L’economista Galli: i destini del pianeta non si determinano
su un panfilo, ma altrove
«Per decidere politiche economiche e finanziarie in grado di rafforzare determinati Paesi e mandarne in crisi altri non occorre certo andare su un panfilo come il “Britannia”, al largo di Civitavecchia. Le riunioni che contano si svolgono a porte chiuse, anzi blindate, nelle sedi di quegli organismi internazionali che si chiamano Banca Mondiale, Ecofin, Fondo monetario internazionale, WTO (World Trade Organization, Organizzazione mondiale del commercio). In queste sedi vengono prese le scelte fondamentali dell’era della globalizzazione economica. Che bisogno ci sarebbe di andare su un panfilo inglese come il “Britannia”?»
L’economista Giancarlo Galli, grande esperto delle vicende dell’alta finanza internazionale, non riesce ad etichettare il 2 giugno del 1992 come data della svendita ai gruppi stranieri delle grandi aziende dello stato attraverso la privatizzazioni. Sul “Britannia”, secondo Galli, ci fu sì una riunione che aveva per tema le privatizzazioni (come raccontato anche dai giornali dell’epoca), ma le scelte decisive vennero (e vengono) fatte tuttora altrove.
Allora, dottor Galli, lei storce il naso a sentir parlare dell’incontro sul “Britannia”. Però a bordo salirono emissari del Tesoro, dell’Iri e di altre aziende pubbliche, non personcine qualsiasi...
«Sì, va bene, ma il mio discorso non cambia. Ripeto, esistono tante altre sedi in cui probabilmente si decidono le sorti dell’umanità e dove si mettono a punto determinate strategie finanziarie internazionali. Certo, sono state scritte diverse cose al riguardo, ma piano a parlare di congiura».
Quindi le privatizzazioni “all’italiana” sono state eseguite in maniera utile per chi ha venduto e non solo per chi ha acquistato?
«Le privatizzazioni si sono tenute in tutta Europa, in Germania, nell’Inghilterra della Thatcher, in parte anche in Francia. Si è trattata di una misura per ovviare alla situazione di aziende pubbliche che non rispondevano più al mercato. Indubbiamente le privatizzazioni in Italia sono state fatte male e hanno causato grandi problemi all’ultimo anello degli enti che sono stati privatizzati».
Ovvero?
«Il piccolo azionista che ha sottoscritto delle azioni che in molti casi, con rare eccezioni come quella dell’Eni, valgono meno di quelle che hanno pagato. Inoltre le privatizzazioni italiane non hanno creato un’economia competitiva, in quanto si tratta di privatizzazioni fatte a metà o per un terzo, talvolta con lo stato che restava dentro attraverso la “golden share”».
A cosa sono servite allora le privatizzazioni, dottor Galli?
«Sono servite a raccogliere i soldi per uno stato, quello italiano, che si era dimostrato incapace a riformarsi. Sia ben chiara una cosa: aziende come l’Iri si erano trasformate ormai in enormi carrozzoni facendo cassa e quindi era meglio vendere ai privati. È stato fatto male, indubbiamente, e ci hanno rimesso soprattutto i piccoli azionisti. Ma, a mio avviso, oggi ci devono preoccupare soprattutto altre cose negative».
Ad esempio la Fiat?
«Ad esempio la Fiat. Mi preoccupano molto i tentativi annunciati dal governo per salvare la Fiat, evitando però agli Agnelli di tirare fuori dei soldi loro. Oggi la stragrande maggioranza dei cittadini giudica scandalosa l’ipotesi che si possa procedere al salvataggio della Fiat facendo ricadere il problema sulle finanze dello stato, lasciando in mano alla famiglia Agnelli la proprietà della casa automobilistica. Se ciò avvenisse, nessuno osi parlare di privatizzazione, ma dica quello che sarebbe realmente: un regalo a chi ha sbagliato le strategie aziendali in maniera clamorosa. Oggi la Fiat auto vale quasi nulla, in quanto i debiti sono superiori ai crediti e le prospettive sono negative, e manca anche il patrimonio tecnologico. Altro che “Britannia”...».




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