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Discussione: Nicolás Gómez Dávila

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    Predefinito Nicolás Gómez Dávila

    Nicolás Gómez Dávila


    Nicolás Gómez Dávila nasce il 18 maggio 1913 in Colombia, a Cajicá, nel dipartimento di Cundinamarca, di cui è capoluogo la capitale dello Stato iberoamericano, Santa Fe de Bogotá, da una famiglia dell’alta società. Non si laurea e della sua formazione si possono considerare regolari solo gli studi, elementari e medi, compiuti privatamente durante una lunghissima permanenza in Francia, dai sei ai ventitrè anni.

    Un ricco eremita in casa propria

    La sua naturale avidità intellettuale si esprime nelle pratiche della lettura e della riflessione, confermate e trasformate — per così dire — da stile di vita in destino da un incidente occorsogli a cavallo, incidente che lo condiziona e contribuisce a relegarlo, dai primi anni 1960, in casa propria, «ubicata in un’affollata via di Bogotá, in mezzo al traffico e al rumore della strada, come un monumento preistorico che la routine sembra condannare alla dimenticanza, nonostante la sua isolata bellezza»: in questi termini Óscar Duque Torres, uno dei suoi pochi critici, descrive suggestivamente l’abitazione, in stile Tudor. Così Gómez Dávila vive quasi trent’anni come in clausura, da «certosino dell’altopiano» — la definizione è dello stesso critico e l’altopiano è quello dov’è situata Santa Fe de Bogotá, a 2630 metri d’altitudine —, nella «cella» costituita dalla sua monumentale biblioteca, di oltre trentamila volumi, soprattutto in lingua originale, dal momento che rifiuta le traduzioni: greco, latino, tedesco, inglese, portoghese, francese, italiano, russo e, naturalmente, spagnolo. Vi riceve una mezza dozzina d’interlocutori — fra loro il critico e scrittore Hernando Téllez (1908-1966), il dotto frate minore Félix Wilches (1905-1972) e l’uomo politico conservatore, diplomatico e appassionato d’arte, Douglas Botero Boshell (1916-1997) — e l’abbandona quasi solo per la «cappella», la chiesa del convento francescano de La Porciúncula, nella stessa via.
    Torna in Europa nel 1959, per un soggiorno di sei mesi con la moglie, María Emilia Nieto de Gómez, sposata quasi immediatamente dopo il suo rientro dalla Francia. Muore il 17 maggio 1994, mentre s’appresta a studiare il danese per accostare Søren Kierkegaard (1813-1855), seguendo la moglie, scomparsa l’anno precedente, e lasciando tre figli e alcuni nipoti.

    Gli scritti: «glosse a un testo implicito»

    Di fatto Gómez Dávila è autore di una sola grande opera continua, Escolios a un texto implícito, la cui pubblicazione inizia con questo titolo nel 1977, prosegue nel 1986 come Nuevos escolios a un texto implícito e si conclude, nel 1992, come Sucesivos escolios a un texto implícito. Tutti questi volumi hanno la stessa struttura e sono frutto della medesima concezione: una sequenza di escolios, di «glosse», in un certo senso anticipate, con il modesto titolo di Notas, nel 1954 in un’edizione privata in Messico, quindi, nel 1956, sulla rivista d’avanguardia colombiana Mito.
    In apparenza diverso è il volume Textos I, del 1959, un testo unico con qualche rara suddivisione, che raccoglie pensieri in paragrafi l’uno seguente l’altro, poi «svanito» nella stessa consapevolezza dell’autore, così come costituiscono eccezioni, dal punto di vista formale, i saggi Il vero reazionario e De Jure. Ma in Textos I, che non avrà il seguito che il titolo lascia intendere, sono già presenti i caratteri delle glosse, meno il «testo implicito»: un pensiero libero e concentrato e un’espressione ricercata.

    La fortuna dello «scrittore reazionario» o la «celebrità discreta»

    Gli scritti del pensatore colombiano vengono proposti al pubblico, nonostante la sua ritrosia e solo grazie all’interessamento dei pochi ma fedelissimi amici: trattandosi però di amici socialmente e politicamente altolocati, si dà il caso inconsueto di un autore «sconosciuto» pubblicato da editrici «nazionali» nel senso di «pubbliche», di quelle il cui catalogo suggerisce piuttosto un deposito di «classici da non leggere più» che non una vetrina di nuovi talenti. Inoltre — la notazione è dello stesso Gómez Dávila —, «lo scrittore reazionario deve rassegnarsi a una celebrità discreta, dal momento che non si può ingraziare gl’imbecilli».
    La letteratura critica è limitata a una tesi, sostenuta da Mauricio Galindo Hurtado, colombiano, presso un’università britannica, e a qualche saggio quando non a rievocazioni giornalistiche. Fra i giudizi, meritano di essere riferiti quelli di ben altrimenti noti scrittori suoi compatrioti. Il romanziere e poeta Álvaro Mutis Jaramillo — uno dei suoi frequentatori — parla di Escolios a un texto implícito come di «un capolavoro del pensiero occidentale», «[…] una vasta summa di sapere, disseminata […] di allusioni e di elusioni, la cui piena utilizzazione supporrebbe lunghe veglie con i testi essenziali della nostra eredità ebraica, ellenica, romana, cristiana e occidentale»; e la definisce «opera superba che presenta nello stesso tempo una feconda teoria della storia e un’inconfutabile dottrina politica, un’essenziale meditazione sulla poesia e un non meno definitivo esame del pensiero metafisico e teologico», tale da essere — prevede — motivo di scandalo per gli «[…] eredi della tradizione liberale e democratica nata con la riforma protestante, incubata nel secolo dei lumi e battezzata con il sangue nelle giornate del 1789», ma atta a esser utilizzata anche dall’uomo qualunque — come dice con espressione italiana —, dal momento che, per quanto «inconsueta e vasta», «[…] concerne anche i nostri affari di tutti i giorni». E del romanziere Gabriel García Márquez viene citata l’impegnativa affermazione: «Se non fossi comunista, penserei come Gómez Dávila».
    Segnalati tempestivamente nel mondo di lingua tedesca dal filosofo cattolico Dietrich von Hildebrand (1889-1977), gli scritti e il pensiero di Gómez Dávila vi fanno la loro comparsa negli anni 1980 grazie a un’editrice conservatrice viennese: egli acquisisce così fra i suoi estimatori lo scrittore Ernst Jünger (1895-1998), che parla della sua opera come di «una miniera per amanti del conservatorismo»; lo studioso e pensatore politico Erik Maria von Kuehnelt-Leddihn (1909-1999) e il filosofo Robert Spaemann.
    Il pensatore colombiano giunge finalmente in Italia nel 2001, in apertura di secolo e di millennio, con In margine a un testo implicito, una consistente scelta della prima metà del primo volume della prima raccolta, Escolios a un texto implícito, curata con amore e maestria dallo storico della filosofia e germanista Franco Volpi, dopo che, nel 1999, ho tradotto sulla rivista Cristianità di Piacenza uno dei suoi pochissimi saggi, Il vero reazionario, e che, nello stesso anno e nel 2000, l’autore è stato presentato in diverse sedi dallo stesso Volpi e da chi scrive. E pensieri brevi stanno «filtrando», talora via Internet, in Polonia e in Francia.

    Il genere letterario: la tecnica «pointilliste» e le «brevi frasi»

    L’opera di Gómez Dávila va esaminata secondo le prospettive formale e contenutistica non per scelta del critico, ma perché indicate, più che soltanto suggerite, dai titoli spogli dei suoi volumi, privi di qualsiasi richiamo, costituiti dalla reiterazione di «glosse» e di «testo implicito». Si tratta infatti di consistenti raccolte di pensieri brevi — oltre diecimila —, ai quali l’autore nega la natura di aforismi: «Ciò che il lettore troverà in queste pagine non sono aforismi» — scrive —, «le mie brevi frasi sono tocchi cromatici di una composizione pointilliste». E il riferimento alla tecnica pittorica pointilliste, in una delle prime glosse della prima raccolta, costituisce indicazione ermeneutica fondamentale, che vieta un giudizio non d’insieme sulla «composizione» e sull’«artista» — sua la dichiarazione: «Pretendo soltanto di non aver scritto un libro lineare, ma un libro concentrico» — e che suggerisce un apprezzamento corrispondente dei singoli «punti», dei singoli «tocchi cromatici»: «Il discorso continuo — sentenzia — tende a occultare le rotture dell’essere. Il frammento è espressione del pensiero onesto». Quanto alle «brevi frasi», «un testo breve non è una dichiarazione presuntuosa, ma un gesto che appena abbozzato si dissolve»; e l’aforisma «negato» è però difeso, svelando la consapevolezza della difficoltà di definirlo: «Accusare l’aforisma di esprimere soltanto parte della verità equivale a supporre che il discorso prolisso possa esprimerla tutta»; viene denunciata la prolissità — «La prolissità non è un eccesso di parole, ma una carenza di idee» — e tessuto l’elogio del testo breve in quanto «poetico», cioè creativo, quindi costruttivo per il lettore: «L’opera frammentaria si fa poesia nel momento in cui ci obbliga a completare le sue curve mutile».
    Lo «spettro» dell’aforisma va infatti dalla definizione alla massima, alla «degnità» — il richiamo è a Giambattista Vico (1668-1744) —, alla «monografia compressa» — la formula è dello studioso canadese della comunicazione Marshall McLuhan (1911-1981) —, alla glossa, alla breve osservazione, al rimando, all’appunto, alla nota a margine. E costituisce retaggio dell’oralità, assillata dal problema della conservazione della memoria, ed elemento di una plurisecolare farmacopea spirituale, così dando implicite istruzioni sulla «posologia» del testo, quindi sulla sua lettura e fruizione: si tratta di piccole e dense «dosi» da non trangugiare in una sola volta, dal momento che non hanno un inizio e una fine, ma piuttosto un centro, e delle quali la tecnologia della scrittura nell’«epoca della sua riproducibilità tecnica», cioè della stampa, permette di ricuperare a volontà la sostanza orale e oracolare.
    Dunque, glosse a margine. Ma a margine di che? S’impone, oltre il contenuto di tali glosse, l’identificazione del texto implícito. I critici propongono due ipotesi, in alternativa o in combinazione: una letterale e l’altra lata. Quella letterale, stretta, rimanda a un ampio tratto dei Textos I di dura polemica sia con la «democrazia» che con l’«uomo democratico», intesi come espressioni e portatori di una visione del mondo che coglie la verità come tesi suffragata dal consenso quantitativo, maggioritariamente; quella lata identifica tale testo con l’intero corpus culturale dell’Occidente, da Omero ai contemporanei.

    Il «pensiero reazionario»

    Se il genere dell’opera favorisce l’apprezzamento anzitutto del paradosso, un’attenzione maggiore permette l’identificazione in essa di una dialettica di tipo vichiano fra «stoltezza» e «sapienza», nascoste dalla varietà delle formulazioni dell’una e dell’altra: «Cambiano meno gli uomini idee che le idee i loro travestimenti. Nel corso dei secoli dialogano le stesse voci».
    Ma «imbecillità», «stupidità» e «follia», oppure, con riferimento temporale, «modernità», possono suggerire nell’autore pura emotività e far dimenticare sia la gamma espressiva che l’espressione singola, talora strutturata a paradosso, cioè a figura logica in apparenza assurda in quanto contrastante non solo, eventualmente, con il buon senso, ma, nel caso, con l’opinione corrente, e atta peraltro a decantare in proverbio.
    Dal punto di vista culturale, del pensiero reazionario Gómez Dávila non coglie e non svolge solamente l’ascendenza spagnola — ricordo, anche per la consonanza formale, i Pensamientos varios di Juan Donoso Cortés (1809-1853) —, francese o anglosassone, ma pure quella tedesca; quindi procede a un ricupero del romanticismo, non solo del pre-romanticismo della sensibilité e della sensibility, sia contenutisticamente, sia espressivamente, attraverso l’apprezzamento della continuità fra pensiero contro-rivoluzionario e poesia soprattutto ottocentesca. Infatti, «la poesia del secolo XIX è l’eredità lasciata alla letteratura dalla contro-rivoluzione soffocata». Sì che — osserva acutamente —, «identificando romanticismo e democrazia, così condannando il romanticismo, Maurras [Charles, 1868-1952] è caduto in un terribile errore. Condannando il romanticismo, Maurras condannava il pensiero reazionario e adottava un’ideologia rivoluzionaria in nome della contro-rivoluzione».
    Dal punto di vista sostanziale «la saggezza consiste semplicemente nel non insegnare a Dio come si debbano fare le cose» e a vivere l’individualità, l’irripetibilità e la frammentarietà nel mistero: «Contro lo svuotamento moderno del mistero affermiamo la sua presenza inglobante» e, anzitutto, che «la verità è una persona». Però «la radice del pensiero reazionario non è la sfiducia nella ragione, ma la sfiducia nella volontà»; e il pensiero reazionario viene abbozzato almeno su tre «cavalletti», suggeriti da un’autoqualificazione: esser l’autore «cattolico, reazionario e retrogrado». Cioè di tale pensiero non rilevano solamente le dimensioni politiche e culturali, ma anche — se non soprattutto — le radici religiose ed esistenziali: se «la Reazione comincia a Delfi» e se «la Reazione è cominciata con il primo pentimento», «la reazione esplicita comincia alla fine del secolo XVIII; ma la reazione implicita comincia con l’espulsione del diavolo»; ed «essere reazionario significa capire che l’uomo è un problema senza soluzione umana». Così i testi brevi sono percorsi da una vena polemica, talora esplicita e dura, in aggressivo contrasto con ogni filosofia e con ogni teologia razionalistiche, perché «razionalismo è lo pseudonimo ufficiale dello Gnosticismo», «la democrazia è la politica della teologia gnostica», «la Gnosi è la teologia satanica dell’esperienza mistica. Nell’interpretazione gnostica dell’esperienza mistica si genera la divinizzazione dell’uomo», e «l’ugualitarismo è inferenza gnostica: infatti ogni particella della divinità è ugualmente divina». Si tratta di una prospettiva filosofica e teologica negativa, che richiama quella platonico-tomistica di Josef Pieper (1904-1997). E a tale vena se ne affianca un’altra, antimoralistica ma non certo immorale, percorsa dall’evangelica «prudenza del serpente» da affiancare alla «semplicità della colomba» (cfr. Mt. 10, 16), la cui divisa potrebbe essere «Credere in Dio, confidare in Cristo, guardare con malizia», e la cui espressione è talora non solo dura quanto al contenuto ma pure cruda quanto al modo. Comunque, anche quando oggetto degli strali sono i cristiani, gli uomini di Chiesa e la Chiesa stessa, la «regola» è inequivoca: "Ciò che si pensa contro la Chiesa, se non lo si pensa da dentro la Chiesa, è privo di interesse". Insomma — afferma perentoriamente Gómez Dávila —, «[…] il cattolicesimo è la mia patria» e in questo terreno coltiva «un platonismo esistenziale e uno storicismo agostiniano».
    Ma l’orizzonte limitato e cupo non alimenta la disperazione, anche se «la nostra ultima speranza sta nell’ingiustizia di Dio» e «l’unica precauzione sta nel pregare in tempo»: infatti, poicé «per rinnovare non è necessario contraddire, basta approfondire», e siccome «il peso di questo mondo si può sopportare solo in ginocchio», «l’unica ragione di sperare è stata espressa perfettamente da Huizinga [Johan, 1872-1945] in una delle sue ultime parole: "Per fortuna l’uomo non ha l’ultima parola"». E Nicolás Gómez Dávila, in attesa di ascoltare da Dio l’ultima parola a proprio riguardo, negli ultimi mesi della vita si dedica alla lettura del Catechismo della Chiesa Cattolica, dicendo rispettosamente la sua — testimonia il suo ultimo confessore, che ne celebrerà anche le esequie, monsignor Luis Carlos Ferreira, decano del capitolo della cattedrale di Santa Fe di Bogotá —, cioè avanzando riserve sullo stile in cui è redatto.


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    Per proseguire un incontro

    Nicolás Gómez Dávila ha in breve tempo conosciuto una eccezionale fortuna editoriale anche in Italia. Ecco qualche elemento per un percorso bibliografico

    In italiano, dell’autore vedi Il vero reazionario, in Cristianità, anno XXVII, n. 287-288, Piacenza marzo-aprile 1999, pp. 18-20; e In margine a un testo implicito, trad. it., a cura di Franco Volpi, Adelphi, Milano 2001.
    Sull’autore, vedi Óscar Duque Torres ed Ernesto Monsalve, Nicolás Gómez Dávila: la pasión del anacronismo, in Boletín Cultural y Bibliográfico, vol. 32, Santa Fe de Bogotá 1995, n. 40, pp. 31-49; il mio Un contro-rivoluzionario cattolico iberoamericano nell’età della Rivoluzione culturale: il «vero reazionario»; postmoderno Nicolás Gómez Dávila, in Cristianità, anno XXVII, n. 298, Piacenza marzo-aprile 2000, pp. 7-16; e F. Volpi, Un angelo prigioniero nel tempo, in N. Gómez Dávila, In margine a un testo implicito, cit., pp. 157-183.


    fonte: http://www.conserv-azione.org/schede...z%20Davila.htm
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    Lightbulb Riferimento: Nicolás Gómez Dávila

    Nicolás Gómez Dávila (18 maggio 1913 - 17 maggio 1994) R.I.P. ; onoriamolo e ricordiamolo a 15 anni dalla sua morte terrena , un grande scrittore e gentiluomo filosofo...



    Franco Volpi (1952-2009 , che riposi in pace anche questo grande uomo!) scoprì e tradusse in italiano , facendolo conoscere anche in Italia dove prima era sconosciuto , gli aforismi memorabili del grande aristocratico colombiano Nicolás Gómez Dávila...
    Per conoscere meglio questo grande scrittore e pensatore , un autentico e genuino esempio di vera cultura...



    Nicolás Gómez Dávila, Il vero reazionario, «Cristianità», XXVII, No. 287-288, marzo-aprile 1999, pp. 18-20.
    Nicolás Gómez Dávila, In margine a un testo implicito, traduzione di Lucio Sessa, epilogo di Franco Volpi, Milano: Adelphi, 2001. Selezione da Escolios a un texto implícito del 1977.
    Nicolás Gómez Dávila, Tra poche parole, traduzione di Lucio Sessa, a cura di Franco Volpi, Milano: Adelphi, 2007. Sempre selezione da Escolios a un texto implícito del 1977.
    Nicolás Gómez Dávila, Pensieri antimoderni, a cura di Anna K. Valerio, Padova-Salerno: Edizioni di Ar, 2008. Selezione dai Escolios a un texto implícito 2005.



    AFORISMI SPLENDIDI di Nicolás Gómez Dávila (1913 – 1994)...


    " la Repubblica, 18 dicembre 1999
    Avere ragione è una ragione in più per non aver alcun successo.
    Ci sono certe stupidaggini che è possibile impugnare adeguatamente solo con una stupidità ancora più grottesca.
    I libri intellettuali dicono le stesse cose dei libri stupidi, ma hanno autori diversi.
    I Vangeli e il Manifesto del partito comunista sbiadiscono; il futuro del mondo appartiene alla Coca-Cola e alla pornografia.
    La maggiore astuzia del male è la sua trasformazione in dio domestico e discreto, la cui familiare presenza rassicura.
    La stampa non vuole informare il lettore, ma convincerlo che lo sta informando.

    In margine a un testo implicito
    Adattarsi è sacrificare un bene remoto a un bisogno immediato.
    Borghesia è qualunque insieme di individui scontenti di ciò che hanno e soddisfatti di ciò che sono.
    Al volgo non interessa essere libero, ma credersi tale.
    Chi cerchi di educare e non di sfruttare, si tratti di un popolo o di un bambino, non gli parla facendo la vocina infantile.
    Chi denuncia i limiti intellettuali dei politici dimentica che tali limiti sono la causa dei loro successi.
    Chi sopprime le segrete connivenze tra i propri amori e i propri odi diventa un fanatico che incede tra schemi.
    Chiamare ingiustizia la giustizia è la più diffusa delle consolazioni.
    Chiamiamo egoista chi non si sacrifica al nostro egoismo.
    Civiltà è ciò che è miracolosamente scampato allo zelo dei governanti.
    Ciò che non è persona in fondo non è nulla.
    Crediamo di affrontare le nostre teorie con i fatti, in realtà possiamo confrontarle solo con teorie dell'esperienza.
    Da quando la religione si secolarizza, come unico testimone di Dio rimane Satana.
    Da sempre, in politica, patrocinare la causa del povero è stato il mezzo più sicuro per arricchirsi.
    Dopo aver screditato la virtù, questo secolo è riuscito a screditare anche i vizi.
    Duecento anni fa era lecito confidare nel futuro senza essere completamente stupidi. Ma oggi chi può dar credito alle attuali profezie, dato che siamo noi lo splendido avvenire di ieri?
    Educare l'uomo è impedirgli la "libera espressione della sua personalità".
    Essere cristiani è trovarsi di fronte a colui cui non possiamo nasconderci, di fronte a cui non possiamo mascherarci. È assumersi il peso di dire la verità anche quando offende.
    Gli esempi concreti sono i carnefici delle idee astratte.
    I professionisti della venerazione dell'uomo si sentono autorizzati a disprezzare il prossimo. La difesa della dignità umana consente loro di essere sgarbati con il vicino.
    Il cattolico autentico non sta al di qua ma al di là della bestemmia.
    Il domandarsi tace solo di fronte all'amore: "Perché amare?" è l'unica domanda impossibile: L'amore non è mistero, ma luogo in cui il mistero si dissolve.
    Il filosofo non è altro che la fiamma che lo brucia.
    Il filosofo non è portavoce della sua epoca, ma angelo prigioniero nel tempo.
    Il massimo trionfo della scienza sembra consistere nella velocità crescente con cui lo stupido può trasferire la sua stupidità da un luogo a un altro.
    Il più grande errore moderno non è l'annuncio della morte di Dio, ma l'essersi persuasi della morte del diavolo.
    Il popolo sopporta di essere derubato, purché non si smetta di adularlo.
    Il riso amabile e compiacente è una prostituzione dell'anima.
    Il socialismo è la filosofia della colpa altrui.
    Istruire non è indicare soluzioni, ma rivelare problemi.
    L'amore è l'atto che trasforma il suo oggetto da cosa in persona.
    L'amore per il popolo è vocazione aristocratica. Il democratico lo esercita soltanto in periodo elettorale.
    L'anima cresce verso l'interno.
    L'atrocità della vendetta non è proporzionale all'atrocità dell'offesa, ma all'atrocità di chi si vendica.
    L'atto filosofico per eccellenza è scoprire un problema in ogni soluzione.
    L'etica ci proibisce di considerare gli uomini come mezzi e l'Uomo come fine.
    L'idea del "libero sviluppo della personalità" sembra degna di ammirazione finché non incappa in individui la cui personalità si è sviluppata liberamente.
    L'incertezza è il clima dell'anima.
    L'individualismo moderno si riduce a reputare personali e proprie le opinioni condivise da tutti.
    L'intelligenza vive finché non preferisce le sue soluzioni ai problemi.
    L'umanità crede di rimediare ai propri errori ripetendoli.
    L'uomo ama solo chi adula, ma rispetta solo chi lo insulta.
    L'uomo di sinistra si crede generoso perché le sue mete sono confuse.
    L'uomo è il rifugio più fragile per l'uomo.
    L'uomo intelligente non vive mai in ambienti mediocri. Un ambiente mediocre è quello in cui non ci sono uomini intelligenti.
    L'uomo moderno non si sente mai così individuo come quando fa le stesse cose che fanno tutti.
    L'uomo preferisce discolparsi con la colpa altrui piuttosto che con la propria innocenza.
    La banalizzazione è il prezzo della comunicazione.
    La bruttezza di un oggetto è la condizione preliminare del suo moltiplicarsi su scala industriale.
    La forma sublime del disprezzo è il perdono.
    La libertà non è indispensabile perché l'uomo sappia cosa vuole e chi è, ma perché sappia chi è e che cosa vuole.
    La libertà non è la meta della storia, ma la materia con cui essa lavora.
    La legge è forma giuridica del costume oppure sopraffazione della libertà.
    La legge è l'embrione del terrore.
    La legittimità del potere non dipende dalla sua origine ma dai suoi fini. Per il democratico, invece, nulla è vietato al potere se la sua origine lo legittima.
    La legislazione che protegge minuziosamente la libertà strangola le libertà.
    La modernità non sfugge alla tentazione di identificare il permesso con il possibile.
    La modernità risolve i suoi problemi con soluzioni ancora peggiori dei problemi.
    La morte di Dio, è una falsa notizia messa in giro dal diavolo che mentiva sapendo di mentire.
    La personalità di questi tempi è la somma di ciò che fa colpo sugli stupidi.
    La più grande astuzie del male è travestirsi da dio domestico e discreto, familiare e rassicurante.
    La ragione è una mano premuta sul petto a placare il battito del nostro cuore disordinato.
    La religione non è nata dall'esigenza di assicurare solidarietà sociale, come le cattedrali non sono state edificate per incentivare il turismo.
    La saggezza consiste semplicemente nel non insegnare a Dio come si debbano fare le cose.
    La sensualità è la possibilità permanente di riscattare il mondo dalla prigionia della sua insignificanza.
    La sensualità è la presenza del valore nel sensibile.
    La società moderna si concede il lusso di tollerare che tutti dicano ciò che vogliono perché oggi, di fondo, tutti pensano allo stesso modo.
    La tecnica mutila ogni desiderio che soddisfa.
    La tirannia di un individuo è preferibile al dispotismo della legge, perché il tiranno è vulnerabile mentre la legge è incorporea.
    La tirannia più esecrabile è quella che adduce principi degni di rispetto.
    La "volontà generale" è la finzione che consente al democratico di sostenere che per inchinarsi di fronte ad una maggioranza c'è un'altra ragione oltre la semplice paura.
    Le architravi secolari poggiano sulle spalle solitarie.
    Le categorie sociologiche autorizzano a circolare nella società senza curarsi dell'individualità insostituibile di ciascun uomo. La sociologia è l'ideologia della nostra indifferenza verso il prossimo.
    Le civiltà muoiono per l'indifferenza verso i valori peculiari che le fondano.
    Le frasi sono pietruzze che lo scrittore getta nell'animo del lettore. Il diametro delle onde concentriche che esse formano dipende dalle dimensioni dello stagno.
    Le perversioni sono diventate parchi suburbani frequentati in famiglia dalle moltitudini domenicali.
    Limitando il nostro uditorio limitiamo i nostri passi falsi. La solitudine è l'unico arbitro incorruttibile.
    Lo psicologo abita i sobborghi dell'anima, come il sociologo la periferia della società.
    Lo specialista asseconda la propensione delle scienze a trasformarsi in ideologie. Al fine di occupare posizioni di comando, lo specialista attribuisce alla propria specialità una superiorità fittizia che il profano, intimidito dall'esoterismo di ogni specializzazione, non osa contestare.
    Lo Stato moderno fabbrica le opinioni che poi raccoglie rispettosamente sotto il nome di opinione pubblica.
    Lo storico democratico insegna che il democratico uccide solo perché le sue vittime lo costringono a farlo.
    Malgrado l'intrusione di fronzoli tecnici nelle lettere, gli artifici estetici non sono strumenti di laboratorio ma trappole per dare la caccia agli angeli.
    Maturare non vuol dire rinunciare alle nostre aspirazioni, ma accettare che il mondo non è obbligato a soddisfarle.
    Mille sono le verità, uno solo l'errore.
    Nel correggere la naturale ambivalenza dei sentimenti, la ragione li corrompe, mutilando così l'universo.
    Nel nostro secolo ogni impresa collettiva edifica prigioni. Solo l'egoismo ci impedisce di collaborare ad atti infami.
    Nessuna idea che ha bisogno d'appoggio lo merita.
    Nessuno sa esattamente cosa vuole finché il suo avversario non glielo spiega.
    Non c'è fraternità politica che valga un odio condiviso.
    Non c'è retorica che prolunghi l'amore tra le anime oltre l'istante in cui la carne si placa.
    Non è la sensualità che allontana da Dio ma l'astrazione.
    Non l'originalità della dottrina ma la divinità di Cristo determina l'importanza del cristianesimo.
    Non parlo di Dio, per convertire qualcuno, ma perché è l'unico tema di cui valga la pena parlare.
    Non riuscendo a realizzare le sue aspirazioni, il "progresso" chiama aspirazione ciò che si realizza.
    Nulla è più pericoloso che risolvere problemi transitori con soluzioni permanenti.
    Oggi a partecipare si finisce per essere complici.
    Ogni bene che si possa dimostrare è un bene a metà. Il Bene si può solo mostrare.
    Ogni civiltà è un dialogo con la morte.
    Ogni nuova generazione accusa le generazioni precedenti di non aver redento l'uomo. Ma l'abiezione con cui la nuova generazione si adatta al mondo, dopo il fallimento di turno, è proporzionale alla veemenza delle sue accuse.
    Ogni verità è un rischio che ci pare valga la pena di correre.
    Pensare come i nostri contemporanei è la ricetta della prosperità e della stupidità.
    Per Dio non ci sono che individui.
    Per sfidare Dio l'uomo gonfia il proprio vuoto.
    Pochi uomini sopporterebbero la propria vita se non si sentissero vittime della sorte.
    Quando le cose ci sembrano essere solo quel che sembrano, presto ci sembreranno essere ancora meno.
    Quando si è giovani si teme di passare per stupidi; nell'età matura si teme di esserlo.
    Quanto più gravi sono i problemi, tanto maggiore è il numero di inetti che la democrazia chiama a risolverli.
    Quanto più una cosa è importante, tanto meno importa il numero dei suoi difensori. Se per difendere una nazione c'è bisogno di un esercito, per difendere un'idea basta un solo uomo.
    Questo secolo di pedagogia proletaria predica la dignità del lavoro, come uno schiavo che calunnia l'ozio intelligente e voluttuoso.
    Questo secolo sprofonda lentamente in un pantano di sperma e di merda. Per maneggiare gli avvenimenti attuali gli storici futuri dovranno mettersi i guanti.
    Respiro male in un mondo non attraversato da ombre sacre.
    Rifiutare di stupirsi è il contrassegno della bestia.
    Riformare la società per mezzo di leggi è il sogno del cittadino incauto e il preambolo discreto di ogni tirannia
    Ritenere di non avere pregiudizi è il più comune dei pregiudizi.
    Sarebbe interessante verificare se c'è mai stata predica che non sia sfociata in assassinio.
    Se Dio fosse il punto d'arrivo di un ragionamento, non sentirei alcuna necessità di adorarlo. Ma Dio non è solo la sostanza di ciò che spero, è anche la sostanza di ciò che vivo.
    Sensuale, scettico e religioso non sarebbe una cattiva definizione di ciò che sono.
    Si comincia scegliendo perché si ammira e si finisce ammirando perché si è scelto.
    Società totalitaria è il nome volgare di quella specie sociale la cui denominazione scientifica è società industriale.
    Soggettivo è quel che un solo soggetto percepisce, oggettivo quel che tutti i soggetti percepiscono: perciò sia l'oggettività che la soggettività possono essere tanto reali quanto fittizie.
    Solo se ci contraddicono possiamo affinare le nostre idee.
    Tra i moderni succedanei della religione forse il meno abietto è il vizio.
    Tutte le dimostrazioni deludono, come tutti i sogni realizzati.
    Tutto ci sembra caotico tranne il nostro disordine.
    Un libro che non abbia Dio, o l'assenza di Dio, come protagonista clandestino, è privo d'interesse.
    Una convinzione si irrobustisce solo quando la nutriamo di obiezioni.
    Visto dall'interno, niente è completamente vuoto.
    Vive la sua vita solo chi la osserva, la pensa e la dice: gli altri, è la vita che li vive.
    Vivere è l'unico valore della modernità. Perfino l'eroe moderno muore esclusivamente in nome della vita.
    [Nicolás Gómez Dávila, In margine a un testo implicito, a cura di Franco Volpi, traduzione di Lucio Sessa, Adelphi, Milano 2001.]

    Tra poche parole
    I ragionamenti convincono solo chi ha bisogno di una scusa per arrendersi.
    La prolissità non è un eccesso di parole, ma una carenza di idee.
    Riferita a problemi seri, la parola "soluzione" ha un suono grottesco.
    Tra poche parole è così difficile nascondersi come tra pochi alberi.
    [Nicolás Gómez Dávila, Tra poche parole, a cura di Franco Volpi, traduzione di Lucio Sessa, Adelphi, Milano 2007.] "



    Gòmez DÃ*vila, il Pascal colombiano che rifiutò il pensiero «corretto» | Alfredo Cattabiani


    Gómez Dávila, l' universo visto in sogno
    "IL LIBRO DEL GIORNO
    Gómez Dávila, l' universo visto in sogno
    IL LIBRO DEL GIORNO «Se non fossi comunista, penserei in tutto e per tutto come lui». Lo dice García Márquez a proposito di Gómez Dávila. Il celebre premio Nobel si riferisce a quell' «illustre sconosciuto», come venne chiamato, che ancora oggi è Nicolás Gómez Dávila, il «Nietzsche di Bogotà», l' intransigente cattolico «reazionario», ma feroce critico, insieme, della decadenza della Chiesa e del cattolicesimo. («Pensando di aprire le braccia al mondo moderno - scrive -, la Chiesa ha finito per aprirgli le gambe». E tuttavia, per lui, «ciò che si pensa contro la Chiesa, se non lo si pensa da dentro la Chiesa, è privo d' interesse»). Intelligenza fosforescente, si esprime per scolii e aforismi. Prova repulsione a giustificarli e argomentarli, ma non li considera nemmeno come dogmi. Non mi sembra che vi siano dubbi: In margine a un testo implicito (Adelphi) è la sua visione cattolica del mondo. Scrive: «Perché un' intera opera ci seduca, è sufficiente che nel suo angolo più remoto sia racchiusa una vibrazione inconfondibile e breve». D' accordo (anche perché, guardingo perfino verso se stesso, aggiunge: «La brevità epigrammatica è il più sottile travestimento della stupidità»). In questo libro, di quelle vibrazioni se ne trovano non molte, ma più d' una. È dunque un libro molto seducente. Eccone una, di gran pregio, oggi con gran numero di destinatari: «Prima di deridere l' astronomia di Hegel, lo scientista dovrebbe immaginare il sorriso di Hegel se lo sentisse parlare di filosofia». Un' altra mostra da sola che anche Gómez, come Nietzsche, sapeva smisuratamente di più di quel che scriveva: «Sarebbe razionale solo un universo la cui inesistenza fosse contraddittoria. Un universo che fosse oggetto della prova ontologica». Punto. L' universo in armonia con la ragione sarebbe cioè quello a ogni cosa del quale si potesse dire: il tuo non esistere, il tuo esser nulla, è contraddittorio, assurdo, impossibile: tu sei eterna! Ma in Gómez questo pensiero, che porta lontano da ogni cristianesimo e dall' intero modo di pensare dell' Occidente, rimane una semplice supposizione, un' immagine vista in sogno. Brillerebbe di tutt' altro splendore a guardarla da svegli. Emanuele Severino NICOLÁS GÓMEZ DÁVILA In margine a un testo implicito a cura di F. Volpi, trad. Lucio Sessa, Edizioni Adelphi, pagine 192, lire 20.000
    Severino Emanuele Pagina 31 (6 maggio 2001) - Corriere della Sera "



    Dávila, il gusto di restare nelle torri d' avorio
    “AFORISMI I PENSIERI DELL' AUTORE COLOMBIANO
    Dávila, il gusto di restare nelle torri d' avorio
    Come non accordare un' immediata fiducia a un moralista che elegge, quali suoi santi protettori, Montaigne e Burckhardt? Difficile immaginare di essere delusi: infatti non lo si è. Il caso è quello di uno scrittore colombiano recentemente riscoperto da Franco Volpi: Nicolás Gómez Dávila (1913-1994), autore di un unico grande corpus di aforismi intitolato «Escolios», in corso di traduzione presso Adelphi. A un primo volume, In margine a un testo implicito, segue questo secondo, «Tra poche parole». Benché dichiari di essere un fermo credente e scriva argutamente: «La morte di Dio è un' opinione interessante, che però non riguarda Dio», Gómez Dávila reca le stimmate di tanta cultura europea e di tanta lucidità intellettuale che i suoi aforismi non possono non presentarsi come note a un Testo primario più supposto e inseguito - egli dice per la precisione ' implicitò - che non reale e operante nella sua compiutezza. Intorno a questo vuoto che lascia vivere insieme, in un fecondo paradosso, religiosità e scetticismo, lo scrittore dispone corone di aforismi dedicati, per lo più ironicamente e polemicamente, ad argomenti assai vari: la democrazia, la Chiesa, il progresso, l' estetica, il costume, l' intellettuale. Caratteristica saliente della raccolta, mai corriva o banale, è la costante, solitaria e coraggiosa tenuta del pensiero, che non teme l' accusa di rifugiarsi nelle torri d' avorio, dato che esse hanno cattiva fama solo «tra gli abitanti di tuguri intellettuali».
    NICOLÁS GÓMEZ DÁVILA Tra poche parole a cura di F. Volpi trad. di Lucio Sessa ADELPHI PP. 228, 14
    Rigoni Mario Andrea Pagina 42 (3 gennaio 2008) - Corriere della Sera”

    Pensieri antimoderni (novità editoriale)
    " Pensieri antimoderni (novità editoriale)
    di Nicolás Gómez Dávila - 23/01/2008

    Fonte: edizionidiar

    Nicolás Gómez Dávila, Pensieri antimoderni, a cura di Anna K. Valerio, pp. 124. Edizioni di Ar. Collezione: Gli 'inattuali'. Euro 11,00

    Nicolás Gómez Dávila: arcangelo iberico dell’assoluto, voce di ineguagliata purezza, nel Novecento, sprezzator cortese ma terribile, inumano poeta del sovrumano, pensatore della passione del vero, delle passioni di Dio per l’uomo incomune, mirabile - delle venture di Dio nelle venture del grande. Il suo disprezzo, estremo, ascetico, miliziano, immane, per il grottesco presepe della modernità - figurine prive di spessore, di sensi e di senso, e tumide di retorica – è contrabbandato a mezzo stampa come anticonformismo. In realtà questo scrittore perfetto, nemico di tutto ciò di cui l’oggi è amico (democrazia, umanitarismo, progressismo, egualitarismo, gregge), la più alta, spiegata voce-contro del Novecento, il più lucido confidente del bello arcaico, il più grave sprezzatore di chi ostenta i buoni sentimenti, che odiò sempre e sempre schernì l’intellettuale, il giornalista, il cortigiano delle masse, è la cattiva coscienza di ogni letterato e filosofo che non abbia detto un analogo, necessario no alle petulanze della modernità. "

    " Dal cilindro magico daviliano
    “Basta guardare chi ci insulta per saperci vendicati”.
    PS. Chi volesse sfociare alla fonte di questi motti di Spirito può sfogliare:
    Nicolàs Gòmez Dàvila, Pensieri antimoderni (Ar, 2008), richiedendo il testo al sito edizioni di ar, libreria ar, julius evola, franco freda, giorgio freda.
    24 gennaio 2008 " - Anna K. Valerio

    Nicolás Gómez Dávila, Pensieri antimoderni, a cura di Anna K. Valerio, Padova-Salerno: Edizioni di Ar, 2008.


    Marco Tangheroni , Della storia. In margine ad aforismi di Nicolás Gómez , SugarCo , 2008

    Della storia. In margine ad aforismi di Nicolás Gómez Dávila - Tangheroni Marco - Libro - IBS
    "Convinto della funzione degli intellettuali e degli uomini di cultura nei confronti della società, Marco Tangheroni, in questo libro che esce postumo, affronta la propria identità di storico attraverso riflessioni che investono questioni relative alla complessità del passato, ai limiti della conoscenza storica, all'irriducibilità e alla casualità degli eventi. Gli aforismi dello scrittore Nicolás Gómez Dávila sono l'espediente per approfondire problemi ed aspetti incontrati quotidianamente da chi pratica la storia, scritti e presentati dall'autore "col giro mentale di un professore che sta colloquiando con i suoi studenti". "


    “Anche la destra estrema di qualunque destra mi pare fin troppo a sinistra”. (Nicolás Gómez Dávila)

    “Il popolo non elegge chi lo cura ma chi lo droga”
    “Il popolo non si ribella mai al dispotismo ma alla cattiva alimentazione”
    “Quand’anche fossimo davvero uguali, non si vede perché l’uguaglianza debba essere un valore”
    “La passione egualitaria è una perversione del senso critico: atrofia della facoltà di distinguere”
    “La libertà è stata l’assillo dell’èra moderna, perché la salute ossessiona solo l’ammalato”
    “Quando gli uomini si vantano di avere libere opinioni, pullulano incurabili pregiudizi”
    “Man mano che cresce lo Stato decresce l'individuo”
    "Non biasimiamo il capitalismo perché produce diseguaglianze,
    ma perché favorisce l'ascesa di tipi umani inferiori"
    “Le aristocrazie sono i parti normali della storia, le democrazie gli aborti”
    N. Gómez Dávila (1913-1994)

    “Il filosofo non è altro che la fiamma che brucia...non è il portavoce della sua epoca ma un angelo prigioniero nel tempo” - Nicolas Gomez Davila



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    Lightbulb Riferimento: Nicolás Gómez Dávila

    Catastrofe Verticale: 142 - Nicolas Gomez Davila

    Cristianita' - Un contro-rivoluzionario cattolico iberoamericano ...
    Cristianita' - Un contro-rivoluzionario cattolico iberoamericano nell'eta' della Rivoluzione culturale: il "vero reazionario" postmoderno Nicolas Gomez Davila

    Contro la leggenda nera - Gòmez Dàvila, il Pascal colombiano che rifiutò il pensiero «corretto»
    Gòmez Dàvila, il Pascal colombiano che rifiutò il pensiero «corretto» di Alfredo Cattabiani
    IDEE: la scoperta dello scrittore cattolico autore di aforismi
    [Da "Avvenire", 12 maggio 2001]
    Nella biblioteca della sua casa, composta da trentamila volumi, trascorreva la maggior parte della sua giornata uno scrittore cattolico che si definiva provocatoriamente «reazionario»: Nicolàs Gòmez Dàvila, nato nel 1913 a Santafé de Bogotà e là morto nel 1994. Il padre, che aveva fatto fortuna commerciando in tessuti, era proprietario di una grande fattoria. Secondo le usanze della ricca borghesia colombiana, la famiglia si era trasferita per alcuni anni a Parigi perché il figlio ricevesse una educazione europea. Se ne occuparono i benedettini che gli insegnarono fra l’altro a leggere correntemente in greco e latino i classici antichi e i padri della Chiesa. Ebbe anche modo di perfezionare la conoscenza della lingua e della cultura inglese durante i mesi estivi trascorsi in Inghilterra.
    Tornato a ventitré anni in Colombia, si sposò ed ebbe tre figli. Da allora no si allontanò più dalla sua casa se non per sei mesi nel 1949, per un viaggio nell’Europa occidentale insieme con la moglie. Preferiva viaggiare con la mente più che con il corpo. Dedicava la sua vita alla lettura, alla meditazione e alla scrittura, rifiutando molte allettanti proposte di carriera politica e anche la nomina di ambasciatore in sedi prestigiose come Londra e Parigi.
    Pochi finora ne conoscevano l’opera, tant’è vero che nel 1990 José Miguel Oviedo lo chiamava nella sua Historia del ensayo hispanoamericano «l’illustre sconosciuto». Ed era logico che gravasse un imbarazzato, se non ostile, silenzio su uno scrittore che nella sua opera principale, pubblicata in più anni e in più volumi, Escolis a un texto implicito, sosteneva che tutto quel che è considerato «scorretto» dai nipotini del pensiero che si autodefinì «corretto».
    Ora finalmente ne possiamo leggere in italiano una prima parte col titolo di In margine a un testo implicito, a cura di Franco Volpi. E’ una raccolta di aforismi sulla scia di Balthasar Gracìan, dei La Rochefoucauld o dei Pascal. Sono folgoranti distillazioni di un discorso più ampio che egli lascia sviluppare al lettore o meglio immaginare perché questi aforismi vengono presentati già nel titolo come scolii, ovvero commenti a un testo che essi sottendono. Ma questo testo, che altro non sarebbe se non il pensiero dell’autore se l’avesse argomentato sistematicamente, non si può agevolmente ricostruire se si è stati educati alla vulgata culturale neoilluminista, rivoluzionaria e strumentalistica che ha permeato le università e la maggior parte dei mezzi di comunicazione.
    Certo, un lettore in sintonia con Gòmez Dàvila non può non ripercorrere immediatamente il ragionamento che conduce a un aforisma come: «la scienza inganna in tre modi: trasformando le sue proposizioni in norme, divulgando i suoi risultati più che i suoi metodi, tacendo le sue limitazioni epistemologiche»; oppure a quello sotteso a un altro: «La religione non è nata dall’esigenza di assicurare solidarietà, come le cattedrali non sono state edificate per incentivare il turismo», dove si coglie una critica a chi, pur in buona fede, ha depotenziato il messaggio evangelico in un generico assistenzialismo.
    Ma gli altri lettori? Come interpreteranno soprattutto gli aforismi che sconvolgono le loro «idee ricevute»? Come reagiranno di fronte alla sua esaltazione del «reazionario», anche se Gòmez Dàvila spiega che «il passato lodato dal reazionario non è epoca storica ma norma concreta. Quel che il reazionario ammira di altri secoli non è la loro realtà, sempre miserabile, ma la norma peculiare alla quale disobbedivano».
    D’altronde vale la pena di resuscitare parole come «reazionario» che furono coniate proprio da chi non ne condivideva le idee, cioè dai rivoluzionari?
    Nella sua biblioteca si è trovata tutta la Patrologia greca e latina del Migne: il che ci permette di capire come il suo pensiero si fondasse sul pensiero cristiano più antico; sicché alla luce di queste letture può essere interpretata correttamente anche una sua affermazione che, isolata, sconcerterebbe: «Il paganesimo è l’altro Antico Testamento della Chiesa», nel senso che i saggi greci antichi, da Platone a Cicerone a Plotino, così come quelli di altre religioni, testimoniano di una conoscenza, pur imperfetta e incompleta, di Dio. Convinzione che l’accomuna a un’altra scrittrice del Novecento, Simone Weil la quale, come si rammenterà, scrisse proprio un libro intitolato La Grecia e le intuizioni precristiane. "



    Un cattolico reazionario demolisce i falsi miti progressisti
    Corriere del Sud, 15-31 luglio 2001
    “La cultura vera non è politicamente corretta:
    un cattolico reazionario demolisce i falsi miti progressisti”
    di Filippo Salatino
    “Il reazionario non è il sognatore nostalgico di passati conclusi, ma il cacciatore di ombre sacre sulle colline eterne. Ogni fine diverso da Dio ci disonora. Quel che non è religioso non è interessante”. Chi oggi ha il coraggio di pronunciare e scrivere frasi del genere? Di tirarsi addosso gli strali dei tanti “tribunali del popolo” animati dagli epigoni “occidentali” di Andreij Zdanov (il “cekista del pensiero”, custode dell’ideologia nell’URSS del 1930-’40), che pretendono di giudicare ed autorizzare ciò che è “corretto” appunto, dire, scrivere, persino pensare? Nicolás Gómez Dávila; un nome che non dirà nulla alla stragrande maggioranza dei lettori dato che solo da pochissimi anni viene proposto all’attenzione del pubblico. Nell’ area geografica e culturale iberoamericana, il colombiano Nicolás Gómez Dávila, esponente a più titoli “monastico” della cultura cattolica, è senza dubbio uno dei più originali e, al tempo stesso “classico”, dei pensatori. Nasce il 18 maggio 1913 a Cajicá, nel dipartimento di Cundinamarca, di cui è capoluogo la capitale Santa Fe de Bogotá, da una famiglia di commercianti e proprietari terrieri e chiude la propria esistenza terrena il 17 maggio 1994 nella sua “fortezza-biblioteca” (oltre 40 mila volumi), in un quartiere tipico della città sull’altopiano. Finalmente è disponibile da marzo l’impegnativa traduzione italiana – a Lucio Sessa il plauso di aver reso bene il senso del pensiero di Gómez - nella “Piccola Biblioteca”, n° 459, di Adelphi, di “In margine a un testo implicito” (Milano, 192 pagine, L. 20.000, 10,33 euro) circa un migliaio di “escolios”, cioè glosse, aforismi, commenti lampo, che rimandano ad un fantasmatico “testo maggiore” su cui è il caso di ritornare. Curato in maniera egregia da uno dei suoi due “scopritori” italiani, Franco Volpi, “In margine a un testo implicito” raccoglie solo una minima parte degli escolios, usciti in più volumi in Colombia fra il 1977 e il 1992. Perché è dunque importante ed interessante l’opera di questo – all’apparenza – eccentrico, “gentiluomo vecchio stampo“, vissuto come un “certosino” in città e che scaglia i suoi apodittici giudizi contro, e su, tutto e tutti? Accennavamo prima al prof. Volpi come uno dei soli due “esploratori” italiani” del vasto e misconosciuto, ma fertile “territorio”, costituito dalle idee e dall’enciclopedica cultura del solitario signore ispanofono; infatti oltre ai contributi di taglio scientifico non privo di ammirazione, nella nostra lingua del Volpi stesso (nella rivista “surplus” n° 4, anno I° del 1999 e nel Dizionario delle opere filosofiche , Bruno Mondadori, Milano, 2000), vanno citati quelli di Giovanni Cantoni, molto più affine a Gómez Dávila per fede e impostazione ideale, che già ne presentava una scintillante antologia di anticonformistiche riflessioni, “Il vero reazionario” (Traduzione redazionale da El reaccionario auténtico. Un ensayo inédito, in Revista Universidad de Antioquia, n. 240, Medellín aprile-giugno 1995, pp. 16-19) nella rivista che dirige Cristianità, anno XXVIII, n° 287-288, marzo-aprile 1999; poi nel maggio 1999 ne scriveva sul Secolo d’Italia; a febbraio 2000 in Percorsi di politica, cultura, economia, anno IV, n. 26, Roma, pp. 45-48 con un’Antologia daviliana e una Bibliografia sommaria e nel marzo-aprile 2000 ancora su Cristianità, n° 298, anno XVIII, pagine 7-16, con l’approfondita analisi “Un contro-rivoluzionario cattolico iberoamericano nell’età della Rivoluzione culturale: il “vero reazionario” postmoderno”. Questo il senso più vero e profondo di cos’è e cosa rappresenta - e perché è importante ed intrigante – il “certosino” che trascorreva il tempo in “tertulias” (chiacchiere) coi pochi amici ed in letture delle opere fondamentali e non, del sapere tradizionale greco, latino, cristiano, medievale, contemporaneo. Un modello di organizzazione e presentazione della cultura adatto alla condizione postmoderna, quindi rapida, “in frammenti”; pillole di saggezza millenaria ed ironia, pronti per esser compresi anche dalle generazioni cresciute con radio, tv, computer. Con un solido – ed esplicitato al massimo grado – radicamento cattolico che lo porta a definirsi “reazionario” vero. Nelle recensioni uscite sinora al testo dell’Adelphi, Emanuele Severino sul Corriere della Sera ha colto quest’aspetto cruciale quando afferma “…Non mi sembra che vi siano dubbi: “In margine a un testo implicito” è la sua visione cattolica del mondo” (domenica 8 maggio 2001 pagina 31 “Cultura”). E d’altronde bastano poche - purtroppo lo spazio è tiranno - citazioni, per confermare pienamente la lettura cattolica e reazionaria “postmoderna” dell’erede della migliore tradizione iberica. “Lo scrittore reazionario deve rassegnarsi a una celebrità discreta, dal momento che non si può ingraziare gl’imbecilli. Non appartengo a un mondo che perisce. Prolungo e trasmetto una verità che non muore. Contro lo svuotamento moderno del mistero affermiamo la sua presenza inglobante. Esser reazionario significa voler estirpare dall’anima perfino le ramificazioni più remote della promessa del serpente. Quel che non è religioso non è interessante. La Reazione comincia a Delfi. La Reazione è cominciata con il primo pentimento, la reazione esplicita comincia alla fine del secolo XVIII; ma la reazione implicita comincia con l’espulsione del diavolo, essere reazionario significa capire che l’uomo è un problema senza soluzione umana. Verità è ciò che gli imbecilli rifiutano. Il passato che il reazionario loda non è epoca storica ma norma concreta. Solo la sottomissione a Dio non è vile. L’unica precauzione sta nel pregare in tempo”. E’ questo il suo testo implicito."



    RAGIONPOLITICA.it - In margine a un testo implicito
    “Nicolás Gómes Dávila
    In margine a un testo implicito
    recensione di Fabrizio Gualco - 24 agosto 2001
    Perplesso ma non scettico, credente ma non fideista, colto ma non saccente né men che mai pedante, Nicolás Gómes Dávila (1913-1994) è un pensatore e scrittore colombiano. "In margine a un testo implicito" (Adelphi, Milano 2001) accoglie parte dei suoi aforismi pubblicati in più volumi a Bogotà fra il 1977 e il 1992.
    Le riflessioni di Davila toccano temi religiosi, filosofici, politici e si concretizzano non in forma di trattato sistematico (come ad esempio succede in Spinoza) ma in aforismi brevi ed ellittici, nitidi ed essenziali, nei quali emerge il primato dell'intuizione sull'intellettualismo.
    Il testo implicito a cui il titolo si riferisce è il testo interiore, quello che ognuno porta dentro di sé. Quello di cui questi aforismi sono un commento. Il testo implicito è il testo non scritto da cui in ultima analisi dipende tutto ciò che si scrive; la parola non detta da cui prende vita ciò che si dice - anche quando ciò che si dice non viene detto a parole.
    Infatti gli aforismi di Dávila appartengono non ad un bisogno di riduzione spirituale, ma al contrario a quello della prospettiva infinita. Egli aderisce in pieno alla dottrina cattolica: e sa che l'enigma dell'uomo si disvela nel mistero di Dio e non nell'assolutismo della razionalità. Per questo, spiritualmente e culturalmente, è tanto vicino allo spirito dei "Pensieri" di Pascal quanto lontano dalla soddisfazione razionalistica di Hegel.
    Concordo con Franco Volpi, curatore del volume, laddove scrive che "Gómez Dávila è senz'altro uno dei più originali solitari del Novecento, che ha interpretato il ruolo del filosofo-scrittore nel mondo moderno in uno stile impareggiabile, coltivando al tempo stesso l'eredità greca e lo spirito di Chartres. Come tale egli non si sentiva né voce della sua epoca, né il proprio tempo colto in pensieri".
    Come Montaigne, sceglie di affidare il suo tempo agli studi, alla riflessione e alla scrittura. La biblioteca di casa - il cui catalogo supera i trentamila volumi - è il suo luogo prediletto, lo spazio in cui trascorre gran parte del giorno e della notte. Pur non disdegnando la vita di società, Gómes Dávila appartiene alla genìa dei solitari, alla compagnia di coloro che in un modo o nell'altro scelgono la solitudine come loro condizione privilegiata.
    La solitudine di Gómes Dávila perciò non va confusa con l'isolamento. L'isolato è solo, sempre e comunque: è nel deserto anche quando annega in bagno di folla. Il solitario non è mai solo: mai, anche quando lo è fisicamente.
    Nella solitudine si vive, nell'isolamento si sopravvive. L'isolamento è una condizione esistenziale che la persona subisce, la solitudine può essere - e nel caso di Dávila, è - una condizione dell'anima in cui si esercita al meglio l'intelligenza e la libertà, attraverso il pensiero che si traduce in parola. La solitudine è un modo di essere che dà modo di fare. E di fare bene ciò che si fa.
    Lo stile è personale, e la cultura su cui Dávila si è formato, di stampo cristiano-umanistico, gli permette una sostanziale autonomia di pensiero rispetto a determinati indirizzi ideologici. Sembra che per Dávila, in ultima analisi, l'unica "scuola" a cui vale la pena appartenere sia quella della verità, intesa come percorso inesauribile attraverso cui la pluralità del cammino umano converge verso una meta escatologica - anche quando alcuni sentieri appaiono interrotti: "le verità non stanno entro la circonferenza di un cerchio il cui centro è l'uomo. Le verità si stagliano in luoghi impervi: l'uomo si aggira seguendo i meandri di un sentiero sinuoso che le rivela, le occulta, e alla fine le mostra o le nasconde".
    Intrisi di fede e ragione, di certezza e perplessità, realismo e speranza, estro e metodo, gli aforismi contenuti in questo volume lo dimostrano in modo eloquente. A tal riguardo voglio porne alcuni all'attenzione del lettore.
    "Limitando il nostro uditorio limitiamo i nostri passi falsi. La solitudine è l'unico arbitro incorruttibile".
    "La religione non è nata dall'esigenza di assicurare solidarietà sociale, come le cattedrali non sono state edificate per incentivare il turismo".
    "La più grande astuzie del male è travestirsi da dio domestico e discreto, familiare e rassicurante" .
    "Ogni verità è un rischio che ci pare valga la pena di correre".
    "La saggezza consiste semplicemente nel non insegnare a Dio come si debbano fare le cose".
    "Il cattolico autentico non sta al di qua ma al di là della bestemmia".
    "Quando si è giovani si teme di passare per stupidi; nell'età matura si teme di esserlo".
    "Nulla è più pericoloso che risolvere problemi transitori con soluzioni permanenti".
    "La morte di Dio è una falsa notizia messa in giro dal diavolo che mente sapendo di mentire".
    "Non c'è retorica che prolunghi l'amore tra le anime oltre l'istante in cui la carne si placa".
    "La libertà non è la meta della storia, ma la materia con cui essa lavora".
    "Le categorie sociologiche autorizzano a circolare nella società senza curarsi dell'individualità insostituibile di ciascun uomo. La sociologia è l'ideologia della nostra indifferenza verso il prossimo".
    "La libertà non è indispensabile perché l'uomo sappia cosa vuole e chi è, ma perché sappia chi è e che cosa vuole". "



    Semplicemente magnifici...Li rileggo sempre con enorme soddisfazione per la profondità spirituale che esprimono...Franco Volpi va ringraziato e ricordato , oltre che per la sua squisita persona e per tutti gli altri suoi meriti culturali ed intellettuali , anche per averci regalato la conoscenza di Nicolás Gómes Dávila...

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    Lightbulb Riferimento: Nicolás Gómez Dávila

    Nicolás Gómez Dávila é morto ed é nato , ovviamente in anni diversi eh!! , ad un giorno di distanza...Che strana coincidenza , bastava un giorno per nascere e morire lo stesso giorno...
    Oggi si ricordano i 15 anni dalla morte , domani i 96 anni dalla nascita...

    Comunque vi riporto anche la pagina su Wikipedia a lui dedicata :




    Nicolás Gómez Dávila - Wikipedia
    " Nicolás Gómez Dávila
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    Nicolás Gómez Dávila (Cajicá, 18 maggio 1913 – Bogotá, 17 maggio 1994) è stato uno scrittore e filosofo colombiano.

    Scrittore e moralista, Gómez Dávila è uno dei massimi critici della modernità. La sua opera, costituita per la maggior parte da aforismi, fu riconosciuta a livello internazionale solo pochi anni prima della morte, in seguito alla pubblicazione di alcuni suoi lavori in tedesco.

    Indice [nascondi]
    1 Biografia
    2 Opera e pensiero
    3 Bibliografia
    3.1 Edizioni originali
    3.2 Traduzioni italiane
    4 Altri progetti

    Biografia [modifica]
    Nicolás Gómez Dávila nacque nel 1913 in una famiglia dell'élite colombiana e trascorse la giovinezza a Parigi. Ancora fanciullo, una grave polmonite lo costrinse a casa, dove venne educato da insegnanti privati. In questo periodo nacque una grande passione per le lettere classiche.

    Negli anni '30 fece ritorno in Colombia e, con l'eccezione di un soggiorno di sei mesi nel 1948 a Parigi in compagnia della moglie, non lasciò più il paese, conducendo in seguito vita privata. Non frequentò mai l'università, ma dedicò la maggior parte del suo tempo allo studio e alla lettura, raccogliendo nella propria biblioteca più di trentamila volumi e chiudendosi in essa fino a notte fonda.

    Nel 1954, il fratello curò la pubblicazione della prima opera dal titolo Notas I, una raccolta di note ed aforismi, in cento esamplari destinati alla stretta cerchia di amici e conoscenti. A questo primo volume non fece mai seguito un secondo. Venne invece pubblicata, nel 1959 una raccolta di saggi brevi dal titolo Textos I (di cui, nuovamente, non venne mai pubblicato un secondo volume). Qui Gómez Dávila sviluppò i concetti fondamentali della sua antropologia filosofica e della sua filosofia della storia, attraverso un linguaggio ricercato e ricco di metafore, manifestando, per la prima volta, l'intenzione di creare un "mosaico" reazionario in opposizione all'idea di sistema filosofico, a suo dire, non in grado di rendere conto della realtà.

    Nel 1958 gli venne offerto il posto di primo consigliere del presidente colombiano, ma rifiutò l'incarico, così come rinunciò, nel 1974 alla nomina di ambasciatore a Londra. Pur manifestando il proprio sostegno agli sforzi di Alberto Lleras per abbattere la dittatura di Rojas Pinilla, si tenne sempre lontano dalla politica attiva, coerentemente con le posizioni sostenute nei suoi scritti.

    Tra il 1977 e il 1992 vennero pubblicati cinque volumi dal titolo Escolios a un texto implícito (Glosse ad un testo implicito), poderosa raccolta di aforismi o "scolii", che costituisce la sua opera più significativa, ma che l'autore stesso non cercò mai di pubblicizzare attivamente. Solo verso la fine degli anni '80 e particolarmente in seguito alla pubblicazione di una antologia in tedesco di Escolios, le sue idee iniziarono a trovare riscontro in circoli austriaci e tedeschi.

    A partire dal 1987 le sue opere cominciarono a essere tradotte in tedesco, mentre la prima traduzione italiana di rilievo è del 2001. Nicolás Gómez Dávila morì a Bogotà nel 1994.


    Opera e pensiero [modifica]
    Benché fortemente critico della pratica politica di sinistra così come anche della destra, Gómez Dávila sostiene principii politici che definisce reazionari. La sua antropologia, che si rifà a uno studio attento dell'opera di Tucidide e Jacob Burckhardt, sottolinea acutamente la realtà e la necessità della struttura gerarchica della società con particolare riferimento allo stato e alla Chiesa e critica enfaticamente il concetto di sovranità del popolo, visto come un'illegittima divinizzazione dell'uomo e un sostanziale rifiuto della superiorità di Dio. In questa prospettiva si situa il giudizio negativo che dà del Concilio Vaticano II, interpretato come un problematico adattamento della Chiesa al mondo moderno, di cui l'abbandono della liturgia tridentina è un chiaro esempio. Con una posizione che lo avvicina in parte a Juan Donoso Cortés, Gómez Dávila fa notare che gli errori filosofico-politici derivano, in ultima analisi, da errori teologici. Le ideologie moderne quali il liberalismo, la democrazia e il socialismo sono i principali soggetti della sua critica corrosiva e sottile. Il suo è un pensiero aristocratico: egli propugna un sistema in cui gli 'aristoi', cioè i migliori per capacità ed attività, guidino la società. Un sistema non di sangue ma di merito perché, specifica Gómez Dávila, chiunque può essere "aristocratico" purché abbia una vita intellettuale. Un sistema inoltre che non è contro il popolo ma è sensibile verso di esso.

    I suoi aforismi raffinati toccano una grande varietà di temi filosofici e teologici ma anche questioni di letteratura, arte ed estetica, filosofia della storia e storiografia e costituiscono un metodo letterario che dà grande attenzione allo stile e al tono. Creando la maschera letteraria del «reazionario», Gómez Dávila intende posizionarsi al di là delle posizioni politiche tradizionali della destra e della sinistra e, sulla base di un tradizionalismo cattolico influenzato dalla probità intellettuale di Nietzsche, vede il proprio lavoro come sostenitore della "verità che non morirà mai".


    Bibliografia [modifica]

    Edizioni originali [modifica]
    Notas I, Mexico: 1954 (edizione non commerciale); Bogotá: Villegas Editores, 2003.
    Textos I, Bogotá: Editorial Voluntad, 1959; Bogotá: Villegas Editores, 2002.
    Escolios a un texto implícito, 2 volumi, Bogotá: Istituto Colombiano de Cultura, 1977.
    Nuevos escolios a un texto implícito, 2 volumi, Bogotá: Procultura, Presidencia de la República, Nueva Biblioteca Colombiana de Cultura, 1986.
    De iure, «Revista del Colegio Mayor de Nuestra Senora del Rosario» 81. Jg., Nr. 542 (aprile-giugno 1988), p. 67-85.
    Sucesivos escolios a un texto implícito, Santafé de Bogotá: Istituto Caro y Cuervo, 1992; Barcelona: 2002.
    El reaccionario auténtico, «Revista de la Universidad de Antioquia», Nr. 240 (aprile-giugno 1995), p. 16-19.
    Escolios a un texto implícito. Selección, Bogotá: Villegas Editores, 2001. Antologia.
    Escolios a un texto implícito. Obra completa, 5 voll. Bogotá: Villegas Editores, 2005.

    Traduzioni italiane [modifica]
    Nicolás Gómez Dávila, Il vero reazionario, «Cristianità», XXVII, No. 287-288, marzo-aprile 1999, pp. 18-20.
    Nicolás Gómez Dávila, In margine a un testo implicito, traduzione di Lucio Sessa, epilogo di Franco Volpi, Milano: Adelphi, 2001. Selezione da Escolios a un texto implícito del 1977.
    Nicolás Gómez Dávila, Tra poche parole, traduzione di Lucio Sessa, a cura di Franco Volpi, Milano: Adelphi, 2007. Sempre selezione da Escolios a un texto implícito del 1977.
    Nicolás Gómez Dávila, Pensieri antimoderni, a cura di Anna K. Valerio, Padova-Salerno: Edizioni di Ar, 2008. Selezione dai Escolios a un texto implícito 2005.

    G‘===Critica===

    Alfredo Abad T. Pensar lo Implícito. En Torno a Gómez Dávila. Postergraph, Pereira, 2008[1]
    Giovanni Cantoni, Un contro-rivoluzionario cattolico iberoamericano nell’età della Rivoluzione culturale: il "vero reazionario" postmoderno Nicolás Gómez Dávila, in Cristianità n. 298/2000, rinvenibile anche in [2]
    Nicolás Gómez Dávila Crítica e Interpretación, en Revista de Filosofía Paradoxa No. 14 Universidad Tecnológica de Pereira, 2007. [3]
    José Miguel Oviedo, Breve historia del ensayo hispanoamericano, Madrid: 1981, pp. 150-151.
    Reinhart K. Maurer, Reaktionäre Postmoderne - Zu Nicolás Gómez Dávila, in: J. Albertz (ed.): Aufklärung und Postmoderne - 200 Jahre nach der französischen Revolution das Ende aller Aufklärung?, Berlin: 1991, pp. 139-50.
    Óscar Torres Duque, Nicolás Gómez Dávila: la pasión del anacronismo, «Boletín Cultural y Bibliográfico» 32, No. 40 (1995), pp. 31-49.
    Franco Volpi, Un angelo prigioniero nel tempo, in: Nicolás Gómez Dávila: In margine a un testo implicito, Milano: Adelphi, 2001, pp. 159-83.
    Till Kinzel, Vom Sinn des reaktionären Denkens. Zu Nicolás Gómez Dávilas Kulturkritik, «Philosophisches Jahrbuch» 1/2002, pp. 175-85.
    Till kinzel, Nicolás Gómez Dávila. Parteigänger verlorener Sachen, Schnellroda: 2003, ²2005, ³2006.
    Philippe Billé (ed.), Studia Daviliana. Études sur N. G. D., La Croix-Comtesse 2003.
    Reinhart Maurer, Ausnahmslose Gleichheit?, in: Die Ausnahme denken (FS Kodalle), volume 2, ed. by C. Dierksmeier, Würzburg 2003, pp. 165-76.
    Vittorio Hösle, Variationen, Korollarien und Gegenaphorismen zum ersten Band der „Escolios a un texto implícito“ von Nicolás Gómez Dávila, in: Die Ausnahme denken, 2003, pp. 149-63.
    Till Kinzel, Ein kolumbianischer Guerillero der Literatur. N. G. D.s Ästhetik des Widerstands, in: Germanisch-Romanische Monatsschrift 1/2004, pp. 87-107 ([4]).
    Virgil Nemoianu: Nicolás Gómez Dávila: Parteigänger verlorener Sachen (review), «MLN», Volume 119, Number 5, December 2004 (Comparative Literature Issue), pp. 1110-1115.
    Till Kinzel, Denken als Guerillakampf gegen die Moderne, in: [5] "



    Rendete onore a questo grande pensatore , chi non l'ha mai letto veda di rimediare e compri i suoi libri di aforismi...

    14 Words! - Holuxar
    ADDIO GIUSEPPE, amico mio, sono LUCA e nel mio CUORE sarai sempre PRESENTE!
    «Réquiem aetérnam dona ei, Dómine, et lux perpétua lúceat ei. Requiéscat in pace. Amen.»

    SURSUM CORDA - HABEMUS AD DOMINUM!!! A.M.D.G.!!!

  5. #5
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    Lightbulb Re: Riferimento: Nicolás Gómez Dávila

    Oggi 17 maggio 2017 ricorre l’anniversario della morte di Nicolás Gómez Dávila (Bogotà, 18 maggio 1913 – Bogotà, 17 maggio 1994); ad 8 anni di distanza dai miei precedenti interventi sempre qui, riporto in alto questa fondamentale discussione, ecco altri aforismi sanamente e reazionariamente cattolici di un vero ed esemplare filosofo solitario da turris eburnea ("torre d'avorio") destro-radicale:



    “Essere cristiani è trovarsi di fronte a colui cui non possiamo nasconderci, di fronte a cui non possiamo mascherarci. È assumersi il peso di dire la verità anche quando offende.”
    “La morte di Dio, è una falsa notizia messa in giro dal diavolo che mentiva sapendo di mentire.”
    “Il filosofo non è portavoce della sua epoca, ma angelo prigioniero nel tempo.”
    “Non parlo di Dio, per convertire qualcuno, ma perché è l'unico tema di cui valga la pena parlare.”
    “Non l'originalità della dottrina ma la divinità di Cristo determina l'importanza del cristianesimo.”



    Altri articoli interessanti su Nicolás Gómez Dávila:



    http://www.agerecontra.it/public/press40/?p=21359
    http://www.agerecontra.it/public/pre...NTIMODERNI.jpg

    Frasi di Nicolás Gómez Dávila (332 frasi) | Citazioni e frasi celebri

    Accadde oggi ? 17 maggio. Ricorre l'anniversario della scomparsa di Nicolás Gómez Dávila

    Nicolás Gómez Dávila, l'oscurantista luminoso che cesellava le parole - IlGiornale.it

    Nicolas Gomez Davila
    http://www.santiebeati.it/dettaglio/96054





    17 MAGGIO 2017: San Pasquale Baylon, Confessore; diciassettesimo giorno di Maggio Mese Mariano…



    Home - Stellamatutina.eu - Sito di cultura cattolica in piena e totale obbedienza al Magistero Petrino.
    Maggio mese di Maria: 17° giorno - Il rispetto umano
    http://www.stellamatutina.eu/maggio-...ria-17-giorno/
    “Maggio mese di Maria: 17° giorno.

    IL RISPETTO UMANO
    Il rispetto umano è una piaga della vita cristiana. Ed è una piaga di molti, di troppi cristiani.
    Dove si vede Dio offeso, Gesù oltraggiato, la Madonna e i Santi maltrattati, bisognerebbe vedere i cristiani coraggiosi e coerenti che fanno muro di difesa e di onore alla loro Fede.
    Invece, quanto coniglismo e quanta viltà di animo! Addirittura, quanto sforzo di nascondersi fra gli stessi nemici della Fede, per paura di essere scoperti e segnati a dito!
    È vero che oggi, in questo mondo corrotto, in questa società scandalosa e beffarda, dominata dall’ateismo più animalesco che si possa concepire, occorre davvero gran coraggio per essere coerenti.
    Ma non è forse questo un motivo in più perché i cristiani, lungi dal nascondersi, si facciano avanti a testimoniare con energia la loro fede «che vince il mondo» (Gv 5,4)?
    Coloro che si vergognano, che hanno paura di apparire come veri cristiani, hanno più le vesti da vili traditori che da discepoli di Cristo.
    Contro costoro c’è la parola tagliente e terribile di Gesù: «Chi si vergognerà di me e delle mie parole davanti a questa generazione adultera e peccatrice, anche il Figlio dell’uomo si vergognerà di lui, quando verrà nella gloria del Padre suo con gli angeli santi» (Mc 8,38).
    «Pescatori e pescatrici»
    Nella lotta contro il protestantesimo che rovinava la fede di tanti cristiani con le sue eresie dottrinali e morali, san Carlo Borromeo volle istituire grandi scuole di catechismo e di istruzione religiosa per il popolo. Ebbe bisogno di cristiani laici coraggiosi. Li trovò, uomini e donne. Li divise nei due gruppi dei «pescatori » e delle «pescatrici», e organizzò i giri apostolici per le case, per le strade, per i campi. Era uno spettacolo di vera fede vedere questi cristiani coraggiosi all’opera per testimoniare Gesù Cristo e annunciare il suo Vangelo puro, senza errori.
    Ogni cristiano dovrebbe far suo, con fierezza, il grido di san Paolo: «Non mi vergogno del Vangelo» (Rm 1,16). Dovunque. In casa o fuori. Negli uffici o nelle scuole. Tra gli amici e tra i nemici. «I veri cristiani – diceva san Gregorio Magno – sanno morire, ma non transigere». E dovrebbe bastare il ricordo dei gloriosi martiri, sempre vivi nella Chiesa celeste e terrestre. La loro gloria conferma luminosamente la parola di Gesù: «Chi vorrà salvare la propria vita la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del vangelo, la salverà» (Mc 8,35).
    Si vergognano…
    Che cosa dire, adesso, di molti cristiani che per rispetto umano mancano persino ai loro doveri fondamentali?
    Si vergognano di farsi il segno di croce e di recitare qualche preghiera mattino e sera, o prima dei pasti. Si vergognano di entrare in una chiesa a pregare, di avere la corona e di recitare il Rosario, di salutare un’immagine sacra nelle edicole.
    Si vergognano di andare a Messa. Si vergognano di confessarsi. Si vergognano di ricevere la Santa Comunione.
    Si vergognano di riprendere chi bestemmia o profana cose sacre. Addirittura, alcuni arrivano a vergognarsi di… non bestemmiare!
    Si vergognano di difendere la loro fede dagli attacchi e dagli insulti dei nemici; e magari si vergognano di essere considerati ancora cristiani… Si vergognano di non leggere stampe per sporcaccioni, di non vedere cinema immondi, di non seguire le nuove mode invereconde.
    Si vergognano di rimproverare chi dà scandalo, chi offende e dileggia la morale evangelica. Arrivano a vergognarsi di opporsi all’aborto, al divorzio, alla pillola contro la vita umana. Si vergognano, si vergognano… Pare che non sappiano fare altro!
    Chi non si vergogna.
    Ancora giovanetto, san Bernardino da Siena fu invitato una volta da uno zio a casa sua. Andò, ma vi trovò anche altre persone che nella conversazione con facilità parlavano scorrettamente. Pronto e risoluto, san Bernardino disse allo zio: «O questi signori cambiano modo di parlare, o io me ne vado via!». Lo zio avvertì gli ospiti, e il linguaggio non fu più scorretto.
    Ma dovunque si trovava, san Bernardino non solo non aveva neppure l’ombra del rispetto umano, ma era lui che incuteva rispetto a tutti. Anche i suoi compagni lo sapevano bene, e se talvolta si lasciavano andare a qualche discorso non corretto al solo veder arrivare san Bernardino, dicevano fra loro: «smettiamo, arriva Bernardino ».
    San Giuseppe Moscati, ugualmente, fu un cristiano pieno di luce ed esercitava un fascino indescrivibile con la testimonianza della sua fede viva. Chi voleva, poteva vederlo ogni mattina fermo e raccolto in chiesa per due ore di preghiera. Sulla cattedra, prima di iniziare l’insegnamento, esortava sempre gli studenti a innalzare la mente al «Signore Dio delle scienze» (1Sam 2,3). Non appena suonava l’Angelus, interrompeva ogni discorso e anche la visita medica, invitando tutti i presenti a recitare con lui l’Angelus.
    Quale forza e trasparenza di fede vissuta in lui! Altro che i meschini rispetti umani della nostra fede da vili complessati…
    Non vergognarsi di Lei
    «Fammi degno di lodarti, o Vergine Santa!». Contro ogni rispetto umano, contro ogni paura o viltà, debbo e voglio lodare la Madonna, che è mia Madre.
    Non solo non mi vergognerò di Lei, ma voglio difenderla e glorificarla, voglio amarla e farla amare, dovunque, con passione filiale sempre ardente.
    Posso guardare a tutti i Santi, paladini di amore vibrante verso la celeste Madre e Regina. Ma guardo in particolare a san Massimiliano M. Kolbe, a questo apostolo e vittima dell’Immacolata, il quale non solo non si vergognò mai dell’Immacolata, ma volle consumarsi totalmente per Lei, fino a essere considerato esaltato e folle, anzi, fino a chiamarsi da se stesso «folle dell’Immacolata ».
    Fioretti
    *Salutare le immagini di Maria nelle edicole delle strade.
    *Parlare della Madonna a casa o in ufficio.
    *Fare il segno della croce prima dei pasti, magari invitando anche gli altri.
    FONTE: Maggio mese di Maria, P. Stefano M. Manelli, © 2010 Casa Mariana Editrice, 2010.”





    “San Pasquale Baylon, confessore, 17 maggio”
    Dom Prosper Guéranger, L'Anno Liturgico
    http://www.unavoce-ve.it/gueranger.htm#SANTI2




    San Pasquale Baylon - Sodalitium
    http://www.sodalitium.biz/san-pasquale-baylon/
    “17 maggio, San Pasquale Baylon, Confessore (Torrehermosa, 16 maggio 1540 – Villarreal, 17 maggio 1592).

    “Presso Villa Reale, nella Spagna, san Pasquale, dell’Ordine dei Minori, Confessore, uomo di meravigliosa innocenza e penitenza, il quale dal Papa Leone decimoterzo fu dichiarato celeste Patrono dei Congressi Eucaristici e delle Associazioni in onore della santissima Eucaristia”.
    Glorioso San Pasquale, eccoci prostrati ai piedi del vostro altare per implorare il vostro aiuto nelle nostre miserie spirituali e corporali. Voi, che sempre asciugate le lacrime di coloro che soffrono, ascoltate dal cielo l’umile nostra preghiera, intercedete per noi presso il Trono dell’Altissimo ed otteneteci la grazia che ardentemente desideriamo. E’ vero, le tante colpe da noi commesse ci rendono indegni di essere esauditi, ma la nostra speranza e’ risposta in Voi, nella vostra portentosa virtù taumaturgica che vi ha reso caro a Dio e amabile agli uomini. Ascoltate dunque la nostra voce, e noi e quanti sentono continuamente gli effetti benefici della vostra potente mediazione, celebreremo il vostro nome per tutta l’eternità. Così sia.”


    www.sursumcorda.cloud
    https://www.facebook.com/CdpSursumCorda/?fref=nf

    “Carlo Di Pietro - Sursum Corda
    Preghiera al Santo del giorno.
    In nómine Patris
    et Fílii
    et Spíritus Sancti.
    Amen.

    Eterno Padre, intendo onorare san Pasquàle, dell’Ordine dei Minori, Confessore, uomo di meravigliosa innocenza e penitenza, il quale dal Papa Leone decimoterzo fu dichiarato celeste Patrono dei Congressi Eucaristici e delle Associazioni in onore della santissima Eucaristia. Vi rendo grazie per tutte le grazie che Voi gli avete elargito. Vi prego di accrescere la grazia nella mia anima per i meriti di questo santo Confessore, ed a lui affido la fine della mia vita tramite questa speciale preghiera, così che per virtù della Vostra bontà e promessa, san Pasquàle possa essere mio avvocato e provvedere tutto ciò che è necessario in quell'ora. Così sia.
    #sdgcdpr”

    https://www.sursumcorda.cloud/preghi...ina-caeli.html


    Ligue Saint Amédée
    http://www.SaintAmedee.ch
    https://www.facebook.com/SaintAmedee/?fref=nf

    “Intransigeants sur la doctrine ; charitables dans l'évangélisation [Non Una Cum].”
    “17 Mai : Saint Pascal Baylon, de l'Ordre de Saint-François (1540-1592).”



    Radio Spada | Radio Spada ? Tagliente ma puntuale
    http://www.radiospada.org
    Edizioni Radio Spada - Home
    http://www.edizioniradiospada.com
    https://www.facebook.com/radiospadasocial/?fref=nf
    “Il 17 maggio 352 Papa Liberio viene esaltato al Sommo Pontificato.”
    “Il 17 maggio 884 Sant'Adriano III viene esaltato al Sommo Pontificato.”
    “17 maggio 2017: San Pasquale Baylon, confessore.

    Nato il giorno di Pentecoste, il 16 maggio 1540, a Torre Hermosa nel regno spagnolo di Aragona, e morto nei pressi di Valencia, a Villa Real il 17 maggio 1592, giorno i Pentecoste, quest'umile "frate laico" che non si sentì degno di accedere all'ordine sacerdotale, fu davvero "pentecostale", cioè favorito dagli straordinari doni dello Spirito Santo, tra cui il dono della sapienza infusa. Pasquale Baylon, illetterato, trascorse gli anni della vita religiosa svolgendo la modesta mansione di portinaio, ma è considerato addirittura "il teologo" dell'Eucaristia, non solo per le dispute che egli sostenne con i calvinisti di Francia, durante un suo viaggio a Parigi, ma anche per gli scritti che egli ci ha lasciato, una specie di compendio dei maggiori trattati su questo argomento. Al di là delle dotte dissertazioni, l'Eucaristia fu il centro della sua intensa vita spirituale e meritò di essere proclamato da papa Leone XIII patrono delle opere eucaristiche, e più tardi patrono dei congressi eucaristici internazionali. I suoi biografi raccontano che durante le esequie, al momento dell'elevazione dell'ostia e del calice, il frate già irrigidito dalla morte riaperse gli occhi per fissare il pane e il vino della mensa eucaristica e rendere l'ultima testimonianza del suo amore al divino sacramento. I suoi genitori, molto poveri, l'avevano avviato al lavoro in tenera età, mandandolo dietro il gregge di famiglia e più tardi come garzone di un ricco allevatore. Lontano dal consorzio umano e dalla chiesa, trascorreva ore intere in orazione, privandosi del poco cibo per mortificare il proprio corpo, che sovente assoggettava a dolorose flagellazioni. A diciott'anni fece domanda di essere ammesso al convento di S. Maria di Loreto dei francescani riformati alcantarini, ma gli venne opposto un netto rifiuto. Egli rifiutò a sua volta una cospicua eredità offertagli da un ricco allevatore della zona, Martino Garcia. Infine la fama della sua santità e di alcuni prodigi compiuti gli aprì le porte del convento, dove poté emettere i voti religiosi il 2 febbraio 1564, come "fratello laico", non sentendosi degno di aspirare al sacerdozio. Mentre pascolava il gregge poco lontano dal convento, prima di esservi ammesso, cadeva in estasi allo scampanellio dell'elevazione. Questo èmpito di devozione eucaristica fu il contrassegno anche della sua vita religiosa, durante la quale accrebbe le mortificazioni inflitte al suo corpo, debilitandolo fino al limite delle capacità di resistenza. Morì giovane, all'età di cinquantatrè anni. Ventisei anni dopo, il 29 ottobre 1618, veniva proclamato beato e nel 1690 infallibiilmente santo.”




    Luca, Sursum Corda!
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  6. #6
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    Predefinito Re: Nicolás Gómez Dávila

    grande

  7. #7
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    Lightbulb Re: Nicolás Gómez Dávila

    Oggi 18 maggio 2017 ricorre l’anniversario della nascita di Nicolás Gómez Dávila (Bogotà, 18 maggio 1913 – Bogotà, 17 maggio 1994): la sua si che è stata una splendida epopea...
    Un pensiero agli antipodi di qualsiasi squallido populismo da strapazzo, sfruttato per raccattare voti dai poveri disperati ed ottenere comode poltrone fingendosi antisistema, tipico degli idoli politicanti ormai tanto di moda anche qui, ove si esaltano tizi che di destra radicale hanno poco o nulla e si crede con ottimismo sociale alle peggiori farse demo-elettorali di massa; come se andando a votare potesse cambiare qualcosa in meglio...
    Ma ve lo immaginate voi Nicolás Gómez Dávila che perdeva tempo per andava a votare sporcando il suo onore da reazionario?! Io sinceramente no...
    Questione di stile, di pulizia, di onestà e nobiltà d'animo...
    Quando leggo questo forum mi viene in mente proprio questo aforisma di Nicolás Gómez Dávila:



    “Anche la destra estrema di qualunque destra mi pare fin troppo a sinistra”.



    Come ben rispose Freda in una intervista pubblicata su "La stampa" il il 13/12/2009:



    "Dottor Freda, posso chiederle, se vota, per chi vota?
    «Porre questa domanda a me, ostile alla democrazia? Lei è persona garbata: perché questa provocazione oscena?»"



    Ed in una intervista, ove citava pure Nicolás Gómez Dávila, pubblicata sul "Corriere del Veneto" il 31 marzo 2012:



    «Ma il problema non è tanto la democrazia come istituzione: è la democrazia come ideale. Oggi democrazia è un odio di basso conio organizzato dalla tecnologia. Democrazia è la strage delle idee perché trionfino le opinioni, il "secondo me". Democrazia è fare in modo che tutto esista solo in funzione del mercato. Democrazia è uccidere santamente per il petrolio. Democrazia è vincere perché si comprano, o si stordiscono di propaganda, che è lo stesso, gli arbitri della partita elettorale. Democrazia è farsi imbavagliare dai tabù e riempirsi di nevrosi. Democrazia - dice Nicolàs Gòmez Dàvila, un grande pensatore reazionario - "è essenzialmente dare del tu a Platone e a Goethe". Come minimo, un’insolenza. (...) Auspico che questo sia il secolo di un nuovo feudalesimo»


    Peccato che squallidamente democratico ed egualitario sia pure il medesimo superbo Freda che in preda alle sue deliranti allucinazioni superomistiche pretende con somma insolenza di dare del tu persino a Dio, negandolo e bestemmiandolo, invece di rispettare la Gerarchia inchinandosi e riconoscendolo quale unico e vero Signore...
    Freda che poi, pur portando avanti la sceneggiata neopagana, continua comunque a pubblicare con le Edizioni di Ar anche autori dichiaratamente cristiani e cattolici come Emmanuel Malynski e Léon de Poncins, Leon Degrelle, Jean Raspail ed appunto Nicolàs Gòmez Dàvila...





    "Nicolás Gómez Dávila, l'oscurantista luminoso che cesellava le parole
    A cento anni dalla nascita il grande scrittore colombiano resta un campione del pensiero antimoderno. Anche per eleganza e stile
    Marcello Veneziani - Lun, 13/05/2013 - 08:48

    Chi pensa che il reazionario sia per definizione un individuo triste e ottuso, legga Nicolás Gómez Dávila per ricredersi. La prima volta che lo sentì citare, nell'anno della sua morte, fu da un autore più vecchio di lui, Ernst Jünger.
    La rivista Cristianità con Giovanni Cantoni ne aveva tradotto alcuni aforismi col titolo Il vero reazionario. Poi, nel 2000, in un convegno su Nietzsche a Palermo, me ne parlò Franco Volpi che lo stava traducendo. Vedrai, è nelle tue corde, mi disse, è il Nietzsche colombiano, è più salubre di Cioran e meno nichilista. Pochi mesi dopo, nel 2001, uscì da Adelphi a sua cura In margine di un testo implicito e me ne innamorai nel corpo e nello spirito, ovvero nella forma - aforismi fulminanti - e nei contenuti, divina intelligenza antimoderna.
    L'ultima volta che parlai di lui con Volpi fu in volo dal Sudamerica, nel 2008, tornavamo da un convegno a Guadalajara. Era uscito da poco l'altro volume da lui curato, Tra poche parole, sempre da Adelphi e sempre scintillante. Intanto Anna k. Valerio aveva tradotto e pubblicato col titolo Pensieri antimoderni un'altra straordinaria silloge di Gómez Dávila. La pubblicò le edizioni di Ar con una sfrontata dichiarazione di esproprio aristocratico anziché proletario: i diritti non erano stati acquisiti, abbiamo «predato le pietre dure che formano questa raccolta». Ma questo Lapidario magico e terapeutico, aggiungeva l'Editore (Franco G. Freda), raccoglie «pietre tanto preziose da non sopportarne il prezzo». Abuso sublime, al cui confronto sfigura come perbenismo borghese lo snobismo raffinato di Roberto Calasso e delle edizioni Adelphi, incensato dai mass media. Il riferimento lapidario non è arbitrario, lo stesso Gómez Dávila dice che l'aforisma deve avere «la durezza della pietra e il tremolio delle foglie». Quest'anno, il 18 maggio, Gómez Dàvila avrebbe compiuto cento anni (il 18 maggio è anche il decennale della morte di un suo affine, Alfredo Cattabiani). Ma per «un angelo prigioniero nel tempo», come diceva lui, il tempo è solo un molesto inconveniente. Gómez Dávila non è politicamente scorretto, ma di più, metafisicamente scorretto, con eleganza. Stronca la democrazia: «le aristocrazie sono i parti naturali della storia; le democrazie, gli aborti»; affonda la sinistra: «con le idee di destra facciamo poesia, con quelle di sinistra, retorica»; demolisce l'accademia: «cultura è tutto ciò che non può insegnare l'università». È duro con i filosofi di professione: «Molti filosofi credono di pensare perché non sanno scrivere»; e con i giornalisti: «il giornalista sceglie i propri argomenti, lo scrittore ne è scelto», anche se spesso vale il contrario, il giornalista segue la cronaca, lo scrittore la precede. Poi ironizza sui riformatori della Chiesa: «Gli stupidi un tempo attaccavano la Chiesa, ora la riformano»; sui giustizialisti «terrore ed etica sono fratelli» e i filantropi: «il culto dell'umanità si celebra con sacrifici umani». Poi da luminoso oscurantista si fa beffe della scienza, «il ponte tra la natura e l'uomo non è la scienza ma il mito».
    Non manca un riconoscimento cavalleresco: «il comunista, prima che vada al potere, merita il massimo rispetto». Ma poi avverte che l'amore per il popolo è vocazione aristocratica; il democratico lo ama solo in periodo elettorale. Per Gómez Dávila, la libertà non è un fine ma un mezzo. Solitario e pessimista, anzi tragico con brio con un barlume soprannaturale negato a Cioran che si crogiola nella catastrofe con voluttà d'apocalissi e narcisismo suicida (mai compiuto). I due, quasi coetanei, morirono a distanza di pochi mesi l'uno dall'altro. Gómez Dávila visse in gioventù per sette anni a Parigi, ma a differenza di Cioran che ci andò in età matura, non fece il bohémienne o il déraciné, ma studiò dai benedettini; e questo fece la differenza tra i due. Ma poi a 23 anni tornò in Colombia e vi restò fino alla sua morte, oltre gli 80 anni. Ebbe tre figli. Gli ultimi anni visse da certosino in alta montagna nei pressi di Bogotà, allontanandosi solo per andare dai francescani alla «Porciuncola». Rinunciò alla carriera di ambasciatore, destinato a Londra, e pur vicino ai conservatori non volle mai scendere in politica. La sua opera principale, cinque tomi di appunti e aforismi, Escolios a un texto implicito, è una "miniera straordinaria" da cui Volpi pensava di attingere ancora, ripetendo la fortunata operazione-spezzatino di Schopenhauer. Ma nel 2009 Volpi morì in un incidente assurdo, in bicicletta.
    Gómez Dávila si definiva un pagano che credeva in Cristo, ma poi confessava che il cattolicesimo è la sua patria. Fu scrittore perché scrivere era per lui «l'unico modo di tenere le distanze dal secolo in cui ci è toccato di nascere». E in cui gli toccò di morire laddove nacque, a Bogotà, nel 1994. Lo scrittore, avvertiva, è sempre un forestiero nella società. I suoi libri non ebbero un gran successo e non solo perché apparteneva a una cultura «periferica», eccetto che per la narrativa. Il successo di un autore, spiegava, nulla dimostra di un libro, né in suo favore né contro; ma se abbiamo sentore della sua mediocrità, aggiungeva, il successo «conferma automaticamente i nostri sospetti». Peraltro «la celebrità trasforma lo scrittore in cocotte».
    Gomez Davila dedicò la vita a leggere e scrivere, la sua stessa casa rifletteva la sua vita perché al suo centro vi era la biblioteca di 40mila volumi. Quando morì stava studiando il danese per leggere Soren Kierkegaard, nato giusto cent'anni prima di lui. Scelse come forma si scrittura l'aforisma «per concludere prima di annoiare», considerando che la letteratura sta morendo non di anoressia ma di bulimia, giacché tutti scrivono, e troppo. Nel suo sguardo disincantato «I Vangeli e il Manifesto del partito comunista scoloriscono, il futuro del mondo appartiene alla Coca-Cola e alla pornografia». Non ebbe la possibilità di conoscere il web. È vano il tentativo di analizzare criticamente il pensiero di Gómez Dávila: dopo la sua lettura, dice Anna Valerio, occorre tapparsi le orecchie o venerare. Per lui essere reazionario vuol dire che l'uomo è un problema senza soluzione umana. Il pensiero reazionario, ammetteva Gómez Dávila «è impotente e lucido», non cambia il mondo ma lo comprende fin dentro l'anima. Ma quando poi scrive che «il reazionario non è il sognatore nostalgico di passati conclusi, ma il cacciatore di ombre sacre sulle colline eterne», ti vien voglia di seguirlo nel suo sendero luminoso..."


    Nicolas Gomez Davila
    "Nicolas Gomez Davila Filosofo
    Testimoni
    Bogotá, Colombia, 18 maggio 1913 – 17 maggio 1994

    Un secolo fa, il 18 maggio 1913, nasceva Nicolás Gómez Dávila. Scatta immediatamente, in casi così, il riflesso condizionato che spinge le dita a premere sulla tastiera parole che oramai non si negano più a nessuno quali “genio”, “maestro”, “originale”, ma è un escamotage troppo facile.
    Sarà anche stato tutto ciò, Gómez Dávila, ma importa poco. Importa invece la traccia che ha lasciato poiché, come tutte le tracce, segna il cammino che conduce a una meta, e perché, nel suo caso, la meta è ineludibile.
    Quanto alla sua biografia, i ritratti più rotondi (in realtà è sempre il medesimo, di volta in volta ripensato, riformulato, approfondito e, proprio alla scuola di Gómez Dávila, ruminato e rimuginato) sono quelli che, a partire dall’anno giubilare 2000, ha elaborato Giovanni Cantoni, fondatore di Alleanza Cattolica (cfr. Per una civiltà cristiana del terzo millennio. La coscienza della Magna Europa e il quinto viaggio di Colombo, Sugarco, Milano 2008). Alquanto pioneristicamente, Cantoni in quegli anni s’imbatté in Gomez Davila nel corso di quelle sue permanenti ricerche sul pensiero contro-rivoluzionario cattolico (di cui da decenni è uno dei massimi cultori in Italia, e un vero e proprio depositum) che lo hanno tra l’altro portato ad approfondire il concetto di “Magna Europa”. (...) che è l’Europa forgiata dal cristianesimo e che unisce di legami profondi il Vecchio Continente a tutti i i Paesi dove gli europei hanno instaurato civiltà radicate nel cristianesimo (cfr. Magna Europa. L’Europa fuori dall’Europa, a cura di G. Cantoni e Francesco Pappalardo, D’Ettoris, Crotone 2006).

    Il “discorso dell’anima”
    Nato da una famiglia altolocata a Cajicá, in Colombia, Gómez Dávila compie studi regolari solo elementari e medi (privatamente, in Francia, dove vive dai 6 ai 23 anni). Non si laurea. Trascorre la vita praticamente recluso a casa propria, a Santa Fe de Bogotá, capitale del suo Paese natale, leggendo, studiando, riflettendo, scrivendo e apprendendo lingue (muore apprestandosi a studiare il danese, per confrontarsi direttamente con il pensiero del filosofo Søren Kierkegaard [1813-1855]) giacché non si fida delle traduzioni (dominava greco, latino, tedesco, inglese, portoghese, francese, italiano, russo e, naturalmente, spagnolo). Cattolico conservatore, anzi “reazionario” (come amava definirsi), muore il 17 maggio 1994, seguendo di un anno la moglie, María Emilia Nieto de Gómez, e lasciando tre figli.
    In pratica, Gómez Dávila scrive un’opera sola, un work in progress che continuamente si espande e si approfondisce, e che mai si chiude, non perché sia un blob inconcludente o incompiuto, ma perché coincide, virtualmente, con le dimensioni dell’anima, la statura dello spirito, la geografia della coscienza, i confini del pensiero. Tende cioè a infinito: sia nel senso matematico che è proprio all’espressione, sia nel senso filosofico di contemplazione l’assoluto. Così come la sua esistenza fisica è stata la scelta della stabilitas loci, anche in senso letterale, l’opera di Gómez Dávila è stata invece (e l’una cosa perché permessa dall’altra, anche “tecnicamente”) un pellegrinaggio: un piccolo “medioevo” personale compreso tra l’inizio e il compimento della propria vicenda umana come caso specifico del grande (unico) “medioevo” ricompreso tra l’alfa e l’omega di tutto.
    Un itinerario del cuore e della mente verso Dio, il suo, condotto attraverso il ricupero della dimensione originaria con cui in Occidente la metafisica nasce dall’intuizione socratica. Con Socrate (470 o 469-399 a.C.), infatti, la filosofia, che è l’amore contemplativo-attivo per la sapienza, si fa psicologia; cioè (a monte dei riduzionismi ideologici posteriori) il “discorso dell’anima”, evidentemente intessuto con i soli interlocutori che possano intenderne il linguaggio: le anime gemelle dei compagni di pellegrinaggio umani e quindi, anzitutto e soprattutto, Dio.
    L’opera unica e permanente di Gómez Dávila fa capolino dapprima con le raccolte Notas, del 1954, e Textos I, del 1959, per poi uscire in una prima tranche della “versione maggiore” con il titolo di Escolios a un texto implícito nel 1977. Tardi, se si considera che da decenni il pensatore cattolico colombiano studiava, rifletteva e appuntava su carta, ma Gómez Dávila questo è: un concentrato che si distilla solo dopo decantazione lenta e lievitazione lunga. Tanto che il suo scrivere rasenta talora l’ermetismo di difficile penetrazione e che, guardato a distanza, sia spaziale sia temporale, assomiglia molto a quei giochi in cui l’occhio sintetico dell’intelligenza umana può liberare la trama che è tenuta nascosta dalle distrazioni solo riuscendo a unire punti apparentemente caotici in un ordine di significato riguadagnato e di restaurata bellezza. Nel 1986 escono quindi i Nuevos escolios a un texto implícito e nel 1992 la terza e ultima parte, Sucesivos escolios a un texto implícito. Anche se apparentemente diversi sul piano formale, sono parte integrante di questa medesima “opera permanente” i saggi El reaccionario auténtico del 1995 e De iure, del 1988.
    Di questo mare magnum in italiano esistono solo estratti: Il vero reazionario , comparso sul periodico Cristianità (n. 287-288, marzo-aprile 1999); le antologie In margine a un testo implicito e Tra poche parole, entrambe curate del germanista Franco Volpi (1952-2009) ed edite a Milano da Adelphi, rispettivamente nel 2001 e nel 2007; quindi Pensieri antimoderni, a cura di Anna K. Valerio (Edizioni di Ar, Padova-Salerno 2008).

    Dio non si discute
    Il genere letterario è quello dell’aforisma. Massime, ma non solo. E nemmeno sempre telegrafiche: talora si tratta infatti di espressioni più articolate e quindi, su carta, lunghe. Un genere del resto antichissimo, sapienziale, che unisce l’epigramma alla giaculatoria, l’invocazione al pensiero improvviso, la supplica orante allo statement, la velocità della saetta a ciel sereno al profondo rombare di sottofondo e tutt’attorno della maestà del tuono. Una composizione di luogo adeguata – per usare il linguaggio di sant’Ignazio di Loyola (1491-1556) – la si ottiene immaginando di osservare un violento temporale estivo dall’interno di una grotta: di assistere cioè, in un momento preciso del tempo e in un punto esatto dello spazio, al big bang di una ricchezza e una potenza incommensurabili protetti da un grande abbraccio che ripara e tutto contiene, assieme materno-paterno e divino. Lo sguardo di meraviglia del primo uomo sulla Terra nella sua prima notte tempestosa che è lo stesso di ogni bimbo che viene al mondo a guardare i genitori e di ogni uomo che permette alla propria libertà di lasciarsi interrogare.
    Gli “escolios” di Gómez Dávila (un titolo unico per l’opera unica di una vita) sono “glosse” a quello che lo stesso pensatore cattolico colombiano chiama (ancora un titolo unico per l’opera unica di una vita) “testo implicito”. Di che si tratta?
    Le interpretazioni dei critici si accavallano, ma coglie con tutta probabilità nel segno Cantoni quando lo identifica «con l’intero corpus culturale dell’Occidente, da Omero ai contemporanei». Vale a dire il misurarsi (letteralmente) costante e continuo di Gómez Dávila con l’elaborazione culturale e quindi con l’espressione di ciò nel linguaggio (che sono cifra propria dell’umanità) di cui l’uomo, essere “capace di Dio”, si rende protagonista nel confrontarsi costitutivamente con il senso di sé e delle cose. Ancora il Socrate del famoso «Una vita non esaminata non è degna di essere vissuta».
    Gómez Dávila ha insomma dialogato per una esistenza intera con i propri simili (e tra questi con coloro che più pienamente esprimono la pienezza dell’umano) di “ciò che conta” e di “ciò che ha senso” sempre sul filo del confronto serrato con “ciò che dà senso” ed è “ciò che non si dibatte”, illuminato da una profonda fede cattolica che non censura nulla dai prembula fidei ai novissimi.
    Per questo, allora, quel “testo implicito” che di continuo egli ha sondato, stimolato, testato e provocato, e che di proposito mai viene esplicitato, ricorda da vicino le “dottrine non scritte” su cui la filosofia di Platone (428 o 427-348 a.C.) elabora la metafisica. Spiega bene lo storico della filosofia Giovanni Reale, anche alla sequela della cosiddetta “Scuola di Tubinga”, che Platone, facendo tesoro della lezione socratica sul “dialogo dell’anima”, insegnò la filosofia dei princìpi primi e delle cose ultime (la scienza massima cui perviene la ragione umana) affermando che la pagina scritta (le “glosse”) ha il proprio contenuto di verità piena in un sapere che non si scrive e non si dice (il “testo implicito”) perché solo si contempla (per poi agire moralmente di conseguenza nell’ordine forgiato dalla verità delle cose). Dio.
    Dio non si dibatte. Nemmeno si discute. Non è oggetto di confronto né di maggioranze numeriche o di referendum. Non è democratico (non sbagliano nemmeno quei critici che identificano il “testo implicito” gomezdaviliano nella dura requisitoria contro la “democrazia come religione”, da cui l’autodefinizione di “vero reazionario” amata da Gómez Dávila). Anzi, T.S. Eliot (1888-1965), ne L’idea di una società cristiana, dice che il nostro Dio è persino geloso: non vuole dividere il trono con Mammona, o Hitler, o Stalin, o un parlamento. Dio è infatti persino ineffabile; con sant’Agostino (354-430) lo contempliamo meglio provando a dire ciò che non è che sognando di definire ciò che è. Ovvero facendo cultura: proteggendone, cioè, la “gelosia” con gli scudi del giudizio sulle cose dato con il metro che è Lui, paragonando la misura del nostro cuore al Suo, cercando l’equilibrio fra le cose che Egli ha fatto e la ragione che Egli ci ha dato, percorrendo il nostro piccolo “medioevo” personale lungo la strada del grande “medioevo” del tempo abitato, la storia, che Egli ha tracciato per noi, fissando l’appuntamento all’inizio e alla fine.
    Marco Tangheroni (1946-2004), medioevista dell’Università di Pisa, ha persino saputo utilizzare le “glosse” gomezdaviliane come metodo storico, cavandone un gran libriccino, postumo, Della Storia: in margine ad aforismi di Nicolás Gómez Dávila (Sugarco, Milano 2008).
    Del pensatore cattolico colombiano resta ora l’eredità, tutta ancora da metabolizzare. Quell’eredità è un metodo. Il metodo d’intendere il tempo concessoci come la continua, insistente, persino assillante, talora apparentemente petulante domanda del salmista: «Sentinella, a che punto è la notte?». Con l’impareggiabile vantaggio di poterla rivolgere all’unico Consolatore che sa rispondere scatenando l’alba radiosa.
    Autore: Marco Respinti
    Fonte: www.lanuovabq.it"




    http://www.juan-arana.net/librosenpd...laescolios.pdf
    "NICOLÁS GÓMEZ DÁVILA - ESCOLIOS ESCOGIDOS"









    18 MAGGIO 2017: San Venanzio, martire; diciottesimo giorno di Maggio Mese Mariano…




    Maggio mese di Maria: 18° giorno - Errori e deviazioni
    http://www.stellamatutina.eu/maggio-...ria-18-giorno/
    “Maggio mese di Maria: 18° giorno.

    ERRORI E DEVIAZIONI
    La Chiesa ha dovuto sempre combattere contro errori e deviazioni. Non c’è stato periodo della sua storia in cui non sia stata turbata dagli assalti di chi voleva trascinarla nei gorghi del disordine dottrinale e morale.
    Satana, il grande nemico, è l’abile manovratore di una rete di insidie che tende a confondere la verità portando scompiglio e tenebre.
    Gesù lo disse espressamente al suo Vicario san Pietro: «Simone, Simone, ecco, Satana ha chiesto che gli foste consegnati, per vagliarvi come il grano» (Lc 22,31).
    E satana ha fatto il suo perfido mestiere di anno in anno nella Chiesa e nel mondo, suscitando errori e deviazioni ininterrottamente, contraddicendosi o ripetendosi, pur di portare confusione e caos.
    Difatti, anche oggi noi ci troviamo in un clima dall’aria rovente per i novelli errori e le deviazioni che stanno lacerando l’umanità e fanno gemere la Chiesa.
    La Madonna lo predisse a Fatima, quando esortò con insistenza ad accogliere il suo messaggio di preghiera e penitenza, altrimenti il comunismo avrebbe «diffuso i suoi errori nel mondo».
    L’umanità è lacerata dall’ateismo e dalla massoneria, che fanno avanzare paurosamente il materialismo ateo e il laicismo dissacratore di ogni valore religioso.
    La Chiesa geme sotto l’imperversare di bufere devastatrici sia in campo dottrinale che in campo morale e formativo. La «bufera delle cristologie» (…) si è abbattuta insieme alla bufera delle antropologie, dei pluralismi, degli ecumenismi, delle «proposte» per una morale nuova, e delle diverse teologie variamente denominate: della morte di Dio; della speranza; della liberazione; neo-positivista; areligiosa; escatologica; politica… Quale babele tenebrosa!
    «Nell’ora delle tenebre»
    Conseguenze? Scompiglio per le verità di Fede intaccate o negate: la Santissima Trinità, la Divinità di Gesù, l’Incarnazione del Verbo, la concezione verginale di Gesù, la Verginità della Madonna, la Corredenzione mariana, la Resurrezione di Cristo, il Sacrificio della Messa e la Presenza Reale nell’Eucaristia, l’esistenza del diavolo, dell’inferno, del Purgatorio, del Limbo, la necessità del Battesimo, l’immortalità dell’anima, l’infallibilità del Papa…
    Scompiglio nella morale: peccato mortale pressoché inesistente per quanto riguarda atti impuri, desideri ignobili, letture pornografiche, spettacoli scandalosi, mode immonde, rapporti prematrimoniali ed extraconiugali, pillole anticoncezionali, onanismo e divorzio, omosessualità, eutanasia e aborto, turpiloquio e bestemmie; Confessione da eliminare; Comunione in peccato mortale; niente obbligo della Messa festiva; liturgia a gusto personale; fine del Rosario…
    Scompiglio nella vita della Chiesa: distrutta l’Azione Cattolica, chiusi migliaia di Seminari, perdite enormi di vocazioni sacerdotali e religiose, preti, frati e suore che rinnegano la consacrazione a Dio, Ordini religiosi tutti in declino, ribellione aperta al Sommo Pontefice, formazione di gruppi estremisti eversori, arresto quasi totale delle conversioni, profanazioni sacrileghe di Chiese e altari…
    Aveva ragione san Pio da Pietrelcina che alla fine della sua vita, esortava a pregare con questa giaculatoria: «O Gesù, salva gli eletti nell’ora delle tenebre». È proprio così.
    Sempre con la Chiesa
    «Gesù Cristo è lo stesso ieri, oggi e sempre! Non lasciatevi sviare da dottrine varie e peregrine» (Eb 13,8).
    In mezzo alle «bufere» degli errori che circolano come veleno nel sangue, teniamoci ben saldi alla chiesa «colonna e fondamento della verità» (1Tm 3,15); teniamoci bene stretti al Vicario di Cristo, unico «infallibile nella fede» (Lc 22,32); teniamoci ben legati ai dottori e ai Santi della Chiesa (….).Questa, solo questa è la Chiesa nostra Madre. Essa sola è la nostra difesa sicura dagli errori e dai pericoli, essa sola può presentarci la verità in tutto il suo splendore (…).
    E la Chiesa, difatti, ha parlato anche oggi contro tutti gli errori dell’ora presente. Il Papa in persona o le Congregazioni della Santa Sede hanno ribattuto gli errori e hanno ribadito le sacrosante verità della nostra fede e della morale evangelica, con il rinnovato e magnifico Catechismo della Chiesa Cattolica. Nulla in sostanza è cambiato né potrà mai cambiare, perché la «verità del Signore dura in eterno» (Sal 116,2).
    L’eresia, invece, è sempre una falsa novità, perché è la corruzione di una verità. San Cipriano paragona l’eresia a un ramo tagliato dalla pianta: è condannato a inaridirsi; oppure, l’eresia è simile a un fiume separato dalla sua sorgente; seccherà in poco tempo nella terra arida. Noi vogliamo stare sempre e solo con la Chiesa.
    La corbelleria più grossa
    Un giorno san Pio da Pietrelcina incontrò alcuni operai che stavano lavorando in convento. Qualcuno gli disse che quegli operai erano comunisti, ma… cattolici. A questo punto padre Pio sbottò: «Comunisti cattolici!… Ma si può dire una corbelleria più grossa di questa?». Purtroppo questa enorme «corbelleria» oggi è la bandiera di molti comunisti e di molti cattolici. Credono di mettere insieme le due cose, senza accorgersi che si escludono a vicenda.
    Il vero e sincero comunista è ateo, deve essere ateo e non può non essere ateo. Altrimenti è un disonesto, è un traditore del comunismo.
    Ugualmente per il cattolico. Deve essere e non può non essere credente, rinnegando ogni ateismo e ogni dottrina che non sia quella di Cristo Dio.
    Evidentemente, questi fratelli che non si accorgono neppure di essere dei veri traditori, hanno «lo spirito accecato» (Mc 6,52).
    Quanto è triste ciò, se si pensa alle ricchezze sterminate di verità e di amore che il Vangelo offre all’uomo per tutti i suoi problemi! Che bisogno mai può avere il cattolico di ricorrere a chi crede ciecamente in una sola miserabile cosa: la materia?
    Vincitrice delle eresie
    Di fronte allo spettacolo desolante degli errori e delle deviazioni che stanno lacerando l’umanità, non dobbiamo mai scoraggiarci, noi cattolici.
    Noi abbiamo la Debellatrice di satana, la Vincitrice di tutti gli errori, l’Immacolata, Colei che «schiaccia la testa» all’iniquo serpente.
    Una antifona antica della Chiesa cantava così a Maria: «Tu sola, o Vergine benedetta, hai abbattuto tutte le eresie nel mondo intero». Tutto sta che noi amiamo la Madonna, la preghiamo e l’imitiamo con generosità . Ella ci proteggerà e ci strapperà a tutti i pericoli. Diciamole spesso anche noi, con la filiale confidenza di san Filippo Neri: «Madonna Santa, tienimi la mano sulla testa, altrimenti mi faccio… eretico o ateo!».
    In particolare, affidiamoci al suo Cuore Immacolato, perché è questo Cuore che «infine… trionferà».
    Ma intanto difendiamo la Madonna dagli attacchi dei suoi nemici che oggi le stanno negando non solo il debito culto, ma anche il doveroso riconoscimento delle meraviglie che Dio ha operato in Lei (Lc 1,49) con la perpetua Verginità dell’anima e del corpo, con il parto verginale di Gesù, che non solo «non diminuì, ma consacrò l’integrità verginale» della sua Santissima Madre (dalla Liturgia).
    Oggi è anche facile sentir gettare ombre sull’Immacolata Concezione e sull’Assunzione; si svuota di ogni consistenza la verità della
    Corredenzione e Mediazione universale di Maria; si riduce di molto la sua Regalità e presenza di grazia; si attaccano le forme di devozione mariana, anche le più venerande, come il Santo Rosario e il mese di maggio.
    Bisogna reagire ed è doveroso difendere con passione di figli l’onore e la bellezza della nostra celeste Madre. Ricordiamo sant’Alfonso de’ Liguori, che quando impugnava la penna per difendere la Madonna dagli attacchi dei nemici, piangeva a calde lagrime.
    Che grande cuore di figlio aveva!
    E noi?
    Fioretti
    *Offri la giornata per i bisogni della Chiesa.
    *Recita un Rosario per quelli che tradiscono la loro fede.
    *Una mortificazione di omaggio al Cuore Immacolato.
    FONTE: Maggio mese di Maria, P. Stefano M. Manelli, © 2010 Casa Mariana Editrice, 2010.”





    Dom Prosper Guéranger, L'Anno Liturgico
    http://www.unavoce-ve.it/gueranger.htm#SANTI2
    “San Venanzio, martire, 18 maggio.”


    San Felice da Cantalice - Sodalitium
    http://www.sodalitium.biz/san-felice-cantalice/
    “18 maggio, San Felice da Cantalice, Confessore (Cantalice, Rieti, 1515 – Roma, 18 maggio 1587).

    “A Roma san Felice Confessore, dell’Ordine dei Minori Cappuccini, illustre per la semplicità evangelica e per la carità, dal Sommo Pontefice Clemente undecimo iscritto nel catalogo dei Santi”.
    O glorioso ed amabile S. Felice, mentre voi eravate in questa terra, a servire Iddio nell’umile stato di Laico cercatore Cappuccino, piaceste tanto a Gesù e alla sua Madre Santissima, che Quegli per le mani di Questa discese sovente fra le vostre braccia in forma di vezzoso Pargoletto, facendovi gustare le delizie del Paradiso. Orsù, dunque, caro San Felice, ottenetemi dal Signore la grazia … di cui ho bisogno e che ardentemente desidero per il maggior bene dell’anima mia. Deh! Vi muovano a pietà le mie angosce, vi muovano le lacrime dei miei amati congiunti. Voi siete il Santo del candore e della letizia, il Protettore dei bambini infermi. Ecco perché fermamente spero di conseguire per i meriti vostri questa grazia, e ve la domando in nome di quella ebrezza che vi punse e vi strinse di perenne amore a Gesù e Maria. Così sia.”


    www.sursumcorda.cloud
    https://www.facebook.com/CdpSursumCorda/?fref=nf

    “Carlo Di Pietro - Sursum Corda
    Preghiera al Santo del giorno.
    In nómine Patris
    et Fílii
    et Spíritus Sancti.
    Amen.

    Eterno Padre, intendo onorare san Dióscoro Lettore, contro il quale il Preside usò molti e vari tormenti, fino a strappargli le unghie e abbruciargli i fianchi con fiaccole ardenti, ma i ministri, atterriti dallo splendore di una luce celeste, caddero a terra; finalmente lo stesso Dióscoro, bruciato con piastre infuocate, compì il martirio. Vi rendo grazie per tutte le grazie che Voi gli avete elargito. Vi prego di accrescere la grazia nella mia anima per i meriti di questo santo Martire, ed a lui affido la fine della mia vita tramite questa speciale preghiera, così che per virtù della Vostra bontà e promessa, san Dióscoro Lettore possa essere mio avvocato e provvedere tutto ciò che è necessario in quell'ora. Così sia.
    #sdgcdpr”

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    Ligue Saint Amédée
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    “Intransigeants sur la doctrine ; charitables dans l'évangélisation [Non Una Cum].”
    “18 Mai : Saint Venant de Camerino, Martyr.”



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    “18 maggio 2017: San Venanzio, martire.

    Venanzio giovane di quindici anni, appartenente ad una nobile famiglia di Camerino, fattosi cristiano, lasciò le comodità della casa in cui era nato e andò a vivere presso il prete Porfirio. Per questo motivo venne ricercato dalle autorità pagane della città e minacciato di tormenti e di morte se non fosse ritornato al culto degli dei, in esecuzione degli editti imperiali. Al suo rifiuto viene sottoposto a flagellazioni, pene di fumo, fuoco ed eculeo uscendone sempre incolume. Questo porterà alla conversione fra i pagani che assistettero e tra gli stessi persecutori. Viene allora imprigionato e tormentato con i carboni accesi sul capo, gli vengono spezzati i denti e la mandibola e gettato in un letamaio. Venanzio però si mantiene saldo nella fede e allora viene presa la decisione di darlo in pasto ai leoni affamati, ma questi gli si accucciano inoffensivi ai suoi piedi. Rimane allora in carcere dove ammalati di ogni genere gli fanno visita ed egli ridona a loro la salute del corpo e dell’anima, convertendoli al cristianesimo. Il prefetto della città lo fa allora gettare dalle mura, ma ancora una volta viene ritrovato incolume mentre canta le lodi a Dio. Legato e trascinato attraverso le sterpaglie della campagna fa sgorgare una sorgente da una pietra per dissetare i soldati, operando così altre conversioni. Il 18 maggio del 251 sotto l’imperatore Decio, o secondo altre fonti nel 253 sotto l’imperatore Valeriano, viene decapitato insieme ad altri dieci cristiani, ponendo così fine al suo martirio. La sua ‘passio’ è riportata negli ‘Acta SS.’ già nel secolo XI ed è stata integrata nei secoli successivi, inserendo anche una fuga di Venanzio da Camerino, per sottrarsi ai persecutori attraverso la Valnerina a Rieti e di lì a Raiano (L’Aquila), dove gli è dedicata una chiesa. Il martire venne sepolto fuori della Porta Orientale sul declivio Est del colle a 500 metri dalle mura, sul quale nel V secolo venne edificata una basilica, più volte riedificata e tuttora sede dell’’Arca del santo’. Il nome e il culto del salto sono legati a Camerino: è presnete nelle formule d’invocazione e nelle litanie dei santi dei vescovi camerinesi del 1235 e 1242, nei libri liturgici locali dei secoli XIV e XV, sui sigilli e sulle monete coniate. Una chiesa fu eretta presso la sorgente che sgorgò miracolosamente, a cui sono collegate due vasche, nelle quali venivano immersi lebbrosi e ulcerosi per impetrare la guarigione. Con la Signoria dei Da Varano, fin dalla fine del ‘200, San Venanzio subentrò come protettore della città di Camerino al santo vescovo Ansovino (morto nel 868). Nel 1259 durante la distruzione e il saccheggio di Camerino da parte delle truppe di Manfredi, le reliquie di san Venanzio furono asportate e depositate nel Castel dell’Ovo a Napoli; furono restituite alla devozione della città nel 1269 per ordine del papa Clemente IV. Solenni manifestazioni religiose con aspetti folkloristici si svolgevano il 18 maggio a Camerino sin dal 1200 coinvolgendo tutta la città con un palio particolare, sfilata delle autorità e delle corporazioni, giostra della Quintana e altre corse, fiere, falò, processioni con la statua d’argento.”




    Luca, Sursum Corda!
    ADDIO GIUSEPPE, amico mio, sono LUCA e nel mio CUORE sarai sempre PRESENTE!
    «Réquiem aetérnam dona ei, Dómine, et lux perpétua lúceat ei. Requiéscat in pace. Amen.»

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  8. #8
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    Predefinito Re: Nicolás Gómez Dávila

    fai il bravo holux, tornatene a recitare il rosario e lascia perdere freda con questo cattolicesimo da strapazzo...
    phlegma likes this.

  9. #9
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    Lightbulb Re: Nicolás Gómez Dávila

    In Ricordo di Nicolás Gómez Dávila (Bogotà, 18 maggio 1913 – Bogotà, 17 maggio 1994) nell'anniversario della sua morte, RIP...
    Preghiera per lui e per tutti i defunti cattolici:


    Requiem aeternam
    Réquiem aetérnam dona eis, Dómine,
    et lux perpétua lúceat eis.
    Requiéscant in pace.
    Amen.









    17 MAGGIO 2018: diciassettesimo giorno di Maggio Mese Mariano, NOVENA DI PENTECOSTE (11 - 19 Maggio) e Novena per la Festa di Maria Ausiliatrice (16 - 23 Maggio, Festa: 24 Maggio); Anniversario della canonizzazione di Santa Teresa di Lisieux (Alençon, 2 gennaio 1873 – Lisieux, 30 settembre 1897...Il 17 maggio 1925 è stata canonizzata da Papa Pio XI), San Pasquale Baylon, Confessore, OTTAVA DELL’ASCENSIONE DI NOSTRO SIGNORE GESU' CRISTO AL CIELO…




    “Giovedì dopo l’Ascensione.”
    Dom Prosper Guéranger, L'Anno Liturgico
    http://www.unavoce-ve.it/gueranger.htm
    Dom Prosper Guéranger, L'Anno Liturgico
    http://www.unavoce-ve.it/gueranger.htm#SANTI2
    “San Pasquale Baylon, confessore, 17 maggio.”



    Home - Stellamatutina.eu - Sito di cultura cattolica in piena e totale obbedienza al Magistero Petrino.
    http://www.stellamatutina.eu/
    Maggio mese di Maria: 17° giorno - Il rispetto umano
    “Maggio mese di Maria: 17° giorno.”


    "NOVENA A MARIA AUSILIATRICE (Festa: 24 Maggio)."
    Maria Ausiliatrice - La Madonna dei tempi difficili
    http://www.preghiereperlafamiglia.it...siliatrice.htm
    Novena a Maria Ausiliatrice
    http://www.preghiereperlafamiglia.it...siliatrice.htm





    Lezioni sul “Catechismo di San Pio X” ogni giovedì alle ore 20.30 (stasera 17 Maggio 2018), Omelie (in italiano, tedesco e francese) e Sante Messe domenicali celebrate da Don Floriano Abrahamowicz a Paese (TV) ogni domenica alle ore 10.30; qui in diretta:


    https://www.youtube.com/user/florianoabrahamowicz/
    domusmarcellefebvre110815
    SANTA MESSA - domusmarcellefebvre110815
    http://www.domusmarcellefebvre.it/santa-messa-1.php




    Tradidi quod et accepi
    http://tradidiaccepi.blogspot.it
    https://www.facebook.com/catholictradition2016/
    «OTTAVA DELL'ASCENSIONE DI NOSTRO SIGNORE, 17 MAGGIO 2018.
    Sancti et Sanctae Dei, orate pro nobis.»
    https://scontent-mxp1-1.xx.fbcdn.net...1c&oe=5B923000





    “TEMPO DI ASCENSIONE - OTTAVA DELL'ASCENSIONE DI NOSTRO SIGNORE GESÙ CRISTO
    Dal «Commento sul vangelo di Giovanni» di san Cirillo di Alessandria, vescovo.
    (Lib. 10; PG 74, 434)

    Se non me ne vado, non verrà a voi il Consolatore.
    Cristo aveva compiuto la sua missione sulla terra, e per noi era ormai venuto il momento di entrare in comunione con la natura del Verbo cioè di passare dalla vita naturale di prima a quella che trascende l'esistenza umana. Ma a ciò non potevamo arrivare se non divenendo partecipi dello Spirito Santo.
    Il tempo più adatto alla missione dello Spirito e alla sua venuta su di noi era quello che seguì l'ascensione di Cristo al cielo.
    Finché Cristo infatti viveva ancora con il suo corpo insieme ai fedeli, egli stesso, a mio parere, dispensava loro ogni bene. Quando invece giunse il momento stabilito di salire al Padre celeste, era necessario che egli fosse presente ai suoi seguaci per mezzo dello Spirito ed abitasse per mezzo della fede nei nostri cuori, perché, avendolo in noi, potessimo dire con fiducia «Abbà, Padre» e praticassimo con facilità ogni virtù e inoltre fossimo trovati forti e invincibili contro le insidie del diavolo e gli attacchi degli uomini, dal momento che possedevamo lo Spirito Santo onnipotente.
    Che lo Spirito infatti trasformi in un'altra natura coloro nei quali abita e li rinnovi nella loro vita è facile dimostrarlo con testimonianze sia dell'Antico che del Nuovo
    Testamento.
    Samuele infatti, ispirato, rivolgendo la parola a Saul, dice: Lo Spirito del Signore ti investirà e sarai trasformato in altro uomo (cfr. 1 Sam 10, 6). San Paolo poi dice: E noi tutti, a viso scoperto, riflettendo come in uno specchio la gloria del Signore, veniamo trasformati in quella medesima immagine, di gloria in gloria, secondo l'azione dello Spirito del Signore. Il Signore poi è Spirito (cfr. 2 Cor 3, 17-18).
    Vedi come lo Spirito trasforma, per così dire, in un'altra immagine coloro nei quali abita? Infatti porta con facilità dal gusto delle cose terrene a quello delle sole cose celesti e da una imbelle timidezza ad una forza d'animo piena di coraggio e di grande generosità.
    I discepoli erano così disposti e così rinfrancati nell'animo dallo Spirito Santo, da non essere per nulla vinti dagli assalti dei persecutori, ma fortemente stretti all'amore di Cristo.
    È vero dunque quello che dice il Salvatore: È meglio per voi che io me ne ritorni in cielo (cfr. Gv 16, 7). Quello infatti era il tempo in cui sarebbe disceso lo Spirito Santo.”
    https://scontent-mxp1-1.xx.fbcdn.net...ee&oe=5B8D4B96





    “CATECHESI SULL'ASCENSIONE I Miracoli. da: Mons. Giuseppe Riva, Manuale di Filotea, Milano 1901.”
    https://scontent-mxp1-1.xx.fbcdn.net...6e&oe=5B80F065





    “Sancte Paschalis, ora pro nobis.”
    https://scontent-mxp1-1.xx.fbcdn.net...21&oe=5B7FDFAF





    "NOVENA DI PENTECOSTE (11 - 19 Maggio).”
    https://3.bp.blogspot.com/-nOs4qgLku...ecoste%2B2.jpg


    "MESE DI MAGGIO: MESE DI NOSTRA SIGNORA, LA BEATA VERGINE MARIA SANTISSIMA.
    In questo mese di Maggio, mese mariano per eccellenza, mediteremo una delle opere più sublimi su Nostra Signora, la Beata Vergine Maria Santissima: Le Glorie di Maria di Sant'Alfonso Maria de' Liguori.
    Oggi concludiamo il Capitolo VI. Eja ergo Advocata nostra e meditiamo: Maria è la paciera de' peccatori con Dio."
    https://scontent-mxp1-1.xx.fbcdn.net...e3&oe=5B890A38
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    https://scontent-mxp1-1.xx.fbcdn.net...45&oe=5B500D83







    https://www.facebook.com/sanctaeteresiaeiesuinfante/
    “ANIVERSARIO DE LA CANONIZACIÓN DE SANTA TERESITA DEL NIÑO JESÚS Y DE LA SANTA FAZ ( I )
    SERMÓN PRONUNCIADO POR EL PAPA PÍO XI, con motivo de la Canonización de Santa Teresa de Liseux, el 17 de Mayo de 1925.”
    https://scontent-mxp1-1.xx.fbcdn.net...cb&oe=5B7C7762






    Novena delle rose a Santa Teresina del Bambin Gesù e del Volto Santo | Parrocchia Santa Maria della Misericordia


    http://i.ebayimg.com/00/s/MTE3Nlg2ODQ=/z/M7QAAOSwnDZT7jQp/$_35.JPG



    http://www.santateresaverona.it/wp-c...16/01/i-56.jpg











    San Pasquale Baylon - Sodalitium
    http://www.sodalitium.biz/san-pasquale-baylon/
    «17 maggio, San Pasquale Baylon, Confessore (Torrehermosa, 16 maggio 1540 – Villarreal, 17 maggio 1592).

    “Presso Villa Reale, nella Spagna, san Pasquale, dell’Ordine dei Minori, Confessore, uomo di meravigliosa innocenza e penitenza, il quale dal Papa Leone decimoterzo fu dichiarato celeste Patrono dei Congressi Eucaristici e delle Associazioni in onore della santissima Eucaristia”.
    Glorioso San Pasquale, eccoci prostrati ai piedi del vostro altare per implorare il vostro aiuto nelle nostre miserie spirituali e corporali. Voi, che sempre asciugate le lacrime di coloro che soffrono, ascoltate dal cielo l’umile nostra preghiera, intercedete per noi presso il Trono dell’Altissimo ed otteneteci la grazia che ardentemente desideriamo. E’ vero, le tante colpe da noi commesse ci rendono indegni di essere esauditi, ma la nostra speranza e’ risposta in Voi, nella vostra portentosa virtù taumaturgica che vi ha reso caro a Dio e amabile agli uomini. Ascoltate dunque la nostra voce, e noi e quanti sentono continuamente gli effetti benefici della vostra potente mediazione, celebreremo il vostro nome per tutta l’eternità. Così sia.»
    http://www.sodalitium.biz/wp-content...on-159x300.jpg







    Ligue Saint Amédée
    http://www.SaintAmedee.ch
    https://www.facebook.com/SaintAmedee/?fref=nf
    «Intransigeants sur la doctrine ; charitables dans l'évangélisation [Non Una Cum].»
    17 mai : Saint Pascal Baylon, de l'Ordre de Saint-François (1540-1592) :: Ligue Saint Amédée
    “17 mai : Saint Pascal Baylon, de l'Ordre de Saint-François (1540-1592).”
    http://liguesaintamedee.ch/applicati...l_baylon_2.jpg








    Centro Studi Giuseppe Federici - sito ufficiale
    http://www.centrostudifederici.org/
    Una cum Buddha - Centro Studi Giuseppe Federici
    «Centro studi Giuseppe Federici – Per una nuova insorgenza
    Comunicato n. 48/18 del 17 maggio 2018, San Pasquale Baylon

    Una cum Buddha
    Jorge Mario Bergoglio prosegue l’opera di demolizione della fede cattolica intrapresa dal Concilio Vaticano II. Infatti, sulle orme di Paolo VI, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, Bergoglio aderisce agli errori modernisti espressi nella “Dichiarazione Nostra aetate” sulle relazioni della Chiesa con le religioni non cristiane, del 28/10/1965. Sarebbe assurdo criticare il modernista Bergoglio in nome della presunta ortodossia del modernista Giovanni Paolo II e del modernista Benedetto XVI, in quanto, seppur in modi e stili diversi, hanno espresso ed esprimono gli stessi errori condannanti dalla Chiesa. Ancor più grave sarebbe riconoscerli come legittimi pontefici della Chiesa per poi attribuire ad essi le eresie del modernismo: si tratta di un errore sempre più diffuso nel “tradizionalismo” dai seguaci di Plinio Corrêa de Oliveira (che si presentano sotto molteplici sigle che spuntano come funghi) e dai seguaci del lefebvrismo (dentro e fuori la FSSPX), negli ultimi anni in collaborazione sempre più stretta tra loro.»



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    https://www.sursumcorda.cloud/settim...sum-corda.html
    “Carlo Di Pietro - Sursum Corda
    [VIDEO] Ecumenismo Smascherato - Condanne della Chiesa all'eresia chiamata «ecumenismo» - https://m.youtube.com/watch?v=ZQ8VnQMEwL0


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    “Pregevole studio targato SursumCorda - https://www.youtube.com/watch?v=ZQ8VnQMEwL0
    Falso ecumenismo e dottrina della Chiesa Cattolica VIDEO-DOCUMENTARIO https://www.youtube.com/watch?v=ZQ8VnQMEwL0
    sotto: citazione da Mortalium Animos di Papa Pio XI – 1928.”
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    “17 maggio 2018; OTTAVA dell'Ascensione.”
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    «17 maggio 2018: San Pasquale Baylon, confessore.
    Nato il giorno di Pentecoste, il 16 maggio 1540, a Torre Hermosa nel regno spagnolo di Aragona, e morto nei pressi di Valencia, a Villa Real il 17 maggio 1592, giorno di Pentecoste
    , quest'umile "frate laico" che non si sentì degno di accedere all'ordine sacerdotale, fu davvero "pentecostale", cioè favorito dagli straordinari doni dello Spirito Santo, tra cui il dono della sapienza infusa. Pasquale Baylon, illetterato, trascorse gli anni della vita religiosa svolgendo la modesta mansione di portinaio, ma è considerato addirittura "il teologo" dell'Eucaristia, non solo per le dispute che egli sostenne con i calvinisti di Francia, durante un suo viaggio a Parigi, ma anche per gli scritti che egli ci ha lasciato, una specie di compendio dei maggiori trattati su questo argomento. Al di là delle dotte dissertazioni, l'Eucaristia fu il centro della sua intensa vita spirituale e meritò di essere proclamato da papa Leone XIII patrono delle opere eucaristiche, e più tardi patrono dei congressi eucaristici internazionali. I suoi biografi raccontano che durante le esequie, al momento dell'elevazione dell'ostia e del calice, il frate già irrigidito dalla morte riaperse gli occhi per fissare il pane e il vino della mensa eucaristica e rendere l'ultima testimonianza del suo amore al divino sacramento. I suoi genitori, molto poveri, l'avevano avviato al lavoro in tenera età, mandandolo dietro il gregge di famiglia e più tardi come garzone di un ricco allevatore. Lontano dal consorzio umano e dalla chiesa, trascorreva ore intere in orazione, privandosi del poco cibo per mortificare il proprio corpo, che sovente assoggettava a dolorose flagellazioni. A diciott'anni fece domanda di essere ammesso al convento di S. Maria di Loreto dei francescani riformati alcantarini, ma gli venne opposto un netto rifiuto. Egli rifiutò a sua volta una cospicua eredità offertagli da un ricco allevatore della zona, Martino Garcia. Infine la fama della sua santità e di alcuni prodigi compiuti gli aprì le porte del convento, dove poté emettere i voti religiosi il 2 febbraio 1564, come "fratello laico", non sentendosi degno di aspirare al sacerdozio. Mentre pascolava il gregge poco lontano dal convento, prima di esservi ammesso, cadeva in estasi allo scampanellio dell'elevazione. Questo èmpito di devozione eucaristica fu il contrassegno anche della sua vita religiosa, durante la quale accrebbe le mortificazioni inflitte al suo corpo, debilitandolo fino al limite delle capacità di resistenza. Morì giovane, all'età di cinquantatrè anni. Ventisei anni dopo, il 29 ottobre 1618, veniva proclamato beato e nel 1690 infallibiilmente santo.»
    https://scontent-mxp1-1.xx.fbcdn.net...76&oe=5B8B1CCD





    “[VITA EST MILITIA] Maresciallo Giovanni II Le Meingre detto Boucicault
    https://www.radiospada.org/2018/05/v...to-boucicault/
    Nota di Radio Spada; continua oggi, nell’Ottava dell’Ascensione (festa di San Pasquale Baylon), questa rubrica radiospadista che durerà sino al compimento dell’Ottava di Pentecoste, dedicata all’esercizio del cattolicesimo militare e ai grandi condottieri cattolici.”
    https://i0.wp.com/www.radiospada.org...pg?w=460&ssl=1


    “17 maggio 1935 : Martirio della sedicenne Antonia Mesina di Orgosolo.
    [Armida Barelli] rese noto il fatto a Pio XI il 5 ottobre 1935: «Nell’umiliare ai piedi della Santità Vostra l’ardentissimo nostro desiderio di vedere annoverata tra i beati l’umile figlia dei campi [Maria Goretti, ndr], ci permettiamo di presentare il primo fiore della Gioventù Femminile di Azione Cattolica Italiana, il primo giglio reciso dal martirio, la sedicenne Antonia Mesina». «Ecco una nuova Maria Goretti» rispose il Sommo Pontefice.”
    https://www.radiospada.org/2017/11/f...martire-santa/
    https://i1.wp.com/www.radiospada.org...ng?w=252&ssl=1





    “Vladimir Ghika, prete greco-cattolico romeno e martire († 16 maggio 1954)
    «Io mi sono fatto cattolico per essere più ortodosso!».”
    https://scontent-mxp1-1.xx.fbcdn.net...f8&oe=5B89FFFE





    “Solo voglio il Tuo volere,
    O bel Cuor del mio Gesù. Sol mi piace il Tuo piacere; amo sol d’amarTi più.”
    https://scontent-mxp1-1.xx.fbcdn.net...d2&oe=5B7C7113





    https://i0.wp.com/radiospada.org/wp-...Eucaristia.jpg








    Ave Maria!
    Christus vincit! Christus regnat! Christus imperat!

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