Uscì su Diorama 253 qualche mese fa. Tratta il problema FIAT partendo da presupposti simili ai vostri, ma arriva a conclusioni completamente diverse.
Lo posto perché mi sembra interessante.

La sinistra e i suoi (doppi) vincoli.

È noto che Torino fa assonanza con FIAT. L’intera economia della città piemontese, nonostante i recenti progetti d’intensificazione del settore informatico, dipende dall’industria automobilistica che è stata fondata proprio in questa città da più di un secolo e che ne ha determinato la storia e gli accadimenti culturali. Tra gli anni 50 e 60 dello scorso secolo, il boom dell’industria automobilistica ha determinato il fenomeno d’immigrazione dal sud al nord, giustificato dal ceto dirigente con motivazioni che assomigliano a quelle usate attualmente dai piccoli industriali del Nord-est per la richiesta di manodopera proveniente dal terzo mondo.
Si è molto trattato dei problemi d’integrazione che per più di un decennio hanno fatto di Torino la città degradata per eccellenza; dei quartieri dormitorio, costruiti con fretta speculativa, e trasformatisi in ghetti finché, tramite l’avvento dei “Patti Territoriali” e delle recenti politiche di “Progettazione partecipata”, i loro abitanti hanno potuto renderli più vivibili in collaborazione con gli enti amministrativi (1). Si è anche trattato del fenomeno di sradicamento interno allo stesso Piemonte che ha condotto all’abbandono delle aree agricole e montane e ad una progressiva estensione dell’area urbana in quella suburbana. Attualmente anche questo fenomeno sembra essersi arrestato, tuttavia l’incuria delle zone montane, ormai abitate soltanto da quegli anziani che Nuto Revelli ha narrato ne “Il mondo dei vinti” e “L’anello forte”, è per buona parte all’origine di quei disastri ecologici che nei telegiornali si continua ad attribuire riduttivamente al maltempo.
Attorno alla FIAT si è anche costituita una storia operaia esemplare e contraddittoria. Nel 1969 a Mirafiori si sono verificati degli scioperi epocali, e nel 1980 proprio a Torino la celebre “Marcia dei 40.000” ha concluso desolatamente un ventennio di lotte sindacali. La stessa direzione della FIAT mostra dei tratti contraddittori: se da un lato la famiglia Agnelli vorrebbe tuttora incarnare le caratteristiche della borghesia illuminata che per lungo tempo ha rispecchiato l’immagine torinese, d’altro canto gli effetti della mondializzazione lasciano intuire l’inattualità di questo tipo di gestione. Contraddittorio anche il periodico ripresentarsi di crisi e riprese, casse integrazioni interminabili, provvidenziali salvataggi attraverso interventi governativi che sembrerebbero stridere la vulgata della proprietà privata e del libero mercato ora di moda. La stessa classe operaia è diventata uno strumento di questa dinamica: fortemente sindacalizzata, essa non riesce tuttavia a portare avanti una rivendicazione indipendente dei propri bisogni, rimanendo succube dell’altalenarsi sopra accennato e delle interazioni tra la Presidenza dell’azienda e i governi che si sono succeduti con gli anni in Parlamento.
Un indicatore di quello che può essere chiamato “Doppio vincolo”, nel quale i lavoratori della FIAT non sono che una delle parti in esso implicate, si intuisce in questi giorni su un manifesto che Rifondazione Comunista ha appeso ai lati delle vie torinesi. In risposta alla crisi che l’industria automobilistica sta lamentando in questo momento, con la conseguente possibilità di un intervento governativo per la sua soluzione, il partito di Bertinotti chiama a raccolta le coscienze dei lavoratori con questo slogan: MIRAFIORI NON DEVE MORIRE! In esso si riassume l’interdipendenza tra la storia della FIAT e dei suoi lavoratori, delle lotte del Partito Comunista che ha implicitamente condiviso l’idea che la produzione automobilistica sia stata e debba rimanere la principale sussistenza di Torino, del Piemonte e del Nord dell’Italia in genere.
Per Gregory Bateson, e soprattutto per la Scuola di Palo Alto che ne elaborò le conclusioni, il Double Bind (Doppio Vincolo) è un modello comunicativo distorto tra due o più parti, destinato a creare una “omeostasi”, cioè un’assenza di cambiamento che ha una sua funzionalità persino all’interno della patologia (2). In questo caso, la sinistra accetta le implicite conseguenze di una comunicazione distorta, poiché si muove anch’essa in quel contesto malato che è il turbocapitalismo con la sua idea di progresso esponenziale e inarrestabile. Sempre secondo Bateson, un doppio legame deve includere almeno due soggetti, dei quali uno subordinato all’altro da una forte dipendenza o entrambi dipendenti all’interno del contesto. Volendo riallacciarci all’attuale crisi della FIAT, si può azzardare che le tre parti coinvolte (l’industria e i suoi rappresentanti, i lavoratori e la sinistra che dovrebbe rappresentarli e che li ha rappresentati ad ogni crisi, il Governo costretto ad intervenire con sovvenzioni e quindi a sottostare al ricatto dei “posti di lavoro) sono i soggetti di un contesto vincolante che chiamiamo “sviluppo esponenziale”. L’esigenza di reggere la corsa ad uno standard vitale ogni volta più alto costringe le parti a cooperare, sebbene controvoglia, per mantenere una omeostasi che ha delle conseguenze tollerabili momentaneamente, ma nefaste a lungo termine. Oltre all’inevitabile ripresentarsi della crisi tra pochi anni e alla riattivazione delle medesime strategie, nessuno sembra accorgersi che la dipendenza dal mercato dell’auto genera disagi e, soprattutto, un crescente inquinamento che non è possibile evitare limitandosi alle cosiddette “Domeniche verdi” nei momenti più critici.
Bateson avvertì i suoi esegeti che la teoria del Double Bind non è soggetta ad un controllo sperimentale o di falsificazione, preferendo intenderla come l’elemento essenziale per la creazione di una nuova epistemologia. Questa teoria può essere intesa come un’efficace metafora per spiegare ciò che avviene in un sistema. Applicata al sistema turbocapitalista, questa teoria può dare una gestalt di fenomeni che altrimenti sarebbero difficili da afferrare. Il Natale seguente all’attentato dell’11 settembre, ad esempio, il presidente americano Bush invitò i newyorchesi a superare ogni sconforto e reagire al male nel modo a suo avviso più efficace: uscire di casa per comprare più di quanto essi non avessero mai comprato, in modo da risollevare l’economia ferita. Ancora una volta, la dipendenza dall’idea di sviluppo esponenziale e inarrestabile ha prevalso per ristabilire delle condizioni ritenute immutabili. Mentre tre quarti di mondo soggiacciono ai capricci di quella che è ormai ritenuta una potenza imperiale, quest’ultima trova la strategia di recupero traendo da una tragedia un’occasione per la spinta al consumo. Si capisce bene come il sistema turbocapitalista si regga tramite l’educazione al consumo e quindi alla perenne creazione di nuovi bisogni. L’ego-emotività del singolo è continuamente stuzzicata nelle sue corde più fragili. Tornando al mercato dell’auto, non importa se la potenza della berlina promossa nello spot non è sfruttabile in nessun luogo urbano e quindi il rapporto qualità/prezzo si dimostra in realtà squilibrato: importante è soddisfare la proiezione narcisistica che il consumatore ha di sé.
Queste osservazioni non devono stupire se applicate al mondo del mercato e dell’industria, sistemi che mettono in atto semplicemente dei principi siti nel loro essere. È la mancanza di una coscienza critica da parte della società civile che deve preoccupare. Se degli elementi, appartenenti ad alcuni specifici contesti, sono estesi al Sistema Mondo e diventando dei precetti morali, allora il mondo stesso si trasforma in quella che Milan Kundera ha definito una trappola. Mancano delle possibilità di confronto, non è possibile spostare il punto di vista per esercitare un’eventuale correzione. Ed è quello che sta succedendo attualmente nelle nostre società: tutti gli elementi di quello che è ritenuto Sistema Mondo sembrano sottostare alla logica del mercato, dello sviluppo fine a se stesso e del soddisfacimento di qualsiasi bisogno. Non solo le conseguenze sgradevoli che questa logica comporta sono considerate relative, addirittura questa stessa logica viene elevata a principio etico. La libertà diventa una meta da raggiungere in astratto, mai identificata nella sua essenza, poiché sappiamo che questa parola è soggetta a variabili come qualsiasi concetto.
Secondo la vulgata, la sinistra dovrebbe mettere in discussione i principi assoluti. Essa dovrebbe incarnare quello spirito critico che nell’89 relativizzò nientemeno che la figura del Re. Caso vuole che, di questi tempi, neppure la sinistra riesca a sfuggire il doppio vincolo che rende omeostatico il Sistema Mondo. Si è visto come sia proprio il partito a sinistra della sinistra, in Piemonte, a chiedere la sopravvivenza di Mirafiori. Un partito considerato d’opposizione collabora implicitamente con quelli che da sempre mette in discussione, i “padroni”, perché essi ottengano l’ennesima sovvenzione. A sua discolpa c’è naturalmente il lodevole intento di preservare dei posti di lavoro e garantire una vita dignitosa a migliaia di famiglie, ma il risultato non cambia: la sopravvivenza dei lavoratori è dipendente dalla logica di un sistema malato.
Sempre Bateson c’insegna che la funzione del doppio vincolo è impedire un cambiamento che le parti in causa temono di non riuscire a reggere. Pur ritenendo insopportabile la condizione che stanno vivendo, manifestando ossessivamente il desiderio di sbloccarla, esse preferiscono sottostare al contesto presente, perpetrando l’interazione distorta. Un movimento davvero critico dovrebbe sovvertire questo doppio vincolo, come insegna la scuola di Palo Alto. Dovrebbe mettere in discussione l’industria automobilistica, perché l’auto è a sua volta vincolata sia all’idea di sviluppo esponenziale, sia al bisogno indotto, sia al crescente inquinamento che mina la qualità della vita, con le inevitabili dispersioni di denaro in azioni di risanamento ambientale d’intervento sulla salute pubblica.
Anziché portare avanti un’azione di sensibilizzazione metapolitica all’interno di quella che era od è la classe lavoratrice ma che possiamo allargare all’intera società civile, proponendo delle soluzioni alternative alla soddisfazione individualista, la sinistra si è convinta che si potesse rimediare alla propria crisi adeguandosi ai valori dominanti. L’obiettivo ha smesso d’essere l’intervento sulla qualità della vita in senso antiutilitarista, secondo i principi della solidarietà, dell’associazionismo e dell’auto-mutuo aiuto che erano stati del socialismo non marxista d’inizio ‘900. A quell’epoca parlare di sociale non significava soltanto richiedere degli interventi statali, alimentando di conseguenza il circolo dell’assistenzialismo; neppure erano gradite le politiche neoliberiste, generanti un tipo di convivenza che i ceti meno abbienti non avrebbero potuto reggere: si credeva invece che fosse attuabile un’interazione sociale fondata sulla collaborazione e su una gestione responsabile dei bisogni. La sinistra attuale ha trascurato quest’approccio al sociale: si è opposta agli avversari liberisti non proponendo delle alternative, bensì ritenendo di dover garantire ai suoi rappresentati lo stesso benessere di cui usufruivano i padroni. Ottenuto un accesso indiscriminato ai consumi, la massa si è suddivisa in un’estensione di categorie consumatrici che non rinuncerebbero mai a ciò che hanno ottenuto e collaborano con gli ex sfruttatori per mantenere inalterato il Sistema Mondo. Naturalmente il divario tra sfruttatori e sfruttati non si è annullato, ma semplicemente spostato: le multinazionali hanno provveduto a indirizzare i loro interessi sui diseredati del secondo e del terzo mondo.
Nell’opulento Occidente, la sinistra ha compreso tardivamente quant’è importante la rivalutazione del territorio extraurbano. Ha ritenuto impossibile un’idea di lavoro non statalista ma neppure capitalista in senso generalizzato, bensì davvero cooperativistico, attento alle differenze geopolitiche e alle occasioni socializzanti. Considerando queste alternative troppo ardue, si è vincolata ad una politica di tipo conservativo che fa il gioco di un Sistema Mondo criticato per altri aspetti forse più inessenziali.





Claudio Ughetto










NOTE:

1) Ci si riferisce precisamente al Piano strategico per la promozione della Città: d’impostazione europea, esso è stato seguito da un gruppo d’esperti che avevano partecipato in prima persona alla costituzione dei piani strategici di città come Barcellona e Monaco o che li avevano studiati approfonditamente. Di là delle competenze tecniche, questi piani prevedono un coinvolgimento attivo della popolazione. Circa un migliaio di persone ha partecipato alle discussioni preparatorie dando il loro contributo alla stesura del piano.
2) Gregory Bateson, Verso un’ecologia della mente, Adelphi 1976; Watzlawick, Helmick Beavin, Jackson, Pragamatica della comunicazione umana, Astrolabio 1971.