Tradizionalmente associato agli Stati Uniti, dove il “lobbying” ha una lunga storia e larga diffusione, il lobbismo è presente in molti altri sistemi politici.
La sua crescente importanza è legata a una fase storica che vede mutare i rapporti tra Stato e società civile. In questo senso, la tematica del “lobbying” è simile a quella centrata su termini alla moda come “governo per reti”, privatizzazioni, principio di sussidiarietà.
Il “lobbying” è uno dei mezzi di rappresentanza politica degli interessi sociali organizzati, che si afferma in nome del pluralismo.
Per i modi con i quali in alcuni paesi molti interessi hanno cercato di influenzare la politica, il termine ha accumulato intorno a sé non poco fango e sospetti.
Neanche oggi in nessun paese il lobbismo è pratica completamente legittimata.
Ma va anche nettamente differenziato dalla corruzione: dove la corruzione è prevalente e sistematica, non c’è spazio per il lobbismo.
Nella sua fisiologia il lobbismo è rappresentanza socialmente riconosciuta di interessi palesi che si danno a tal fine un’apposita organizzazione politica (nella forma di una sede nella capitale, staff specialistico, ecc.).
Non è un fenomeno marginale, ma oggi componente essenziale dell’intermediazione cosiddetta democratica: impegna a Washington decine di migliaia di operatori in rappresentanza di imprese, associazioni professionali, università, chiese, ecc., e forse diecimila a Bruxelles, dove sono censiti oltre tremila “gruppi d’interesse speciale” operanti a livello della Comunità.
La cultura del “lobbying” non può improvvisarsi, ma ad esso non ricorrono solo interessi economici forti.
Va sottolineato tuttavia che, aperto in linea di principio a tutti, è uno strumento che per sua natura privilegia interessi corporativi, settoriali: degli oltre 3000 gruppi di pressione operanti a Bruxelles, forse non più dell’1% parla a nome di interessi ampi e diffusi come quelli dei consumatori, donne, bambini, ecc. Il che pone spinosi problemi per i principi democratici.
Negli USA il lobbying è visto come prassi costituzionalmente protetta dal Primo Emendamento (1791), laddove prevede il diritto di petizione al governo a riparazione di danni subiti per effetto dell’azione della Pubblica Amministrazione. C’è quindi una protezione costituzionale che manca in Italia.
Il sistema è improntato al principio dell’informata e responsabile partecipazione delle parti sociali all’elaborazione delle decisioni pubbliche, che anche in Italia ha trovato riconoscimento nella legge 7/9/1990 n. 241. La legge prevede per la prima volta la “partecipazione al procedimento amministrativo” e alla definizione dei suoi contenuti di “qualunque soggetto, portatore di interessi pubblici o privati, nonché di interessi diffusi costituiti in associazioni o comitati, cui possa derivare un pregiudizio dal provvedimento”.
In generale, però del lobbismo in Italia si preferisce non parlare.
Eppure, chiarisce Mario Caligiuri, docente di Comunicazione pubblica all’Università della Calabria, “tutti consapevolmente e più spesso inconsapevolmente, dobbiamo fare i conti con questa realtà, che ha necessita di essere al più presto regolamentata”.
Vale dunque la pena leggere il volume curato da Caligiuri su “Le lobbies: queste conosciute” (Rubbettino, pp. 96, euro 10,33) che contiene saggi scritti da vari studiosi.
Nel primo, dello stesso Caligiuri, vengono esposte le ragioni per le quali il lobbismo rappresenta un’area della comunicazione istituzionale e sotto questo profilo vada indagato. Vi sono poi i saggi di Luigi Graziano, Franca Faccioli, Samaritana Rattazzi, Franco Frattini, Domenico Valia, Mario Morcellini e Francesca Rizzuto.
L’area della comunicazione pubblica è poco regolata, anche perché è un fenomeno riconosciuto solo da poco all’interno del nostro ordinamento.
Le tecnologie dell’informazione hanno un ruolo sempre più rilevante nella società. I rapporti sociali e istituzionali cambiano rapidamente. La comunicazione istituzionale diventa cruciale, anche perché si registra una maggiore consapevolezza dei cittadini che reclamano trasparenza ed efficienza nell’azione dei pubblici poteri.
In altri paesi ci si è posti da tempo il problema di regolare il rapporto tra organi politici decisionali e i portatori di interessi economici. In Italia invece il fenomeno è ancora visto con sospetto, mentre anche la Comunità Europea sta muovendosi concretamente in questa direzione.
La disciplina di tale settore, avverte Caligiuri, può contribuire a rendere più chiari e meno oscuri i rapporti tra poteri politici e interessi economici.
Negli Stati Uniti, ad esempio, gli ambiti del finanziamento della politica sono stati affrontati diversamente. Regolamentare il lobbismo può consentire ai cittadini di avere elementi per verificare la correttezza e i costi delle decisioni assunte dalle istituzioni. Attraverso la comunicazione pubblica il fenomeno del lobbismo può acquistare una legittimazione sociale.
Decisivo è il rapporto che intercorre tra chi deve assumere decisioni pubbliche e chi è portatore di un interesse, economico o di altro tipo.
Spesso accade che chi deve affrontare le scelte spesso non ha le competenze necessarie, che invece sono possedute da coloro i quali rappresentano categorie e associazioni di settore. L’oscurità, e quindi la proliferazione, della legislazione italiana può dipendere anche in parte dalla mancata codifica di queste tanto “conosciute” relazioni.
D’altro canto, invece, per i gruppi di potere meglio organizzati, la tutela dei propri interessi viene raggiunta più spesso di quanto si possa ritenere, magari mascherata sistematicamente con presunti interessi generali.
“La complicazione dell’attuale sistema amministrativo e delle pubbliche amministrazioni è il miglior alimento a quelle deviazioni che portano poi, da un lato, al proliferare di un lobbismo non regolamentato, dall’altro a una visione distorta del lobbismo stesso”, sostiene, ad esempio, il ministro Franco Frattini, che aggiunge: “Vi è necessità di effettuare un disboscamento di quei gangli amministrativi all’interno dei quali si può annidare la deviazione”.
Il ruolo del comunicatore diventa centrale, in quanto mediatore tra interessi e finalità differenti. Mario Morcellini e Francesca Rizzuto evidenziano il radicale processo di “mediatizzazione” dei sistemi democratici. Le tendenze alla spettacolarizzazione e alla personalizzazione ha profondamente modificato la formazione della leadership, cioè i criteri di selezione della classe dirigente, le modalità organizzative e di finanziamento degli apparati partitici, nonché le forme e i luoghi di partecipazione dei cittadini alla politica.
La comunicazione politica si è venuta qualificando come continuo processo di incontro tra la “logica dei media” e la “logica della politica”. La prima ha acquisito una centralità sempre maggiore: i media hanno cessato di essere tramite neutrale della politica per diventare attori con i quali le forze politiche si trovano a competere.
Il ridimensionamento della politica come missione o visione della vita, dovuto alla laicizzazione del partito, la progressiva erosione del voto di appartenenza, con la diffusa disaffezione dei cittadini e la parallela affermazione della logica di mercato, sono i fattori che hanno determinato la nuova straordinaria rilevanza dell’informazione politica e la sua “relazione”, anche rischiosa, con gruppi di potere o di interessi specifici.
Figure come quelle del portavoce del leader diventano cruciali anche per contrastare efficacemente l’attività delle lobbies. La formazione professionale di tali figure non può prescindere dalla piena consapevolezza della loro responsabilità sociale.