai silenziosa, quasi immobile.

    "La nostra federazione - ha detto de Angelis - è l'unica giovanile che, nonostante la mancata affermazione in consiglio, continua a credere nella politica. Non dimentichiamo che hanno avuto fiducia in noi giovani circa 500 persone, dando il loro voto all'amico Luca Bevilacqua, nostro rappresentante. Queste persone, come noi, credono nel nostro progetto e, per loro e per tutti, dobbiamo combattere per una città migliore. Se le federazioni giovanili della CDL volessero darci una mano e collaborare ad un progetto comune nel bene della nostra città la cosa sarebbe alquanto gradita. Se tutto dovesse continuare a restare cosi statico, non è scartata l'eventuale ipotesi di analizzare la possibilità di marciare da soli, o con altri che credono come noi nella capacità e forza di cambiare in meglio. Di questo ed altro si è parlato in riunione, giovedì 2 novembre, con il direttivo cittadino e col Segretario Regionale Carmine Bevilacqua".

    Fgr Caserta

    tratto da http://www.pri.it

  9. #9
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    Caserta, riunita la Federazione giovanile dell'Edera/Emmanuele de Angelis ha ridefinito cariche e responsabilità dei quadri
    Un progetto che richiede entusiasmo

    Si è riunito il giorno 30 ottobre, presso la sede di Caserta del Partito Repubblicano Italiano, il direttivo regionale della Federazione Giovanile Repubblicana.

    Il segretario Regionale FGR Emmanuele de Angelis ha provveduto con l'occasione alla riorganizzazione delle cariche e responsabilità dei quadri, definendo cosi la struttura: per le politiche giovanili, culturali e sportive l'incarico è stato affidato a Andrea Volpe e Giuseppe Recchia, in collaborazione col segretario regionale della federazione.



    Seguiranno invece le vicende politiche locali, le istituzioni, e l'andamento dell'amministrazione comunale, il Segr. Organizzativo Giacomo Colasanti e il candidato alle scorse comunali Luca Bevilacqua; ancora, per essere vicini alle problematiche e ai bisogni dei giovani coetanei e non, si occuperanno di politiche universitarie Stefano Gambardella, Federico Razza, il segr. Cittadino della FGR Ciro Salamone, Giulio Rubino e Emmanuele de Angelis.

    Dal dibattito è emerso un forte dissenso nei confronti dell'andamento della politica locale in seno sia alla maggioranza, dall'operatività latente e ancora intenta a preferire le polemiche verso il passato piuttosto che la visione costruttiva del futuro, sia in seno alla minoranza, ancora troppo assente e ormai silenziosa, quasi immobile.

    "La nostra federazione - ha detto de Angelis - è l'unica giovanile che, nonostante la mancata affermazione in consiglio, continua a credere nella politica. Non dimentichiamo che hanno avuto fiducia in noi giovani circa 500 persone, dando il loro voto all'amico Luca Bevilacqua, nostro rappresentante. Queste persone, come noi, credono nel nostro progetto e, per loro e per tutti, dobbiamo combattere per una città migliore. Se le federazioni giovanili della CDL volessero darci una mano e collaborare ad un progetto comune nel bene della nostra città la cosa sarebbe alquanto gradita. Se tutto dovesse continuare a restare cosi statico, non è scartata l'eventuale ipotesi di analizzare la possibilità di marciare da soli, o con altri che credono come noi nella capacità e forza di cambiare in meglio. Di questo ed altro si è parlato in riunione, giovedì 2 novembre, con il direttivo cittadino e col Segretario Regionale Carmine Bevilacqua".

    Fgr Caserta

    tratto da http://www.pri.it

  10. #10
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    Napoli e la scuola liberaldemocratica/Una tradizione affossata dai vari massimalisti
    Giunte di ogni colore nemiche del rinnovamento

    di Renato d'Emmanuele

    La cultura liberaldemocratica ha di bello che a rileggerla a distanza di decenni dimostra intatta la sua freschezza e la sua attualità, malgrado le critiche rivolte da massimalisti di ogni risma. Lo stesso Ugo La Malfa doveva subire dagli avversari l'appellativo di Cassandra, per i suoi moniti sulle spese dissennate della pubblica amministrazione e le deficienze strutturali del sistema economico italiano, dimenticando che Cassandra non faceva altro che predire sventure che si sarebbero invariabilmente verificate. Non magie, ma analisi.

    In questi giorni Napoli sta affondando sotto il piombo dei proiettili esplosi negli agguati di camorra e sotto il malaffare di una classe dirigente interamente responsabile di ciò che sta accadendo. Ma è davvero tutto nuovo, tutto inedito? Davvero la sinistra al governo in città si trova a vivere una situazione più grande e sfuggente dei poteri che sono affidati a sindaco, presidente di provincia e governatore regionale? O Napoli sta vivendo l'ennesima fase acuta di un degrado civile che la infetta da decenni, senza soste? Viene in aiuto la lettura di pagine del passato. Fine anni Settanta, 1978 per la precisione. La camorra ammazza in media cento persone l'anno nella sola provincia di Napoli, il centro storico della città marcisce nel degrado e nell'incuria, intere zone della città sono sommerse dai rifiuti, la speculazione edilizia la fa da padrona. In periferia nuovi quartieri sorgono come funghi, privi di ogni controllo, senza alcun piano regolatore. Rosario Romeo è uno storico liberale che ben conosce Napoli. E' meridionale, siciliano, nativo di Giarre. Insegna Storia moderna presso la Sapienza di Roma ed è autore di numerosi studi sul Risorgimento, tra cui una monumentale biografia sul conte di Cavour che ancora oggi è considerata dal mondo accademico di indiscussa superiorità. Nel 1979 diventerà rettore della Luiss e nel 1984 verrà eletto al Parlamento europeo in quota Pri nella lista comune e "federalista" promossa da repubblicani e liberali. Nel 1978 Rosario Romeo è da alcuni anni editorialista del "Giornale" di Indro Montanelli, dove scrive con assiduità di politica interna ed europea, di terrorismo e violenza politica, dei problemi dell'università. Il 24 settembre di quell'anno pubblica sulle colonne del "Giornale" una lunga riflessione dal titolo "Napoletanità". Partendo da un episodio marginale di storia risorgimentale relativo al periodo in cui la burocrazia piemontese, dopo la spedizione dei Mille, si scontra con i residui apparati del vecchio stato borbonico, Romeo ricorda come già a metà Ottocento la città apparisse "brulicante di gente senza mestiere e senza voglia di averne, capitale della piccola truffa e della camorra, festaiola e pittoresca al limite del grottesco, ignorante, superstiziosa, sprofondata in condizioni igieniche inammissibili in un paese civile". Dinanzi a queste convinzioni che andavano radicandosi negli italiani del centronord, l'opinione pubblica locale, come ricorda Romeo, rispondeva "con l'esaltazione indiscriminata della napoletanità, mescolanza di scetticismo amabile e di duttilità, in cui ogni indulgenza e ogni debolezza si giustificavano nel nome di una presunta umanità di rapporti, che di fatto finiva spesso per garantire l'indisturbato prosperare di arbitri e prepotenze". La stessa cantilena che il sindaco Rosa Russo Iervolino recita nel ricordare che scippi, rapine e omicidi avvengono in ogni città del mondo e che non bisogna tralasciare il buon carattere dei napoletani, il clima radioso e la buona riuscita della Notte Bianca e dell'annuale concerto in piazza di Capodanno. Rosario Romeo prosegue nell'analisi e, procedendo nella lettura dell'articolo, ci sembra di leggere un pezzo del novembre 2006 anziché del settembre 1978: "A Napoli i migliori propositi di rinnovamento si sono sempre scontrati con una rete tenacissima e invisibile, stesa a protezione dello stato di cose esistente (…) L'amministrazione del comune è da tempo diventata proverbiale per il doppio primato del numero dei dipendenti e dell'inefficienza. Il funzionamento di ogni sorta di istituzioni, dagli ospedali alle banche, è inceppato da una sorta di ideologia della reciproca assistenza che impone la creazione di una fitta rete di relazioni speciali e di piccoli privilegi alla persona. Settori tra i più importanti dell'economia devono fare i conti con l'ipoteca della camorra di cui alimentano anche i mille rivoli della miserabile economia del vicolo". Un quadro chiarissimo in cui sembra di riconoscere, trasportando i fatti del 1978 ai giorni nostri, la proliferazione delle società miste comunali e regionali, le decine di commissioni consiliari speciali, il parassitismo della burocrazia, l'elargizione elettoralistica dei corsi di formazione professionale e dei contratti di lavoro socialmente utile. L'affondo di Rosario Romeo è impietoso: "Si sono incentivate attese parassitarie antiche e nuove, accompagnate da forme inedite di aggressiva rissosità". Nel 1978 Napoli è governata, e lo sarà fino al 1983, da una giunta di sinistra imperniata sul Pci e guidata da Maurizio Valenzi. Il giudizio di Romeo è drastico: "L'amministrazione di sinistra è fallita non meno delle precedenti". Così come la diarchia Bassolino-Iervolino è fallita rispetto al governo pentapartitico degli anni Ottanta, pure additato come esempio di malgoverno e collusione con la criminalità. L'editoriale di Romeo si chiude con una richiesta alle nuove generazioni: "Molti dei giovani migliori pensano di emigrare. Eppure oggi più che mai la città ha bisogno degli eredi della tradizione del novantanove". Ma noi che scriviamo oggi, e che giovani ancora viviamo a Napoli, vediamo che i giovani degli anni Settanta, arrivati al governo degli enti locali, hanno ripreso gli stessi vizi dei loro padri e nessun germe della Repubblica partenopea del 1799 è attecchito. E ci domandiamo se non sia davvero il caso di emigrare, per tornare da turisti e rattristarsi per la bellezza tradita della città e l' "armonia perduta" che ci ha raccontato Raffaele La Capria. Con un bagaglio di letture e sensibilità liberaldemocratiche che non attecchiscono e anzi vengono sbeffeggiate da una classe dirigente che si mostra ancora interamente borbonica. E interprete della politica delle "tre effe": festa, farina e forca.

    tratto da http://www.pri.it

 

 
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