ritorno dei ladri di cadaveri
di Israel Shamir - 11/09/2009

Fonte: blogghete



di Israel Shamir

dal sito Working toward Peace through Education & Information

traduzione di Gianluca Freda


Nel film d’azione turco “La valle dei lupi” un medico ebreo-americano nella prigione di Abu Ghraib estrae delicatamente un rene da un prigioniero arabo vivo e sofferente e lo depone in un pacchetto speciale con l’etichetta “per Tel Aviv”, rafforzando in questo modo l’eterno legame di amicizia tra Stati Uniti e Israele. La vita reale imita il cinema, come abbiamo potuto apprendere dalla terribile storia dei giovani palestinesi rapiti dall’esercito più morale del mondo, quello di Israele, per estrarre i loro organi interni, secondo quanto pubblicato da uno dei più importanti giornali svedesi [vedi traduzione dell’articolo qui sotto].

Donald Boström, fotografo svedese che nel 1992 aveva lavorato nella West Bank, ha ricevuto da un funzionario delle Nazioni Unite una soffiata con cui lo si invitava a seguire la scia di sangue di certi soldati israeliani, che avevano rapito alcuni giovani palestinesi per poi restituire, cinque giorni dopo, i loro cadaveri “con una cicatrice da taglio che andava dall’addome fino al mento”. Le loro famiglie di Gaza e della West Bank pensano di sapere con esattezza che cosa è successo: “I nostri figli sono stati usati come donatori d’organi non volontari; sono scomparsi per alcuni giorni solo per essere restituiti, nel cuore della notte, morti e con i segni dell’autopsia. Perché hanno trattenuto per cinque giorni i loro corpi, prima di permetterci di seppellirli? Che è successo ai loro corpi in questo intervallo? Perché conducono autopsie contro la nostra volontà, quando la causa della morte è ovvia? Perché restituiscono i loro cadaveri durante la notte? Perché lo fanno con la scorta militare? Perché tutta la zona è stata isolata durante i funerali? Perché è stata interrotta l’energia elettrica?”

Queste domande continuavano a perseguitare Boström. Egli ha così scattato alcune terribili fotografie dei cadaveri restituiti. Come Vanunu, è riuscito a portare le sue riprese all’estero. Di ritorno in Svezia, ha offerto la sua storia al Dagens Nyheter, un giornale liberale che, incidentalmente, è di proprietà della famiglia ebrea Bonnier. DN ha rifiutato la pubblicazione. La storia è così rimasta nascosta finché un giornale socialdemocratico, l’Aftonbladet, ha deciso di concederle spazio.

La reazione degli israeliani è stata isterica. Il paese rischia di farsi esplodere le budella dalla rabbia. Sulle autorità svedesi sono state esercitate forti pressioni per ottenere una condanna del giornale, una punizione dell’autore dell’offesa e un’implorazione di perdono. L’ambasciatore svedese a Tel Aviv, membro della ricca e influente famiglia ebraica dei Bonnier che incidentalmente possiede la maggior parte dei giornali, delle reti Tv e dei cinema svedesi, ha espresso il suo “sconcerto e disapprovazione” su un apposito sito web. Ma la sua pronta accettazione del diktat di Tel Aviv è andata a vuoto. Il governo svedese ha sconfessato la sua interferenza con la libertà di stampa del paese; gli editori dell’Aftonbladet hanno insistito sul proprio diritto di dire ciò che ritengono opportuno e hanno richiesto un’indagine internazionale.

Carl Bildt, ministro degli esteri svedese, è rimasto turbato dal proposito israeliano di cancellare le visite programmate e ha già scritto in un blog che “articoli come questo possono provocare antisemitismo e l’istigazione è contro le leggi svedesi”. Tuttavia le sue lagne sono state minori di quanto Netanyahu e Lieberman avessero richiesto, mentre l’indomito responsabile culturale di Aftonbladet, Åsa Linderborg, vero eroe di questo dramma, ha inviato due suoi corrispondenti sulla scena del delitto. Costoro hanno confermato le scoperte di Boström. Impreparata a tanta risolutezza, la rabbia e l’isteria di Tel Aviv si è rapidamente placata, trovandosi davanti il fronte compatto dell’opinione pubblica svedese.

Esprimere “sdegno per le solite vecchie panzane” è più facile che rispondere alle domande poste da Boström. I fatti sono orribili e le accuse non sono nuove. Esistono troppi rapporti di avvenimenti similari, al di là di quelli riportati dall’Aftonbladet. I membri della Knesset Ahmed Tibi e Hashem Mahmid avevano già accusato l’istituto di medicina forense Abu Kabir di prelevare organi interni dai cadaveri dei palestinesi. Avevano affermato che alcuni medici palestinesi si erano lamentati per aver ricevuto i cadaveri dei loro morti privi di organi. I giornali israeliani avevano riferito che nel 2007 tre teenager palestinesi erano stati uccisi vicino a Khan Younes, nella striscia di Gaza, e i loro corpi erano stati restituiti ai genitori sei giorni dopo pieni di tagli e di lividi. Spesso Israele non restituisce neppure i cadaveri dei palestinesi alle loro famiglie ma li fa seppellire in un cimitero segreto. Questo genera ulteriori sospetti.

Peggio ancora, tutto sembra far parte di un progetto più vasto.

In ogni parte del mondo, Israele e gli israeliani sono coinvolti nel traffico di carne umana, questa moderna forma di cannibalismo. Oltre al caso del cartello del New Jersey, citato nell’articolo di Boström, ce ne sono molti altri.

- Turchia: un professore israeliano, Zaki Shapira, è stato arrestato dalle autorità turche perché sospettato di aver estratto parti di ricambio a cittadini turchi vivi, come riportato dal Jerusalem Post, giornale notoriamente antisemita.
- Sudafrica: un altro giornale antisemita, il New York Times, ha riferito di un’organizzazione israeliana dedita al traffico d’organi operante fra Sudafrica e Brasile.
- Brasile: un ufficiale israeliano, Gedalya Tauber, è stato arrestato per aver convinto alcuni disperati a separarsi da parti del proprio corpo. Ha pure vuotato il sacco sulle attività di questo tipo gestite dai suoi connazionali.
- Ucraina: Il Jerusalem Post ha riferito dell’arresto di “un cartello dedito al traffico d’organi illegale” che offriva viaggi aerei in Ucraina a donatori e destinatari.
Nella maggior parte dei casi, medici, trafficanti, spacciatori e destinatari degli organi erano tutti israeliani, poiché lo stato ebraico è l’unico paese del mondo in cui il trapianto di organi ottenuti illegalmente sia finanziato dallo Stato, con medici regolarmente assunti per eseguirlo, secondo quanto riportato da Ha’aretz. Il passo successivo era l’evoluzione delle reti internazionali dedite a questo tipo di commercio. Gli ebrei si trovano in ottima posizione per dedicarsi a questo sordido business: esistono moltissimi medici israeliani, molti legami fra le comunità ebraiche nei diversi paesi e le inibizioni morali sono assai scarse.

Questa assenza di inibizioni morali ha spinto un noto rabbino della Chabad, Yitzhak Ginzburgh, a concedere agli ebrei il beneplacito religioso a sottrarre il fegato ad un goy anche senza il suo consenso. Egli ha affermato che “un ebreo ha diritto di estrarre il fegato da un goy se ne ha necessità, perché la vita di un ebreo ha più valore di quella di un goy, così come la vita di un goy ha più valore di quella di un animale”.

Gli israeliani di oggi hanno dimenticato la loro fede, ma hanno conservato questa mancanza di inibizioni. Un giornale d’affari israeliano, The Marker, ha pubblicato l’opinione di un avvocato israeliano che giustificava il traffico d’organi poiché “gli organi non sono che beni, dunque possono essere venduti e acquistati come qualunque altro bene sul mercato”.

La distanza tra acquistare un rene e sottrarlo non è poi molta: se “gli organi non sono che beni”, è sicuramente ammissibile sottrarli ai palestinesi, così come è “ammesso” espropriarli degli ulivi secolari durante la costruzione del Muro.

Indignarsi è facile, ma non è altrettanto facile dimostrare che gli israeliani, i quali non esitano a spezzare braccia e gambe agli scolari palestinesi e a bombardarli col napalm, siano in grado di trattenersi dal fare profitti con gli organi interni dei palestinesi. La richiesta di un’indagine internazionale avanzata dall’Aftonbladet è ragionevole: se gli israeliani non hanno fatto nulla di male (a parte massacrare centinaia di persone) non hanno nulla da temere da un’inchiesta. Ma Israele aveva già rifiutato alla commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite di visitare Jenin dopo il massacro del 2002 e Gaza dopo il massacro del 2009.

Per Israele il lato più irritante di questa faccenda è la breccia che si è aperta nel muro. Non parlo del mostruoso Muro di Sharon, che protegge il più grande ghetto ebraico del Medio Oriente, ma del muro dei media da cui è protetto oltreoceano. Gli ebrei si sono comprati i media di ogni parte del mondo non certo per divertirsi, e nemmeno per profitto, ma per l’influenza che essi esercitano sulle menti. E’ il caso della Svezia, dove i membri dell’esigua comunità ebraica possiedono giornali, riviste, case editrici e perfino la Hollywood svedese, la Svensk Filmindustri AB. Questi media promuovono attivamente le politiche neoliberali di privatizzazione, mercificazione, flusso migratorio, smantellamento del welfare: in sostanza, politiche che sono vantaggiose per i ricchi ebrei.

I rappresentanti di Israele si fanno in quattro per tenere sotto controllo le notizie provenienti dal Medio Oriente. Qualche anno fa, la rivista della sinistra radicale Ordfront pubblicò un ponderato articolo di Johannes Wahlström, Il regime israeliano controlla i media svedesi, in cui si parlava dei legami di Israele con la stampa svedese, di funzionari israeliani che si recano dagli editori e dai corrispondenti dei giornali svedesi. In quello stesso articolo Donald Boström accennava alla terribile storia che avrebbe voluto raccontare, ma che non riusciva a penetrare il muro della censura filoisraeliana dei media svedesi.

Israele non è il solo paese sospettato di tali nefande attività. Carla Del Ponte, procuratore capo del Tribunale dell’Aia per i crimini nei Balcani, scrisse nel 2008 nel suo libro La caccia: io e i criminali di guerra che sotto l’egida dell’Esercito di Liberazione del Kosovo, alleato della NATO e degli USA, centinaia di giovani prigionieri serbi erano stati trasportati in camion dal Kosovo verso il nord dell’Albania, dove avevano subìto l’espianto degli organi. Alcuni prigionieri erano stati ricuciti dopo l’asportazione dei reni, fino al momento in cui erano stati uccisi per prelevare altri organi vitali. Carla Del Ponte aveva visto i locali in cui venivano eseguiti questi espianti chirurgici e aveva incontrato alcune delle persone coinvolte, una delle quali aveva “eseguito personalmente una consegna di organi” all’aeroporto albanese per la spedizione all’estero.

Tuttavia le accuse di Carla Del Ponte contro gli albanesi non avevano provocato tanto baccano, nessuno l’aveva accusata di essere “antialbanese”, né a lei sarebbe importato granché se qualcuno lo avesse fatto, poiché è perfettamente legittimo essere anti-chi-si-vuole, purché non si sia anti-ebrei. Gli ebrei possiedono l’arma poderosa dell’etichetta di “antisemitismo”. O forse no?

E’ possibile che lo spauracchio dell’antisemitismo, così utile a Israele, non funzioni più come una volta? Sì, è possibile. Il discorso di Obama al Cairo apparentemente non ha avuto conseguenze immediate; Obama ha cercato di fare pressione su Israele affinché congelasse gli insediamenti, ma invano. Ha fallito? E’ troppo presto per giudicare, come avrebbe detto Zhou Enlai. Simili cambiamenti raramente si verificano con un tocco di bacchetta magica... invece richiedono tempo. Le recenti pubblicazioni sulla gang di ebrei criminali del New Jersey, gli attacchi alla Goldman Sachs, le medaglie a Mary Robinson e Desmond Tutu, il premio conferito a Felicia Langer, il collasso in Francia del partito socialista filoebraico e l’apparizione di un partito antisionista, l’articolo di Boström sull’Aftonbladet, sono tutti piccoli avvenimenti separati, ma messi insieme danno la sensazione che vi sia un cambiamento in arrivo. Svedesi, francesi, tedeschi e perfino i cittadini del New Jersey non hanno più paura che Washington gli arrivi addosso come un siluro in difesa dei sionisti, come sarebbe avvenuto nei giorni di George W. Bush. Obama ha anche rifiutato di nominare un nuovo commissario contro l’antisemitismo.

Questo pensiero spaventa il governo di Tel Aviv più di ogni altra cosa. Se oggi permettono agli svedesi di farla franca, domani arriverà qualcun altro, e allora la paura degli ebrei verrà consegnata alla categoria delle paure umane senza fondamento, come la paura dei topi.



Secondo finale

Cosa più importante, lo sdegno di Israele è la prova che – nonostante l’approvazione dei Cabbalisti radicali e dei neoliberisti – l’espianto di organi umani è una cosa mostruosa e immorale, troppo vicina al cannibalismo, e noi tutti lo sappiamo bene. Sì, è spaventoso che i soldati israeliani strappino reni ai palestinesi per poi ucciderli subito dopo. Ma sarebbe altrettanto spaventoso se un gentile dottore espiantasse un rene a un meccanico di Detroit la cui casa sia stata confiscata da un educato banchiere, o ad un operaio ucraino licenziato da un distinto oligarca, o a un contadino indiano che deve pagare il suo debito con la Monsanto. Ogni povero del pianeta è un potenziale palestinese, anche se i mezzi per eseguire l’esproprio possono variare. Una cosa del genere va fermata. Il corpo umano è sacro. Simili operazioni sono troppo costose e non sono giustificabili. Il genere umano deve vincere la sua paura della morte. Viviamo e moriamo. Non c’è ragione di sprecare migliaia di dollari per prolungarsi la vita attraverso costose operazioni se questo denaro può essere utilizzato per sfamare gli affamati. Ma di questo parlerò più ampiamente in futuro...



Qui di seguito la traduzione del celebre articolo pubblicato su uno dei principali giornali svedesi.



SACCHEGGIATI GLI ORGANI DEI NOSTRI FIGLI

di Donald Boström

Traduzione di Micaela Marri per www.comedonchisciotte.org



Mi potreste chiamare un “mediatore”, ha detto Levy Izhak Rosenbaum, di Brooklyn, negli USA, in una registrazione segreta con un agente dell’FBI, che credeva fosse un cliente. Dieci giorni dopo, verso la fine del luglio scorso, Rosenbaum è stato arrestato ed è stato rivelato un grosso affare di riciclaggio e di traffico illegale di organi, stile “I Soprano”. L’attività di intermediazione di Rosenbaum non aveva niente a che fare con il romanticismo. Consisteva solo nell’acquisto e nella vendita di reni da Israele sul mercato nero. Rosenbaum dice che compra i reni a 10 000 dollari dalle persone indigenti. Poi procede a vendere gli organi ai pazienti disperati negli Stati Uniti a 160 000 dollari. Le accuse hanno scosso l’attività dei trapianti in America. Se corrispondono a verità, vuol dire che il traffico di organi è stato documentato per la prima volta negli USA, dicono gli esperti al New Jersey Real-Time News.

Alla domanda sul numero di organi che ha venduto, Rosenbaum risponde: “Davvero molti. E non ho mai fatto fiasco”, dice vantandosi. L’attività va avanti da parecchio tempo. Francis Delmonici, professore di chirurgia dei trapianti a Harvard e membro del consiglio di amministrazione della National Kidney Foundation, dice allo stesso quotidiano che il traffico di organi, simile a quello riportato da Israele, esiste anche in altre parti del mondo. Secondo Delmonici da 5000 a 6000 operazioni all’anno, il dieci per cento circa dei trapianti di reni nel mondo, vengono effettuate illegalmente.

I paesi sospettati di queste attività sono il Pakistan, le Filippine e la Cina, dove gli organi verrebbero espiantati dai corpi dei prigionieri giustiziati. Ma i Palestinesi nutrono anche forti sospetti che Israele catturi i giovani per impinguire le riserve di organi del paese – un’accusa molto grave, con tanti punti interrogativi da indurre la Corte Internazionale di Giustizia (CIG) ad avviare un’inchiesta sui possibili crimini di guerra.

Israele è stato più volte nel mirino per i suoi modi non etici di gestione degli organi e dei trapianti. La Francia è stata uno dei paesi che ha cessato la collaborazione di organi con Israele negli anni novanta. Il Jerusalem Post ha scritto che “ci si aspetta che gli altri paesi europei seguano presto l’esempio della Francia”.

La metà dei reni trapiantati sugli Israeliani dall’inizio del 2000 sono stati acquistati illegalmente dalla Turchia, dall’est europeo o dall’America latina. Le autorità sanitarie israeliane hanno la piena consapevolezza di questa attività ma non fanno niente per fermarla. Durante una conferenza nel 2003 è stato dimostrato che Israele è l’unico paese occidentale con una professione medica che non condanni il traffico illegale di organi. Il paese non prende provvedimenti legali contro i medici che partecipano a questo business illegale – al contrario, secondo il [quotidiano svedese] Dagens Nyheter i funzionari sanitari delle grandi strutture ospedaliere di Israele sarebbero coinvolti nella maggior parte dei trapianti illegali (5 dicembre 2003).

Nell’estate del 1992 Ehud Olmert, allora ministro della sanità, ha cercato di affrontare la questione dell’insufficienza di organi lanciando una grande campagna finalizzata all’inserimento del pubblico israeliano nel registro dei donatori di organi. Sono stati distribuiti mezzo milione di volantini nei quotidiani locali. Lo stesso Ehud Olmert è stato il primo a firmare. Un paio di settimane dopo, il Jerusalem Post ha riferito che la campagna era stata un successo. Non meno di 35 000 persone avevano firmato. Prima della campagna ce ne sarebbero state di norma 500 al mese. Tuttavia nello stesso articolo, il cronista Judy Siegel ha scritto che il divario tra la domanda e l’offerta era ancora grande. C’erano 500 persone in lista per il trapianto del rene, ma sono stati possibili solo 124 trapianti. Delle 45 persone in attesa di un fegato, solo tre sono potute essere operate in Israele.

Mentre la campagna era in corso, sono iniziati a scomparire dei giovani palestinesi dai villaggi della Cisgiordania e di Gaza. I soldati israeliani li riportavano morti dopo cinque giorni, con i corpi squarciati.

Le notizie dei corpi terrorizzavano la popolazione dei territori occupati. C’erano voci di un notevole aumento delle scomparse di ragazzi giovani, e dei conseguenti funerali notturni dei corpi sottoposti ad autopsia.

Ero in quella zona in quel momento, stavo preparando un libro. In svariate occasioni sono stato interpellato dai membri del personale dell’ONU preoccupati per gli sviluppi. Le persone che mi contattavano dicevano che il furto di organi avveniva sicuramente, ma che gli era impedito di intervenire in alcun modo. In occasione di un incarico da parte di una rete di emittenti televisive mi sono poi spostato per intervistare un grande numero di famiglie palestinesi in Cisgiordania e a Gaza – incontrando genitori che mi hanno raccontato come erano stati espiantati gli organi dei loro figli prima che fossero stati uccisi. Un esempio [delle persone] che ho incontrato in questo macabro viaggio è il giovane lanciatore di sassi Bilal Achmed Ghanan.

Era quasi mezzanotte quando è risuonato il rombo dei motori da una colonna militare israeliana dalla periferia di Imatin, un piccolo villaggio nelle parti settentrionali della Cisgiordania. I duemila abitanti erano svegli. Stavano immobili, aspettavano, come ombre silenziose nella notte, alcuni stavano stesi sui tetti, altri erano nascosti dietro le tende, i muri, o gli alberi, che fornivano protezione durante il coprifuoco pur offrendo una visuale completa di quella che sarebbe diventata la tomba del primo martire del villaggio. I militari avevano interrotto la corrente elettrica e l’area era ora una zona militarizzata isolata – neanche un gatto avrebbe potuto muoversi all’esterno senza rischiare la pelle. L’opprimente silenzio nel buio della notte era interrotto solo da qualche pianto sommesso. Non ricordo se tremavamo per il freddo o per la tensione. Cinque giorni prima, il 13 maggio 1992 un reparto speciale dell’esercito israeliano aveva usato la falegnameria del villaggio per un’imboscata. La persona che erano stati incaricati di fare fuori era Bilal Achmed Ghanan, uno dei giovani palestinesi che lanciano sassi e che rendevano difficile la vita dei soldati israeliani.

Come uno dei principali lanciatori di sassi, Bilal Ghanan era stato ricercato dai militari per un paio d’anni. Insieme ad altri ragazzi lanciatori di sassi si era nascosto sulle montagne intorno alla città Nablus, senza un tetto sopra la testa. Per questi ragazzi essere presi voleva dire tortura e morte – dovevano rimanere sulle montagne a tutti i costi.

Il 13 maggio Bilal ha fatto un’eccezione quando, per qualsivoglia ragione camminava non protetto vicino alla falegnameria. Neanche il suo fratello maggiore Talal sa perché ha corso questo rischio. Forse i ragazzi erano rimasti senza cibo e avevano bisogno di fare rifornimento.

Per il reparto speciale israeliano è andato tutto secondo i piani. I soldati hanno spento le sigarette, hanno messo da parte le loro lattine di Coca-Cola e hanno mirato con calma attraverso la finestra rotta. Quando Bilal era abbastanza vicino hanno dovuto solo premere il grilletto. Il primo colpo l’ha colpito al petto. Secondo gli abitanti del villaggio che sono stati testimoni dell’incidente gli avrebbero successivamente sparato un colpo a ciascuna gamba. Allora due soldati sono corsi fuori dalla falegnameria e hanno sparato a Bilal allo stomaco. Infine l’hanno afferrato per i piedi e l’hanno trascinato su per i venti gradini di pietra della scalinata della falegnameria. Gli abitanti del villaggio dicono che c’erano persone sia dell’ONU che della Red Crescent (Mezzaluna Rossa) nelle vicinanze che hanno sentito i colpi e che sono accorsi in cerca di feriti da soccorrere. Ci sarebbero state delle divergenze su chi avrebbe dovuto prendersi cura della vittima. Le discussioni si sono concluse quando i soldati israeliani hanno caricato Bilal gravemente ferito, su una Jeep portandolo alla periferia del villaggio, dove l’attendeva un elicottero militare. Il ragazzo è stato portato in una destinazione sconosciuta alla sua famiglia. È ritornato cinque giorni dopo, morto e avvolto in un tessuto verde ospedaliero.

Un abitante del villaggio ha riconosciuto il capitano Yahya, che era a capo della colonna militare che ha trasportato Bilal dal centro per le autopsie di Abu Kabir, fuori da Tel Aviv, al suo luogo finale di riposo. “Il capitano Yahya è il peggiore di tutti”, mi ha sussurrato nell’orecchio l’abitante del villaggio. Dopo che Yahya ha scaricato il corpo e ha sostituito il lenzuolo verde con un altro di cotone leggero, i soldati hanno scelto alcuni uomini tra i familiari della vittima per scavare [la fossa] e impastare il cemento.

Insieme ai rumori delle pale si potevano sentire le risate dei soldati che si raccontavano le barzellette mentre aspettavano di tornare a casa. Quando Bilal è stato sepolto gli è stato scoperto il petto. È stato subito chiaro per le poche persone presenti il genere di abuso che aveva subito il ragazzo. Bilal non è certo il primo giovane palestinese ad essere stato sepolto con uno squarcio dall’addome al mento.

Le famiglie in Cisgiordania e a Gaza erano certe di sapere esattamente quello che era successo: “i nostri figli vengono usati come donatori non volontari di organi”, mi hanno detto i parenti di Khaled di Nablus, come ha fatto anche la madre di Raed della città di Jenin e gli zii di Machmod e Nafes di Gaza, che erano tutti scomparsi per un certo numero di giorni, e che sono ritornati di notte, morti, dopo un’autopsia.

Perché tengono le salme fino a cinque giorni prima di lasciarcele seppellire? Che succedeva ai corpi in quel lasso di tempo? Perché fanno le autopsie contro la nostra volontà, quando la causa del decesso è ovvia? Perché restituiscono le salme di notte? Perché viene fatto con le scorte militari? Perché l’area viene isolata durante il funerale? Perché tolgono l’elettricità? Lo zio di Nafe era sconvolto e aveva tante domande.

I parenti dei Palestinesi morti non nutrivano più alcun dubbio sul motivo delle uccisioni, ma il portavoce dell’esercito israeliano ha affermato che le accuse di furto di organi erano menzogne. Ha detto che tutte le vittime palestinesi vengono sottoposte ad autopsia di routine. Bilal Achmed Ghanem è stato uno dei 133 Palestinesi rimasti uccisi in vario modo quell’anno. Secondo le statistiche palestinesi le cause dei decessi erano: colpito con arma da fuoco per strada, esplosione, gas lacrimogeno, investito intenzionalmente, impiccato in prigione, colpito con arma da fuoco a scuola, ucciso mentre era a casa, eccetera. Le 133 persone avevano da quattro mesi a 88 anni. Solo la metà di queste, 69 vittime, sono state sottoposte all’autopsia. La routine dell’autopsia per i Palestinesi uccisi, di cui parlava il portavoce dell’esercito, non ha riscontri con la realtà nei territori occupati. Gli interrogativi rimangono.

Sappiamo che Israele ha una grande necessità di organi, che c’è un grosso traffico illegale di organi che va avanti da molti anni, che le autorità ne sono al corrente e che i medici con posizioni dirigenziali nelle grandi strutture ospedaliere partecipano [al traffico illegale] insieme ai pubblici funzionari a vari livelli. Sappiamo inoltre che sono scomparsi dei giovani palestinesi, che sono stati riportati dopo cinque giorni, di notte, in assoluta segretezza, e ricuciti dopo aver subito un’incisione dall’addome al mento.

È il momento di fare chiarezza su questo affare macabro, di fare luce su quello che sta succedendo e su quello che si è verificato nei territori occupati da Israele dall’inizio dell’Intifada.



fonte: Aftonbladet: Sveriges nyhetsportal