Israele gode di agevolazioni per l'esportazione di prodotti in Europa. Ma nel novero rientrano anche le merci di Cisgiordania e Gaza. Per l'Ue quelli sono territori palestinesi. E intanto scoppia la crisi dell'acqua.
di Gaia Cesare

TEL AVIV – Agli occhi di un semplice acquirente è solo una sigla, ma quel made in Israel che si trova sui prodotti che arrivano dal Medio Oriente sta scatenando una bufera politica tra l’Unione europea e il governo israeliano. E la questione è persino approdata ieri, dopo la visita del ministro degli esteri Shimon Peres, in Lussemburgo, alla riunione dei quindici ministri degli Esteri dell’Ue, senza che le due istituzioni siano però riuscite a trovare un compromesso.

La questione è apparentemente commerciale, ma di fatto tocca delicatissime corde politiche e diplomatiche. Israele esporta infatti circa duecento milioni di dollari di prodotti all’anno, che godono di riduzioni sui diritti doganali in Europa solo per il fatto che portano la sigla made in Israel.

In realtà però alcune di queste merci non arrivano dal territorio di Israele in senso stretto, ma sono prodotte dai coloni israeliani nei Territori occupati nel 1967. La legalità di quell’occupazione e le frontiere del Paese sono da decenni uno dei temi più controversi della politica internazionale. Il governo di Tel Aviv trarrebbe quindi vantaggio economico da quello che da molti è considerato un “abuso” geopolitico.

D’altra parte i beni che arrivano dalle aree controllate dall’Autorità nazionale palestinese (la Striscia di Gaza, la Cisgiordania e Gerusalemme est) nel sistema dell’Ue non darebbero ad Israele il diritto ad agevolazioni. Al contrario, a regolare il flusso di prodotti da quelle aree è un altro accordo, che offre le stesse condizioni, ma a quelli che nominalmente sono i veri occupanti di quelle aree: i palestinesi. Una semplice questione economica ha quindi costretto Bruxelles ad affrontare il tema caldo delle frontiere dello stato israeliano.

Nel novembre scorso la Commissione europea aveva dato a Israele dieci mesi per chiarire la propria posizione. Il tempo scade a gennaio del 2003, e la questione torna ad infiammare l’Unione europea. Per quella data, infatti, appare molto improbabile che Israele sia riuscita a stabilire con nettezza i propri confini.

E proprio per quanto riguarda i prodotti-cardine dell'economia agroalimentare della zona, c’è un altro tema scottante che questa volta rischia di accrescere le tensioni tra israeliani e palestinesi in Medio Oriente.

Nelle campagne della Cisgiodania e della Striscia di Gaza, gli ulivi (proprio il simbolo della pace) sono diventati il nuovo fronte di guerra. I contadini palestinesi impegnati nella raccolta delle olive sono spesso aggrediti dai coAloni israeliani mentre lavorano.

E proprio oggi l’esercito israeliano avrebbe emesso un divieto di raccolta delle olive, per i palestinesi, giustificato dall'ammissione di non essere in grado di proteggerli dagli assalti dei coloni.

L'offensiva di Tel Aviv investe anche il fronte dell'acqua: il ministro per le infrastrutture Effi Eytan ha ordinato all'Anp di interrompere tutte le trivellazioni idriche in Cisgiordania e di congelare tutte le nuove concessioni. Secondo Eyfan, i palestinesi stanno conducendo una "intifada dell'acqua", permettendo agli scarichi di scorrere senza depurazione verso le falde idriche in Israele. Questa decisione rischia di avere gravi conseguenze sull'agricoltura palestinese, già disastrata dal conflitto.

Le violenze, intanto, vanno avanti. Un giovane palestinese di 28 anni ha denunciato di essere stato sequestrato per alcune ore e torturato da alcuni coloni dell’insediamento ebraico di Itamar, a sud-est di Nablus. I coloni lo hanno improvvisamente circondato mentre era intento a raccogliere le olive. “Per ore mi hanno picchiato in ogni modo e torturato con una bottiglia di plastica resa incandescente”, ha raccontato il contadino dal letto dell’ospedale di Nablus.



(22 OTTOBRE 2002; ORE 130, aggiornato ore 16:03)