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    Banzai
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    Predefinito Accadde il 25 Dicembre 1941 ... la battaglia di Natale

    Battaglia di Natale
    25-28 dicembre 1941
    La battaglia di natale venne combattuta tra le truppe dello CSIR e quelle dell'Unione Sovietica durante la campagna di Russia dal 25 al 28 dicembre 1941, presso Petropavlivka.
    Ormai bloccato dall’arrivo dell’inverno russo, con temperature che scendevano fino a venti, se non trenta gradi sotto zero, il C.S.I.R. (Corpo di Spedizione Italiano in Russia), dopo le vittorie conseguite nei mesi precedenti utilizzò il mese di novembre e le prime settimane di dicembre per attestarsi su una linea più corta e meglio difendibile.
    Le operazioni di rafforzamento del fronte durarono una decina di giorni, dal 5 al 14 dicembre, e furono chiamate la battaglia di Chazepetovka, dal nome di un villaggio nei pressi di Rykovo.
    I nostri fanti, in particolare quelli della divisione “Torino” affrontarono il 95º Reggimento della Guardia, una formazione speciale della NKVD, il Commissariato del popolo per gli affari interni dell’Unione Sovietica, oltre a squadroni di cavalleria cosacca e battaglioni di fanti siberiani.
    Conclusa la dura battaglia costata centotrentacinque morti e più di cinquecento feriti il CSIR si trovava ora schierato su una linea difensiva formata da capisaldi tra la città di Rykovo (oggi Enakievo) a ovest ed il fiume Mius a est; sul fianco sinistro, invece, a partire da Debal’ceve, era attestata la 17ª Armata tedesca.
    Proprio su questa linea i sovietici, meglio abituati e più attrezzati a resistere ai rigori dell’inverno, la mattina del giorno di Natale scatenarono una pesante offensiva, pensando che il nostri soldati il giorno sacro per i cristiano, fossero meno attenti ai loro movimenti.
    Alle ore sei del mattino del 25 dicembre una pattuglia della 2ª compagnia del LXXIX° battaglione di Camicie Nere della Legione Tagliamento comandata dal capomanipolo Codeluppi uscì dal caposaldo di Nowaja Orlowka diretta su Ploskj. Sulla zona infuriava una violenta tempesta di neve, che durò tutta la giornata e che impedì alle aviazioni italiana e sovietica di prendere parte alle operazioni.
    Usciti dal caposaldo Codeluppi notò forti nuclei avversari, vestiti con tute mimetiche, che, protetti dalla tormenta, erano diretti su Nowaja Orlowka e si affrettò a rientrare dando l’allarme.
    Si trattava di forze non certo di secondaria importanza in quanto a muovesi minacciosi dentro le loro divise mimetiche vi erano due interi battaglioni il I° e il II° del 692° reggimento fucilieri della 296ª divisione di fanteria.
    I sovietici iniziarono l’attacco che fu durissimo sia frontalmente che sul lato sinistro del caposaldo, appoggiati da due reggimenti d’artiglieria (530° e 813°), e varie unità di mortaisti.
    Alle 7.30 il centurione Mengoli trasmise al comando Legione il suo ultimo radiomessaggio:
    “Siamo attaccati sul fronte ed a sinistra. Urgono rinforzi”.
    Dopo questo messaggio i collegamenti con Nowaja Orlowka si interruppero.
    Agli attaccanti si unirono anche i cavalleggeri della 38ª divisione di cavalleria, appoggiati dall’artiglieria e dal fuoco dei mortai.
    Il comandante di compagnia, centurione Mengoli, era caduto, tutti gli ufficiali erano morti o feriti quando il capomanipolo Ezio Barale, l’unico ufficiale rimasto, nel momento culminante dello scontro, ordinò un contrattacco all’arma bianca con un pugno di superstiti.
    Separato dai suoi, si batté col pugnale finché non venne ucciso da una raffica.
    Alle 6.30 il III° battaglione del 692° reggimento sovietico, appartenente alla 296ª divisione fucilieri, preceduto da unità di cavalleria e appoggiato da artiglieria (un reggimento) e mortai da 102 mm, attaccò il caposaldo di Malo Orlowka, tenuto dai friulani del LXIII° battaglione Camicie Nere, ma la reazione dei militi fu durissima, e l’attacco sovietico venne stroncato con forti perdite.
    Una colonna della 136ª, aggirata Ivanovka, si diresse su Mikhailowka, tenuta dalle Camicie Nere del LXXIX° battaglione.
    Lo scontro si fece feroce, le Camicie Nere si difesero con i pugnali, lo stesso generale Messe scrisse che la lotta è durissima, con frequenti scontri all’arma bianca.
    A quel punto il comandante della Tagliamento, il Console Nicchiarelli, dispose l’invio in rinforzo della 2ª compagnia del LXIII° battaglione, ma la stessa venne attaccata da un battaglione del 692° fucilieri forte di circa seicento uomini, e dovette ripiegare su Krestowka.
    Nella dura battaglia si inserisce anche l’increscioso e deplorevole massacro operato dall’Armata Rossa, ai danni dei feriti dell’ospedale da campo del XVIII° in cui erano ricoverati Bersaglieri e legionari reduci da Nowaja Orlowka.
    Il primo a venire ucciso fu il sottotenente Angelo Vidoletti che tentava di difendere i feriti (ebbe la Medaglia d’Oro alla memoria), poi gli altri vennero massacrati uno ad uno con un colpo alla nuca.

    Fu un bersagliere ferito, riuscito a fuggire e nascosto da una donna ucraina, a raccontare lo svolgimento dei fatti quando, 48 ore dopo Ivanovka venne ripresa dalle nostre truppe.
    Alle 15.45 anche Krestowka ed il comando della Tagliamento vennero attaccati dalla 296ª divisione fucilieri e dalla cavalleria della 38ª divisione.
    Se si esclude il plotone comando, l’unica forza disponibile per la difesa era la 2ª compagnia del centurione De Apollonia che vi si era rifugiata dopo esser stata attaccata nella mattina.
    Data la pressione crescente, il comandante della Legione decise di ripiegare su Malo Orlowka, che continuava a resistere.
    Venne formata così una colonna volante formata dal comando della Tagliamento, dal plotone comando del LXIII° battaglione armi d’accompagnamento, protetti dalla 2ªcompagnia del LXIII° battaglione CC.NN.; alla colonna si unì anche il II° Gruppo del Reggimento Artiglieria a Cavallo con una sezione cannoni da 20.
    La colonna si aprì la strada verso Malo Orlowka, coperta dagli uomini di De Apollonia e dall’artiglieria a cavallo in retroguardia.
    La situazione si fece subito pesante, poiché i sovietici premevano sulla 2ª compagnia, supportata dal tiro ad alzo zero di una delle batterie delle Voloire, che insieme al fuoco intensissimo delle Camicie Nere costrinsero il nemico a ripiegare, tanto che gli artiglieri, una volta esaurite le munizioni, poterono attaccare i pezzi alle pariglie riprendendo il movimento verso Malo Orlowka che venne raggiunta alle 17 e trenta.
    Il duro scontro, denominato poi Battaglia di Natale, si era concluso con la vittoria difensiva del 3º Reggimento bersaglieri e della Legione “Tagliamento” della Milizia.
    In poche ore l’offensiva sovietica era costata agli Italiani 168 morti e 207 dispersi , mentre gli italiani inflissero ai sovietici una "grave" sconfitta, causando oltre 2.000 morti tra le loro file; inoltre, catturarono 1.200 prigionieri sovietici, 24 cannoni da 76mm, 9 cannoni anticarro e grandi quantità di mitragliatrici e veicoli .
    La vittoria italiana fu dovuta in parte alla stretta collaborazione tra fanteria e artiglieria.
    Testo tratto da :" Italiani Brava Gente"

  2. #2
    Banzai
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    Predefinito Re: Accadde il 25 Dicembre 1941 ... la battaglia di Natale

    "Il 1st Battle Squadron della Mediterranean Fleet, tradizionale fiore all'occhiello della Royal Navy, non esiste più dal dicembre 1941."
    Impresa di Alessandria
    notte 18/19 dicembre 1941
    La notte del 3 dicembre il sommergibile Sciré comandato dal tenente di vascello Junio Valerio Borghese lasciò La Spezia per la missione G.A.3.
    Dopo uno scalo a Lero, nell'Egeo, per imbarcare gli operatori dei mezzi d'assalto giunti sul posto dopo il trasferimento aereo dall'Italia, il 14 dicembre il sommergibile si diresse verso la costa egiziana per l'attacco previsto nella notte del 17.
    Una violenta mareggiata però fece ritardare l'azione di un giorno.
    La notte del 18, con condizioni del mare ottimali, approfittando dell'arrivo di tre cacciatorpediniere che obbligarono i britannici ad aprire un varco nelle difese del porto, i tre SLC (Siluro a Lenta Corsa), pilotati ciascuno da due uomini (un ufficiale capo equipaggio ed il suo sezionario), penetrarono nella base per dirigersi verso i loro obiettivi.
    Gli operatori dovevano giungere sotto la chiglia del proprio bersaglio, piazzare la carica d'esplosivo e successivamente abbandonare la zona dirigendosi a terra e autonomamente cercare di raggiungere il sommergibile Zaffiro che li avrebbe attesi qualche giorno dopo al largo di Rosetta.
    La HMS Queen Elizabeth circondata da reti parasiluri nel porto di Alessandria prima dell'attacco.
    L'equipaggio Durand de la Penne - Bianchi sull'SLC nº 221 puntò verso la nave da battaglia Valiant.
    Senza la collaborazione del secondo, colpito da un malore a causa di malfunzionamento al respiratore, de la Penne trascinò sul fondo il proprio mezzo, riuscendo a posizionarne la carica esplosiva sotto la carena della nave da battaglia prima di affiorare, essere avvistato, catturato e portato proprio sulla corazzata. Dopo poco, gli inglesi catturarono anche Bianchi, che era risalito alla superficie e si era aggrappato ad una boa di ormeggio della corazzata, e lo rinchiusero nello stesso compartimento sotto la linea di galleggiamento nel quale avevano portato Durand de la Penne, nella speranza di convincerli a rivelare il posizionamento delle cariche. Alle 050, a mezz'ora dallo scoppio, de la Penne chiamò il personale di sorveglianza per farsi condurre dal comandante della nave Morgan ed informarlo del rischio corso dall'equipaggio; ciò nonostante questi fece riportare l'ufficiale italiano dov'era.
    All'ora prevista l'esplosione squarciò la carena della corazzata provocando l'allagamento di diversi compartimenti mentre molti altri venivano invasi dal fumo; anche il compartimento che ospitava gli italiani venne interessato dall'esplosione e una catena smossa dall'esplosione ferì alla testa Durand De La Penne; ma i due italiani riuscirono ad uscire dal locale e ad andare in coperta da dove vennero evacuati insieme al resto dell'equipaggio.
    Martellotta e Mario Marino, sull'SLC nº 222, costretti a navigare in superficie a causa di un malore del primo, condussero il loro attacco alla petroliera Sagona. Questa nave era un obiettivo assegnato dal comandante Borghese in subordine, se constatata l'assenza in porto della portaerei in forza alla Mediterranean Fleet. Dopo aver preso terra vennero anch'essi catturati dagli egiziani. Intorno alle sei del mattino successivo ebbero luogo le esplosioni.
    Quattro navi furono gravemente danneggiate nell'impresa: oltre alle tre citate anche il cacciatorpediniere HMS Jervis, ormeggiato a fianco della Sagona, fu infatti vittima delle cariche posate dagli assaltatori italiani.
    Antonio Marceglia e Spartaco Schergat sull'SLC nº 223, in una «missione perfetta», «da manuale» rispetto a quelle degli altri operatori, attaccarono invece la Queen Elizabeth, alla quale agganciarono la testata esplosiva del loro maiale, quindi raggiunsero terra e riuscirono ad allontanarsi da Alessandria, per essere catturati il giorno successivo, a causa dell'approssimazione con la quale il servizio segreto militare italiano, il SIM, aveva preparato la fuga: vennero date ai palombari banconote che non avevano più corso legale in Egitto e per cercare di cambiare le quali l'equipaggio perse tempo.
    Nonostante il tentativo degli italiani di spacciarsi per marinai francesi appartenenti all'equipaggio di una delle navi internate in rada, vennero riconosciuti e catturati.
    Sebbene l'azione fosse stata un successo, le navi si adagiarono sul fondo, e non fu immediatamente possibile avere la certezza che non fossero in grado di riprendere il mare.
    Nonostante tutto, le perdite di vite umane furono molto contenute: solo 8 marinai persero la vita.
    L'azione italiana costò agli inglesi, in termini di naviglio pesante messo fuori uso, come una battaglia navale perduta e fu tenuta per lungo tempo nascosta anche a causa della cattura degli equipaggi italiani che avevano effettuato la missione.
    La Valiant subì danni alla carena in un'area di 20 x 10 m a sinistra della torre A, con allagamento del magazzino munizioni A e di vari compartimenti contigui.
    Anche gli ingranaggi della stessa torre vennero danneggiati e il movimento meccanico impossibilitato, oltre a danni all'impianto elettrico.
    La nave dovette trasferirsi a Durban per le riparazioni più importanti che vennero effettuate tra il 15 aprile ed il 7 luglio 1942.
    Le caldaie e le turbine erano rimaste però intatte.
    La Queen Elizabeth invece fu squarciata sotto la sala caldaie B con una falla di 65 x 30 m che passava da dritta a sinistra, danneggiando l'impianto elettrico ed allagando anche i magazzini munizioni da 4,5", ma lasciando intatte le torri principali e secondarie.
    La nave riprese il mare solo per essere trasferita a Norfolk, in Virginia, dove rimase in riparazione per 17 mesi.
    L'impresa riuscì a risollevare il morale dell'Italia, che dopo la sconfitta di capo Matapan era stato messo a dura prova.
    Per la prima volta dall'inizio del conflitto, la flotta italiana si trovava in netta superiorità rispetto a quella britannica.

  3. #3
    Banzai
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    Predefinito Re: Accadde il 25 Dicembre 1941 ... la battaglia di Natale

    esattamente 83 anni fa, nella gelida vallata di Arbusow in Russia, il Carabiniere scriveva una delle pagine più gloriose e commoventi della storia italiana.
    ​Originario di Acquaviva Platani (CL), Plado Mosca non fu solo un soldato, ma il simbolo della volontà che sfida l'impossibile.
    ​Durante il drammatico ripiegamento dal fronte russo, le truppe italiane si trovarono accerchiate in quella che passò alla storia come la "Valle della Morte". Tra gelo polare, fame e il fuoco incessante delle artiglierie nemiche, la fine sembrava inevitabile.
    In un ultimo, disperato sprazzo di energia, il Carabiniere Plado Mosca montò a cavallo e, caricò l’avversario a viso aperto. Quel lembo di terra italiana nel cuore della Russia fu la scintilla: centinaia di soldati, stremati e senza più forze, trovarono il coraggio di seguirlo in un travolgente assalto all'arma bianca.
    ​Il cerchio di ferro fu spezzato. Giuseppe Plado Mosca cadde colpito da una raffica di mitragliatrice, ma il suo sacrificio permise ai suoi commilitoni di aprirsi un varco verso la salvezza.
    ​Per il suo "cosciente eroismo", gli fu conferita la Medaglia d'Oro al Valor Militare alla memoria.
    ​Oggi onoriamo la memoria di un Carabiniere, di un siciliano e di un Italiano che ha dato tutto per i propri compagni e per la Patria.

 

 

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