Wonder Boys, Michael Chabon. Rizzoli 2002.

Quattordici anni fa mi entusiasmò la lettura di un romanzo che parlava del passaggio dall’adolescenza alla maturità con humor, curiosità e gusto per lo stupore. S’intitolava “I misteri di Pittsburgh”, l’autore era un ventiquattrenne americano dalla prosa raffinata e il gusto per la divagazione. Si chiamava Michael Chabon.
All’epoca qualcuno paragonò Chabon a Fitzgerald. Altri, per esigenze giornalistiche e di mercato, cercarono d’inserirlo forzatamente nel filone minimalista allora di moda, che trovava i suoi massimi esponenti in David Leavitt e Susan Minot. In realtà Chabon stava a sé: narratore di vasta erudizione letteraria, sembrava affrontare tematiche come l’amicizia, la sessualità (molto diverso da quello di Leavitt il suo atteggiamento verso l’omosessualità, che Chabon indaga come elemento dell’amicizia virile, piena di risvolti anche omosessuali al pari di quella femminile). La tematica di fondo, la ricerca di sé in un universo provinciale, eppure trasformato da una percezione adolescenziale e narcisistica, era comunque “massimalista”, come lo stile scelto per raccontarla.
Negli States il romanzo era stato un successo, non in Italia, dove era stato promosso alla grande senza causare grosse identificazioni nei ventenni di allora.
Le cose sono cambiate con l’uscita, tredici anni dopo, di “Le fantastiche avventure di Kavalier e Clay”, romanzone che si confronta con la storia del ‘900 tra l’America e l’Europa distrutta dalla guerra e dalle deportazioni naziste. Non so quanto Chabon venda in Italia, di sicuro non lo scambia più (o vuole scambiarlo) per un minimalista. La sua espressività “massimalista” è riconosciuta ed è palese che egli rappresenta una voce a sé nel panorama letterario americano (ricchissimo in questo momento, vario e ambizioso). Nabokoviano, vicino a DeLillo ma più affabile, Chabon sa trattare con letterarietà, cultura e un pizzico di ruffianeria le tematiche che da sempre costituiscono l’arte del romanzo.
Tra i due romanzi che ho citato c’è Wonder boys, che segue un montrum mai finito che Chabon ha abbandonato nel cassetto. È importante accennarne perché Grady Tripp, la voce narrante, sta lavorando a Wonder boys, romanzo omonimo che è arrivato a 2600 pagine e che non riesce a concludere. Il romanzo è anche un’ossessione, l’ultimo scopo d’esistenza rimasto a Tripp, autore di alcuni romanzi di discreto successo ma giunto ad un blocco per eccesso di creatività. Almeno lui crede così, perché nel suo eccesso di trovate quel manoscritto ha smesso d’essere un romanzo.
Come quasi tutti gli scrittori, Tripp ha un altro lavoro che gli permette di sbarcare il lunario. Insegna scrittura creativa in una scuola frequentata da allievi un po’ bizzarri. Hannah è una splendida scrittrice di talento innamorata di lui, ma spicca soprattutto James Leer: ombroso e melanconico, disadattato che viaggia coi piedi per aria, trova nella letteratura uno strumento per inventarsi delle vite. I suoi racconti sono stroncati dai compagni di corso, eppure lui ha un talento superiore alla media. Quando Tripp gl’impedisce di spararsi in un giardino, in realtà è come se salvasse se stesso da un bilancio fallimentare: la terza moglie lo ha lasciato; Sara, la sua amante, rettore dell’università e moglie del suo datore di lavoro, è incinta di un figlio suo; se aggiungiamo che il suo editor, amico dalle tendenze sessuali confuse ma più dirette all’omo, arriva a Pittsburgh per visionare Wonder boys…
L’idea di un ragazzo che forse sta tentando il suicidio lascerebbe presagire una tragedia. Invece tutto il romanzo si regge sul filo della commedia, com’era già per “I misteri di Pittsburgh”. Abbondano le trovate umoristiche e le incursioni nel comico. Questo non significa che Wonder boys sia allegro: il divertimento non esclude una seria riflessione sull’esistenza che, sembra dirci Chabon per bocca di Tripp, ci chiede di compiere delle scelte.
Pur sottolineando come la letteratura sia una proiezione narcisistica dell’esistenza (o della mancanza d’esistenza) Chabon l’ama troppo per distanziarla dalla vita. Ci accorgiamo da come l’omonimo Wonder boys diventi una tragica proiezione della vita di Tripp: un romanzo interminabile, mostruoso, compiaciuto di una scrittura che accumula eventi, descrizioni e dettagli, digressioni senza contenere, ed è Hannah a notarlo durante una lettura preventiva, personaggi per decine di pagine.
Wonder boys di Chabon, invece, è scritto benissimo. Chabon prende per mano il lettore, lo seduce e lo accompagna tra eventi da commedia degli equivoci, divagazioni letterarie ed esistenziali (bellissima la parte centrale, dedicata ad una festa ebraica trascorsa a casa dell’ex suocero), piccoli e grandi miti dell’immaginario americano (il marito fedifrago di Sara sta scrivendo un libro su Marilin e Joe Di Maggio; James Leer conosce, in ordine alfabetico, la sequenza degli attori americani suicidi), personaggi ora realistici ora distorti da un Tripp perennemente fumato di maria.
Come al solito Chabon si concentra su un tema a lui caro: il sottile confine tra amicizia maschile e omosessualità. James Leer, l’aspirante scrittore inviso ai compagni di corso, fuori posto ovunque, riuscirà a pubblicare il suo romanzo diventando l’amante di Crabtree, l’editor amico di Tripp. Affermazione letteraria e individuazione sessuale vanno a braccetto. Ma questa consapevolezza non determina la rivalsa di Leer, come sarebbe prevedibile nell’iconografia american-dream: durante l’annuncio al WordFest, il ragazzo rimane imbranato e poco invitante com’è sempre stato.
Ci accorgiamo che la forza del romanzo non sta in una storia comunque coinvolgente, ma nella scrittura: come Nabokov, Chabon ama la divagazione (sebbene controllatissima), l’aneddoto, l’enciclopedismo. Non per questo scade nell’artificioso o nell’erudizione fine a se stessa. Non scrive un “romanzo saggio”. Non ama neppure gli estremismi di un Foster Wallace o di un Wollman. Preferisce intrattenere con intelligenza, nel rispetto di una brillante vocazione letteraria.


Claudio Ughetto


Nota:
dal romanzo il regista Curtis Hanson (L.A. Confidential), ha tratto un bel film omonimo, con un Michael Douglas in stato di grazia nella parte di Grady Tripp. Il film va comunque guardato a sé, perché pur essendo fedele nella trama generale e in molte scene, le immagini non riescono affatto a rendere il gusto della prosa di Chabon. Inoltre, Hanson esclude la parte centrale della festa ebraica a casa dell’ex suocero, con Tripp che incontra l’ex moglie Emily, e riduce per phatos la scena della perdita del manoscritto.
Lo stesso Tripp non ha lo stesso spessore. Nel film egli ha scritto un solo romanzo geniale: “La figlia dell’incendiario”, mentre nel romanzo ha scritto parecchie opere. Questo comporta una diversa valutazione del suo fallimento letterario.