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    Predefinito Strappiamo i nostri ragazzi al nulla

    Troppo spesso i nostri giovani ci appaiono persone diventate più pericolose per se stesse e per gli altri Progettiamo una scuola dell'orientamento, dell'ascolto, dell'accoglienza e del recupero. Una scuola di prossimità

    Letizia Moratti*

    Il dibattito intorno alla responsabilità di tutti coloro che operano nei sistemi educativi e formativi verso le generazioni future si è fatto in questi ultimi tempi sempre più acceso e appassionato, man mano che svanivano alcune certezze: il ruolo fondamentale e insostituibile della famiglia e la centralità della scuola nello sviluppo culturale, psicologico ed affettivo dei ragazzi e delle ragazze lungo l'arco della loro vita adolescenziale e giovanile.
    Questo processo di sviluppo non appare più oggi sotto la guida un tempo esclusiva della famiglia e della scuola. Per i giovani vi è una straordinaria sovrabbondanza, di stimoli informativi e di sollecitazioni emotive che giungono loro attraverso mille nuove reti di socializzazione, di aggregazione e di comunicazione. I linguaggi giovanili si formano e si trasmettono non più soltanto tra i banchi di scuola, ma nelle discoteche, ai concerti, negli stadi...
    E l'evidente indebolimen to della famiglia - una volta fonte principale di insegnamenti morali - costituisce l'elemento che induce un generale senso di disorientamento e di una crescente fragilità delle personalità giovanili, la sensazione che il maturare delle identità individuali e collettive si è fatto precario e incerto.
    Troppo spesso, e anche gli episodi di questi giorni lo confermano, i nostri giovani ci appaiono persone diventate più pericolose per se stesse e per gli altri. Ci sentiamo impotenti di fronte al relativismo delle loro opinioni. Ci turba la crescente difficoltà che incontriamo nello stabilire con loro un proficuo rapporto di dialogo e di collaborazione. Vengono a mancare valori e parole universalmente condivise. Nel loro mondo, le linee di confine tra bene e male, tra giusto e ingiusto, tra lecito e illecito, si attenuano fino quasi, talvolta, a scomparire.
    Troppo spesso genitori e docen ti, sembrano perdere la speranza e sembrano considerare l'emergenza sociale del disagio giovanile un dato irreversibile. A questo va contrapposta una nuova forte alleanza famiglia-scuola per cogliere insieme quei segnali di ansia, di paure, di incertezze che possono trascinare i nostri ragazzi in atti di violenza verso se stessi e verso gli altri. Vorrei proporre quattro possibili approcci per aiutare in questa sfida.

    1. UNA SCUOLA CHE FORMI IL «CAPITALE SOCIALE»

    Accanto agli obiettivi per così dire "storici" dell'istruzione - la sua funzione conoscitiva, basata sull'insegnamento delle conoscenze e delle competenze di base, e la sua funzione professionalizzante, basata sulla trasmissione di saperi specifici utili all'inserimento nell'attività lavorativa - la scuola deve oggi sviluppare una forte funzione socializzante basata sullo sviluppo delle capacità relazionali.
    La prima sfida che intravedo per la scuola è quella di formare il «capitale sociale», cioè l'insieme di capacità di relazione, di partecipazione e di integrazione fra individui, comunità e istituzioni.
    La ricchezza di un Paese appare sempre più il risultato di diversi fattori, tra i quali assumono grande importanza l'impegno sociale, il livello di partecipazione politica e culturale, la diffusione dell'associazionismo, la presenza del volontariato, l'estensione del non-profit e del privato sociale, l'impegno delle comunità terapeutiche, l'adesione alle regole scritte, ma soprattutto a quelle tacitamente stabilite, del vivere civile e del dialogo costruttivo con gli organismi istituzionali e con le reti informali che operano nelle nostre società.
    I Paesi con un più forte «capitale sociale» appaiono oggi più competitivi perché il costo delle transazioni economiche e finanziarie è rido tto, al loro interno, dalla maggiore accettazione di rapporti fiduciari e di comportamenti di cooperazione condivisi. Questi Paesi beneficiano di mercati del lavoro meno rigidi; dispongono di sistemi sanitari e di assistenza sociale più efficienti; realizzano migliori attività sportive e ricreative; registrano livelli inferiori di criminalità e riescono molto meglio di altri a contenere e combattere i fenomeni legati alla diffusione delle tossicodipendenze. In sostanza, la loro identità sociale è più solida.

    2. UNA SCUOLA CHE ASCOLTI, ORIENTI E RECUPERI

    Più del 70% dei nostri giovani vengono oggi da famiglie nelle quali i genitori non hanno frequentato la scuola superiore. Nella crescita e nello sviluppo delle loro personalità questi ragazzi e queste ragazze devono imparare ad organizzare anche conoscenze e competenze che non ricevono in casa. La realizzazione individuale non è più solo il r isultato di un'eredità trasmessa semplicemente dai loro padri e dalle loro madri, ma sempre di più una conquista personale.
    Da qui nasce la seconda sfida per l'educazione:
    - recuperare all'istruzione e alla formazione i troppi giovani che abbandonano gli studi;
    - orientare al diploma e alla laurea coloro che non raggiungono un titolo di studio entro i tempi naturali dei percorsi di insegnamento;
    - ascoltare i giovani che manifestano condizioni di maggiore disagio e debolezza;
    - accogliere gli emarginati, gli esclusi, gli abbandonati;
    - accogliere i tanti giovani stranieri che, avendo lasciato alle spalle situazioni di sottosviluppo e di analfabetismo, popolano le nostre classi (in Italia sono ormai quasi 200 mila) prefigurando il rapidissimo emergere di una società multietnica e multiculturale che potrebbe produrre nuove disuguaglianze e dunque nuove iniquità.
    Per tutti costoro dobbiamo progettare una scuola dell'orientamento, dell'ascolto, dell'accoglienza e del recupero. Una scuola vicina ai ragazzi. Una scuola di prossimità.
    Perché ciò accada, il ruolo della scuola deve cambiare. Anche se si continua a sostenere che la scuola deve aprirsi alla società civile questa apertura è, tuttavia, ancora troppo reticente e lenta. Una scuola dell'ascolto, dell'accoglienza e del recupero è una scuola che si avvicina di più alla cultura giovanile; una scuola meno auto-referenziale e meno "autoritaria" nell'insegnare norme e nozioni. Una scuola "amica", partecipe, solidale. Penso ad una scuola che proponga attività ed esperienze che si avvicinino di più al mondo reale.
    Anche in questo campo occorrono progetti concreti. La nostra riforma scolastica ha tra i suoi punti qualificanti l'approntamento di strumenti come le borse di studio, gli «stage» di formazione, i tirocini nelle impr ese, negli enti pubblici e privati non profit.
    Con questa riforma si affermerà anche in Italia una cultura dell'educazione che considera l'alternanza scuola-lavoro e l'orientamento strumenti indispensabili per sviluppare le proprie attitudini e quindi per valorizzare le competenze individuali e, soprattutto, per ridurre la perdita di troppi ragazzi e ragazzi oggi in fuga dal sistema educativo, probabilmente destinati in alcuni casi a popolare le strade della disperazione, della rinuncia, della droga, del crimine.

    3. UNA SCUOLA CHE SI INTEGRI NEL TESSUTO SOCIALE

    Nella maggior parte dei Paesi europei, e in particolare in Italia, è in atto da alcuni decenni un fenomeno di progressivo sgretolamento del tessuto sociale i cui effetti in termini di disagio giovanile, di emarginazione, e, in molti casi, di diffusione della tossicodipendenza rappresentano una realtà nota a tutti.
    Un contesto sociale così debole per l' educazione e la formazione ai valori delle giovani generazioni costituisce una prova impegnativa per i sistemi educativi e formativi.
    La scuola deve quindi candidarsi a dare il proprio contributo attivo per una nuova politica giovanile ispirata allo sviluppo delle identità individuali e collettive, delle capacità relazionali, delle affettività.
    L'intervento della scuola nelle nostre società può favorire la creazione e l'implementazione di centri di aggregazione per lo sviluppo e la formazione dei ragazzi, a supporto dell'opera delle famiglie e delle agenzie educative.
    Il progetto sul quale stiamo da tempo lavorando con altre amministrazioni dello Stato, con gli enti locali, con le comunità terapeutiche e con le organizzazioni del privato sociale, fa riferimento anche all'esperienza maturata in altri paesi con risultati interessanti.
    Dobbiamo dunque pensare a una scuola che metta a disposizione la propria rete di infrastrutture (aule, palestre, attrezzature, biblioteche, laboratori) affinché i giovani le utilizzino al di fuori degli orari di studio per incontrare i loro coetanei, svolgere attività culturali, ricreative, sportive, per progettare il loro futuro, per sperimentare le loro attitudini, per socializzare con il supporto degli adulti, del mondo produttivo, delle associazioni e delle agenzie del privato-sociale.
    I giovani hanno bisogno oggi più che mai di acquisire il senso di poter costruire il proprio progetto di vita, ma hanno anche bisogno di un senso di appartenenza e di utilità verso il prossimo, ed è con esempi, iniziative e azioni concrete che bisogna alimentare il rapporto con loro, affinché educare voglia realmente dire "fare insieme" per poi creare capacità, stima di sé, identità e quindi autonomia.
    Pensiamo ad una sc uola che sia integrata fortemente nella propria comunità locale, una scuola in grado di offrire, utili esperienze di formazione e costruzione della persona, ridando corpo e visibilità a forme espressive, responsabilizzanti e autorealizzative che motivino ragazzi e ragazze troppo spesso frustrati, abulici, indifferenti, isolati.
    Pensiamo ad una scuola integrata sul territorio, capace anche di alimentare circuiti virtuosi di comunicazione interpersonale che oggi appaiono sempre più "virtuali". E pensiamo ad una scuola ove lavorare insieme per migliorare la qualità della propria vita e quella della collettività valorizzando tutte le risorse e le energie creative.
    L'esperienza di molte associazioni di famiglie e di operatori sociali, spesso trascurate, sono un bene prezioso da recuperare e da valorizzare nella realizzazione di un nuovo progetto educativo e formativo. Proprio per questo nei giorni scorsi abbiamo celebrato per la prima volta in I talia la giornata europea dedicata alla collaborazione "Scuola-famiglia". Esiste un patrimonio di esperienze positive nel campo del disagio giovanile e del recupero della dispersione scolastica che vanno messe a fattore comune se vogliamo che il nostro sistema educativo e formativo porti ad un rafforzamento di quei valori e di quei principi che i nostri ragazzi e le nostre ragazze sembrano talvolta aver smarrito.

    4. UNA SCUOLA CHE EDUCHI ALL' ETICA DELLA RESPONSABILITÀ

    Infatti il vissuto quotidiano denota il progressivo ripiegarsi del sistema dei valori delle nuove generazioni all'interno della sfera di una socialità molto ristretta, a scapito soprattutto dell'impegno collettivo. La diminuzione dell'impegno sociale e religioso, la caduta di interesse per l'attività politica e associativa si accompagnano un po' ovunque alla crescita dell'area delle relazioni amicali e alla sempre mag giore e disordinata attenzione per il tempo libero.
    Fatte salve tutte le attività positive e costruttive che testimoniano in molti casi una concreta solidarietà come valore universale ancora diffuso e condiviso, lo sbilanciamento tra i valori connessi alla vita individuale, il lavoro, l'amore, la carriera, l'autorealizzazione, e i valori della vita collettiva, la solidarietà, l'eguaglianza sociale, la libertà, la democrazia, la giustizia, appare sempre più grave. Solo una scuola che sappia educare alla responsabilità individuale, alla relazione con gli altri, alla solidarietà potrà dare le giuste risposte ai giovani, indicando loro la via dei valori e degli ideali come elementi fondanti di una vita dedicata non solo a se stessi ma anche ai bisogni del prossimo.

    (*) ministro dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca

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  2. #2
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    Antonio

 

 

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