Stravince Kostunica ma alle urne si reca solo il 45% degli aventi diritto.

Tutto da rifare in un paese sempre più povero

Serbia al voto, democrazia al palo

Giancarlo Lannutti

A poco più di una settimana dalla vittoria dei partiti nazionalisti in Bosnia, un altro scacco per la politica americana di "normalizzazione" dei Balcani: la maggioranza degli elettori ha disertato in Serbia le urne mandando a vuoto il secondo turno delle elezioni presidenziali. In lizza erano l'attuale presidente federale Vojislav Kostunica e il vice-premier federale Miroljub Labus, designato dal primo ministro serbo Zoran Djindjic (che è il vero uomo di fiducia di Washington); già uniti, l'uno e gli altri, nel rovesciamento di Slobodan Milosevic due anni fa, il divario fra loro è andato via via crescendo fino a diventare scontro aperto. Nettamente in testa al primo turno, Kostunica ha ottenuto domenica il doppio di voti del suo antagonista (66.7% contro il 31.3%); ma la votazione è risultata nulla perché è andato alle urne soltanto il 45.5% degli aventi diritto, mentre la legge elettorale in vigore fin dai tempi di Milosevic prevede che sia necessario il quorum del 50 più uno. Tutto da rifare dunque: non solo il secondo turno, ma l'intero processo elettorale. Le ragioni di questa massiccia astensione, che qualche mass-media attribuisce sbrigativamente alla "disaffezione" degli elettori serbi per la politica, sono in realtà più complesse e più concrete. In primo luogo, una parte consistente dell'elettorato ha seguito l'invito al boicottaggio lanciato dal fronte delle forze di opposizione, che comprende il Partito socialista di Milosevic, la Sinistra jugoslava (Jul), il Nuovo Partito comunista e il Partito radicale (nazionalista) di Vojislav Seselj, quest'ultimo candidato al primo turno nel quale si era piazzato in terza posizione con il 22% dei voti. In secondo luogo, molti elettori che due anni fa avevano sostenuto la coalizione anti-Milosevic hanno espresso astenendosi il loro malcontento per le riforme promesse e non portate a termine e soprattutto per la disastrosa situazione economica del Paese, determinata anche dai parametri imposti dal Fondo monetario internazionale: i prezzi sono saliti vertiginosamente, il 20% dei serbi vive in condizioni di povertà, la disoccupazione cresce costantemente (solo nella famosa Zastava sono stati licenziati 15mila lavoratori su 33mila), lo stato sociale è di fatto cancellato. Infine, per uno dei tanti paradossi della politica, secondo gli osservatori anche una parte dei seguaci di Djindjic ha disertato le urne per danneggiare Kostunica. Ora la situazione istituzionale è molto delicata e lascia intravedere una varietà di potenziali scenari. Secondo la legge infatti le nuove elezioni devono tenersi non prima di 45 giorni ma al massimo entro 90 giorni, e tutto dipenderà da quale di questi due termini verrà osservato. Il 5 gennaio 2003 scade il mandato dell'attuale Presidente della Serbia Milan Milutinovic, uomo della "vecchia guardia" del quale il Tribunale dell'Aja chiede la consegna ma che è stato finora protetto dalla immunità istituzionale; a quel punto si porrà il duplice problema di un vuoto di potere, coperto dalla "reggenza" dell'attuale presidente del Parlamento signora Natasa Micic, e del rapporto appunto con la Corte dell'Aja (e dietro le quinte con gli Stati Uniti) già motivo di scontro fra Kostunica e Djindjic dopo che questi, nel giugno 2001, ha letteralmente "venduto" Milosevic agli americani in cambio di sovvenzioni che finora sono state oltretutto pagate solo in parte. Per di più a novembre i parlamenti di Serbia e Montenegro dovranno ratificare la nuova Unione fra i due Stati che sostituisce la attuale "piccola Jugoslavia", e nel frattempo anche il Montenegro sarà andato alle urne per un voto presidenziale nel quale la conferma di Milo Djukanovic non è affatto scontata; ed entrambe queste scadenze non mancheranno di influire sulle nuove elezioni in Serbia, che appaiono dunque più che mai incerte.