Quante curiose coincidenze dietro agli attentati dell’ultimo anno
di Mauro Bottarelli
L’autobomba di Bali ha fatto ripiombare il mondo nel terrore del jihad globale, la guerra santa estesa e indifferenziata in risposta a Enduring Freedom. Immediato è giunto il duro commento di Bush all’accaduto come fulminea è stata l’istintiva valutazione in base alla quale dietro l’attentato ci sarebbe la mano di Al Qaida. Ieri, la conferma da parte del governo di Giakarta. In base a quali prove? Non si sa.
Già in mattinata il sito di intelligence israeliano Debka, parlava di una responsabilità diretta del cognato di Bin Laden, Mohammed Khalifa, a capo dell’organizzazione nel Sud-Est asiatico. Immediate ripercussioni dell’attacco si sono abbattute anche sulla Borsa di Giakarta, colpendo in particolar modo i titoli delle compagnie aeree quali l’australiana Qantas, la Thai Airlines e la Singapore Airlines (scena già vista l’11 settembre). Soltanto il tempo e qualche controllo (bontà loro, se vorranno farlo) ci dirà se anche in questo caso qualcuno sapeva e ha guadagnato miliardi comprando opzioni “put” al ribasso. Strano periodo quello che stiamo vivendo. Mentre il dibattito su un attacco militare all’Iraq langue molto più di quanto gli Usa avessero messo in preventivo, il mondo si scopre di colpo ancora vulnerabile dopo mesi di allarmistica tranquillità. Dieci giorni fa una petroliera francese - binomio evocativo quello che unisce l’oro nero alla riottosa Francia di Chirac - era stata distrutta nel golfo di Aden (Yemen) da un barchino imbottito di esplosivo, medesima tecnica utilizzata esattamente due anni fa per l’attacco - sempre nell’area - al cacciatorpediniere americano Uss Cole. Le prove che si trattasse di un attentato - almeno fino a ieri, per chi si fida di Osama - non c’erano, ma l’effetto desiderato è stato raggiunto. Pochi giorni dopo la tranquilla esistenza di Helsinki, città che nell’immaginario collettivo evoca immagini di pace e concordia, viene spezzata da un incredibile quanto inquietante attentato: un giovane - a quanto pare finlandese, ma il caso è stato archiviato con fretta sospetta - avrebbe deciso di emulare gli shadid palestinesi facendosi esplodere all’interno di un grande magazzino: 6 morti più decine di feriti. Il motivo? Non si sa. Particolari sulla vita del ragazzo? Neppure. Silenzio e mistero, ma anche in questo caso l’effetto desiderato è stato raggiunto: il terrore ha toccato latitudini mai lambite, l’instabilità si insinua lentamente nei rivoli carsici delle menti umane. Torna alla mente Zug e il folle attacco di uno squilibrato al Parlamento cantonale: anche in quel caso fu shock collettivo per l’insensatezza del gesto e l’insospettabilità dell’esecutore. Poi si scoprì che dalle casseforti di Zug transitavano miliardi per Al Qaida - da Mosca via Bnl - e non solo. Tre giorni fa l’attacco a Bali, paradiso turistico e isola mai sfiorata da violenza religiosa anche perché abitata in maggioranza da fedeli di religione indù. Un’autobomba di potenziale spaventoso spazza via 192 vite innocenti, molte delle quali di cittadini stranieri di provenienza anglosassone. Perché Bali? Perché ora? Nessuno cerca spiegazioni, basta la parola: Bin Laden. Nessuno però si preoccupa di capire di quale “cupola” superiore faccia parte, con un ruolo tra l’altro operativo ma abbastanza marginale, Osama. L’attacco potrebbe - ad esempio - essere stato portato da milizie nazionaliste indonesiane legate al vecchio regime di Suharto come rappresaglia per l’indipendenza di Timor Est: ipotesi subito scartata. Perché? Forse perché furono proprio i Paesi occidentali - Usa e Gran Bretagna in testa - a supportare e armare quel regime sanguinario che fece stragi inenarrabili nell’area: regime, questo va ricordato, militare ma attraversato da fortissime pulsioni di integralismo islamico. Che le milizie musulmane ora chiamate in causa per l’attacco fossero colluse con l’esercito e i servizi indonesiani è chiaro, come è chiaro che Al Qaida gode di protezione e supporto da parte di larghi strati dell’Isi pakistano (i servizi segreti del Paese alleato Usa, retto dal golpista ed ex fondamentalista Musharraf). È un intrecciarsi di tasselli che portano sempre a scoprire amicizie spericolate, supporti inconfessabili, interessi contrapposti. Perché colpire Bali? Perché seminare morte in un luogo di gioia, con l’appendice di un buon numero di americani e australiani rimasti vittime, è il miglior viatico per destabilizzare l’intera area (sotto influenza cinese, Paese con diritto di veto all’Onu, è bene ricordarlo) e mandare segnali a chi di dovere. Benedizioni via satellite a parte, perché colpire una petroliera francese in Yemen? Forse perché la Francia si oppone a un intervento militare in Iraq e soprattutto perché Chirac e soci - esattamente come la Russia - hanno già grandi interessi petroliferi a Bagdad attraverso la Totalfina: un attacco - con un ovvio e già annunciato bersagliamento dei pozzi - metterebbe in discussione gli interi equilibri commerciali e quindi affari per miliardi di dollari. Perché colpire Helsinki? Forse perché nessuno poteva pensare che accadesse qualcosa del genere in una città pacifica e isolata dai conflitti in atto. O forse perché la Russia ha da poco firmato un contratto per la costruzione di uno snodo di oleodotto proprio in Finlandia che porterà il petrolio del Caucaso direttamente in Europa, bypassando Paesi arabi e Stati Uniti. Tutte supposizioni, tutti esercizi di analisi: forse sterili, ma forse anche molto utili per non farsi risucchiare nella spirale del pensiero debole che vuole il mondo diviso in due. Buoni da un lato, cattivi dall’altro. Che in atto ci sia uno scontro tra Occidente e Islam è abbastanza evidente ma altrettanto evidente è la volontà del principale protagonista di recitare su due palcoscenici contemporaneamente. Chi ha fatto crescere, prima in chiave anti-sovietica poi per interessi geopolitici, il terrorismo islamico nel Caucaso, nei Balcani, in Pakistan e Afghanistan, nel Sud-Est asiatico, ai confini cinesi? È così sbagliato e fuori luogo farsi queste domande? Forse sì, come lo era porsi interrogativi sull’affaire antrace. Ricordate? Prima fu indiziata Al Qaida, poi Saddam e infine si scoprì che forse la polverina arrivava dritta dritta da un laboratorio dell’Istituto di ricerche sulle malattie infettive dell’Esercito (legato anche all’Fbi) di Fort Detrick nel Maryland. Guarda caso lo stesso Stato in cui sta operando da dieci giorni il serial-killer che uccide a fucilate ignari passanti innocenti. Guarda caso, poi, il tutto avviene nello stesso identico periodo dell’anno in cui scoppiò - 365 giorni fa - l’utilissima fobia collettiva dell’antrace (con tanto di business economico per chi produceva e commercializzava il vaccino. Indovinate chi erano licenziatario unico e rappresentante in Usa?). Qualcosa di cui parlare e per cui nutrire un irrazionale timore, un bell’incubo mediatico che mantenga le menti occupate dalla paura e sgombre da altro. Altro a cui stanno già pensando nelle alte sfere della “cupola”. In serata la conferma del “crowd panic” giunge dall’Europol: l’Europa, in particolar modo la Gran Bretagna, sarà il prossimo bersaglio di Osama. Tutto un po’ sospetto? Ma no, non facciamo dietrologia. Guarda caso, però, proprio ieri Bin Laden è tornato a farsi vivo attraverso Al Jazeera. «Combattere contro gli americani e gli ebrei», l’appello che avrebbe rivolto ai musulmani prima di lodare proprio gli attacchi contro la petroliera francese e i marines Usa in Kuwait (ma non a Bali). Saudita per nascita, certamente svizzero per puntualità.




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